Maurizio Carta: Augmented City – un masterprogram per i tempi che cambiano

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La città: Smart o Augmented? Con una visione profondamente lucida, ed in un certo senso fortemente pionieristica, l’architetto e urbanista Maurizio Carta, Professore ordinario di urbanistica del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, ci invita a Re-immaginare l’urbanistica e, di conseguenza, a rileggere la città in quanto realtà “aumentata”, ovvero una città che adatta il proprio metabolismo a quello dei suoi abitanti piuttosto che una città tradizionale dotata di protesi tecnologiche.

Nella la sua proficua attività, densa di studi e pubblicazioni, tra cui citiamo “Reimagining Urbanism. Città creative, intelligenti ed ecologiche per i tempi che cambiano”, diventa imperativa la necessità di un nuovo approccio da adottare rispetto alla pianificazione ed alla rigenerazione di una città o di un territorio: un sistema in grado di ristabilire l’equilibrio fra le potenzialità, rilevare nuovi paradigmi, parametrizzarne i picchi di creatività presenti, utilizzare le criticità per ricostruire un programma funzionale e sistemico.

Emerge dunque un nuovo sistema in grado di leggere il mondo come organismo matabolico, ricettivo, sensibile e perturbabile e, come tale, veramente sondabile in profondità solo nell’ottica di un approccio strategico profondamente cosciente delle sue componenti. Una visione che mette in discussione i tradizionali strumenti di programmazione strategica, capaci di restituire un presente disattivo e “rasterizzato”, senza ponti con il futuro, e promuove invece un nuovo masterprogram, quale dispositivo in grado di implementare le porte di connessione fra il nostro mondo oggi e quello di domani.

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Architetto ed urbanista, ma con un approccio creativo, trasversale, emancipato dallo specialismo. Quali sono i passi che l’hanno portata ad adottare una visione più complessa del proprio ruolo?

Ho sempre creduto che l’urbanistica che voglia agire efficacemente nel dominio collettivo e produrre esiti sulla qualità della vita, sull’equilibrio delle libertà e sulla promozione della felicità delle comunità, debba essere in grado di interpretare le nuove domande sociali nel loro plurale dispiegarsi, per progettare e guidare una città delle identità e delle opportunità nell’alleanza tra le qualità territoriali e le idee e aspirazioni dei suoi abitanti. I valori etici della collettività diventano centrali per la pianificazione, non solo perché sono il luogo nel quale società e urbanistica si legano in modo più esplicito e forte, ma perché sempre di più sono strumenti della costruzione della città. Il diritto alla città di Lefebvriana memoria come impegno a “cambiare noi stessi cambiando l’aspetto delle nostre metropoli”, si traduce ogni giorno di più nella sfida compartecipativa e nella organizzazione dello spazio collettivo – non più solo pubblico – proponendo all’urbanistica nuovi obiettivi legati al mutamento di una società sempre più protagonista che voglia passare dall’attivismo alla cooperazione, dall’uso alla co-progettazione dei luoghi dell’abitare.
Oggi, nell’era della metamorfosi e nella transizione verso un nuovo modello urbano, nuove sfide attendono amministratori e urbanisti, attori e regolatori per opporre un efficace antidoto al rallentamento della capacità generativa e propulsiva delle città. Dopo due secoli caratterizzati dalla società industriale fordista – eccessivamente sbilanciata sulla fiducia nella ragione e sulle “magnifiche sorti e progressive” – dobbiamo entrare nell’età di un nuovo Antropocene, il quale non è solo caratterizzata dal primato della tecnologia dell’informazione e della comunicazione, sulla smartness urbana e sul cosiddetto “internet delle cose” in cui l’ambiente fisico che ci circonda è connesso on cloud, ma anche su una rinnovata e produttiva dimensione ecologica degli insediamenti e sui nuovi diritti di cittadinanza basati sulla cooperazione e la condivisione. In questo nuovo scenario l’urbanistica richiede non solo nuovi paradigmi e rinnovati strumenti, ma anche un recupero delle passioni, della capacità delle emozioni di guidare le nostre decisioni in maniera complementare rispetto all’indirizzo dei ragionamenti razionali generati dalle conoscenze e dalle abilità.

Per uscire mutati dall’era della crisi, le decisioni di sviluppo territoriale dovranno essere capaci di attingere anche agli impulsi emotivi prodotti dalle opinioni, dagli atteggiamenti, dalle credenze personali e collettive e dai sentimenti. Pianificare nella crisi significa – come direbbe Spinoza – non ridere, non piangere, non indignarsi, ma capire. E comprendere significa sempre più spesso utilizzare contemporaneamente un approccio razionale ed emotivo.
La mia esperienza di urbanista – come studioso, docente e anche come amministratore pubblico – è sempre stata una “riflessione in azione” sui principali temi che oggi delineano l’impegno di ricerca e l’azione progettuale dell’urbanista: la rigenerazione urbana attraverso l’azione integrata, il potenziamento della dimensione culturale dello sviluppo territoriale e l’emergere di una stagione strategica in cui il negoziato deve essere temperato dal valore delle identità. Sono convinto, infatti, che l’impegno degli urbanisti militanti debba tornare a essere un poderoso esercizio della responsabilità nell’interesse collettivo, un’applicazione del metodo scientifico non solo all’indirizzo consapevole della decisione politica, ma alla riconnessione del patto costitutivo della comunità con il territorio, nella consapevolezza che la dimensione etica della pianificazione ci impegna a fornire risposte al nostro insediamento, al nostro bisogno di abitare, alle nostre necessità produttive attraverso le capacità, sempre meno demiurgiche e più cooperative, del piano. Perché esso offra sempre adeguato rifugio dai pericoli dell’individualismo, anche quando sono il frutto generoso dell’attivismo sostitutivo della comunità.
Sono convinto che il coraggio di governare nella transizione verso un nuovo modello di insediamento umano – nelle multi-città che abitiamo – impone un approccio proattivo ai problemi, nel senso mirabilmente sintetizzato da Danilo Dolci che ha sempre fatto della sua militanza politica e sociale un impegno pedagogico: “non immaginare il diverso futuro possibile, ignorare il futuro che vogliamo, ci mutila e ottunde nel presente”, e – aggiungo io – dobbiamo avere il coraggio e la forza, la lucidità e la follia, la responsabilità e l’ambizione di realizzarlo.

Augmented city: la città si espande, densa di nuove propulsioni. Quali sono i punti di forza?

La città come luogo di valorizzazione dell’intelligenza collettiva dei suoi abitanti invoca un cambiamento di paradigma in grado di produrre un set di strumenti procedurali e operativi per coloro che vogliono accettare la sfida di ribaltare una visione sterile e poco innovativa. Abbiamo bisogno di definire un nuovo terreno di gioco per una visione alternativa più proficua, capace di rinnovare e potenziare il ruolo della città come piattaforma abilitante delle capacità umane, come acceleratore di empowerment e come moltiplicatore del capitale umano. Oltre la Smart City, per superarne la retorica ipertecnologica, voglio proporre la Città Aumentata (Augmented City) come un dispositivo spaziale/culturale/sociale/economico per connettere le componenti della vita urbana contemporanea, individuale e collettiva, informale e istituzionale, generatrice di benessere e felicità.

