“Destini e Declini” di Romano Benini

Romano Benini, autore, giornalista economico e docente di politiche del lavoro, aveva già catturato l’attenzione di Sistema Generale quando abbiamo recensito il libro dal titolo “Il fattore umano” nel quale, a quattro mani con Maurizio Sorcioni, ci spiegavano la crisi economica e le ragioni che avevano determinato le difficoltà nel mondo del lavoro.

Nel libro che presentiamo oggi invece,  “Destini e Declini”, pubblicato sempre dalla Donzelli Editore,  questa volta leggiamo una appassionata, intrigante ed affascinante analisi della crisi, non solo economica, dell’Unione Europea.

Vi chiederete, come fa un libro che parla di crisi ad essere definito così positivamente?

Per il parallelismo svelato già dal sottotitolo “L’Europa di oggi come l’Impero romano?”

Benini in modo puntuale ed accurato espone la  crescita e la crisi del continente europeo di oggi instaurando un parallelismo con l’Impero romano, evidenziando dei tratti comuni, nonostante la grande differenza temporale. 

Per quanto possa sembrare strano, è una operazione ben riuscita. 

Analizzando il fastoso passato dell’Impero, culla di straordinari avanzamenti storici e burocratici,  l’autore espone, sempre con una scrittura accessibile, gli avvenimenti recenti di una Europa in difficoltà e spiega cos’è la crisi e il motivo per cui può diventare essa stessa prima declino e poi vera e propria decadenza.

Per prevenire questo assioma declino-decadenza, Benini ne indaga il suo funzionamento, i suoi fattori scatenanti, il significato a livello sociale, perché, come dice lui stesso nell’Introduzione, misurare il mondo europeo attraverso la sua storia e il confronto tra le storie diverse dei popoli che ne fanno parte, serve a rintracciare l’identità e la vocazione europea che al giorno d’oggi sembra essere offuscata dagli eventi materiali ed economici.

Di per sé le crisi sono frutto della difficoltà di affrontare e superare un momento di passaggio e, com’è stato per l’Impero romano, così lo è per l’Europa dei giorni nostri.

Perché il parallelismo con l’Impero romano?

Tanto storicamente quanto di fatto è l’unica grande esperienza sovranazionale del continente che abitiamo e, nel paradosso della distanza temporale, ci sono degli avvenimenti che possono essere messi a confronto e usati come lezione per il nostro prossimo futuro europeo.

Pensiamo all’esempio che riporta lo stesso scrittore: la crisi dell’Impero romano ha le sue radici nell’incapacità di gestire le ondate migratorie dei visigoti che cercavano di invadere massivamente i territori imperiali volendo diventare romani.

Allo stesso modo, la crisi economico-politica dell’Unione Europea è iniziata con il cambio di millennio che ha progressivamente indebolito la nostra identità comune culminata, nel 2008, con la crisi prettamente economica che ha ulteriormente allontanato le nazioni e i popoli tra loro, i quali hanno anche subito il fatto di non essere stati protagonisti di una politica fiscale ed economica condivisa e coordinata anche e soprattutto alla luce dei forti flussi migratori provenienti dai continenti confinanti.

Questo allontanamento ha determinato una successiva crisi di identità europea, facilmente identificabile  con l’emergere del populismo, dei partiti xenofobi, delle ostilità tra i vari paesi. A questi elementi bisogna necessariamente anche affiancare il fatto che in siffatta situazione  sono venute meno anche quelle competenze europee che creavano un valore aggiunto. All’indebolimento delle competenze, dell’identità socio-culturale, del sentirsi integrati in qualcosa di superiore -l’Essere Europa, appunto-, lo stato di crisi è avanzato a dismisura.

Ripercorrere la crisi, il declino e la decadenza che  l’Europa ha già conosciuto durante l’epoca romana,  ci aiuta a capire e chiarire il nostro presente, illuminando e  offrendo nuove strade da percorrere.

In questo contesto di analisi, un  primo passo importante è quello di capire cosa sono realmente la crisi, il declino e la decadenza e quali sono i loro parametri di riferimento.

La crisi è una fase di passaggio e di trasformazione, la perdita di ricchezza umana e sociale che immediatamente si identifica con quella economica, rappresentata dalla perdita di ricchezza e di opportunità ed è per questo motivo che il suo modello di riferimento diventa il capitale economico.

Il declino riguarda la perdita dei legami sociali, della conoscenza e delle relazioni che a loro volta determinano un venir meno della capacità di reagire e quando non si riesce a gestire una singola difficoltà, un problema diventa più invasivo e generale, in grado di aggredire tutto quanto è stato costruito fino ad un determinato momento. Per questa ricostruzione, il parametro di riferimento del declino  diventa quello sociale e culturale: sentendosi meno forti di prima, si perde fiducia, sicurezza e senso del futuro.

La decadenza, infine, è il sintomo del declino divenuto irreversibile e si ha quando diviene ormai difficile e molto complicato, se non impossibile, rideterminare la connessione tra reddito, capacità e conoscenza. Quando la convinzione di costruire il proprio futuro insieme agli altri si trasforma nell’idea opposta che per il proprio futuro si debba per forza di cose andare contro gli altri,  viene meno l’identità comune e di conseguenza ci si chiude e si diventa diffidenti, trasformando tutto ciò che è al di fuori di noi stessi un potenziale nemico. Alla decadenza consegue la disgregazione, come  un vero e proprio processo degenerativo.

In realtà i fattori della crisi, del declino e della decadenza di cui si parla Benini, non sono estrapolati dal solo confronto con la Roma e l’Europa di secoli fa, ma a ben vedere, emergono da un documento ufficiale della Commissione Europea che diventa la chiave di lettura di questo parallelismo storico. Il documento di cui riportiamo noi e di cui l’autore fa una ottima analisi, è il RCI (Regional Competitiveness Index), ovvero il rapporto ufficiale con cui viene misurata la capacità dei singoli paesi europei. Il quando che emerge dal RCI è disarmante. 

Tra i paesi della UE ci sono palesi ed enormi differenze che spesso travalicano i confini nazionali in senso opposto riguardando anche singole regioni degli stati stessi, evidenziando come la fragilità dell’identità economica sociale e culturale sia stata determinata dall’assenza di politiche economiche, culturali e sociali e dal contestuale fallimento delle misure introdotte dal 1999 al 2014 per favorire la coesione tra gli stati. Nonostante i risultati della nuova scommessa di integrazione che riguarda la fascia temporale 2014-2020 non siano ancora evincibili, è chiaro che la mancanza di regole e prospettive comuni sono un fattore costante e che le cose non andranno tanto meglio rispetto ad oggi se non verrà attutato un vero e proprio cambio di rotta. 

Ma l’autore non vuole disegnare solo un quadro a tinte fosche, anzi, nelle pagine di questo libro davvero interessante, ipotizza anche quale sia la via per superare la crisi socio-economico-culturare di cui siamo tutti testimoni.

