“Il lavoro? Me lo invento!” di Lucia Ingrosso e Silvia Messa

lavoroNelle scorse settimane vi abbiamo raccontato come fare positivamente ricorso all’improvvisazione sia durante un colloquio di lavoro , sia nella quotidianità, soprattutto in un ambito aziendale , traendo da questa tecnica i migliori vantaggi.

In un momento economicamente difficile come quello che caratterizza i nostri tempi, tuttavia, per ampliare lo spettro delle nostre opportunità lavorative, potrebbe rendersi necessario mettere da parte l’improvvisazione in senso stretto e dedicarsi alla pianificazione non solo per cercare un lavoro, ma addirittura per inventarselo applicando un vero e proprio approccio sistemico.

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Lucia Ingrosso e Silvia Messa, entrambe giornaliste e colonne portanti del mensile Millionaire, hanno raccontato proprio questa nuova realtà che sta prendendo sempre più piede in tutto il mondo, nel loro nuovo libro, “Il lavoro? Me lo invento!”, Hoepli Editore, cercando di fare il punto sul fenomeno che sta spingendo molti ex dipendenti o inoccupati verso l’esigenza di mettersi in proprio nei settori più disparati e dando consigli e suggerimenti in merito.

Questo manuale sui generis, arricchito dalla prefazione di Iginio Straffi e dalla postfazione di Marina Salamon, tenta di incanalare il naturale istinto all’improvvisazione e il bisogno di assecondare le proprie attitudini con la necessità di programmare, progettare e organizzare da zero una nuova attività, in modo tale da non andare incontro ai fallimenti che spesso, purtroppo, non dipendono né dalla bontà dell’idea iniziale, né dall’impegno profuso dai neonati imprenditori per avere successo.

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La base per questo libro nasce proprio dalla ventennale esperienza di Millionaire, un magazine che dal 1991 supporta, orienta e motiva tutti quei lavoratori che decidono di fare il grande passo verso il mondo dell’imprenditoria. Proprio come Millionaire è cresciuto, adattandosi ai tempi e aprendosi, in particolare, al mondo del digitale e dei Social Network, così la redazione di esperti e giornalisti ha pensato di raccogliere tanti anni di esperienza in un vademecum imperdibile per ogni aspirante imprenditore. Ogni capitolo affronta un aspetto specifico aspetto del percorso che conduce all’avvio di un’attività in proprio, dalla necessità di capire in quale settore cimentarsi, a dove e come trovare i finanziamenti amministrandoli con buon senso, passando per la necessaria burocrazia e la pubblicità a tutto tondo. A conclusione di questo viaggio, che già è caratterizzato dall’analisi di tanti esempi di vita reale e focus schematici, c’è un capitolo che racconta più dettagliatamente le storie di persone che, dal nulla, in tutto il mondo, hanno avuto il coraggio e la costanza di inventare il proprio lavoro, avendo un grande successo.

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La parte più interessante del testo è, senza dubbio, quella dedicata alla promozione dell’attività. Molti nuovi imprenditori, infatti, sottovalutano l’importanza di farsi conoscere dal pubblico di utenti nel mondo giusto, utilizzando anche tutti i mezzi di ultima generazione a disposizione, e tendono a lasciarsi andare al fai-da-te, sprecando energie e illudendosi di “guadagnare” troppo in fretta. Illustrando le principali tecniche di marketing, dal volantino al personal branding, fino all’importanza della Web reputation e della presenza attiva sui Social Network, Lucia Ingrosso e Silvia Massa svelano molti trucchi e segreti in merito, suggerendo quando affidarsi a esperti di comunicazione e quando, invece, è possibile cavarsela da soli.

In ogni capitolo le autrici, oltre a raccontare storie di imprenditori, analizzandone fallimenti e successi, spiegano scupolosamente come muoversi nella Giungla della burocrazia, senza uscirne demotivati, e danno anche la parola a molti altri esperti e influencer dai quali c’è molto da imparare, sfruttando le idee, le strade e le informazioni pratiche che tanti nostri connazionali hanno scelto di condividere, pagina dopo pagina.

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L’esperienza di vita raccontata nel libro che più ci ha fatto riflettere, strappandoci anche un sorriso, è quella di “Il Marito in affitto”, una S.r.l. creata nel 2007 da Giampiero e Fabio Cerizza, un padre e un figlio che, oggi, hanno settanta affiliati in tutta Italia e vari Master in Europa. L’esperienza di Giampiero e Fabio è lo specchio dei nostri tempi in cui la tecnologia è così veloce, da bruciare troppo in fretta l’utilità di tanti oggetti di uso quotidiano, facendoci perdere la capacità di aggiustarli quando si rompono. Quante volte siamo così occupati in altre cose, da non poterci occupare personalmente della manutenzione di tante piccole cose che ci circondano, o addirittura, non ne siamo proprio in grado? È da questo quesito estremamente attuale che i due imprenditori hanno deciso di mettere a disposizione di tutti le “mani d’oro” dei mariti di una volta che in casa sapevano fare tutto, dalle piccole ristrutturazioni, alle riparazioni di ogni genere. Giampiero e Fabio oggi sono un punto di riferimento per tanti clienti e hanno avuto la capacità di creare e di credere in un progetto interamente improntato sulle loro capacità, insegnandolo perfino a chi ha voluto imparare dalla loro grinta, e sono un esempio di modernità e tradizione unico nel suo genere, nato solo da una cassetta per gli attrezzi e da una buona dose di coraggio. Questa esperienza, tuttavia, è solo una delle tante raccontate e descritte nel testo in ogni dettaglio.

“Il lavoro? Me lo invento!” è un libro intelligente, ingegnoso e scritto con la chiarezza e la motivazione giuste per dare concretezza ai sogni di chiunque.

Alessandra Rinaldi

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Approccio Sistemico alla Narrativa: una lezione dal passato

cover-narrativaDiventare scrittori di professione non è mai stato semplice. Né in passato, quando l’Editoria attraversava periodi più floridi, né adesso che, oltre alla crisi economica, l’avvento del digitale sta cambiando molte cose, generando sia nuove opportunità, sia momenti di confusione. Inoltre lo stretto legame che, senza dubbio, unisce la scrittura all’ispirazione fa sembrare quello dell’autore un mestiere senza regole, presumibilmente alla portata di tutti e che, quindi, non necessita di una grande preparazione specifica, oltre a un innato talento. Quando si pensa agli autori studiati sui banchi di scuola si fatica a capire se l’analisi dei testi che tutti gli studenti sono abituati a fare è solo frutto del lavoro dei critici e degli accademici o è realmente stato uno degli strumenti dell’autore stesso per ideare, rifinire e cesellare la propria opera.

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Probabilmente non esiste una risposta univoca a questo dubbio ricorrente, ma una cosa è certa: anche chi, inizialmente, ha infranto tutte le regole inseguendo il proprio stile e rivoluzionando la letteratura di un periodo o di un altro ha finito per creare, anche involontariamente, regole nuove che, di generazione in generazione, sono diventate emblematici paradigmi per gli aspiranti autori. È proprio in questo, in fin dei conti, che consiste l’approccio sistemico alla scrittura e in particolar modo alla narrativa, soprattutto da quando si è affermato il genere del romanzo, a noi ancora oggi così caro. Le tecniche di scrittura, i generi letterari, la costruzione delle storie in modo equilibrato e complesso possono cambiare nel corso dei secoli, ma restano sempre i mattoni fondamentali con cui costruire le mura portanti dell’opera, senza dimenticare il cemento del talento e dell’ispirazione.
Un’importante lezione su cosa significa applicare un approccio sistemico alla narrativa ci viene proprio dal passato, da due autori che hanno contribuito in modo insostituibile a plasmare la letteratura di oggi: Henry James e Edith Wharton, colleghi e amici anche nella vita privata, i cui scritti fondamentali sul difficile mestiere di scrivere sono stati uniti e messi a confronto in “Narrativa. Istruzioni per l’uso”, Dino Audino Editore.