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Ho individuato dieci concetti chiave in grado di connettere paradigmi e dispositivi dell’urbanistica e della pianificazione territoriale per progettare la città aumentata – in senso spaziale, sociale ed economico – di fronte alle sfide del XXI secolo.
Innanzitutto una città aumentata è senziente perché ha bisogno di nuove fonti, parametri e strumenti per rafforzare gli strumenti cognitivi, valutativi e attuativi di un’urbanistica sempre più basata sulla conoscenza istantanea e distribuita e capace di produrre soluzioni tempestive, efficaci, solide e orientate ad uno scenario di cooperazione. È quindi anche collaborativa perché necessita dell’alleanza strutturale tra le dimensioni civica-tecnologica- urbana per agire efficacemente nella Sharing Society in cui viviamo, generando nuove forme dello spazio collettivo. Una città aumentata è intelligente perché capace di generare un ecosistema abilitante basato sull’hardware fornito dalla qualità degli spazi urbani e sul software codificato dalla cittadinanza attiva, ma soprattutto dotato di un nuovo sistema operativo costituito da un’urbanistica e da un progetto urbano avanzati, capaci di rispondere alle mutate domande della contemporaneità. La quarta parola chiave è produttività perché le città del futuro prossimo dovranno incentivare la territorializzazione dei makers all’interno di un nuovi distretti urbani creativi/produttivi per stimolare, agevolare e localizzare adeguatamente il ritorno della produzione nelle città, nelle forme delle nuove manifatture digitali, per la ricostituzione di una indispensabile base economica delle città, dopo gli anni della euforia per la città dei servizi. Ma la città dovrà anche essere sempre più creativa attraverso l’uso integrato della cultura, della comunicazione e della cooperazione (le 3C della città creativa) come risorse per una città attiva in grado di generare una nuova forma e una diversa crescita fondate sull’identità, sulla qualità e sulla reputazione. Una città aumentata si fonda sul riciclo degli edifici e della aree dismesse e pertanto chiede una metamorfosi del paradigma basato non solo sulla riduzione, il riuso e il riciclo delle sue risorse materiali e immateriali, ma in grado di disegnare una nuova forma territoriale in grado di cogliere le opportunità del metabolismo circolare, inserendo anche il riciclo programmato tra le componenti del progetto. Una città aumentata è quindi resiliente perché accetta la sfida dell’adattamento come dispositivo progettuale per insediamenti iper-ciclici e autosufficienti capaci di combattere proattivamente il cambiamento climatico, producendo e distribuendo efficacemente il dividendo della resilienza;: non solo nuova moneta di scambio nella economia della transizione verso lo sviluppo decarbonizzato, ma anche strumento di una perequazione ecologica urbana. L’ottava parola chiave è la fluidità che chiede di ripensare la porosità e la liquidità urbana come paradigmi proiettivi per i progetti di rigenerazione urbana che traggano dall’acqua la loro carica identitaria, producendo nuove configurazioni spaziali a partire dal rinnovo dell’interfaccia città-porto non più come luogo-soglia ma come produttore di potente nuova identità urbana.

Nell’orizzonte metropolitano, in cui anche l’Italia sta procedendo con importanti aspettative e necessari miglioramenti, è la reticolarità che definisce il passaggio da un ecosistema tradizionale basato su un obsoleto modello gravitazionale verso un nuovo e più efficace modello aumentato, iper-metropolitano basato su un’armatura di super-organismi metropolitani e arcipelaghi territoriali in grado di strutturare il sistema paese. Infine, una città aumentata è strategica perché assume l’integrazione delle componenti temporale, gestionale, collaborativa e adattiva come necessarie per rispondere alla necessità di un approccio multi-dominio e multi-attore, temporalmente orientato e indirizzato all’azione entro un modello di sviluppo meno consumatore e più produttore, in grado di attivare diversi cicli vitali per riattivare distretti, città e paesaggi, meno finanziario e più cooperativo, più metabolico e meno occasionale.
Progettare la città aumentata richiede una continua sperimentazione delle
sue declinazioni spaziali, sociali, culturali ed economiche in grado di aumentare l’intelligenza collettiva dei suoi abitanti. Ha bisogno di alimentare una nuova agenda urbana che connetta le pratiche più sensibili, i nuovi apparati normativi e le mutazioni economiche emergenti.
La Città Aumentata richiede quindi di percorrere la sfida del progetto urbanistico come connessione di livelli, di persone e di luoghi.

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Un piano strategico in senso tradizionale sembra non essere più sufficiente per descrivere, analizzare e rispondere ai bisogni di  una città. Perchè? Quali atteggiamenti possiamo cambiare?

In Europa la stagione della rigenerazione urbana ha prodotto importanti effetti sia nella revisione dei dispositivi progettuali sia nel ripensamento delle forme dell’insediamento e delle sue relazioni spaziali e umane. Ma non può essere nascosto anche l’emergere di alcune patologie che spesso hanno anestetizzato, quando non annullato gli effetti rigenerativi prospettati. La transizione del modello di sviluppo post-crisi, se da un lato ha moltiplicato il ricorso ai processi di rigenerazione urbana dal basso, contemporaneamente ha esteso l’epidemia di fallimenti derivati da un approccio dall’alto, ancora legato a precedenti paradigmi regolativi e razional-comprensivi. Le criticità della rigenerazione urbana di matrice apicale, naturalmente, non possono essere risolte solo revisionando le procedure di partecipazione, migliorando i dispositivi progettuali o innovando i processi attuativi: va ribaltato il punto di vista. Un concreto ed efficace processo per la rigenerazione di aree urbane caratterizzate da marginalizzazione e declino, da dismissione di edifici e infrastrutture, da sottoutilizzo funzionale o da cicli in debole riattivazione (mobilità, acqua, rifiuti) deve assumere un approccio che non solo rifiuti il tradizionale e ormai inefficace top-down strategico, ma che nemmeno ceda superficialmente alle retoriche consolatorie del bottom-up tattico. Serve un approccio strategico circolare, programmaticamente incrementale, processualmente ricorsivo e progettualmente flessibile, piuttosto che una strategia chiusa e simultanea. Al tradizionale masterplan rigido, istantaneo e pressoché immutabile nel corso della sua attuazione – inefficace in aree che non possano godere della destinazione di ingenti risorse pubbliche o private (ormai pressoché scomparse nelle città europee in transizione) – dobbiamo sostituire un “masterprogram” consapevolmente temporalizzato e adattivo, capace di comporre una visione complessiva attraverso l’attuazione di visioni parziali, capaci di azioni tempestive e temporanee ma che abbiano la forza generativa di nuovi futuri, che sappia attivare processi auto-poetici e auto-sufficienti.

Manifesto_CS3_lab16Ho definito questo processo Cityforming © Protocol, un protocollo progettuale – non una norma o un modello – in grado di riattivare per stadi successivi il metabolismo di un’area partendo dalle sue componenti rigenerative latenti, attivando molteplici cicli ad intensità crescente per creare un nuovo ecosistema urbano sostenibile nel tempo. Il Cityforming agisce per fasi incrementali e adattive necessarie a produrre risultati parziali che diventano la base generativa della fase successiva. Il Cityforming, procedendo attraverso le fasi della colonizzazione, del consolidamento e dello sviluppo, produce il necessario “ossigeno urbano” per la formazione di un ecosistema adeguato a generare un nuovo metabolismo che riattivi i cicli inattivi, che riconnetta quelli interrotti o che ne attivi di nuovi, più adeguati alla nuova identità dei luoghi.