Quale antidoto al “Destino e al Declino”?

Provate ad immaginare, cos’è che crea l’apertura mentale verso qualcosa di nuovo senza il bisogno di averne paura?

È la formazione che deve partire dal mondo della scuola, dal mondo dell’innovazione che, partendo dai livelli più semplici della società deve creare una nuova forma di relazione. La formazione è la via di fuga da questa crisi perdurante e radicata perché esclusivamente attraverso essa si può (ri)organizzare una Europa sociale per creare una educazione, una integrazione un senso comune e l’apertura verso gli altri, siano essi cittadini europei di nascita, di derivazione o per accoglienza.

Come i romani riuscirono a riemergere dalla crisi nello stesso modo riportando il proprio Impero ai fasti precedenti, così l’Europa di oggi deve ripartire dal basso per costruire nuovamente le identità perdute e questo lo si può fare solo in un modo.

Attraverso la Formazione.

Francesca Tesoro

“12 passi per entrare nel mondo digitale” a cura di Umberto Santucci

Dopo aver analizzato il libro “12 passi per ottenere ciò che vuoi”, continuiamo il nostro percorso di studio della collana 12 passi, a cura di Amicucci Formazione – Skilla, edita da Franco Angeli, occupandoci del volume “12 passi per entrare nel mondo digitale”, sempre a cura di Umberto Santucci.

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È possibile, oggi, vivere senza computer, senza tablet, senza smartphone e, soprattutto, senza una connessione a Internet?

È proprio con questa domanda che si apre questo viaggio nel mondo digitale, dimostrando immediatamente come la risposta più semplice sia sì, perché non sono beni necessari come aria, acqua e cibo. Tuttavia si potrebbe altrettanto ragionevolmente rispondere di no, perché si finirebbe per essere completamente tagliati fuori da molte attività e relazioni che caratterizzano il nostro tempo, sia sul piano personale, sia su quello lavorativo.

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Attraverso il collaudato metodo dei 12 capitoli da leggere uno a settimana per tre mesi, questo testo permette, sia ai principianti completamente a digiuno di tecnologia, sia a chi non si reputi un esperto, ma, allo stesso tempo, voglia tenersi al passo coi tempi, di conoscere il mondo digitale con facilità e sicurezza, avendone una panoramica completa, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti inerenti alcune specifiche tecniche di base, i risvolti nel mondo del lavoro, l’archiviazione di dati e, naturalmente, l’importanza della web reputation e della comunicazione e sicurezza informatica, oltre che della scelta delle apparecchiature migliori.

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In aggiunta a schemi, schede ed esercizi, alla fine di ogni capitolo ci sono letture e link consigliati e un riepilogo di quanto appena letto che, di settimana in settimana, permettono di fissare i passaggi fondamentali e le parole chiave.

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Per quanto possa sembrare difficile immaginare che qualcuno totalmente estraneo al mondo digitale possa approcciarsi alla lettura di questo testo, dato che perfino i lattanti, al giorno d’oggi, sembrano imparare a usare correttamente un touchscreen ancor prima di acquisire l’equilibrio sufficiente per compiere i primi passi, lo studio di questo libro è utile davvero a tutti, soprattutto ai professionisti, a prescindere dal settore in cui operano. Tutti noi, infatti, conosciamo e ci serviamo quotidianamente di molti strumenti digitali in modo intuitivo o “obbligato” perché i contesti in cui siamo inseriti ce lo impongono, finendo con l’innescare rapporti di assuefazione e di dipendenza dalla tecnologia, a discapito delle nostre innate capacità di comunicazione e adattamento. Conoscere la differenza tra hardware e software o tra i vari tipi di periferiche o di connessioni e, nello stesso tempo, saper scrivere efficacemente un testo per il Web o una presentazione per un meeting, servendoci di immagini, audio e video in modo funzionale, ci fa comprendere l’utilità profonda di questi mezzi, permettendoci di sfruttarli al massimo come “strumenti” e non come prolungamenti del nostro essere, senza danneggiare la nostra capacità di problem solving e di predisposizione ai cambiamenti che un futuro in cui tempi e distanze sono ormai prossime allo zero, di sicuro, ci riserverà.

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Umberto Santucci, grazie alla sua esperienza, rende interessanti, semplificandoli e arricchendoli di significato, anche gli aspetti più tecnici del mondo digitale, attraverso la lettura di paragrafi brevi e mirati e di un linguaggio immediato, accessibile proprio a tutti. Anche a chi, consapevole del valore umano di una stretta di mano, conosce l’importanza della tecnologia digitale per stringere e mantenere relazioni professionali e personali in tutto il mondo.

Alessandra Rinaldi

Sistema Scuola: Vacanze Studio 2018, quanti studenti vivranno questa esperienza

A luglio dell’anno scorso abbiamo pubblicato un articolo che parlava delle Vacanze Studio dei ragazzi italiani compresi tra gli otto e i diciotto anni. Abbiamo raccontato cosa significa  per i ragazzi vivere questa esperienza e cosa c’è dietro, parlando dell’approccio sistemico che le società devono attuare necessariamente per organizzarle.

 

Quest’anno, a distanza di dieci mesi torniamo a parlare di questo argomento, ma da un altro punto di vista, quello tecnico.

Cosa avviene, infatti, tecnicamente? Come funziona il bando? Quali sono le tempistiche? E i numeri?

Sono queste le domande a cui cercheremo di rispondere, dati alla mano, forniti direttamente dall’analisi dei bandi e delle graduatorie pubbliche e pubblicate sul sito dell’Inps.

Come si arriva alla vacanza studio

Il bando Estate INPSieme 2018, dedicato ai giovani studenti italiani figli di dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali,  della Gestione Dipendenti Pubblici o iscritti alla Gestione Fondo IPOST, anche quest’anno ha riguardato una nutrita fetta della popolazione iscritta alla scuola primaria e secondaria.

Il concorso, sia per il settore Italia che per quello Estero, è stato pubblicato il 18 gennaio, prevedendo nei due bandi le specifiche riguardanti la contribuzione e i requisiti per fare domanda. Dal mese successivo di febbraio fino al 2 marzo le famiglie hanno avuto il tempo di presentare tutta la documentazione necessaria per rientrare in graduatoria.

Sul finire del mese di marzo sono state pubblicate le graduatorie e le famiglie hanno così preso coscienza se i propri figli fossero o meno tra gli studenti che dovevano iniziare a fare le valigie.

Una volta rientrati in graduatoria, gli interessati hanno dovuto rispettare i tempi molto stretti per prendere accordi con le società organizzatrici dei viaggi e preoccuparsi di pagare i versamenti e i saldi per non perdere il beneficio. 

In attesa dei ripescaggi che inizieranno la settimana prossima, andiamo a vedere i numeri di questo concorsone per studenti.

INPSieme, quali numeri? 