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Questo testo è suddiviso in due parti, entrambe nuovamente tradotte per questa edizione speciale che costituisce un insostituibile manuale di istruzioni per l’uso per aspiranti scrittori. La prima parte comprende alcuni scritti di Edith Wharton pubblicati su un periodico americano dell’epoca e poi uniti nel libro dal titolo italiano “Scrivere narrativa”. La seconda, invece, è composta da alcuni brani tratti dalle opere di Henry James “L’arte del romanzo” e “Le prefazioni”. I vari testi raccolti sono preceduti da alcuni utili spunti di riflessione della curatrice e traduttrice Federica Grossi che fanno da filo conduttore e sottolineano la profondità dei brani stessi.
Tanto è complesso e articolato lo stile di James, quanto è limpido e scorrevole lo stile della Wharton. Eppure, entrambi con la stessa efficacia, esprimono l’attenzione e la precisione necessarie a qualsiasi aspirante scrittore per approcciarsi a questa professione in modo analitico e rigoroso, applicando sistematicamente un metodo di costruzione e stesura della propria idea originale che possa garantirne la qualità intrinseca, grazie all’uso di tecniche collaudate.

narrazioneDi particolare utilità sono, oltre all’attenzione di entrambi questi autori per la costruzione dei personaggi come caposaldo trainante delle storie assieme alla loro appartenenza socio-culturale, da una parte le considerazioni di Edith Wharton sul punto di vista dal quale si affronta la narrazione, dall’altra la necessità per ogni scrittore, secondo Henry James, di possedere un taccuino di appunti assolutamente privato nel quale dare sfogo alla propria ispirazione prima di procedere alla stesura vera e propria.
In queste meta-opere di autori così importanti si cela tutta la modernità di questi scrittori che, anche nella vita, per quanto diversi, si stimarono profondamente. Nei loro consigli alle nuove leve della letteratura traspare la passione e la profondità necessarie per applicare con attenzione un metodo sistematico alla fantasia e alla creatività delle idee. Solo dall’unione tra ispirazione e sistema, infatti, nasce la narrazione delle storie.

Alessandra Rinaldi

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“Un equipaggio sotto zero” di Chiara Abbate, Simone Bandini Buti e Manfredi Pedone

coversottozeroCosa ci fanno tre formatori aziendali al Circolo Polare Artico? No, non è una barzelletta, né la trama di un nuovo film nelle sale cinematografiche, ma il cuore di un appassionante diario di viaggio scritto dagli stessi protagonisti che, col medesimo coraggio che li ha portati ad avventurarsi tra i ghiacci del Polo, ogni giorno si addentrano nella Giungla che spesso può diventare il lavoro in un’azienda.

Chiara Abbate, Simone Bandini Buti e Manfredi Pedone, infatti, sono tre formatori e consulenti che, in seguito a percorsi differenti, hanno fondato CreAttività, una società specializzata in attività formative per enti e aziende. Per dimostrare quanto non conti né il dove, né il quando, ma solo la forza del team, hanno deciso di ripercorrere la rotta Nordovest lungo il Circolo Polare Artico, a cento anni dalla spedizione di Roald Amundsen, facendo di quest’avventura una originale metafora per spiegare l’importanza della coesione del gruppo in un’azienda. È proprio dal racconto, anche fotografico, scritto a sei mani che nasce “Un equipaggio sotto zero”, Lupetti Editore.

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Scritto proprio come doveva essere il diario di viaggio dei grandi esploratori del passato, questo emozionante resoconto è arricchito da riflessioni e parallelismi che affiancano le quotidiane difficoltà aziendali ai rischi che gli stessi Chiara, Simone e Manfredi hanno corso durante la loro avventura. Inoltre c’è un particolare approfondimento verso l’importanza di affinare le proprie capacità di adattamento di fronte ai continui e non sempre consapevoli cambiamenti ai quali ci può condurre un contesto aziendale, così come un deserto di ghiaccio.

La risposta più genuina a ogni difficoltà, secondo gli autori, non è altro che l’unione del gruppo di lavoro nel quale ogni componente può e deve concorrere per il raggiungimento degli obiettivi finali, mettendo a disposizione del team il proprio essere più profondo, fatto di abilità innate e acquisite, ma anche di aspirazioni personali e necessità di guida e riscontri quotidiani. Al racconto delle dirette esperienze di viaggio si affiancano box formativi che raccolgono le riflessioni dei protagonisti, facendo dell’avventura una similitudine con la realtà aziendale e non solo una vicenda fine a se stessa.

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Un aspetto particolarmente interessante per la singolare simmetria che crea tra la spedizione artica e il clima aziendale riguarda le complesse fasi di selezione, conoscenza e aggregazione del gruppo. Gli esercizi che l’equipaggio in partenza per il Polo deve affrontare mettono profondamente in discussione ogni componente e vanno ben oltre le singole capacità che rendono ciascun elemento importante per il benessere del gruppo e il raggiungimento dell’obiettivo finale. Proprio come in un’azienda, ognuno ha il proprio obiettivo personale, differente da quello finale al quale è interessata l’azienda stessa, anche all’interno dell’equipaggio ciascuno ha le proprie motivazioni a spingerlo verso un’avventura così rischiosa. Conoscersi, raccontarsi e rispettare le storie di ciascuno dei componenti del gruppo è il modo migliore, secondo gli autori, per rendere il gruppo protagonista e cementarlo con una calce che va oltre i risultati da raggiungere a medio e lungo temine.

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La grande emozione che i protagonisti di questo viaggio rivivono nel raccontarlo a noi lettori e al pensiero di condividere quest’esperienza coi propri colleghi e coi propri cari fa comprendere quanto il confine tra lavoro e vita privata sia pressoché impercettibile quando si è soddisfatti di ciò che si fa e ci si riesce a esprimere completamente, con la consapevolezza che la formazione in azienda va di pari passo con un approccio sistemico ai cambiamenti e, a volte, per dare la giusta scossa, deve coinvolgere tutti nel profondo. Dentro e fuori dagli open space. Dentro e fuori dalle aule. A costo di andare insieme fino ai confini del mondo… anche solo leggendo un libro.

Alessandra Rinaldi

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“Tra le nuvole”: storia semiseria di un tagliatore di teste

Quante volte, guardando un film in cui i protagonisti svolgono mestieri che ci sono familiari, abbiamo esclamato: “Ma è tutto finto, le cose non vanno affatto così…”? E quante altre i personaggi delle nostre pellicole preferite hanno stuzzicato la nostra immaginazione, facendoci pensare: “Potessi fare anche io quel mestiere, la mia vita sarebbe diversa…”?

Riprendiamo il nostro viaggio all’interno del mondo del lavoro e delle varie sfaccettature del cambiamento che caratterizzano le nostre capacità di adattamento ai contesti più vari, iniziando un nuovo percorso che ci porterà ad analizzare alcuni tra i film più amati o odiati dal pubblico, per domandarci quanto le professioni svolte dai vari protagonisti siano raccontate in modo verosimile e quali siano, invece, le eventuali licenze poetiche che registi e sceneggiatori si sono concessi, a seconda dei luoghi di ambientazione e di produzione delle storie.

La pellicola che esamineremo oggi è “Tra le nuvole”, un film prodotto negli Stati Uniti nel 2009, diretto da Jason Reitman e che ha per protagonista un sorprendente George Clooney che veste i panni di un cinico manager di professione “tagliatore di teste aziendale”. Il film ha ottenuto un buon riscontro sia da parte della critica, sia da parte del pubblico delle sale, ed è stato premiato, tra le altre, dalla candidatura a ben sei Premi Oscar 2010, come Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore Protagonista e non e Miglior Sceneggiatura non originale.