Cosa significa adottare un approccio sistemico creativo e integrato tra le competenze nell’ambito della pianificazione e progettazione urbana?

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Ho scritto un libro intitolato “Re-immaginare l’urbanistica” (Re-imagining Urbanism, List, 2014) non per proporre una nuova parola-totem o un nuovo mantra capace di produrre effetti al solo nominarlo.
Credo, invece, che l’innovazione in urbanistica richieda un rigoroso esercizio di volontà, responsabilità e competenze che si fondino su un “buon governo” delle città – sempre più spesso dovendo gestire sia la contrazione che la metropolizzazione – basato su un nuovo pentagramma: visione, strategia, progetto, regole e comunità. Un pensiero differente e una filiera di azioni per i tempi nuovi, capaci di re-immaginare il progetto urbano, territoriale e paesaggistico. Dobbiamo tornare a guardare il territorio come risorsa generativa e non solo come spazio di consumo, attingendo alle energie del nuovo magma partecipativo in cui la questione giovanile, i lavoratori della conoscenza e le economie della sostenibilità si miscelano producendo un nuovo territorio che dobbiamo imparare a esplorare, a interpretare, a regolare e a progettare anche con la capacità di affrontare le nuove forme dei conflitti – sociali, culturali, etnici, ecologici, funzionali e sempre più spesso economici – che trovano nella città genesi ed eruzione.
Metamorfosi è la nuova e potente parola chiave del futuro. Numerosi segni ce la facevano intravedere, molteplici indizi ci indicavano la sua strada durante gli anni propulsivi della globalizzazione, ma li abbiamo ignorati in modo anestetico. Oggi invece saremo costretti a praticarla durante gli anni recessivi della crisi e le società del futuro – e le loro città sempre più smart, creative e green – dovranno agire entro uno stato di perturbazione che non sparirà presto, e che ci lascerà profondamente modificati. Dovranno essere in grado di riattivare i propri capitali (spaziali, relazionali e umani) guidate da una urbanistica in grado di garantire nuove forme di convergenza tra sostenibilità culturale economica, ambientale e sociale sia attraverso l’adozione di rinnovate visioni di futuro, sia attraverso l’uso di nuovi paradigmi ma anche attraverso la qualità delle decisioni e l’efficacia dei progetti.
L’impatto dei paradigmi ecologico, tecnologico e creativo non produce effetti solo sulle nostre azioni sociali in relazione con l’ambiente, ma interviene profondamente sui metodi e sul modo di pensare delle discipline che forniscono i principi e gli strumenti per governare e modellare l’ambiente in cui viviamo.
Gli scenari tumultuosi che ci circondano e l’orizzonte in rapido mutamento che abbiamo davanti non ci permettono di aspettare più nel cogliere la sfida a re-immaginare e ripensare l’urbanistica, perché nelle nostre orecchie suonano profetiche – e sono un potente viatico per l’azione – le parole di Bob Dylan, poeta per un mondo nuovo:

Come gather ‘round people wherever you roam

And admit that the waters around you have grown

And accept it that soon you’ll be drenched to the bone

If your time to you is worth saving

Then you better start swimming or you’ll sink like a stone

For the times they are changing.    

Un’esperienza positiva di approccio creativo alla città che possa essere di esempio anche per altre.

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Sono passati solo sei anni da quando è nata quella piccola ma potente stella nell’universo della creatività che si chiama FARM Cultural Park a Favara. Da quella scintilla creativa scoccata nei Sette Cortili dalla visione e passione di Andrea Bartoli e Florinda Sajeva, da quel vero e proprio evento cosmico nell’universo dell’arte contemporanea, del design,  dell’architettura, dell’innovazione sociale è stata generata un’energia vitale che ancora oggi non si arresta, anzi sta producendo importanti effetti non solo a Favara, ma in molte altre parti della Sicilia e nel mondo. La notorietà di FARM, e Favara, oggi non ha confini, ed è una delle prime mete mondiali per il turismo culturale e per i flussi degli innovatori. Non è un caso che uno dei recenti Google Camp dedicati ai future trends abbia tenuto una delle sue sessioni proprio qui. Ma, nello spirito della nostra navigazione, non è della energia creativa di Farm che voglio parlare – è stato fatto molte volte – ma vorrei guidarvi nel seguire l’emissione delle onde gravitazionali della sua potenza per rintracciare gli esiti estesi, duraturi, profondi che quel luogo, quelle persone e le tante che si sono aggiunte in un progetto sempre più corale hanno prodotto in soli sei anni. Ai Sette Cortili, il cui programma evolutivo non si è mai fermato, trasformandosi ed estendendosi in continuazione, si sono aggiunti altri epicentri di creatività che hanno arricchito l’armatura culturale di Favara. La Valle degli orti urbani, progettata da Giacomo Sorce e Manfredi Leone, che ha riattivato lo straordinario paesaggio vegetale del grande vallone ricucendo una parte di città che dal Castello arriva all’ex Macello, oggi trasformato in sede per attività didattiche e sperimentali – il Favara Future Fab – grazie ad un accordo con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo. Palazzo Cafisi, splendida dimora padronale, si trasforma in un laboratorio di performance artistiche in cui tradizione e innovazione si fondono generando esperienze immersive per il visitatore. Da un gruppo di abitazioni in centro storico è nato, dal genio di Lillo Giglia, Quid VicoloLuna, un luogo ibrido tra galleria d’architettura, ristorante, spazio espositivo e centro culturale che offre un’esperienza culturale amplificata e che dopo meno di un anno ha già generato emulazioni negli edifici limitrofi, proponendosi anche come spazio pubblico della città. Ma non solo l’arte viene sospinta dalle onde gravitazionali generate da Farm, perché anche il tessuto imprenditoriale ha ricevuto uno straordinario impulso. La piazza Cavour è oggi un pullulare di luoghi del gusto che puntano sulla qualità dello spazio e del cibo in una esperienza sinestesica imperdibile. Il Belmonte è un design hotel che completa l’esperienza artistica di Farm e che a breve, grazie allo spirito imprenditoriale di Antonio Alba, inaugurerà una nuova sede spettacolare nel Palazzo Piscopo sapientemente restaurato dallo Studio Architrend con coraggiosi inserti di contemporaneità, come un nuovo volume che funge da corpo scala ma che si candida a diventare un nuovo landmark urbano. A Favara niente è come vi aspettate che sia. Il negozio di abbigliamento Livreri If è anche uno spazio culturale, una piazza diventa, grazie a Pino Guerrera, una casa sull’albero che potete affittare su Airbnb, uno slargo viene riattivato da ragazzi che affermano la volontà di riscatto, un giardino diventa una cucina all’aperto a chilometro zero. Zighizaghi, progettato da Francesco Lipari e Giuseppe Conti, è un nuovo giardino urbano multisensoriale che si fa  piazza pubblica attraverso la cultura del dono tipica dell’oriente. E poi il Castello di Chiaramonte, che da silente spettatore del declino oggi è protagonista di una rinascita creativa.