Il settore Italia e il settore Estero sono stati interessati da due bandi differenti reperibili sul sito dell’Inps e, per la stagione 2018, sono stati previsti un totale di 36.250 posti suddivisi in 12.820 per l’Italia e 23.430 per l’Estero.

Grandi numeri di certo, ma i numeri di coloro i quali hanno presentato domanda sono ben superiori e per capire bene, converrà usare qualche schema e qualche tabella.

Iniziamo con lo specificare la differenza tra Italia e Estero.

I soggiorni in Italia riguarderanno gli studenti iscritti alla scuola primaria e alle medie che potranno avvalersi di vacanze da otto o quindici giorni.  Avranno lo scopo far acquisire competenze nei settori relativi allo sport, arte, lingua straniera, scienze e tecnologia o ambiente. Questi ambiti possono svolgersi in accoppiamento e devono prevedere almeno dieci ore settimanali di attività specifiche per ogni tema caratterizzante il soggiorno, dovendo includere attività di conoscenza del territorio ospitante. 

Invece, il bando per l’estero è stato previsto per gli studenti iscritti alle scuole superiori, facendo una divisione tra coloro i quali frequentano il primo anno o quelli successivi. In entrambe i casi sono previsti periodi di permanenza di quindici giorni che permettono di raggiungere mete europee o extraeuropee dove poter studiare la lingua ufficiale del paese di destinazione, alloggiando in college o presso famiglie straniere selezionate. A seconda della destinazione e della tipologia di corso di lingua che le famiglie hanno scelto in accordo con le società, si potranno frequentare corsi linguistici con insegnanti madrelingua più o meno intensivi. In casi determinati, oltre al semplice corso di lingua possono essere svolti corsi dedicati per le certificazioni di lingua internazionali o le famose ore dell’alternanza scuola lavoro. Anche in questa tipologia di soggiorni, particolare importanza e attenzione viene posta sulla conoscenza del paese ospitante attraverso attività di interazione ed escursioni e su profili di internazionalità e scambio culturale. 

Se poi, al di là di questi tecnicismi di cui abbiamo scritto fino ad ora,  la vostra curiosità è tutta per i numeri, vi accontentiamo subito e con due semplici schermi di facile lettura: troverete, da sinistra, indicati i posti in totale messi a concorso per ogni bando, la divisione per categoria con indicati i rispettivi posti disponibili ed infine quante persone  sono rientrate in graduatoria per ogni categoria.

Italia

Estero

 

Non c’è bisogno di ulteriore spiegazione sul valore sociale di questi bandi.

Sostanzialmente, uno studente ogni tre ha potuto fare domanda per accedere ai bandi INPSieme.

Statisticamente un terzo di coloro i quali sono in graduatoria, partiranno. 

Per coloro i quali mancavano i requisiti per partecipare al bando, le società hanno previsto la possibilità di partire come aggregati, cioè partire con l’amichetto, il parente o il conoscente che ha beneficiato del contributo Inps al costo dell’intero pacchetto.

Insomma, anche questa prossima estate gli studenti italiani potranno essere classificati come un popol(ett)o viaggiatore.

Francesca Tesoro

“12 passi per ottenere ciò che vuoi” a cura di Umberto Santucci

Lo ha detto anche il poeta greco Costantino Kavafis per bocca dal suo Ulisse: in un viaggio, fisico o metaforico che sia, ciò che conta davvero, oltre alla meta da raggiungere, è il percorso fatto per arrivarci e il cambiamento che ciò ha innescato dentro di noi.

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Questa verità, solo intuita dai poeti, è oggi dimostrata dalla ricerca anche in ambito professionale. È provato, infatti, che per metabolizzare con successo un cambiamento di abitudini, in qualsiasi settore, siano sufficienti dodici settimane, considerate un lasso di tempo ideale per acquisire nuove competenze e raggiungere gli obiettivi prefissati. Sulla base di questa teoria è nata la collana fondata sul metodo dei 12 passi, edita da Franco Angeli: una serie di volumi specifici, composti ciascuno da dodici capitoli da leggere uno alla settimana allo scopo di ottenere un cambiamento significativo nell’arco di tre mesi.

Lo slogan è proprio slow reading, fast learning perché, se tre mesi possono sembrare un periodo lungo, per alcuni, da dedicare allo studio di un testo, seguendo la disciplina di limitarsi a leggere un capitolo alla settimana, i risultati che si possono raggiungere, invece, dal punto di vista delle capacità acquisite, in così poche settimane sono, in realtà, stabili e duraturi.

Il volume su cui ci siamo soffermati è “12 passi per ottenere ciò che vuoi” a cura di Umberto Santucci, esperto di formazione e autoformazione, sia in aula, sia a distanza, che si avvale dei contenuti e dei metodi sviluppati da Amicucci formazione – Skilla, promotrice di questa innovativa collana.

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La prima cosa che ci ha colpito di questo testo è come il titolo di ciascuno dei dodici capitoli costituisca un’esortazione e un consiglio verso chi legge, tanto che i titoli stessi, messi uno accanto all’altro, compongono un vademecum utilissimo da tenere sempre a mente, soprattutto quando ci si approccia a nuovi progetti di lavoro in un contesto aziendale:

  1. Affronta la vita in modo proattivo
  2. Affronta i problemi con una visione sistemica
  3. Raggiungi i tuoi obiettivi con il pensiero strategico
  4. Vai oltre con il pensiero produttivo per generare nuova conoscenza
  5. Semplifica e risolvi le analogie
  6. Moltiplichiamo le intelligenze in rete
  7. Impara ad allenare il tuo pensiero
  8. Mira sempre al risultato
  9. Sii flessibile e mantieni la mente elastica
  10. Sii sempre ottimista
  11. Pensa con creatività
  12. Impara a gestire il cambiamento.

Ognuno dei passi verso la valorizzazione della nostra intelligenza a tutto tondo è corredato da grafici, schemi, tabelle e studio di esempi e casi pratici che mettono al centro del cammino per il raggiungimento dei nostri obiettivi il potere del pensiero come motore insostituibile della nostra vita.

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Visto il nostro interesse per l’approccio sistemico al cambiamento nelle aziende, il capitolo che ha suscitato maggiormente il nostro coinvolgimento è il secondo, dedicato alla risoluzione dei problemi attraverso una visione sistemica. L’analisi di questo approccio inizia con il confronto tra pensiero analitico di derivazione aristotelica, basato sulla logica lineare causa-effetto, e il pensiero sistemico, secondo cui questa logica lineare diventa circolare quando l’effetto influisce sulla causa ed è quindi necessario allargare il nostro orizzonte allo studio di tutto il contesto aziendale e del futuro, se si vuole mirare a ottenere cambiamenti stabili e duraturi, risolvendo le criticità in modo il più possibile definitivo.