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La storia racconta la vita di Ryan Bingham, interpretato proprio da George Clooney, esperto dirigente d’azienda che gira il Mondo, ingaggiato dalle compagnie più disparate, per occuparsi di sistemare gli esuberi aziendali, gestendo i periodi di crisi licenziando il personale in eccesso. Bingham è un uomo apparentemente impassibile, che è considerato un guru nel suo mestiere e lo svolge metodicamente, senza mai lasciarsi prendere dalle emozioni. Vive perennemente in viaggio, collezionando carte fedeltà e miglia aeree, e non ha affetti ai quali appoggiarsi, convinto di non averne affatto bisogno. È proprio questo infatti, che lo fa sentire realizzato nel suo mestiere: non avere legami e non sentirsi mai a casa in nessun luogo, abituato com’è a passare da una camera d’albergo all’altra. Le certezze del signor Bingham saranno pericolosamente incrinate da due fatti fondamentali che accadono nella storia: l’incontro con una donna che sembra condurre una vita molto simile alla sua, con cui avrà una storia d’amore e, ancor di più, un inaspettato cambiamento proprio all’interno della sua stessa azienda, che lo metterà profondamente in discussione. Natalie, infatti, una giovane neoassunta, ha ideato un sistema per effettuare i licenziamenti anche a distanza per via telematica, grazie allo schermo di un computer, il che taglierebbe i costi dei viaggi dei vari impiegati, eliminando, però, la componente che più fa sentire Ryan libero di esprimere se stesso nel proprio mestiere. Convinto che, anche per mandare a casa qualcuno, sia necessario incontrarlo di persona, non nascondendosi dietro a un monitor, Ryan inizierà un aspro confronto con la giovane collega, destinato ad avvicinare due realtà generazionali apparentemente inconciliabili, ma che, di fatto hanno bisogno l’una dell’altra per crescere.

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Oltre al risvolto narrativo piuttosto interessante e sceneggiato con delicatezza e trasporto, godibile grazie all’ottima interpretazione degli attori protagonisti, ciò che ci interessa analizzare è proprio la figura aziendale del cosiddetto tagliatore di teste.

Chi è realmente un tagliatore di teste? E quanto la storia narrata nel film corrisponde alla realtà dei fatti oggi come nel 2009 ad inizio di questa interminabile crisi economica?

Iniziamo col constatare, innanzitutto, che, ad eccezione di alcune similitudini con quanto accade nel film, la realtà delle aziende italiane è molto diversificata, nonostante la globalizzazione abbia uniformato molto i ritmi e le dinamiche di lavoro in tutto il mondo, soprattutto nei contesti delle multinazionali. Spesso, anche in Italia, per gestire situazioni di cambiamento aziendale che portano a una consistente riduzione del personale, ci si serve di esperti esterni, proprio come il protagonista del film, soprattutto in grandi aziende e quando il numero di posti da tagliare è così elevato, da essere considerata l’extrema ratio. Le reazioni degli interessati di fronte alla perdita del proprio lavoro sono le più disparate e imprevedibili, sia per quanto riguarda il singolo, sia per quel che concerne i gruppi di lavoro, l’azienda nel suo insieme e non meno ogni suo indotto. Tuttavia bisogna osservare che, rispetto al periodo in cui il film fu girato, proprio all’inizio della crisi economica che ci sta attanagliando ormai da quasi un decennio, la precarietà ha generato in molti microclimi lavorativi un curioso e forse inaspettato risvolto della medaglia. È senza dubbio vero che, al giorno d’oggi, se abbiamo un lavoro, vogliamo tenercelo stretto, ma, nello stesso tempo l’insicurezza dilagante e la continua pretesa di elasticità stanno cambiando la cultura delle nuove generazioni rispetto alla stabilità del posto di lavoro. Per farla breve: è normale perdere il lavoro, tanto quanto normale è chiudere rapporti di lavoro, se si è in grado di condurre correttamente la trattativa. Ecco, dunque, che questa capacità di congedare chi non è più funzionale all’azienda è sempre più richiesta anche all’interno dell’azienda, a prescindere dalla grandezza e dalla complessità dei contesti e tende, probabilmente, ad essere gestita sempre più internamente, senza ricorrere alla figura di consulenti esterni e di Società esperte. Insomma, sembra quasi che non ci sia più bisogno del supereroe George Clooney di turno per gestire situazioni che oggi viviamo più come regola e sempre meno come eccezione.

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Un secondo aspetto interessante, all’intero del film, dal punto di vista delle dinamiche aziendali, è il rapporto tra il cosiddetto senior, interpretato da Clooney, il manager esperto, abituato a eseguire il proprio lavoro sistematicamente, e la figura junior, la giovane neoassunta Natalie, convinta che gli interessi di produzione aziendale debbano essere considerati al di sopra di ogni altra esigenza, accantonando il più possibile ogni risvolto personale. Quando Natalie propone al Direttore dell’azienda di lavorare avvalendosi del Web, tagliando i costi delle trasferte, lui ne è entusiasta. Ma sarà la stessa Natalie, affiancata da Bingham durante il trainer, a rendersi conto che il tagliatore di teste è sì uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, come si dice, e per questo, spesso, è necessario essere presenti anche fisicamente laddove si sta operando, senza potersi nascondere dietro una tastiera. Anche questo aspetto, nella realtà di tutti i giorni, è cambiato nel corso degli anni e sta continuando a mutare. Così come siamo sempre più avvezzi alla facilità con cui oggi si può perdere un posto di lavoro, allo stesso modo le modalità con cui si viene licenziati stanno evolvendo. La deontologia può essere diversa a seconda delle aziende, ma la tecnologia è sempre più prepotentemente presente nelle nostre vite, tanto private, quanto lavorative. Quindi, tra e-mail e web conference, potrebbe non stupire il fatto di poter essere licenziati via Web, proprio come si può essere lasciati dal fidanzato via SMS, come accade alla povera Natalie nel film…

A far riflettere, quindi, è l’aspetto emotivo che oggi come nel 2009, interessa le dinamiche di relazione tra il cosiddetto tagliatore di teste e il lavoratore. Il personaggio interpretato da Clooney è convinto che essere privo di affetti lo renda immune dalle emozioni degli altri, tanto che la sua capacità di far andare via contenti i poveri malcapitati presenti nella sua lista nera, quasi come se perdere un posto di lavoro fosse un’opportunità di rinascita e non una sconfitta, gli permette di proporsi come life coach e di fare conferenze in tutti gli Stati Uniti, tra un viaggio e l’altro. Il suo cavallo di battaglia è il discorso dello zaino. Bingham chiede a tutto il pubblico di immaginare di avere uno zaino sulle spalle e di metterci dentro tutte le persone più o meno importanti che fanno parte della loro vita quotidiana provando a pensare a quanto peserebbe e a quanto tutto sarebbe più facile senza trascinarsi dietro il peso delle relazioni e di quelli che lui definisce compromessi. Bingham è circondato ogni giorno da decine di persone, ma in realtà è solo ed è proprio questo che ne umanizza la percezione che lo spettatore ha di lui. Nonostante il suo cinismo e il suo mestiere antipatico, chi guarda il film si affeziona a lui. Ma è facile intravedere le debolezze di qualcuno dall’altro lato di uno schermo. Come fare nella realtà? Come fare quando l’altro è collega? Il fatalismo e la rassegnazione della lunga crisi che ci accompagna ormai da anni possono venirci in aiuto e davvero darci la capacita di vivere il nostro ruolo, sia esso quello del tagliatore, sia esso quello del lavoratore? Sono solo un ammortizzatore passeggero, un antidoto alla sofferenza o un nuovo modello sociale? Siamo squali, come dice Clooney nelle sue conferenze, destinati a vivere alla giornata in un mare pieno di pericoli? O, più semplicemente, esseri umani in grado di scegliere cosa mettere nel proprio zaino?

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E noi, nuove generazioni, come stiamo imparando a scegliere?

Alessandra Rinaldi

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Sistema Scuola: il Metodo Montessori

montessori1Dopo aver girato il mondo analizzando come è nato e come funziona lo Scautismo, torniamo momentaneamente sui banchi di scuola per capire meglio in cosa consiste il Metodo Montessori, un vero e proprio approccio sistemico all’educazione del fanciullo tutt’oggi innovativo e che mette al centro il ragazzo con le sue potenzialità, esigenze e attitudini.

Tra le prime donne medico in Italia, Maria Montessori è stata pioniera in molti campi, a cominciare dalla sua vita professionale, sempre protesa verso l’innovazione e libera da aspettative e pregiudizi, fino alla sua vita privata, all’insegna del progresso e dell’emancipazione femminile.

montessori2Il suo interesse per l’educazione dei bambini, a partire da quelli più disagiati, nasce proprio grazie al suo ruolo di scienziata, tanto che il metodo scientifico, fatto di evidenze riconoscibili a tutti e sperimentabili su larga scala, la guiderà sempre anche nelle sue scelte di educatrice, portando al successo in tutto il mondo il suo approccio educativo, ancora oggi tra i più ammirati anche all’estero.