Questo è quello che io chiamo l’F Factor, il fattore Favara che sta perturbando in maniera positiva non solo un territorio, ma l’intero sistema della rigenerazione urbana. Un fattore composto da luoghi, quelli che vi ho descritto insieme ad altri, fatto di talenti, distribuito nelle persone che credono al progetto e che lo raccontano in giro per il mondo. Un fattore Favara che si rispecchia nei volti delle persone, delle famiglie – tutto è nato da una famiglia – che animano questa avventura, e che saranno i protagonisti del prossimo Children’s Museum per educare i bambini alla bellezza. Un fattore che si identifica non solo con i talenti, ma risiede soprattutto nella loro capacità di tessere reti, di stimolare emulazioni, di costruire un ecosistema della creatività e dell’innovazione sociale che oggi è indispensabile per ripensare il destino dei centri urbani.

Un laboratorio per i bambini sulla resilienza: quali metodi utilizza per coinvolgerli sul tema?

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Il ciclo di lezioni su Opensource Urbanism che curo all’interno di SOU la School of Architecture for Children istituita entro FARM intende seguire un sogno racchiuso nell’acronimo LATU (Lower Age To Urbanism), cioè “abbassiamo l’età per l’urbanistica” per rendere la sensibilità , l’approccio e le tecniche dell’urbanistica una componente della nostra vita quotidiana.
L’urbanistica non deve essere solo una disciplina tecnica che richiede adeguata preparazione ed efficaci strumenti, ma deve diventare un modo collettivo di vedere la città e il territorio, il paesaggio e l’ambiente, le case e gli spazi pubblici, i trasporti e le imprese. Il ciclo di Opensource Urbanism vuole attivare l’urbanista che è in ognuno di noi perché sappia contribuire a quella parte sempre più importante che è l’urbanistica collettiva e collaborativa, mettendo in condizione la comunità, fin da piccoli, di capire le conseguenze delle scelte che riguardano i luoghi di vita e di lavoro, di comprendere le alternative tra le scelte di mobilità, di valutare le migliori azioni che riguardano l’energia e i rifiuti.
Come nella programmazione informatica il software della città, l’urbanistica, non è più precompilata da una azienda e distribuita agli utenti senza possibilità di cambiamento, ma diventa un software aperto che impara e migliora dalla relazione con i suoi utenti, gli abitanti, che si arricchisce di altre parti di codice che non erano state previste, in modo da adattarsi sempre più alle esigenze delle singole comunità invece di pretendere che le persone si adattino a visioni astratte.
In questo modo l’urbanistica torna ad essere capace di aiutare le città o le
tante forme di luoghi in cui viviamo ad evolvere come organismi viventi,
poiché animati della vita dei loro abitanti, delle nostre vite.
Il metodo è quello della gaming education un insegnamento che si traveste da gioco per veicolare ai bambini concetti complessi in maniera semplice e seducente in modo che le informazioni si trasferiscano in maniera piacevole nella loro coscienza e che, applicandole giocando, diventino patrimonio naturale del loro modo di pensare.

Giorgia Less

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Valeria Farina e Raffaele Giaquinto: Storia di MAAM, Maternity as a Master

cover-libro-maamSecondo una ricerca Istat resa nota lo scorso anno, in Italia una donna su quattro non torna al lavoro dopo la maternità. Preparate, qualificate, brillanti, non importa che ruolo avessero prima di decidere di diventare madri, ancora troppe donne nel nostro Paese si trovano all’angolo, costrette a scegliere e sottilmente escluse da un sistema che quasi instilla in loro un velenoso senso di colpa, senza la minima possibilità di ricercare un equilibrio.

È di pochi giorni fa, invece, la notizia dei risultati di una ricerca condotta da Save the Children, secondo la quale, in Italia, un minore su tre è a rischio povertà ed esclusione sociale. Lo sport, la cultura, l’integrazione diventano quasi bisogni secondari di fronte alla cattiva alimentazione e alla difficoltà di avere una casa calda e accogliente.

Potrà sembrare ardito, ma, mettendo insieme i pezzi di questo triste caleidoscopio, ne esce una fotografia impietosa del Bel Paese, trasversalmente fuori dal tempo. L’Italia non è un Paese per donne. L’Italia non è un Paese per bambini. E se dicessimo l’Italia non è un Paese per bambini perché non è un Paese per donne?

Bisognerebbe riscattarsi una volta per tutte dall’idea che, per crescere un figlio, bisogna rinunciare a qualcosa o affidarsi ai bonus una tantum, neanche fossimo in un videogioco perverso. Non solo il welfare, ma anche e soprattutto il mercato del lavoro dovrebbe mettere seriamente sulla bilancia delle proprie priorità l’idea che rispettare gli equilibri della società, facendo entrare a far parte delle voci dei libri contabili il rispetto della maternità e della famiglia, in qualsiasi modo nasca e di qualsiasi tipo essa sia, rappresenti un incalcolabile e impagabile segno di benessere delle nostre aziende. Non si può pensare di costruire una diga che protegga il fiume dall’affluente inquinato, convincendosi di aver risolto un problema, perché prima o poi quelle stesse acque putride ci piomberanno addosso con una forza impossibile da contrastare.

Siamo lontani, ormai, dalla concezione che un posto di lavoro serva solo a sopravvivere o a pagare le bollette. Un mestiere è, oggi, sempre più il coronamento di un sogno e l’apice di un’istruzione e di un’educazione adeguate. Il lavoro dovrebbe trasmettere un’idea di futuro anche e soprattutto per le donne. È da questa convinzione, apprezzata anche dal recentemente scomparso Umberto Veronesi, che nasce il Progetto Maam – Maternity as a Master. I fondatori, Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, hanno consolidato questa loro intuizione nel saggio “Maam. La maternità è un master”, BUR, e, oggi, dopo anni di esperienza nel mondo delle aziende italiane e multinazionali, hanno creato una piattaforma che ha concretizzato il loro progetto, studiato e applicato in realtà sempre più grandi.

L’obiettivo è sradicare il luogo comune, ancora troppo presente nel mondo del lavoro nostrano, che la maternità per una donna sia sinonimo di perdita di lucidità, energia e perfino competenze, togliendole l’opportunità e il diritto di essere la preziosa risorsa di sempre per la propria azienda. La maternità, invece, secondo Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, è una straordinaria occasione di crescita per una donna e di acquisizione di nuove abilità per cui, col sostegno delle aziende, le competenze genitoriali possono diventare le basi per la costruzione di nuove pratiche di leadership per tutte le lavoratrici che saranno maggiormente portate all’ascolto, all’empatia, alla corretta gestione delle difficoltà e al miglioramento dell’organizzazione del lavoro.

Nell’approfondimento che segue Valeria Farina e Raffaele Giaquinto, due colonne della squadra Maam, rispettivamente responsabili di Sales & Marketing e di Customer Care & Communication, ci raccontano come è nato e come è cresciuto nel tempo l’ambizioso progetto Maam che sta avendo un grande successo e un ottimo riscontro in tante realtà aziendali, grazie anche all’entusiasmo del team che lo rappresenta.