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Come ci illustra Umberto Santucci:

“Il sistema azienda è una struttura complessa che interagisce con gli elementi che la compongono, a loro volta strutturati come sub-sistemi interni ed esterni all’azienda. La visione sistemica è la capacità di percepire il proprio ufficio come elemento del sub-sistema di cui fa parte, che a sua volta è strutturato dall’azienda, anch’essa strutturata dal distretto produttivo e così via. È come un uccello capace di scendere a cogliere un filo d’erba e di alzarsi a vedere tutto il campo, il fiume, le colline”.

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Dunque questa visione sistemica occorre ad affrontare più efficacemente i problemi complessi e di varia natura, inserendoli in una rete più ampia, permettendo a tutti i componenti di un gruppo di rendersi conto di cosa comporta il proprio contributo per la realizzazione di un obiettivo, a favore della condivisione e dell’interdisciplinarità, senza mai distogliere lo sguardo dall’armonia del clima globale tra un processo e l’altro.

Alessandra Rinaldi

“Lo stagista inaspettato”: perché il lato umano è sempre la carta vincente

Robert De Niro e Anne Hathaway, diretti da Nancy Meyers, recitano fianco a fianco in questa classica commedia hollywoodiana datata 2015 sul mondo degli affari, frizzante e ironica, gradevole e sorprendentemente convincente.

Se non avete visto questo ve lo raccontiamo senza svelarvi immediatamente i ruoli.

Un’azienda e-commerce di abbigliamento promuove un programma per assumere nuovi stagisti. Una persona risponde ed entra in queso mondo aziendale frenetico e caotico, fatto di giovani e tecnologie avanzate, divenendo lo stagista personale del capo dell’azienda in questione.

Il boss è molto impegnato ed è totalizzato dalla sua azienda che ha ritmi estremamente veloci, al punto da tralasciare la propria vita privata e la famiglia.

Lo stagista è una persona di vecchio stampo, che ama vestirsi bene e con attenzione per fare colpo in un  ambiente super casual. Crede di dover imparare molto e decide con umiltà di (ri)cominciare dalla gavetta. Il suo arrivo nella nuova azienda desta qualche perplessità, non è ritenuto all’altezza ed è visto più come un freno che come un’opportunità, facendo oltretutto parte di un progetto al quale nessuno aveva creduto, soprattutto l’azienda.

Con il tempo però le cose cambiano.

I colleghi lo considerano, gli chiedono consigli, cercano di imitarlo, vogliono imparare da lui. Il capo si rende conto della grandiosa importanza di avere uno stagista che spinge ognuno dei colleghi a dare il meglio di sé,  ad andare oltre gli schermi dei computers per sentirsi coinvolti nel loro lavoro, anche dal punto di vista personale. Insomma, lo stagista diventa il punto di riferimento dell’azienda e non solo.

Sarà che Robert De Niro, capace di rendere plausibile l’improbabile, è lo stagista Ben Whittaker, che alla veneranda età di settant’anni decide di rimettersi in gioco forte della sua esperienza  e Anne Hathaway, bravissima nell’interpretare il capo Jules Ostin, è colei che ammette prima personalmente e poi professionalmente la valenza del fattore umano, ma questo film è una commedia molto profonda.

Una commedia costruita e che segue le reazioni e le relazioni umane che sono alla base dei rapporti personali, di lavoro e aziendali, mantenendo un forte equilibrio tra cuore, commedia e verità.

Il fattore umano di cui parla la pellicola è quello che spesso viene messo da parte nella realtà, che nella storia scritta dalla Meyers fa nascere una profonda amicizia tra Ben e Jules, una amicizia che non punta a secondi fini ma che pone l’accento sull’ascolto e la stima reciproca, sentimenti che normalmente in campo aziendale non sempre vengono ritenuti importanti, ma che invece sono un aspetto fondamentale perché le cose funzionino al meglio.

Ciò che il film fa emergere chiaramente è l’importanza delle persone e della loro umanità che nel mondo del lavoro possono diventare un motore per elevare tutto ciò che gli sta intorno. L’umanità, che spesso viene tralasciata e ritenuta un elemento di debolezza, è invece l’elemento di forza che lo stagista attempato riesce a trasmettere al giovane capo che ha creato la propria azienda da sola e dal nulla, diventando in poco tempo l’elemento fondamentale, il consigliere, il supporto umano tanto dal punto di vista personale che professionale.

Stuzzicati da questo film, abbiamo anche intrapreso una ricerca di questi “stage senior” scoprendo che in realtà non esistono, forse perchè l’idea di stage è direttamente collegata all’epoca dello studio o al momento della primissima formazione lavorativa. Eppure è un peccato perchè si comincia ad invecchiare quando nella vita non si hanno più obiettivi da raggiungere e ritenere che le persone un po’ in là con l’età siano pesi della società (civile e aziendale) non è il massimo, visto che sono loro a detenere la saggezza e l’esperienza.

A ben vedere, nelle precedenti recensioni avevamo già affrontato l’argomento del Fattore Umano, ma non potevamo non recensire un film così gradevole quanto veritiero, per ricordarci che le aziende sono fatte di persone e le persone hanno il solo peso.

Anche nel 2018, dove la frenesia e la necessità di raggiungere traguardi e obiettivi che creano guadagni, spesso mettono da parte ciò che veramente conta. Le persone.

Francesca Tesoro

“L’ottava regola. Dall’efficacia all’eccellenza” di Stephen R. Covey

Dopo aver analizzato “Le sette regole per avere successo”, ci siamo cimentati con un altro testo immediatamente successivo e strettamente collegato al bestseller internazionale di Stephen R. Covey: “L’ottava regola. Dall’efficacia all’eccellenza”, Franco Angeli Editore.

ottava regola

Anche questa volta, prima di analizzare la struttura del saggio, ci siamo soffermati su suo titolo originale: “The 8th Habit: from Effectiveness to Greatness” e ciò che ci ha colpito, oltre alle considerazioni già fatte in precedenza sull’assonanza tra i termini “abitudine” e “regola”, è la parola “greatness”. Sorprende quasi come un termine così colloquiale e di uso tanto comune possa diventare un vero e proprio termine tecnico durante la lettura di questo testo, assumendo tutte le sfumature di significato che lo caratterizzano: dalla grandezza alla forza, fino alla vera e propria eccellenza di fatto di leadership.