Sfrondato e alleggerito dai limiti del tempo trascorso, infatti, il metodo Montessori è tuttora tra i più utilizzati al mondo, anche e soprattutto nelle scuole del Nord Europa, spesso più all’avanguardia delle nostre. Sono numerosissime le scuole dell’infanzia, primarie, secondarie e perfino le università che abbracciano questo metodo in tutto o in parte, o che ad esso si ispirano per la strutturazione degli ambienti didattici o dei programmi di studio.

montessori3Il primo passo per l’applicazione del metodo sta proprio nella costruzione dell’ambiente che circonda il fanciullo nel quale tutto è all’insegna della natura e della naturalezza, ma nulla è lasciato al caso. È significativo, infatti, che il nido e la scuola dell’infanzia ideata da Maria Montessori sia stata chiamata Casa dei Bambini, proprio per indicare un ambiente nel quale il bambino è il vero padrone in grado di muoversi in autonomia in base ai suoi tempi e ai suoi interessi e l’adulto educatore è soltanto una figura di supporto e, quando necessario, di supervisione.

L’ambiente di apprendimento Montessori è caratterizzato da materiali e attività ideate per stimolare e favorire l’interesse dei ragazzi in ogni materia e in ogni campo, permettendo prima di tutto ai bambini di dedicarsi individualmente ai compiti che loro stessi scelgono, favorendo l’auto-correzione degli errori e unendo l’aspetto meramente cognitivo dello studio con quello fisico e più strettamente pratico legato all’attività che si sta svolgendo, in modo equilibrato. Solo così il fanciullo scopre le proprie potenzialità e propensioni, autodisciplinandosi, perché tutto attorno a lui è costruito a sua misura, e mettendosi alla prova nella concentrazione e nell’impegno prima individuale e, successivamente, di gruppo classe.

montessori4Il pensiero pedagogico di Maria Montessori raccomanda, dunque, di creare un ambiente scientificamente idoneo a favorire non solo lo sviluppo cognitivo del bambino, dal punto di vista didattico, ma anche le sue abilità sociali e morali. Proprio per questo è importante che non solo le aule, ma l’intero edificio scolastico siano accoglienti e confortevoli, per far comprendere ai ragazzi che è possibile apprendere con piacere, senza ricorrere né a punizioni, né a premi. Ogni progresso, così come ogni battuta d’arresto, fanno parte di un percorso ben preciso e ben chiaro nella mente degli educatori che dovrebbero guidare tenendo per mano e non trascinando, rispettando così i tempi e l’individualità del singolo. L’obiettivo è favorire l’equilibrio mente-corpo, la creatività, la curiosità e l’intelligenza intesa nel senso etimologico del termine come capacità di leggere dentro le cose, facendole proprie.

I docenti, quindi, anche in qualità di lavoratori, sono guida ed esempio per i bambini. Sono presenti per semplificare e non per complicare concetti ed esercizi e danno l’esempio di autocontrollo, autodisciplina ed ascolto aperto dei loro ragazzi. Mostrano l’utilizzo dei materiali e spiegano, ponendo gli allievi di fronte alla possibilità di una vera e propria relazione educativa e non di un rapporto a senso unico tra insegnante e alunno.

montessori5Sono proprio questi i concetti base che caratterizzano l’approccio sistemico del metodo Montessori: scienza, equilibrio, autoregolazione. Relazione tra ambienti, persone e materie di studio nel rispetto delle individualità che compongono il gruppo. Concetti che favoriscono il fanciullo nel suo cammino verso l’età adulta e nella scoperta di se stesso in qualità di animale sociale e che dovrebbero rispecchiare i futuri equilibri degli ambienti di lavoro a favore della produttività, del progresso e dell’amore per la civiltà.

www.fondazionemontessori.it

Alessandra Rinaldi

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Sistema Scuola: Insegnanti e Territorio

territorio 1Continua la nostra indagine sul campo circa il mondo della scuola come sistema composto da tanti organi che formano un unico corpo che deve essere il più sano e forte possibile. Dopo aver affrontato i punti di vista di studenti, generazioni di insegnanti e personale non docente, torniamo ad ascoltare gli educatori per capire quanto la scuola di oggi, sempre più propensa verso tecnologia e progresso, sia effettivamente integrata e ancorata sul territorio su cui sorge e opera. Come ogni organismo vivente, infatti, non può prescindere dalle condizioni ambientali in cui nasce e proprio a queste deve adattarsi, se vuole vivere ed evolversi, altrettanto dovrebbero fare i singoli istituti scolastici. La conoscenza e la consapevolezza del background che li circonda è fondamentale affinché ogni sistema scuola funzioni e sappia ascoltare e valorizzare ogni suo prezioso componente.

I testimoni di oggi sono Ilaria e Laura, due insegnanti di ruolo di scuola dell’infanzia e primaria nel pieno della loro carriera lavorativa, che operano in due piccole realtà del centro Italia, tra il Lazio e la Toscana, non lontano dai rispettivi Capoluoghi di Regione. Anche questa volta, per garantire la loro riservatezza, le chiameremo con nomi di fantasia, senza specificare luoghi e istituti scolastici di provenienza, riportando, tuttavia, fedelmente, quanto raccontato dalle insegnanti nelle interviste che seguono.

Dalle risposte che Ilaria e Laura hanno dato alle nostre domande si deduce che l’analisi dell’attaccamento effettivo al territorio da parte degli istituti scolastici può essere fatta da due punti di vista: esaminando il fattore ambientale naturale, da una parte, e quello antropico e culturale, dall’altra. I bambini e i ragazzi di oggi, infatti, vengono sensibilizzati dalla scuola, non senza impegno e fatica, a prestare maggiore attenzione e rispetto, sia verso l’ambiente naturale che li circonda e nel quale la loro scuola sorge fisicamente, sia verso il contesto umano che caratterizza le loro origini come cittadini, e quindi studenti, su un determinato territorio. Le principali difficoltà di integrazione verso questi obiettivi, oltre alla solita ingombrante burocrazia, sono non solo le situazioni familiari complicate di molti ragazzi difficili da coinvolgere nelle varie attività, ma anche l’alto numero di studenti provenienti da altri Paesi e quindi portatori di altre culture e tradizioni, presenti in un numero sempre maggiore e che, quindi, non è possibile ignorare. Al di là degli aspetti politici, la vera sfida della scuola del futuro, dunque, in ogni luogo e grado, è proprio far sentire tutti studenti e cittadini allo stesso livello e sullo stesso piano ragazzi che provengono da situazioni molto diverse tra loro e che hanno bisogno, assieme ai loro stessi insegnanti, di percepire la scuola come un faro in mezzo alla nebbia dei nostri tempi difficili.

 

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Ilaria: La scuola è un luogo salubre e sereno in cui i bambini si aprono a nuove esperienze, lontano dai genitori. Imparano a vivere in una nuova “Società”, diversa dalla famiglia. Mi è sempre piaciuto insegnare. Fin da ragazzina aiutavo i miei compagni di scuola a fare i compiti, poi, crescendo, affiancavo i ragazzi nello studio e nella preparazione di interrogazioni ed esami. Lavorare nella fascia d’età 3-6 anni è molto gratificante. Diventi una figura fondamentale per i bambini, quasi una seconda mamma e per me che non sono mai diventata madre… beh, mi riempie il cuore di gioia! Mi sento utile e gratificata; vedo i loro progressi di giorno in giorno, crescono imparando i sani principi che spero li accompagnino per tutta la vita. Spesso però, purtroppo, i bambini, diventando adulti ed entrando in contatto con insegnamenti sbagliati, prendono strade non sempre “raccomandabili”, ma io credo ancora e molto nel mio lavoro e non mollo. Lotterò sempre per insegnare solo “cose giuste e belle”, come dico ai miei bambini, affinché diventino degli adulti sereni ed equilibrati.