Ecco dunque che la conciliazione tra il lavoro e la famiglia diventa un imprescindibile tassello di un equilibrato approccio sistemico non più solo al mondo del lavoro, ma alla vita stessa.   

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Come nasce il progetto “MAAM – Maternity as a Master” e in cosa consiste? Tracciamo un bilancio di questa esperienza, tra difficoltà e obiettivi raggiunti.

 

Maam – Maternity as a Master, nasce in Italia, Paese in cui, secondo fonti Istat, una donna su quattro non torna al lavoro dopo la maternità. Nel nostro Paese la maternità viene trattata dal sistema come un’anomalia: una “crisi” che si ripete sempre uguale, spezzando il ritmo del lavoro e della carriera delle donne. Per un anno, nel 2013, abbiamo fatto ricerca e abbiamo scoperto che le neuroscienze, le scienze comportamentali, ed evidenze empiriche dicono che con le esperienze di cura che riservano ai figli, le neomamme imparano e allenano alcune competenze che sono proprio le competenze chiave del mondo del lavoro di oggi.

A settembre 2014 è uscito con BUR il libro “Maam: maternity as a master”, ideato a scritto dai fondatori del progetto Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, il quale ripercorre le tematiche chiave di questo innovativo percorso di cambiamento in cui le competenze genitoriali diventano la base per costruire pratiche di leadership. Da qui sono partiti i workshop in aula proprio su queste tematiche, in grandi aziende quali Nestlè, Ikea, Pirelli e altre.

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Crescere, semplificare, velocizzare: tre concetti fondamentali per il benessere e lo sviluppo di donne e uomini, sia nella vita di tutti i giorni, sia in contesti lavorativi. Cosa ha significato per voi applicare un approccio sistemico per sviluppare il vostro innovativo progetto?

 

Proprio nell’ottica di crescere, semplificare e velocizzare, a inizio 2015 dalla formazione tradizionale abbiamo deciso di virare al digitale. Per aumentare la scalabilità dell’impatto sociale del nostro progetto ci siamo appoggiati alla tecnologia, che ci ha permesso anche di aumentare sensibilmente la capillarità del programma Maam. È nato così Maam U: l’unico programma al mondo che valorizza il potenziale formativo dell’esperienza di maternità, trasformandola in una palestra di competenze soft utili anche sul lavoro, e restituendo all’azienda una risorsa più forte e consapevole, proprio come se la lavoratrice rientrasse al lavoro dopo un master.

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“MAAM” ha rivoluzionato il rapporto tra maternità e lavoro, sottolineando le capacità e le competenze che la maternità permette di assumere e che sono spendibili con successo anche in contesti aziendali. Che consiglio dareste a chi, oggi, si trova a conciliare le esigenze della famiglia e del lavoro, in un momento di transizione così complesso per il nostro Paese?

 

Alla base di Maam c’è Riccarda Zezza che quattro anni fa ha fondato il cosiddetto Piano C, proprio perché riteneva che non potesse esistere solo la scelta tra Piano a (lavoro) e Piano b (famiglia) e, siccome non la vedeva, l’ha creata! Qui sta la forza del nostro messaggio: il fatto che fino ad oggi la maternità sia considerata un freno per la crescita lavorativa, non significa che sia giusto, né vero. Le donne, con la maternità, stanno entrando a piena forza nel mercato del lavoro oggi, e nel farlo portano con loro la potenza della generatività, sta al mercato coglierla per utilizzarla al meglio, invece che buttarla via.

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Raccontateci un episodio che vi è rimasto particolarmente impresso e che vi ha fatto comprendere che “MAAM” sta percorrendo la strada giusta.

 

Il passaggio dalla formazione tradizionale a quella online ci ha permesso di raggiungere le donne ovunque (oggi siamo in centocinquantaquattro città nel mondo, toccando Europa, Australia, America e Sud Est Asiatico) e soprattutto nel momento di massima complessità, come è, appunto, il congedo. Nei due anni precedenti di workshop avevamo raccolto tanti feedback positivi, eppure ricevere la prima mail di ringraziamento e di incoraggiamento (dall’account del marito, in un’area d’Italia con bassissima connettività) da una neomamma che stava facendo il percorso online è stato il segnale tangibile che stavamo percorrendo la strada giusta.

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A cosa state lavorando attualmente? Quali sono i vostri programmi per il futuro?

 

Il più importante dei nostri progetti è che a metà gennaio 2017 lanceremo la piattaforma per i padri. Il nostro prodotto, proprio perché digitale, si evolve con le esigenze che il mercato propone, e la paternità è una sfida che noi abbiamo prontamente colto. Stiamo anche lavorando alla nuova release della piattaforma che, grazie ai feedback ricevuti dalle utenti, risponderà ancor meglio alle loro necessità di utilizzare al massimo questo grande periodo di cambiamento per scoprirsi più forti e pronte a rientrare nel mercato del lavoro!

Alessandra Rinaldi

www.maternityasamaster.com

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Gabriella Greison: dalla Fisica alla Narrativa, all’insegna della Divulgazione e della Fantasia

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Ritrovarsi seduti alla stessa tavola porta spesso alla luce la vera natura delle persone. Questa volta non si tratta semplicemente di un luogo comune, ma di un originale pretesto per sbirciare nell’intimità e nella personalità di chi ci ha ispirato durante gli anni della nostra formazione. Ci è riuscita magistralmente Gabriella Greison, fisica, giornalista e scrittrice, nel suo ultimo romanzo, “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, Salani Editore. È il 29 ottobre 1927 e, a Bruxelles, si è appena concluso il V Congresso Solvay della Fisica che ha avuto per protagoniste alcune tra le menti più eccelse del secolo scorso come Albert Einstein, Marie Curie, Niels Bohr, Arthur Compton, William Bragg e Irving Langmuir, tra cui ci sono i fondatori della Fisica Quantistica come la studiamo oggi. Dai tavoli di studio, a quelli apparecchiati e imbanditi, gli stessi scienziati si apprestano a partecipare a una cena di gala organizzata dai reali del Belgio. Un evento realmente accaduto, del quale, però, nessuno ha mai saputo nulla, almeno finché l’impareggiabile estro creativo di Gabriella Greison ha plasmato la realtà con la fantasia, dando vita a un romanzo originale e divertente, che ha il pregio di umanizzare personaggi dallo spessore indiscutibile, spiegando anche la genesi di alcune tra le loro teorie più famose. È così che la Fisica prende corpo, trasformandosi in un romanzo davvero alla portata di tutti che, attraverso uno scrupoloso lavoro di ricerca guidato da curiosità e passione, è il frutto di un approccio sistemico in equilibrio tra scienza, letteratura e divulgazione.

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Partendo da un evento storico realmente accaduto, è riuscita a costruire “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, Salani Editore, un romanzo sorprendente e originale che, attraverso il linguaggio della narrativa, spiega la nascita delle più complesse teorie scientifiche dell’epoca moderna e svela le personalità nascoste di alcuni tra gli scienziati più geniali del secolo scorso. Ci racconti la genesi di questo libro: cosa l’ha ispirata durante la stesura?