Ma come ci si può abituare all’eccellenza? Come non considerare questo stato unicamente come l’happy ending al termine di una lunga carriera di lavoro costellata di esperienze e successi e abituarci, invece, a vivere la nostra personalissima eccellenza giorno dopo giorno al servizio dell’azienda, come una disciplinata e creativa forma mentis?

ottava regola

All’inizio ci è quasi (rispettosamente) sembrato che questa volta Stephen Covey si fosse lasciato prendere la mano e avesse peccato di presunzione, o meglio di troppa fiducia verso il prossimo, tratto che, senza dubbio lo distingueva come comunicatore, come coach e, oggi si direbbe anche come influencer. Tuttavia, come già accennato, la struttura sistematica e, allo stesso tempo, strettamente analitica del testo, corredato di schede riepilogative, box di esercizi e numerosissimi racconti di esperienze acquisite sul campo, rendono questo saggio un meraviglioso manuale per imparare a pensare all’eccellenza, visualizzandola come un modo di porsi, di comunicare e, quindi, di essere, e non come un obiettivo da raggiungere fuori da noi stessi: un percorso di vita, ancora prima che di lavoro, verso il concetto più alto di saggezza.

ottava regola

Diretto, ma profondo, a tratti toccante, a tratti divertente, pur restando un libro estremamente tecnico e scientifico, lo stile di Covey resta confidenziale e riconoscibile, come quello di un maestro che si mette alla scrivania dopo una lezione e lascia qualcosa di scritto ai propri allievi, con lo scopo di farli sentire a proprio agio e non solo all’altezza della situazione, quasi come Socrate, secoli fa. Insomma le regole contano e si possono e devono studiare e imparare, ma sempre facendole proprie grazie ai percorsi dell’esperienza, come in un diario personale, perché, come scrive Covey: la leadership è una scelta, non una posizione.

ottava regola

L’esigenza di questa ottava regola, come spiega l’autore, nasce dai profondi, continui e velocissimi mutamenti del mondo del lavoro, sempre più influenzato dalla tecnologia anche oggi, che vedono nelle sette regole una base necessaria per entrare in gioco e un punto di partenza proprio verso l’eccellenza come dimensione di entusiasmo e di voglia di mettersi continuamente in discussione, esperienza dopo esperienza, guardando alla saggezza come a un valore inestimabile.

ottava regola

Questa ottava regola è trova la tua voce e ispira gli altri a trovare la loro, la vera essenza della leadership costruttiva. Infatti, dopo essere riusciti a trovare la propria voce, non c’è niente di meglio che mettersi al servizio del coro per armonizzare e modulare la melodia del successo. Per ottenere questo risultato che, a sua volta, è una nuova base di partenza, occorre iniziare un percorso di riflessione e consapevolezza improntato non più solo sulla comunicazione efficace, ma anche altruistica nei confronti di chi dipende da noi leader, attraverso la condivisione di valori comuni e strategie. Essere un modello di umanità positiva è, secondo Covey, il modo più alto di essere leader, perché porta a una competizione costruttiva che altro non è che imitazione. Ecco perché Covey prende spesso nuovamente in prestito il mondo dell’infanzia e anche della scuola per molte sue lezioni. La saggezza è empatia, ma anche autorevolezza verso gli altri e autoconsapevolezza di sé stessi.

ottava regola

Il testo si conclude con alcune utili appendici che focalizzano concretamente alcuni consigli su come affrontare alcuni momenti di cambiamento del contesto e del clima aziendale. A questo proposito è stata interessante l’analisi dei vari tipi di intelligenza che risiedono in ognuno di noi e di come, valorizzare la cosiddetta “intelligenza spirituale” dia benefici concreti anche sull’intelligenza pratica, mentale ed emotiva, come un unicum indispensabile nel curriculum di tutti noi.

Alessandra Rinaldi

La felicità di Wile E. Coyote di Gian Maria Zapelli

Oggi vi parliamo di questo volume edito dalla FrancoAngeli/Trend che ci ha davvero sorpreso. Ammetto di averlo scelto sullo scaffale per la sua copertina e per il suo riferimento a Wile E. Coyote, amato personaggio dei cartoni animati nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, eternamente considerato un fallito  – e abbiate il coraggio di alzare la mano se almeno una volta non lo avete pensato anche voi! – che mette tutte le sue energie negli infiniti tentativi di catturare l’acerrimo e velocissimo nemico Beep Beep, immaginando una lettura veloce e leggera.

In realtà questo libro, sottotitolato Essere fragile e invulnerabile, tutt’è tranne ciò che mi aspettavo, perché l’autore Gian Maria Zapelli, che da più di venti anni realizza eventi formativi e di coaching volti allo sviluppo delle capacità e dei sentimenti necessari in contesti di incertezza e cambiamento, è riuscito a scrivere un volume davvero illuminante.

Seguendo e facendosi guidare da Wile E. Coyote, ci si ritrova a leggere una serie di suggerimenti di altissimo profilo psicologico e pratico che mettono in luce strategie di relazioni con sé stessi e con la realtà che ci circonda, partendo dal presupposto che le nostre debolezze sono ciò che ci caratterizzano come persone e che, soprattutto, possono e dovrebbero essere usate e viste non come un minus ma come un trampolino di lancio.

Noi donne e uomini del terzo millennio, inseriti in un contesto sociale dove tutto ciò che ci classifica come umani in grado di vivere e provare emozioni, ci rende deboli e vulnerabili, dovremmo tenere questo manuale di sopravvivenza alle nostre vulnerabilità sul comodino,  mettendo in pratica ciò che leggiamo.

Sono proprio le nostre fragilità a porci nella condizione di costruire una solidità attraverso l’impegno e il coraggio e sono sempre loro ad essere, paradossalmente, congeniali a renderci protagonisti in questa epoca di vulnerabilità.

Ciò che emerge dalle righe del libro, grazie a Wile E. Coyote e altre figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde, sono le strategie che possono aiutarci a governare il nostro benessere attraverso la capacità di essere fragili, per realizzare quei traguardi che necessariamente ci chiedono di affrontare un mondo indeterminato e imprevedibile.

Ma perché proprio lui?

Wile E. Coyote, perdente invincibile, rappresenta uno straordinario e formidabile esempio di fragilità invulnerabile, espressione di una grandezza eccezionale con capacità organizzative e creative sopra la media che, grazie al modo fantastico in cui usa il coping – le strategie che vengono poste in essere per far fronte ad eventi stressanti e faticosi -, riesce ad affrontare i continui fallimenti – catturare Beep Beep – senza mai perdere di vista il suo obiettivo.

Le sue qualità, la sua ingegnosità nell’ideare sempre nuove trappole, il persistere per raggiungere il suo scopo, dimostrano come la sua vulnerabilità sia al tempo stesso la sua forza, rendendo la sua vita una incessante esperienza di scoperte, creatività, coraggio e mai di reali sconfitte.

Wile E. Coyote è invulnerabile perché è sopra ogni cosa infrangibile, si schianta, precipita, diventa spesso quanto un foglio schiacciato da massi enormi, ma resta sempre integro, in forma e determinato a riprovarci. Ogni volta che non riesce a catturare il suo nemico, non si sente sconfitto, ma fa tesoro di quel fallimento per migliorare la sua tecnica, impegnandosi ed entusiasmandosi, convincendosi che l’idea successiva sarà la migliore, senza rimanere incastrato nelle sue convinzioni e negli schemi che lo circondano – e vi ricordo semplicemente che nella realtà un coyote corre il doppio della velocità di un roadrunner -.