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Laura: Oggi la scuola è un grande punto di riferimento per i ragazzi, soprattutto la scuola primaria dove si apprendono le basi. Tutto sembra dissolversi con troppa facilità oggigiorno: gli affetti, le famiglie, tuttavia la scuola resta ancora una struttura presente, per quanto sgangherata. La cittadina in cui lavoro io potrebbe essere vista come una “zona di confine”. L’istituto in cui opero è tra i primi in Italia per numero di stranieri, oltre che di alunni BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) e quindi l’integrazione è per noi una sfida quotidiana e va oltre la didattica. Molti dei nostri bambini trovano stabilità e serenità solo all’interno delle aule, perché fuori le situazioni di vita sono difficili persino per gli adulti che si trovano ad affrontarle. Ho intrapreso questa carriera perché ci ho sempre creduto, anche se inizialmente non ho fatto studi di indirizzo. Quello coi bambini è uno scambio continuo. Noi docenti insegniamo la didattica, ma dai ragazzi impariamo qualcosa di più profondo sulla nostra natura umana, sia nelle classi, sia nei singoli rapporti che si instaurano. È stato proprio questo a spingermi a fare di questa passione una professione, acquisendo tutti i titoli e le competenze che mi avrebbero permesso di sviluppare la mia professionalità. Sono stata precaria per moltissimi anni in scuole private e, oggi che sono docente di ruolo in un istituto statale, ho raggiunto maggiore equilibrio, ma di sicuro ogni giorno a scuola è diverso dall’altro. Quando entri in aula ci sono tante difficoltà da affrontare, è stancante e le delusioni sono quotidiane, ma quel che resta dentro è sempre il riscontro che si ha dai ragazzi, dalle esperienze che si fanno insieme e che si condividono. La delusione più grande però, soprattutto rispetto al “mondo esterno”, è il mancato riconoscimento della nostra figura di insegnanti. In troppi criticano il nostro operato, senza sapere cosa significhi fare il docente. Non ci si improvvisa insegnanti, si studia e ci si tiene continuamente aggiornati, andando anche oltre le nozioni che si passano ai ragazzi. Ma, nonostante ciò, spesso subiamo giudizi ingiusti e ingiustificati che non fanno bene agli studenti e all’intero sistema.

 

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri quotidianamente nel tuo percorso?

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Ilaria: Abbiamo a che fare quotidianamente con tanta burocrazia. Deleghe dei genitori, verbali per i collegi, programmazioni, infortuni, autorizzazioni alle gite, privacy, piano sicurezza, aggiornamento delle graduatorie, ricostruzione della carriera, domande di trasferimento… A volte non mi sembra di fare l’insegnante, ma di lavorare in un ufficio pubblico tra le scartoffie. Un’altra piaga è la continua mancanza di fondi anche per i beni di uso quotidiano (come carta igienica, sapone per le mani, carta assorbente), figuriamoci, poi, per corsi di aggiornamento o materiali di largo consumo quali colori, fogli di carta, materiale didattico in generale, fotocopiatrice, e così via. A tutto ciò si aggiunge una diffusa mancanza di rispetto per il nostro lavoro. Troppo spesso il nostro ruolo è sottovalutato. Chi non fa questo mestiere pensa che noi lavoriamo solo cinque ore al giorno, che abbiamo tanti giorni di ferie, che cantiamo e giochiamo tutta la giornata, insomma che sia una passeggiata. È vero che all’interno del plesso scolastico io sto per cinque ore al giorno, ma a casa lavoro ancora per cercare informazioni e materiali e strutturare le lezioni che affronterò poi in classe. Per quanto riguarda le ferie non possiamo scegliere il periodo per usufruirne e, qualora riuscissimo a prenderle durante l’anno scolastico, (per un massimo di sei giorni), dobbiamo supplicare il Dirigente che ce le accordi e trovare noi stesse una sostituta, perché non devono esserci carichi economici per la scuola.

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Laura: A livello strutturale gli edifici scolastici della nostra zona e dell’Italia intera sono in situazioni disastrose e spesso pericolose. Abbiamo solai che ci crollano in testa, fognature allo stremo e aule senza neppure il necessario. Ma anche tutto ciò che riguarda la didattica e la programmazione non tiene conto realmente delle difficoltà che gli insegnanti hanno in cattedra, ogni giorno. Spesso le problematiche esterne che hanno i ragazzi e le loro famiglie non ti permettono di seguire alla lettera i programmi del Ministero, perché la scuola è vita e deve trasmettere anche i mezzi per affrontare le difficoltà o oltre alle materie di studio. Forse è proprio questo scollamento la maggior criticità dei nostri tempi.

 

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

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Ilaria: Noto che faticosamente la scuola cerca di stare al passo con i tempi, soprattutto nell’aggiornamento degli insegnanti per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ora che mi trovo a lavorare lontano dalla mia città d’origine sto frequentando diversi corsi per la scuola digitale, ma negli anni passati, quando ha lavorato vicino casa, questo non è mai avvenuto. Forse perché dove mi trovo ora si è capito quale sarà il futuro della scuola e si è riusciti a guardare oltre e ad essere più lungimiranti. Ormai i bambini nascono con una mentalità volta all’informatica e al digitale e la scuola dovrebbe utilizzare questo canale informativo per insegnare ai propri alunni.

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Laura: Devo essere sincera: nella mia carriera di insegnante ho visto più passi indietro, che in avanti. Si prova a fare tanto, un po’ di tutto per l’esattezza, ma l’“essenziale” manca sempre e, alla fine, anche quel poco che si è fatto, si dimentica. Un tempo i programmi erano meno corposi, ma si andava di più al cuore dei concetti, senza contare che, i ragazzi di oggi hanno una soglia di attenzione molto più bassa ed è difficile coinvolgerli organizzando in modo sistematico il lavoro con tanti alunni, ognuno con la propria particolarità. Forse sarebbe meglio sfrondare i programmi, lasciando le basi e una più ampia libertà ai docenti di organizzarsi anche in base alle esigenze delle singole classi per non lasciare indietro nessuno. L’informatizzazione c’è, ma non è la LIM, ad esempio, che fa la differenza all’interno delle classi. Ormai tutti i ragazzi hanno uno smartphone a disposizione e spesso sono loro a insegnare qualcosa a noi in questo senso.

 

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di donna e insegnante e perché.

 territorio 8

Ilaria: Ci sono così tanti episodi che mi sono rimasi nel cuore, che sarebbe difficile sceglierne solo uno. Sarebbe un torto a tutti quei bambini che, ognuno a loro modo, hanno contribuito alla mia crescita come insegnante ed educatrice. Naturalmente ci sono anche ricordi spiacevoli, momenti di difficoltà, spesso legati alla precarietà di questo mestiere, ma a restare maggiormente impressi sono sempre i sorrisi dei bambini.

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Laura: C’è un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso e che ancora porto nel cuore. Il primo anno, nell’istituto in cui mi trovo adesso, ho avuto una quinta classe molto problematica. C’era una bambina, Anna, che piangeva tutti i giorni in classe e non c’era verso di capirne il motivo. Verso la fine del primo quadrimestre abbiamo capito che la mamma stava male e il papà non riusciva a prendersi giorni di ferie per accudirla, così lei rimaneva spesso sola con questa mamma allettata e sotto farmaci. Verso la fine dell’anno l’intera famiglia ha deciso di trasferirsi per cercare l’aiuto dei parenti lontani. Il giorno dopo che Anna è partita ho trovato nel mio registro un bigliettino a forma di cuore con scritto: “Grazie di avermi ascoltata” e mi sono commossa. Mi era sembrato di non essere riuscita a fare molto per lei, ma anche quel poco evidentemente era stato importante.

 

La scuola in cui operi è ben inserita nel contesto territoriale in cui si trova? Secondo te riesce a rispondere alle esigenze dei ragazzi e dei colleghi insegnanti legate al territorio di appartenenza? Quali sono le iniziative che agevolano l’interazione tra scuola e territorio nella vostra regione?