 

Tutto è nato dall’ossessione per una fotografia, una splendida foto in bianco e nero che ritrae ventinove uomini in posa, quasi tutti fisici, di cui diciassette erano o sarebbero diventati dei premi Nobel. La foto me la ritrovo per le mani da quando ero piccola, poi l’ho vista all’Università degli studi di Milano, dove mi sono laureata in Fisica, perché un professore ce l’ha mostrata durante una sua lezione, dopo l’ho rivista all’Ecole Polytechnique di Parigi e, questa volta, era una gigantografia all’ingresso, e, successivamente, l’ho ritrovata di nuovo, da grande, quando entravo in un ufficio di quelli che la tengono in bella mostra. Ma tutte queste persone di questa foto non mi hanno mai raccontato niente, al massimo mi dicevano “guarda Einstein” o “guarda c’è pure Marie Curie”. Io, invece, mi sono appassionata a tal punto a questo più grande ritrovo di cervelli che la storia ricordi, che sono dovuta andare a Bruxelles, esattamente nel posto dove è stata scattata, ho chiesto, fatto domande, indagato. Ho trovato l’albergo dove gli scienziati hanno dormito, ho alloggiato nella stessa stanza dove dormiva Einstein, ho cercato negli archivi che tengono i documenti di quella settimana che queste grandi menti hanno passato insieme, li ho tradotti, assieme alle lettere che questi uomini si scambiavano. Ho tradotto le loro biografie, ho fatto ricerche per due anni interi. Alla fine sono riuscita a trovare la disposizione di quella tavolata alla Taverne Royale di Bruxelles dove i fisici hanno cenato subito dopo aver scattato la foto, e poi il menù della serata, e quindi ho creato il romanzo: un capitolo per ogni portata, sette portate, ciascuna con il vino dedicato. La cena era con i sovrani del Belgio, quindi l’immaginazione ha fatto il resto. Nel libro racconto tutto di quella cena, di cui nessuno ha mai saputo niente prima, di cui nessuno si è mai interessato, e, visti i documenti che avevo in mano, non potevo fare altro che crearci un libro. Prima non c’era e adesso esiste, è questa la mia più grande soddisfazione.

 

Quando e da dove nasce la sua esigenza di scrivere? Come ha coniugato la sua professione di Fisica col mestiere di autrice? È ancora possibile oggi, secondo lei, fare della scienza, della divulgazione e della ricerca un lavoro a tempo pieno?

 

Io sono fisica, dopo che mi sono laureata mi sono occupata per diverso tempo di ricerca, poi ho lavorato anche nei laboratori del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, e, successivamente, ho preso l’abilitazione all’insegnamento e ho insegnato fisica nei licei. Dopo queste esperienza ho iniziato a fare divulgazione e sono diventata giornalista professionista, occupandomi spesso di argomenti anche lontani dalla scienza. Dal giornalismo ho iniziato a scrivere libri che hanno sempre avuto un buon riscontro da parte dei lettori e non mi sono più fermata fino a oggi, dopo un percorso che mi ha permesso di concretizzare tutto quello che la passione mi spingeva a fare. Non sono scesa a compromessi, non ho seguito le idee precostituite sui posti di lavoro o su come bisogna tenersene uno, e sono andata avanti, e ancora avanti, cercando l’appagamento soltanto in quello che facevo e che mi appassionava di più.

 

Crescere, velocizzare, semplificare: tre concetti fondamentali per uno scienziato che costituiscono i capisaldi dell’approccio sistemico in qualsiasi ambito. Quali vantaggi comporta questo metodo nella conciliazione tra ricerca scientifica e mondo del lavoro?

 

Crescere è la parola più importante per uno scienziato. La crescita personale e collettiva è il motivo di tanti sforzi di tante domande a cui i ricercatori provano a rispondere e su cui si concentrano i loro lavori. Velocizzare, invece, è una parola che i matematici e i fisici conoscono bene, avendo molto a cuore il tempo e il suo utilizzo. E poi semplificare, certo, rendere più semplici possibile i concetti, le teorie, le trovate che portano alle soluzioni.

 

Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia relativa alla nascita e alla stesura del suo romanzo che le ha fatto comprendere che stava percorrendo la strada giusta…

Come ho anticipato, lo spunto è nato dalla foto che ritrae insieme gli scienziati prima della cena che, nel corso degli anni, mi ha quasi rincorso. Di sicuro il momento più importante è stato proprio quando ho deciso di trasformare questa curiosità in un romanzo e tutte le ricerche che ne sono scaturite prima di arrivare al risultato finale.

 

Che suggerimento darebbe a chi volesse seguire le sue orme in un momento di transizione così complesso e delicato per la realtà italiana? Quali sono, invece, i suoi progetti per il futuro?

Il mio consiglio è leggere le biografie dei grandi fisici del XX secolo. Dentro le loro vite c’è già tutto. Nel mio futuro c’è lo spettacolo teatrale “1927 MONOLOGO QUANTISTICO”, di e con me sul palco, regia di Emilio Russo, produzione Teatro Menotti di Milano. Abbiamo appena chiuso la prima tornata di repliche al Teatro Menotti, ma torneremo molto presto. Inizieremo, infatti, un tour negli altri teatri italiani e tutte le informazioni saranno presto disponibili sul sito del Teatro Menotti per tutti coloro che vorranno venirci a vedere. Si tratta di un’altra grade impresa, con il regista ho lavorato per costruire questa storia e la porto in scena da sola. Ogni sera sono venute a trovarci centinaia di persone, abbiamo avuto perfino il tutto esaurito: è stato fantastico! Eppure io racconto sempre di Einstein, Marie Curie, Schordinger, Dirac, Pauli, Heisenberg, Lorentz, Planck… Racconto il loro lato umano, i loro tic, le loro manie. Ho fatto bene a divorare nel corso degli ultimi anni le loro biografie, ora le posso raccontare sul palco con grande soddisfazione.

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Alessandra Rinaldi

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Luca Mollica: l’IIT e l’Approccio Sinergico

 

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Ottima scienza, ma non solo. Nella ricerca scientifica con una forte vocazione aziendale, a metà fra il mondo accademico e quello dell’impresa, la buona competitività, le collaborazioni in approccio sinergico, i progetti start-up e le applicazioni a livello industriale inquadrano uno scenario complesso ed estremamente ramificato. Per capire cosa significa “fare ricerca” oggi, non è più possibile rivolgersi esclusivamente ai grandi scienziati del passato, come Albert Einstein o Rita Levi Montalcini. La domanda che ci si pone attualmente di fronte ad un nuovo progetto è: questo tema è interessante, ma soprattutto è utile? In una realtà in movimento ed orientata per ragioni strategiche verso la settorializzazione, il Dott. Luca Mollica ci restituisce la sua esperienza come ricercatore: una storia che promuove l’eccellenza di un centro fondamentale della ricerca italiana, IIT, Istituto Italiano di Tecnologia, ma non solo. E’ anche un invito, tanto per i settori di competenza quanto per i singoli che operano all’interno del sistema, a non concentrarsi solo sulla produzione di dati ma a mantenere sempre una visione d’insieme, sublimata da conoscenze trasversali. Perché questo è positivo per l’approccio sistemico? Perché ammette la curiosità come motore propulsore, alimenta la conoscenza, stimola la creatività e crea nuovi orizzonti professionali. In definitiva, consente di recepire informazioni derivanti da altri sistemi, restituendo alla fine una misura del campo in cui si lavora ed in cui si vive. E’ la possibilità di tracciare una mappa e dire: io sono qui.