Ecco allora un altro paradosso, la vulnerabilità vista come una fragilità, è invece essa stessa a fornire la possibilità di espandersi, aprirsi a nuove idee, nuove soluzioni, nuove strategie rimaste intentate  fino a quel momento.

Possiamo investire il nostro tempo a riflettere su cosa sia meglio fare e quale sia il modo migliore di farlo o riesaminare ciò che facciamo e, perché no, dubitare di noi stessi; possiamo essere persone che fanno del proprio autocontrollo un modus vivendi  che ci blocca ed incanala in determinate strade; ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è il desiderio, quella motivazione che ci spinge con slancio ed energia e ci permette di affrontare la fatica, di dubitare, frenare, arginare la (contro)forza di volontà che vorrebbe lasciarci incastrati in determinati schemi.

Dobbiamo saperci aprire alle emozioni negative, viverle e non nasconderle dal momento che, per quanto assurdo possa sembrare, è attraverso loro che riusciremo a trovare la strategia più efficace.

Vi chiedete come sia possibile? L’ho fatto anche io e, leggendo le pagine del libro, ho trovato la risposta: essere fragili va bene, ma trasformando la nostra fragilità in condizione di evoluzione, successo o felicità, ci si ritrova a disegnare grandi strategie di successo.

Lo dice anche Zapelli, l’autore di questo fantastico libro, mettendo a paragone quelle figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde di cui parlavo prima: Cenerentola, Superman, Penelope e Lebowsky (…il grande!).

Li conoscete sicuramente!

Cenerentola è una orfana sopraffatta dalla matrigna e dalle sorellastre, resa serva che però, nella sua fragilità riesce a vivere una notte magica e far innamorare un principe. Superman è un solitario e solo è arrivato sulla terra, minacciato e impaurito dalla kryptonite, eppure è un supereroe.

Penelope fa delle sua incoerenza l’arma per sopravvivere e resistere agli attacchi dei Proci che le infestano casa, disfacendo ogni notte ciò che aveva tessuto di giorno.

Lebowsky, personaggio del film anni novanta dei fratelli Coen, è un uomo pigro e nullafacente che è molto più solido eticamente di quanto non si creda.

Pigrizia, solitudine, sopraffazione e incoerenza, non sono aspetti socialmente ritenuti negativi e che rendono vulnerabili le persone? Si, ma sono anche ciò che hanno permesso ai rispettivi personaggi di trovare la strategia vincente per raggiungere il loro obiettivo. Non siete convinti? Bene: Cenerentola ha sposato il principe, Penelope ha riabbracciato Ulisse, Superman salva il mondo e Lebowsky ha riavuto il suo tappeto.

Alla fine resta una domanda:  Wile E. Coyote riuscirà a catturare Beep Beep?

Francesca Tesoro

Come effettuare la valutazione del personale nelle aziende di oggi

È una domanda che oggi si pongono molti addetti ai lavori e non solo: come si effettua la valutazione del personale nelle nostre aziende 4.0? Quali criteri e quali comportamenti applicare? Dobbiamo inventare nuovi approcci o addirittura decidere che il processo valutativo non sia più idoneo a garantire lo sviluppo dei risultati aziendali e il loro consolidarsi nel tempo? E quanto riesce davvero a contribuire allo sviluppo della singola persona?

Nel caos che caratterizza il nostro correre verso prestazioni sempre più’ elevate, quale valore può dare un processo che definisce una fotografia del passato nell’istante presente verso un futuro sempre più breve?

valutazione

Da sempre la valutazione del personale è un tema tanto importante, quanto spinoso, non solo per la Direzione del Personale ma anche per le Persone coinvolte.

Il tema della valutazione del personale può avere diversi obiettivi che permettono di ottimizzare le procedure e stabilire i presupposti per far crescere un’azienda in termini di performance: solo l’azienda in grado di diagnosticare cosa determina una performance efficace riesce a migliorarsi costantemente e sviluppare le prestazioni delle proprie persone.

I due obiettivi principali per effettuare una valutazione del personale sono:

–        gestire le risorse umane – per costruire un sistema premiante devo conoscere le prestazioni più efficaci e garantirne il riconoscimento;

–        sviluppare le risorse umane – se capisco cosa determina una buona prestazione posso tutelarne il buon utilizzo e contemporaneamente investire in formazione per ottenere risultati migliori da ogni risorsa aziendale.

Quindi definire un processo di valutazione è finalizzato a:

  1.  migliorare le prestazioni orientandole verso una sempre migliore partecipazione dei singoli al raggiungimento degli obiettivi aziendali;
  2.  rendere esplicito, trasparente e analitico il processo di valutazione informale presente in ogni organizzazione superando i difetti di genericità e ambiguità dei sistemi informali di valutazione;
  3.  valorizzare al meglio le risorse umane facendo emergere sia le esigenze e le condizioni per un miglior impiego del personale, sia le eventuali esigenze ed opportunità di formazione;
  4.  orientare i comportamenti organizzativi verso obiettivi prevalenti o modalità nuove di lavoro;
  5.  definire occasioni formalizzate di scambio di informazioni e valutazioni sulle condizioni di lavoro e su tutti gli aspetti di micro – organizzazione.

valutazione

Produrre schede di valutazione del personale, formare i managers e i collaboratori a questo processo, decidere cosa valutare e quali criteri di misura applicare, implica costruire un sistema culturale complesso e diffuso all’interno dell’intero contesto aziendale.

Il sistema di valutazione deve quindi:

–          discendere da una strategia gestionale

–          essere coerente con lo stile e cultura aziendale

–          essere articolato e correlato ad ogni iniziativa verso le persone

–    essere diffuso, gestito coerentemente, governato nei processi fondamentali dell’azienda.

La valutazione delle prestazioni concentra la sua attenzione sulla prestazione del collaboratore, intesa come il contributo da lui fornito all’organizzazione, ciò che ha fatto, quale titolare della posizione, utilizzando le sue competenze.

valutazione

La prestazione può essere valutata sotto due diversi aspetti:

  • i risultati ottenuti dal lavoratore in relazione agli obiettivi assegnati (il “cosa è stato fatto”);
  • i comportamenti organizzativi tenuti e agiti dal collaboratore (il “come è stato fatto”) che possono riguardare vari aspetti, quali la leadership, la capacità di lavorare in gruppo, la capacità di problem solving, l’orientamento al cliente, l’orientamento alla qualità, la capacità innovativa.