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Ilaria: La scuola in cui opero è ben inserita nel territorio in cui si trova. Frequentemente il Comune organizza eventi e attività che coinvolgono scuole e famiglie. Tutti i mesi, ad esempio, la biblioteca comunale presenta iniziative davvero molto interessanti per fasce d’età e gratuite o con una piccola offerta e sappiamo quanto sia importante avvicinare i ragazzi alla lettura. Si tratta sempre di eventi cittadini legati alla stagionalità, presentazioni di libri, organizzazioni di convegni, tavole rotonde e così via. Il tutto per sensibilizzare i ragazzi al rispetto del territorio da tutti i punti di vista e alla conoscenza della loro cultura e tradizione.

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Laura: Nel nostro istituto ciò che fa veramente la differenza nell’integrazione territoriale è il lavoro “sul campo” dei docenti. Abbiamo dedicato ore e ore a parlare coi bambini, spiegando loro che tutti hanno gli stessi diritti, anche se hanno una religione o tradizioni diverse e questo significa educare alla convivenza civile e vivere a pieno il proprio territorio, rispettandolo e valorizzandolo. Se facciamo dieci moltiplicazioni in meno chissenefrega! Tutti lavoriamo per l’inserimento sociale dei ragazzi e siamo uniti in questo. Arrivano anche alcune iniziative dal Ministero che potrebbero agevolare questi processi, ma non sono sempre di grande valore e questo è un gran peccato. Molto è lasciato alla nostra iniziativa e alla nostra sensibilità di insegnanti e ci sentiamo poco supportati in questo.

Alessandra Rinaldi

 

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Sistema Scuola: Generazioni di Insegnanti a confronto

socrateDopo aver approfondito il punto di vista degli studenti, continuiamo l’analisi del Sistema Scuola. Sviscereremo l’altra metà del cuore di questo microcosmo così complesso, eppure sottovalutato, sia dalla società civile, sia dal mondo del lavoro, quasi come se, oltre ai titoli di studio, non fosse necessario coltivare l’impatto che la scuola ha sulla nostra realtà politica, nel senso etimologico del termine polis. Accanto agli alunni, infatti, il ruolo di attori all’interno delle scuole è svolto dai docenti, da sempre non solo esperti conoscitori delle varie materie oggetto di studio, ma anche pedagoghi ed educatori a tutto tondo, in grado, come diceva Socrate, di far partorire le anime degli allievi, assecondandone le inclinazioni naturali per esaltarne le propensioni.
Se quello dell’insegnante è un compito non facile dalla notte dei tempi, come è cambiato il suo ruolo nel nostro Paese dal Dopoguerra a oggi? In una scuola pubblica che, da un lato garantisce un massiccio accesso all’istruzione, ma, dall’altro soffre ancora di una forte dispersione degli allievi, sempre meno motivati, e di una crescente diminuzione dell’autostima degli insegnanti, costretti ad anni di precariato prima di raggiungere la stabilità, cosa è cambiato tra una generazione di docenti e l’altra?
A raccontarci il loro punto di vista saranno Giovanni ed Emma, nomi di fantasia, ma veri padre e figlia, entrambi insegnanti di materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e primaria, ma in epoche storiche ed economiche decisamente differenti. Giovanni è ormai in pensione da molti anni, mentre sua figlia Emma è attualmente nel pieno della sua attività lavorativa. Entrambi hanno ricoperto e stanno ricoprendo il proprio ruolo nel nord Italia, anche se le radici della loro famiglia appartengono al sud e sono stati protagonisti di una storia di emigrazione e integrazione simile a tante altre nel nostro Paese durante il secolo scorso.
Di seguito saranno gli stessi Giovanni ed Emma a esporre in prima persona le loro opinioni, rispondendo separatamente alle medesime domande della nostra intervista. Ciò che se ne deduce è che solo il confronto costruttivo può aprire strade apparentemente nascoste e costruire ponti là dove i percorsi sembrano irrimediabilmente interrotti, al fine di rafforzare l’approccio sistemico anche nella fragile scuola di oggi.

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti ha dato/ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Giovanni: Ho intrapreso il mestiere di insegnante sin dalla Maturità. Dopo la Licenza Media Inferiore avevo già scelto la scuola superiore che mi avrebbe permesso di avere il titolo per svolgere questa attività, insegnando la materia che mi ero prefissato. Ho avuto moltissime soddisfazioni da questa scelta di vita, specialmente dal rapporto coi ragazzi sempre amichevole e paritario. Parlavamo, scherzavamo quando le circostanze lo permettevano ed eravamo seri quando c’era bisogno di impegnarsi, ma senza mai perdere il sorriso. Spesso mi stupiva la loro maturità dimostrata anche in situazioni di difficoltà e ho imparato molto da loro. Non sempre le strutture scolastiche erano idonee o pronte ad affrontare i problemi quotidiani dei ragazzi, ma, forse proprio quella povertà di mezzi, ci univa a livello umano e ci permetteva di andare oltre, raggiungendo il cuore delle cose con una determinazione che forse oggi si sta perdendo.
generazioni2
Emma: La scuola è passione, pura passione. Ho intrapreso questo percorso immaginandomi insegnante fin da giovanissima. Accudire, stabilire relazioni, condurre menti attraverso percorsi fantastici alla scoperta dell’universo attorno e del proprio interiore mi è sempre sembrato il compito più misterioso e utile che si potesse affrontare.
Ho amato studiare la psicologia e la pedagogia e ho viaggiato attraverso l’aritmetica razionale per imparare a smontare e a rimontare i concetti astratti e tradurli in stimoli concreti.
La scuola, per me, rappresenta l’opportunità fondamentale e il diritto più civile alla base di ogni società. L’occasione di sviluppo più democratica mai pensata: espressione di crescita e progresso, un diritto ed un dovere, ma anche fonte di speranza per ogni tipo di cultura e di religione.
La mia soddisfazione più grande sta nel poter constatare la gioia con cui i miei alunni vengono a scuola. Scorgere l’espressione di serenità sul loro volto al loro arrivo, nel momento in cui mi seguono in un lavoro e perfino nel momento in cui sono messi alla prova; ricevere i loro continui messaggi d’amore e affetto e raccogliere le loro confidenze; sapere di essere un punto di riferimento affettivo: queste sono solo alcune delle soddisfazioni che mi muovono e mi sostengono ogni giorno. Punto di partenza e punto di arrivo.
Poter constatare progressi anche nei ragazzi che partono svantaggiati non ha prezzo. E vedere un gruppo di ragazzi che si autoregola nel rispetto reciproco e nel rispetto altrui, perché consapevoli e non perché timorosi di castigo rappresenta il successo di cui essere più orgogliosi.
A proposito di speranza, la scuola talvolta ne disattende alcune. Chiariamo però: scuola non è una entità a sé e singola. Scuola è un complesso sistema fatto di famiglie, educatori e organi territoriali.
In questo insieme articolato e delicato di speranze talvolta se ne disattende qualcuna: a cominciare dal rapporto di sinergia e corresponsabilità che dovrebbe instaurarsi in modo attivo e costruttivo tra l’istituzione scolastica e la famiglia.
Troppo spesso trovo che la famiglia concepisca la scuola quale unico luogo deputato e delegato alla crescita dei suoi minori. A volte il genitore, pur nutrendo grandi aspettative ed attese, si colloca all’esterno del percorso, con atteggiamento a priori sospettoso e percependo se stesso al di fuori, come se il processo educativo e scolastico del figlio non lo riguardasse in quanto a responsabilità.
Un’altra sinergia attesa in un sistema scolastico, ma non sempre corrisposta in misura consona, è quella che dovrebbe stabilirsi con gli organi territoriali e i committenti politici in fatto d’attenzione e di cura, specie quando si parla di fondi e finanze. Ma questo è un discorso che porta lontano, ai vertici. La spaccatura tra chi lavora e chi legifera, tra la scuola vera e chi si occupa di introdurre variazioni e riforme è sempre più grande. E non vi è una concreta condivisione di intendi e orizzonti. L’insegnante non viene quasi mai interpellato, eppure è colui che vive le situazioni nel concreto ogni giorno. Colui il quale dovrebbe avere competenza per esprimere un’attenta analisi sui bisogni e proporre soluzioni.
L’insegnante ha frequentemente l’impressione di essere rimasto l’unico e l’ultimo soggetto a rendersi conto di quanto investire in cultura ed educazione sia alla base di ogni piramide.
Tutto ciò che è scuola, educazione, cultura e formazione, dovrebbe essere interesse di ogni cittadino. Non solo del docente affaticato, del genitore accanito o dello studente in formazione. Anche perché queste tre componenti formano un insieme molto vasto della popolazione. Come può non essere argomento e dibattito comune? Noi insegnanti siamo una categoria in continuo divenire e sempre sotto osservazione. Il ruolo dell’insegnante non è un ruolo lavorativo in senso unico. La prestazione che è richiesta all’educatore include una sovra-mansione: il coinvolgimento emotivo-affettivo nel processo di crescita di un altro individuo. Così come un medico o un infermiere è coinvolto in un processo di malattia o guarigione del suo paziente, allo stesso modo un educatore è coinvolto attivamente nell’evoluzione fisica, cognitiva e prima ancora emotiva ed affettiva del suo allievo: il mio lavoro è relazione.
Questo è al contempo l’aspetto più gratificante e più faticoso, sicuramente il più significativo, del mio compito. Cosa c’è di oggettivo in una relazione uno a uno? E cosa vi è di oggettivo in una relazione uno a molti? Lo scoglio duro del sistema scuola è la valutazione dei bambini. Sulla quale, però, per quanto mi riguarda, si dovrebbe aprire un lungo capitolo a parte. Anzi, un’enciclopedia in più volumi! Una cosa è certa: i bambini ci osservano. E ci valutano. I genitori ci osservano. E ci valutano. I colleghi stessi ci osservano. E ci valutano, direttamente o indirettamente.