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Come nasce e qual è la mission di IIT? 

IIT è nato da un progetto governativo del 2003 che prevedeva in Italia la nascita di un istituto dedicato al trasferimento tecnologico dalla ricerca di stampo accademico all’impresa con finalità e ricadute applicative.
L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce come fondazione di diritto privato e ha una struttura ramificata sul territorio: tra questi il quartier generale che risiede a Genova, due centri a Milano, uno a Roma, uno a Torino, uno a Napoli, uno a Ferrara ed uno a Trento. La mission di questi istituti per l’eccellenza scientifica è di trasferire risultati del lavoro di ricerca scientifica che si svolge al loro interno verso progetti ad alto impatto tecnologico con una potenziale industriale.
Sebbene sia un ente statale (afferente al Ministero del Tesoro), IIT ha una struttura di tipo aziendale che si richiama a quella degli istituti “Max Planck” tedeschi. In senso più’ generale IIT vuol porsi all’interno della struttura della ricerca scientifica e tecnologica del paese come un istituto in grado di assumere competenze che siano allo stesso tempo in costante dialogo ma ortogonali come finalità con quelle dell’Università da un lato e del CNR dall’altro, come già accade in altri paesi la cui ricerca ha un ruolo di primo piano a livello globale (USA e Germania).
Relativamente alla mia attività e al mio settore faccio parte di una rete di ricercatori che si chiama Compunet che ha lo scopo principale di usare tecnologie di simulazione numerica per affrontare problemi ad alto impatto scientifico e tecnologico, riguardanti principalmente le bioscienze e le scienze dei materiali. Compunet è una rete diffusa su tutta Italia, con sede principale a Genova ma ramificata su tutto il territorio, e prevede al suo interno contratti per il dottorato di ricerca o per l’attività post-dottorale di ricerca che abbiano come obiettivo di sviluppare questa tipologia di progetti. Inoltre la rete si configura come una sorta di dipartimento trasversale per avere non solo risorse ma anche competenze di calcolo. Per fare un esempio, io mi occupo di interazione tra farmaci e proteine, ma sono affiancato (tra gli altri) da un collega che si occupa di Scienze dei Materiali dal punto di vista computazionale: due filoni della chimica fisica che però parlano a mondi fra loro completamente diversi.

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IIT è una realtà in evoluzione. Come definirebbe in poche parole il proprio ruolo all’interno dell’Istituto e del progetto di ricerca “Compunet”?

IIT rappresenta un work in progress: io sono arrivato a Genova quando la struttura dipartimentale era più basata sulla sede genovese, mentre ora si sta avviando verso una fase di transizione. In Compunet ho la fortuna di lavorare in senso trasversale con il compito di creare la massima visibilità, efficacia e capacità di creare networking con altri gruppi, dalla collaborazione individuale a quella istituzionale.
In questo momento la struttura di IIT sta cambiando ed estendendosi, in quanto è prossima la creazione del polo tecnologico a Milano, Human Techopole (HT), che si estenderà su tutto il territorio dell’area milanese dell’ex-Expo. Questo progetto, che dovrebbe durare trentacinque anni nella sua fase di crescita e stabilizzazione, si concentra su tutto ciò che compete la crescita e lo sviluppo delle tecnologie volte a migliorare le condizioni di vita umane: cibo, salute, nuove tecnologie, nuovi materiali e robotica.

In che modo coesistono competenze così diverse in termini di collaborazione interna ed esterna all’Istituto? Quali sono i suoi punti di forza?

All’interno di IIT esistono diverse competenze. Per quanto riguarda il mio settore di afferenza, la molteplicità tematica deriva dalla storia del Dipartimento a cui faccio capo, detto in origine D3 (Drug, Discovery and Developement) che si configurava come realtà unica assieme a due altri assi tematici (oltre alla sezione computazionale), ovvero la chimica di sintesi e la farmacologica.
Oggi queste realtà sono state rese in parte indipendenti fra loro per ragioni in larga misura strategiche, ma queste competenze sono tuttora in costante collaborazione: in un mondo altamente specializzato come quello della ricerca scientifica la comunicazione è essenziale.
In termini di collaborazione esterna gioca un ruolo importante cercare il collaboratore “giusto”, ossia in grado di complementare le proprie competenze su filoni di ricerca effettivamente appealing sia dal punto di vista scientifico che economico: IIT in tal senso si configura come un partner che può offrire il meglio per la disponibilità sia tecnologica che finanziaria.
Esiste all’interno di IIT una grande capacità di creare buona scienza e applicazioni di ottimo livello, ma non solo: IIT ha una capacità unica in Italia di creare start-up. Di una di queste in particolare sono anche collaboratore: si chiama BiKi (Binding Kinetics) Technologies ed è nata formalmente un anno fa con lo scopo di fornire alle aziende un software (BiKi per l’appunto) che permette di manipolare informazioni relative alla struttura delle molecole e di creare dei modelli previsionali per mezzo di interfacce intuitive e veloci. Inoltre ove necessario e’ in grado di fornire anche il miglior know-how disponibile per lavorare in tal senso in modo ottimale.

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L’approccio sistemico in tre parole: crescere, velocizzare, semplificare. Dove e perché questi concetti costituiscono un vantaggio?

L’approccio sistemico consiste nell’interpretare correttamente i bisogni del cliente, delle aziende o dei collaboratori (sia interni che esterni), in modo da approntare la strategia migliore in funzione del progetto.
Spesso nel recente passato si sono utilizzate tecnologie lente, onerose o poco funzionali semplicemente perché rappresentavano la migliore offerta disponibile al momento (ad esempio per un rapporto qualità/prezzo vantaggioso).
Il nostro approccio è molto più semplice, ad esempio nell’ambito delle collaborazioni di cui si è parlato poc’anzi: ovvero, si è preferito utilizzare una tecnologia più semplice, rispetto al miglior stato dell’arte possibile attualmente, ma applicata “intelligentemente” in modo tale da estrarre informazioni utili anche senza un’estrema finezza di analisi o preparazione o di approccio sperimentale o di calcolo. Questo perché l’efficacia e la velocità d’uso di un metodo corrisponde alla semplicità d’uso da parte dell’organizzatore.
Cerchiamo inoltre preferenzialmente collaboratori che sappiano dare un feedback sul nostro operato: l’industria, che è un grande contributore in quanto potenziale primo utilizzatore, e l’accademia, dove l’utilizzo avviene con ritmi leggermente più bassi e con priorità differenti ma con maggiore cura di dettagli significativi per valutare la bontà dei nostri metodi.
Crescere è in linea di principio facile, in questo mondo della ricerca, sebbene poi le condizioni per farlo possano rivelarsi strada facendo avverse. Nel caso di una start-up, per esempio, crescere significa avere più contratti di anno in anno, in modo da avere una rete di contatti (il famoso networking!), denaro da investire nelle persone che possono lavorare nell’azienda e un accrescimento del know-how. Parlando più personalmente e della dimensione del singolo, invece, penso che ‘crescere’ significhi avere la capacità di creare un nuovo network collaborativo tale da ampliare l’orizzonte culturale e creare di volta in volta qualcosa di nuovo, rivolgendosi a quanti più problemi possibili, simili fra loro, ma mai uguali a quello di partenza.