Una valutazione del personale ha una serie di fasi:

  1. Definire cosa valutare, basandosi su una corretta descrizione dei ruoli e delle responsabilità aziendali.
  2. Fare un’analisi di contesto e di cultura aziendale affinché il processo non sia scollegato dal sistema aziendale di riferimento.
  3. Formare i “valutatori” ed i “valutati” affinché reciprocamente si sviluppi una cultura della valutazione della prestazione non della persona.
  4. Individuare i metodi di valutazione e formare in tal senso le persone coinvolte nel processo
  5. Raccogliere i dati sulle valutazioni delle prestazioni e fare un’analisi dei dati aggregandoli aziendalmente per studiarne la relazione con i risultati aziendali
  6. Condividere i valori con la direzione e successivamente con le persone affinché si percepisca il valore del processo
  7. Prendere decisioni sulle valutazioni individuali collegandole ad azioni di sviluppo professionale e/o economico.

La valutazione del personale risponde ad una domanda chiara.

Qual è il contributo di una persona, in una determinata posizione e con specifiche competenze, ai fini del risultato finale?

valutazione

Per poter rispondere dobbiamo considerare che nel processo di valutazione del personale possono coesistere valutazioni diverse:

  1. Valutazione delle prestazioni, confronto tra i risultati ottenuti dalla persona e gli obiettivi prefissati.
  2. Valutazione del potenziale, analisi sulle caratteristiche possedute da una persona ma non ancora espresse in un determinato ruolo. Tramite questa modalità di valutazione si vuole comprendere quali sono le capacità potenziali della persona. Questo tipo di analisi è molto utile per poter prevedere eventuali cambi di ruolo e promozione, ma allo stesso tempo è molto complessa in quanto ha come obiettivo la previsione di risultati futuri.
  3. Valutazione delle competenze, esame del patrimonio di conoscenze, capacità e comportamenti espressi e della loro coerenza rispetto agli obiettivi analizzati.

Armonizzare queste tre dimensioni unisce e rende complementare la proiezione dell’Azienda su un unico asse temporale, partendo dalla storia, proseguendo nel suo presente e costruendo la proiezione verso un futuro solido, sostenibile e capace di sviluppare opportunità di crescita in ogni situazione, sia essa di successo che di fragilità che, ancor più, di criticità.

Valutare per individuare nuove capacità di sviluppo in ogni componente aziendale e in questo modo rendere reale il rapporto tra individuo e azienda, tra persone e verso se stesso: una sfida che coinvolge ognuno di noi, in ogni età e dimensione professionale quale condizione di crescita e soddisfazione nel lavoro e nella vita.

Maria Tringali

 

 

 

“Tutta la vita davanti” oggi: la Giungla dei call center dieci anni dopo

locandinaSono trascorsi ormai dieci anni dall’uscita di “Tutta la vita davanti”, il geniale e irriverente film di Paolo Virzì liberamente tratto dal libro “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia (recentemente ripubblicato da Einaudi), nato dall’esperienza di un blog in cui l’autrice raccontava le sue disavventure come dipendente di un call center.

La pellicola, che riunisce un cast di stelle nostrane, come Massimo Ghini, Sabrina Ferilli, Micaela Ramazzotti, Isabella Ragonese, Elio Germano e molti altri, racconta la storia di Marta, studentessa fuori sede neolaureata in filosofia con lode e tanto di bacio accademico che, nell’attesa di ottenere un posto come ricercatrice, si mette alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi. Grazie al rocambolesco incontro con Sonia, una coetanea ragazza madre che le chiede aiuto per badare alla figlioletta Lara, Marta inizia a lavorare alla Multiple, un’azienda che commercializza un inutile elettrodomestico servendosi di un call center di ragazze giovanissime che procaccia clienti con ogni mezzo. È così che comincia per Marta, abituata a dedicarsi a ragionamenti filosofici ben più elevati, una discesa negli inferi del telemarketing più becero, a tratti divertente, a tratti grottesco.

call center

Il bizzarro elenco di maccheroniche tecniche motivazionali della Multiple è lungo: dalla canzone che dà la carica prima dell’inizio del turno, ai messaggini d’incoraggiamento sui cellulari da parte dei capi, fino ai gadget regalati all’impiegato del mese e al pubblico ludibrio nei confronti di chi ha venduto di meno, Marta si ritrova, suo malgrado, a primeggiare entrando nelle grazie di Daniela, la responsabile del personale, e di Claudio, il capo dell’azienda. Marta continua a lavorare mantenendo un certo distacco, sicura che, prima o poi troverà qualcosa di meglio, ma il mobbing e la violenza psicologica, e non solo, ai quali assiste ogni giorno sul luogo di lavoro, totalmente privo di garanzie sul piano sindacale, la porta a sfogare i suoi dubbi etici con Giorgio, un rampante sindacalista che approfitta delle confidenze di Marta. E, mentre in una Multiple ormai allo sbando, si scatena la caccia alla spia, l’esperienza di Marta si avvia verso un epilogo che ci lascia con un amaro sorriso di speranza sul volto.

ragonese

Il fatto che questo film sia sostanzialmente tratto da una storia vera ci fa facilmente comprendere come molti degli episodi raccontati, che avvengono all’interno della Multiple, siano forse più che liberamente ispirati alla realtà e rispecchino parecchi veri contesti lavorativi del settore.

Ma cosa è cambiato davvero oggi, rispetto a dieci anni fa nel mondo dei call center? O forse sarebbe più corretto chiedersi: è cambiato qualcosa dal 2008 a oggi? Come si percepisce il telemarketing e il mestiere di operatore di call center dal punto di vista di dipendenti e di consumatori?

ferilli ramazzotti

A giudicare dalle notizie di cronaca delle ultime settimane, la situazione non sembra molto cambiata. Numerose notizie di poche settimane fa danno testimonianza, soprattutto nel sud Italia, di telefonisti pagati pochi centesimi l’ora con contratti decisamente precari e costretti a turni massacranti, senza pause neppure per i più banali bisogni. Nonostante le vertenze, gli esposti e l’attenzione dei media, nulla sembra cambiare concretamente, soprattutto ora che alla forza lavoro dei call center nostrani si è aggiunta la “concorrenza” degli operatori, outbound o inbound, che chiamano o rispondono anche dall’estero.