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri/hai incontrato quotidianamente nel tuo percorso?

 generazioni3
Giovanni: I principali disagi li ho riscontrati sempre a causa di scelte politiche azzardate fatte dai vertici e che poi si ripercuotevano nella gestione quotidiana delle classi. Non tutte le riforme fatte in ambito scolastico hanno avuto, infatti, i risultati sperati e spesso hanno portato a dei peggioramenti. Anche per quel che riguarda i programmi di studio è capitato che, per rispondere a provvedimenti ministeriali, ho dovuto fare delle modifiche durante gli anni scolastici e rimodulare il tutto assieme al Collegio docenti, cosa che non è mai semplice quando si ha a che fare con ragazzi dinamici spesso difficili da tenere sui banchi. Le carenze strutturali ci sono sempre state purtroppo, ma forse ai miei tempi c’era una maggiore capacità di andare al cuore dei problemi, tralasciando il superfluo quando necessario e questa abilità ci portava a fare di necessità virtù.
generazioni4
Emma: Le difficoltà che come maestra incontro oggi quotidianamente sono tante. Per quanto concerne l’organizzazione e la gestione, riscontro tuttora un eccesso di burocrazia e formalità. Si parla di dematerializzazione per ridurre carta e snellire procedure, ma in molti casi si tratta solo di aver convertito le continue e innumerevoli richieste di formalizzazione di atti, procedure e documenti in formato digitale, o addirittura sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
Le segreterie didattiche sono sommerse di lavoro all’insegna delle formalità, dei protocolli e dei continui cambiamenti che devono andare a regime subito e non riescono a gestire poi le comunicazioni di base per l’organizzazione di fatti semplici e contingenti.
Inoltre, sarà forse scontato, ma voglio sottolineare anche in quale stato di degrado e decadimento strutturale molte delle nostre scuole versino. Calcinacci, pioggia che filtra, muffe, mancanza di carta igienica, guasti vari e assenza di dispositivi informatici in misura congrua e persino carenza di materiale di facile consumo che spesso portiamo da casa sono tutti sintomi di una crisi che riguarda le risorse destinate all’istruzione di base pubblica.
Gestire i ragazzi oggi è molto complicato. Perché bambini, preadolescenti e adolescenti oggi rappresentano un insieme generazionale che per la prima volta vive temi e questioni delicate e complesse che i genitori stessi affrontano per la prima volta, ritrovandosi anche piuttosto impreparati. Anche io sono mamma di due bambine che hanno la stessa età dei miei alunni e da genitore mi rendo conto di quali cambiamenti epocali stiamo vivendo nel rapporto genitore-figlio e nel mestiere del genitore a causa delle caratteristiche sociali e culturali della nostra società attuale. Per quanto riguarda le famiglie alle spalle dei bambini che arrivano nelle nostre scuole, gli educatori concordano nel rilevare le medesime carenze educative e i punti cardinali di un problema genitoriale di fondo. Per molti genitori l’amore passa dall’iperprotezione, da un lato, e dalle aspettative ultracompetitive e di perfezione, dall’altro. La scuola è diventata, dunque, l’organo deputato a farsi carico da solo delle emergenze sociali di oggi.

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

 generazioni5
Giovanni: La materia che io ho insegnato è stata l’Educazione Artistica. Inizialmente si trattava di una materia esclusivamente pratica, considerata la Cenerentola dell’orario scolastico degli studenti, perché considerata erroneamente poco impegnativa. Tuttavia ricordo con piacere quando, negli anni Settanta o giù di lì, venne introdotto anche lo studio della Storia dell’Arte, fondamentale in un Paese ricco di monumenti e opere d’arte come il nostro. Credo che questo sia stato uno dei principali cambiamenti in meglio ai quali ho assistito nella mia carriera dal punto di vista didattico, anche perché permetteva a noi insegnanti di portare i ragazzi fuori dalle aule e di far visitare loro mostre e siti archeologici, mettendoci in discussione in prima persona e permettendoci di conoscere meglio l’indole dei nostri allievi.
Oggi che non ho più esperienza diretta conosco la scuola attraverso i commenti di chi la vive ogni giorno, a prescindere da quale lato della cattedra si trovi, e devo ammettere che io mi troverei a disagio. Nessuno più ti domanda: “Cosa hai insegnato? Cosa hai trasmesso oggi ai tuoi ragazzi?”. Conta solo che tutto sia registrato, compilato, trasmesso per lo più utilizzando il computer. Ai miei tempi avevamo un registraccio di carta che serviva a malapena per fare l’appello, le cose importanti le tenevamo a mente!
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Emma: Il corpo docenti che conosco e di cui ho esperienza è caratterizzato da versatilità, motivazione, tenacia e dalla capacità di rigenerarsi continuamente. La scuola è Ricerca e Azione, cioè Ricerc-azione! Questa è una parola inventata forse, ma anche una prospettiva augurabile.
Da qualche anno l’insegnante motivato e attento è circondato e raggiunto da nuovi stimoli e da svariate proposte di formazione atte a superare le difficoltà concrete e ideologiche e a dotare i docenti di nuovi strumenti, di nuovi linguaggi, adatti ai cambiamenti e al passo coi tempi.
Io per esempio da qualche anno apprezzo l’uso della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e dei contenuti multimediali correlati per la strutturazione di lezioni dinamiche e accattivanti. La LIM è, a mio avviso, uno strumento dalle innumerevoli potenzialità, capace di aiutare a costruire ambienti di apprendimento stimolanti ed inclusivi. Rispecchia e si avvicina molto al linguaggio “per immagini” e al contatto diretto e immediato con i contenuti che caratterizza le generazioni attuali di studenti, anche i più piccoli.
Sono poi entrata a far parte del Team digitale del mio istituto e sto seguendo i corsi per la formazione previsti nel Programma Operativo Nazionale (PON) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”, finanziato dai Fondi Strutturali Europei che contiene le priorità strategiche del settore istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.
Sono inoltre molto incline ad una scuola fatta di attività esperienziali e scoperte sul territorio e nella natura, in grado di stabilire un positivo e coerente contatto tra i ragazzi e la realtà in modo semplice ed efficace che vengono promosse e sostenute ogni volta che si può.
Queste sono le carte che la scuola che conosco si sta giocando. E spero che il movimento di scambio e di apertura continui, pur senza stravolgere e scardinare in negativo quelle che sono le basi fondamentali e costituenti di un sistema scolastico pubblico, efficiente, riconosciuto e garantito.
La forza della scuola primaria è la cultura della condivisione, dello scambio, della cooperazione, all’insegna dell’innovazione tecnologica, dell’inclusività e dell’esperienza.