Un suggerimento che darebbe a chi si affaccia al mondo della ricerca oggi.

L’IIT ha una importante componente educazionale, composta di studenti di dottorato e tesisti, che si rivela essere una risorsa fondamentale per la crescita. Muovendomi da una critica sistemica e del presente stato di salute della ricerca, in questa realtà al giorno d’oggi il rischio soprattutto per un nuovo arrivato è l’eccessiva settorializzazione, ovvero diventare un generatore di dati: questo aspetto ricade in primis sugli studenti (in tesi di laurea o all’interno di un dottorato di ricerca), sottraendo loro capacità critica e visione d’insieme, tagliando le ali alla loro curiosità perché “il tempo e’ sempre troppo poco, si deve fare in fretta”. Meglio sarebbe riuscire a progettare, pensare e studiare prima di farsi influenzare troppo dalla pressione della produzione … certo senza perderla di vista!
Il consiglio che do a chi si avvicina al mondo della ricerca è prima di tutto capire che cosa vuol dire fare ricerca oggi, in un’epoca di trasformazione epistemologica ed economica. Il suggerimento è di impegnarsi in un tema complesso, con la fortuna di avere un supervisore/tutor cosciente della difficoltà del progetto che non pretenda un risultato troppo rapidamente; inoltre penso sia importante riuscire a ritagliarsi sempre un tempo per ragionare sulla sua natura del problema “out of the box”, in maniera più completa possibile. Un esempio posso trarlo dalla mia esperienza: io mi occupo di simulazioni al calcolatore di biomolecole e loro interazioni e di spettroscopia molecolare e, nonostante sia un chimico fisico di formazione, ho però scelto di conseguire un dottorato di ricerca in biologia cellulare e molecolare: durante questo periodo di formazione ho capito che, ottenendo informazioni da altri sistemi e da altri settori scientifici, riuscivo a comprendere esattamente la vastità e complessità del campo in cui mi sto tuttora muovendo.
IIT ha una forte necessità di interfacciarsi con una realtà estremamente applicativa: è il modo contemporaneo di fare ricerca, l’arte per l’arte, ovvero fare qualcosa “per la bellezza del gesto”, nel mondo di oggi non ha più senso. Esiste un commitment che pretende risposte precise e con una certa finalità, sia nell’incipit di un progetto, sia nella richiesta di un finanziamento per la ricerca. Non è più sufficiente solo l’interesse, si rende necessaria l’utilità, ovvero se il target è appealing.

“Thinking out the box”: ci racconti un’esperienza positiva del percorso che l’ha portata a comprendere l’importanza di un approccio trasversale.

Potrei raccontare di come sono arrivato in IIT. Dopo la tesi di laurea su un argomento afferente alla Scienza dei Materiali (superconduzione di materiali inorganici), durante il periodo di servizio civile presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, mi sono appassionato alle bioscienze. In seguito ho lavorato al San Raffaele per sette anni, dove ho cominciato ad occuparmi di spettroscopia molecolare e di simulazioni al calcolatore.
Quest’ultima esperienza era una sfida in cui si partiva da zero: il mio capo dell’epoca, la dottoressa Giovanna Musco, ricevette uno “starting grant”di Telethon per l’avviamento della attività di un laboratorio di ricerca. Quando ho cominciato quindi, in laboratorio eravamo io, il mio capo ed un tecnico e non avevamo altro che due scrivanie ed un bancone per lavorare! In breve tempo abbiamo cominciato a crescere, il gruppo si è ampliato, ci siamo spostati in un’area più grande ed abbiamo ottenuto risultati decisamente molto buoni. Dopo sette anni terminavo la mia esperienza e ho deciso di andare in Francia (a Grenoble) per occuparmi sempre di spettroscopia molecolare; nel frattempo avevo cominciato a lavorare alla modellistica molecolare, quindi mi dividevo tra misure e modelli numerici per interpretarle, dedicando a questi ultimi sempre maggior tempo fino a farne la mia attività principale o quasi unica di ricerca. Dopo quattro anni mi sono rivolto all’IIT ed ho fatto domanda per fare parte di Compunet: il mio era un curriculum vitae “ibrido”, in quanto avevo competenze trasversali, e pensavo di esserne svantaggiato. Tuttavia, quando sostenni il colloquio notai invece un forte interesse verso il rapporto tra la mia attività sperimentale del passato e la mia attività computazionale del presente, e verso il metodo che avrei utilizzato per lavorare sui dati: quando fui assunto, compresi dunque che il valore aggiunto non stava nella specializzazione ma nella capacità di mettere in relazione due mondi professionalmente distanti, ponendo le domande giuste al sistema e bussando alla porta del vicino che sa porre domande migliori delle tue. In sostanza sono arrivato sulla scorta di un disegno che vuole il sincretismo come filosofia dell’Istituto. Ed e’ una filosofia di vita e di fare ricerca che adotto sempre in ogni cosa di cui mi occupo, nel mio lavoro ma non solo.

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A quali progetto si sta dedicando in questo momento? Quali sono gli obiettivi futuri?

Attualmente mi sto concentrando su due diversi aspetti della chimica fisica delle biomolecole: la prima è la capacità di interpretare i dati sperimentali di velocità ed energetica di rilascio di molecole dalle proteine di interesse farmacologico. Nel 2015 e nel 2016 abbiamo pubblicato due lavori in cui abbiamo mostrato la capacità di implementare ed utilizzare un modello di calcolo del rilascio delle molecole in modo tale da ottenere un ranking corretto.
In tal senso è degna di nota una curiosità relativa alla comunicazione alla comunità scientifica mondiale dei nostri dati: essa incontra soprattutto all’inizio una certa qual “resistenza” da parte del pubblico accademico, che considera in qualche misura troppo semplici i nostri metodi, nonostante portino a dei risultati, mentre la committenza (potenziale o reale) industriale apprezza proprio la rapidità di utilizzo a dispetto del minor grado di complicazione. Questo schema è legato ovviamente alla natura dei due ambienti.
Il secondo tema su cui sto lavorando è la capacità di “parlare” direttamente ai dati sperimentali. Normalmente gli scienziati, sperimentali, teorici e “in silico” (modelli al calcolatore), non comunicano se non in modo qualitativo: lo scienziato sperimentale ottiene un risultato, mentre il teorico ottiene un risultato che potrebbe spiegare il dato sperimentale.
L’obiettivo che mi sono posto (e che tento di proseguire da anni in varie forme) è quello di riuscire quantitativamente a mettere in relazione il modello con il dato sperimentale, attraverso tecniche di simulazione, ovvero estraendo dalla modellistica un valore quanto più vicino ai dati sperimentali. È una questione complessa ma molto utile perché consente di essere estremamente analitici e di trovare il giusto collante fra le due parti.

 

Giorgia Less

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