“Tutta la vita davanti”, dunque, resta, ancora oggi, un film attualissimo nella spietata analisi di un sistema che ha subito l’evoluzione del progresso, ma che, di fatto, è rimasto brutalmente indietro rispetto all’attenzione verso il lavoratore e il cliente.

telefono

Lasciando da parte i numerosi casi raccontati dalla cronaca in questi anni, in cui le tecniche di vendita sono perfino sfociate in reati penali ai danni dei consumatori, il modo di percepire questo mestiere da parte della società è ormai tristemente avvezzo al precariato generalizzato che attanaglia ogni settore. Prima il libro e poi il film del 2008 hanno avuto il pregio si squarciare il velo su una realtà all’epoca sconosciuta ai più, scuotendo le coscienze, ma purtroppo, all’atto pratico, la situazione di oggi sembra essere talmente più drammatica della peggiore fantasia, da non stupire quasi più, neppure quando diventa cronaca. Questo senso di assuefazione dell’opinione pubblica è, senza dubbio, dovuto ai dieci anni intercorsi di crisi economica che ancora ci serra, alla disoccupazione altalenante e alla confusione politica anche a livello europeo. Le società e i titolari fantasma, i contratti precari, i centralinisti in nero e gli stipendi eccessivamente bassi sono i nodi scomodi che hanno sempre portato alla ribalta della cronaca i call center dal punto di vista del mondo del lavoro, ma neppure questi riflettori sembrano riuscire a cambiare le cose ancora oggi.

film

A ciò si aggiunge la crescente diffidenza dei consumatori contattati o l’insoddisfazione di quelli che si rivolgono ai call center per richiedere informazioni o risolvere problemi, a causa delle attese o della poca preparazione degli addetti, non propensi a formarsi, né a preoccuparsi dei loro risultati, viste le loro condizioni di lavoro. Di sicuro, per non fare confusione, è necessario distinguere tra i call center adibiti alla vendita e le help line che rispondono alle chiamate degli utenti. Concentrandoci sul telemarketing, l’aggressività delle tecniche di vendita e la poca trasparenza sono le piaghe che i consumatori percepiscono e lamentano quotidianamente. Inoltre, ascoltando le testimonianze dei lavoratori, costretti a condizioni di lavoro ai limiti della dignità, che neppure dieci anni di inchieste e proteste sono riuscite a migliorare, si comprende come siamo ancora ben lontani da una vera evoluzione in questo settore.

platone

Chissà se, prima o poi, proprio come nel mito della caverna di Platone, che Marta racconta alla piccola Lara per addormentarla, prima o poi le aziende, insieme ai lavoratori e ai consumatori stessi, spezzeranno le reciproche catene e riusciranno a uscire dal buio e dalle ombre che ancora circondano le dinamiche di lavoro dei call center, capendo che anche nel telemarketing può e deve esserci un’etica, sia per chi lo fa, sia per chi lo subisce.

Alessandra Rinaldi

 

“La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quello che nasci” di Federico Fubini

fubiniDove andreste, se aveste una macchina del tempo? Se la vostra risposta è nell’Italia rinascimentale delle grandi famiglie di signori e mecenati, potete essere soddisfatti (o forse no), perché confrontando, ad esempio, la Firenze attuale con quella del Quattrocento, i nomi delle famiglie più ricche e illustri e di quelle più povere e umili sono rimasti gli stessi, quasi come se così tanti secoli non fossero passati affatto. Se ne sono accorti alcuni ricercatori della Banca d’Italia e, a partire dall’analisi sul campo di questo studio dai risultati desolanti, il giornalista Federico Fubini ha posto le basi per il suo nuovo libro, “La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quello che nasci”, una magistrale inchiesta sulla scarsissima mobilità sociale del nostro Paese, edita da Mondadori.

fubini

Dalle strade di Firenze, dove tutto sembra immutato rispetto ai tempi de’ il Magnifico, se si esclude la possibilità di imbattersi in artisti come Brunelleschi e Donatello, alle scuole di Mondragone, uno dei comuni più difficili della provincia di Caserta, Federico Fubini analizza, con l’acume che lo contraddistingue, come la fiducia delle nuove generazioni verso un futuro più florido sia direttamente proporzionale alle condizioni economiche e culturali nelle quali i giovani crescono e si formano, fin dalla nascita. Partendo da questa considerazione, tuttavia, e in seguito a un interessante percorso coi ragazzi di un Istituto Professionale della cittadina, Fubini dimostra come la possibilità di dare inizio a un’inversione di tendenza verso un concetto di meritocrazia sostanziale stia proprio tra i banchi di scuola.

fubini

In un Paese politicamente confuso, economicamente allo sbando e culturalmente povero, a dispetto dei tesori storici e artistici che possiede, l’immobilismo sociale, infatti, è un’aggravante che paralizza le nuove generazioni in classi sociali spesso più drammaticamente granitiche di quelle medievali: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e quella piccola borghesia di risparmiatori nati dal boom economico che annaspa e vede i propri figli incapaci di raggiungere un benessere superiore o, peggio, fuggire all’estero in cerca di attenzione e gratificazione, ancor prima che di uno stipendio.

fubini

Lucido, ma ottimista, Fubini mette a confronto alcune scuole lungo tutto lo stivale prima di dedicarsi ai ragazzi di Mondargone e si accorge sin da subito che la fiducia verso l’avvenire e verso il prossimo cambia drasticamente già a seconda del luogo di nascita, oltre che delle condizioni socio economiche e culturali. Rispetto a quelli di Milano o di Roma, un pericoloso miscuglio tra tristi realtà e drammatici luoghi comuni sull’impossibilità di realizzare i propri sogni, popola la mente dei disillusi teenager di Mondragone. Fubini lo capisce e decide di metterli e mettersi alla prova. In questa inchiesta che va ben oltre le statistiche, l’autore presenta a quegli studenti meno fortunati una serie di personaggi dalle vite sorprendenti, tutte accumunate da un successo tanto imprevedibile, quanto inaspettato, ma sempre meritato. Ognuna delle storie che Fubini fa raccontare ai ragazzi evidenzia come non conti il punto di partenza, neppure per quel che riguarda natali e conto in banca, bensì il punto di arrivo e il percorso, spesso perfino rocambolesco, che ha condotto ciascuno degli intervistati al proprio traguardo personale. Fubini dimostra così che il potere dell’esempio di chi ce l’ha fatta fa presa perfino su ragazzi che provengono e vivono quotidianamente situazioni difficili dalle quali sembra impossibile prendere le distanze, immaginando un futuro diverso.

fubini

Fubini racconta anche di se stesso, cercando di spiegare, con un interessante excursus della recente Storia economica d’Italia, il perché di questo immobilismo sociale, nonostante il progresso e le potenzialità del nostro Paese, ma non è facile capire se le caratteristiche patrimoniali italiane così pietrificate siano una causa o una conseguenza della situazione attuale e forse non è neppure così importante. Per cambiare le cose, secondo l’autore, si possono mettere in atto soluzioni pratiche e concrete utili a prescindere dalla storia e, perfino, dalla geografia del nostro Paese. La protagonista di queste soluzioni può e deve essere innanzitutto la scuola che, col suo potere di allargare le menti anche di chi è stato meno fortunato degli altri, deve poter dare prospettive concrete e non solo titoli di studio. Da qui deriva la necessità di modernizzare il nostro sistema scolastico, dai programmi, agli insegnanti, guardando a molti esempi virtuosi in tutto il mondo che non sono impossibili da imitare, per quanto adattati alla nostra indole e cultura mediterranea. Solo cambiando il nostro modo di percepire passato, presente e futuro, si potrà garantire una base di partenza più simile possibile per tutti e quindi orizzonti sempre più lontani, fuori e dentro il cuore dei nostri ragazzi.

Alessandra Rinaldi