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di uomo/donna e insegnante e perché.

 generazioni7
Giovanni: Un aneddoto che ricordo con forte emozione riguarda una sessione di esami di Licenza. Non avevamo un laboratorio attrezzato per determinati progetti pratici, ma questo non ha fermato i ragazzi che, presi dall’entusiasmo, si sono industriati e sono riusciti a creare perfino delle sculture in gesso, meravigliando l’intera commissione per la spontaneità e l’intraprendenza dimostrata.
generazioni8
Emma: Talvolta mi capita di incrociare dei signori con barba e prole al seguito che con vociona di uomo mi dicono: “Ciao, maestra!” e i loro occhi si illuminano in un sorriso che torna fanciullo e spensierato, pieni di affetto e gratitudine. In quel momento volo indietro nel tempo a ritrovar quello sguardo e in un batter di ciglio eccolo là: nome e cognome, classe, anno e la sua personalità riaffiorano come non fosse mai trascorso del tempo.

Dai un suggerimento agli insegnanti che, oggi e domani, si apprestano a entrare nel mondo della scuola.

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Giovanni: Quando, ormai anni fa, ho saputo che mia figlia Emma avrebbe, in un certo senso, seguito le mie orme e si sarebbe cimentata in questo mestiere ho pensato che, nonostante le piccole o grandi difficoltà quotidiane, quello dell’insegnante resta sempre il lavoro più creativo che ci sia. È una professione che ti aiuta a dare un’occhiata al futuro ancor prima che si realizzi, attraverso gli occhi delle nuove leve. Quel che conta è, innanzitutto, aiutare i ragazzi a diventare cittadini consapevoli.
Ciò che vorrei consigliare agli insegnanti di oggi è, quindi, dare più importanza alla didattica e meno alla burocrazia. È dalla didattica che nasce l’essere umano e non dalla burocrazia del Ministero. Ho nostalgia della scuola, perché era un ambiente vivo dove non ho mai pensato di confrontarmi con dei bambini, ma con i cittadini di domani. E molti oggi hanno i capelli bianchi come me.
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Emma: Le esperienze d’osservazione reciproca tra insegnanti sono state utilizzate con grandi guadagni in molte scuole. Queste sarebbero da estendere e sostenere, ma le scelte politiche e le condizioni organizzative attuali stanno cancellando la possibilità di queste fertili occasioni di riflessione e apprendimento dall’esperienza.
Il neo immesso in servizio porta con sé sicuramente un grande bagaglio di conoscenze teoriche e nozioni. Forse, a mio avviso, ciò che può delinearsi come un gap ancora troppo netto è la linea che separa sapere da saper fare. E anche quella buona dose di problem solving che si apprende con l’esperienza e con l’esempio pratico delle colleghe più esperte. Insomma, come in tutte le situazioni un conto è la teoria, altro conto è la pratica. A volte ho visto approdare alla mia non facile realtà scolastica giovani supplenti indottrinati e carichi di entusiasmo giovanile. E mentre io li vivevo come nuova fonte di vitalità e di cambiamento, pozzi a cui attingere, loro non avevano la medesima umiltà di comprendere che osservare il veterano in trasferta poteva essere una chance. Spesso chi è in servizio da anni compie una sorta di vera e propria scuola di scuola. Che non è solo un gioco di parole. Ad ogni modo invito i docenti tutti, nuovi e veterani, a porsi sempre e costantemente delle domande e soprattutto a porre quelle giuste.

Alessandra Rinaldi
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“Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati

coaching-coverSe siete in cerca di un vero e proprio Coach Tascabile che vi aiuti a prendere tutte le decisioni quotidiane, dal mondo del lavoro, alla vita privata, attraverso una serie di semplici strategie, utili per ogni occasione, esiste un mini manuale, grande poco più di un palmo, che fa davvero al caso vostro. Si tratta di “Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati, edito da A. Vallardi per la collana Collins gem.

Questo piccolo, ma curato volume offre tutti gli spunti indispensabili per diventare Coach di voi stessi e ottenere il successo che meritate, attraverso lo studio di semplici tecniche applicabili alla vita di tutti i giorni, che riescono a farvi comprendere meglio quali sono i vostri obiettivi più profondi e i vostri limiti più intimi, permettendovi di superarli pian piano.

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Il Coaching è un rapporto di collaborazione tra un Coach, definito anche come facilitatore del cambiamento, e un soggetto pronto e predisposto che vuole raggiungere orizzonti sempre più lontani, tanto nella vita, quanto nel lavoro. È dal rapporto tra questi due attori che si mette in scena uno spettacolo unico per ciascuno di noi, sul palcoscenico dell’esistenza, come forse avrebbe detto Shakespeare. I valori alla base del Coaching sono la consapevolezza di noi stessi e il senso di responsabilità verso il nostro percorso, fatto di tanti piccoli gesti quotidiani, tutti ugualmente indispensabili come le tessere di un mosaico.

Questo libro può essere un ottimo compagno di viaggio, un vero e proprio Coach di carta e inchiostro che, attraverso una profonda ma immediata analisi di noi stessi, può essere al nostro fianco per aiutarci a vivere ogni giornata nel modo più soddisfacente possibile.

football-team

Grazie a una serie di esercizi pratici, mirati a velocizzare in modo sistematico, ma senza impoverirlo, ogni nostro processo decisionale, questo volume offre schemi, mappe concettuali e tabelle valide per ogni necessità, in particolar modo nei contesti lavorativi, in cui la propensione al cambiamento è ciò che ci mantiene lucidi e attivi.

Dopo averci permesso di comprendere la nostra personale definizione di successo, gli autori ci aiutano a comprendere tutte le fasi di un cambiamento desiderato che si può riassumere come una vera e propria escursione al di fuori della nostra cosiddetta zona di comfort, alla conquista di nuovi spazi sempre più consoni al nostro talento. Proprio come un misuratore di soddisfazione, a partire dal modello GROW, sviluppato da John Whitmore, questo manuale ci illustra le basi del Coaching 2.0. GROW è un acronimo che sintetizza alcuni concetti fondamentali di questa disciplina:

  • G per Goal – Obiettivo. Decidere cosa desideriamo raggiungere.
  • R per Reality – Realtà. Analizzare il contesto che ci circonda in modo razionale.
  • O per Options – Opzioni. Capire le possibilità che abbiamo.
  • W per Will – Azione. Mettere in pratica la migliore strategia possibile.

Un vademecum da tenere nello zaino per imparare a considerare i problemi come risultati indesiderati che è possibile cambiare con impegno, sacrificio e consapevolezza dei nostri mezzi.

Alessandra Rinaldi

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“La PNL in 5 minuti” di Carolyn Boyes

pnl-coverEssere più felici, sereni e di successo? Si può, tutta questione di allenamento. E bastano solo cinque minuti al giorno! Questo è ciò che promette l’ultima perla della collana Collins gem, A. Vallardi Editore, intitolata “La PNL in 5 minuti”, un libricino scritto dalla coach Carolyn Boyes, da tenere comodamente nel palmo della mano e riporre in borsetta per portalo sempre con noi. Si tratta di un piccolo manuale pratico dal grande potenziale, che ci insegna come comunicare meglio attraverso la Programmazione Neuro-Linguistica.

Che ci crediate o no, questa tecnica, ormai collaudata, è molto utilizzata nel anche mondo del lavoro, oltre che nella vita di tutti i giorni, soprattutto tra coloro che si occupano di risorse umane, formazione e selezione del personale, per comprendere meglio il cosiddetto capitale umano che hanno a loro disposizione. Ecco, dunque, che, anche per chi è seduto dall’altra parte del tavolo, è, senza dubbio, opportuno conoscere i criteri base di questa metodologia oggi quotidianamente applicata anche in azienda.

communication

La Programmazione Neuro-Linguistica è l’approccio sistemico applicato alla mente. Attraverso la conoscenza di persone che eccellono e lo studio scrupoloso delle loro storie di successo, infatti, la PNL realizza dei modelli di comportamento utili a chiunque per conseguire gli stessi risultati.

Questo manuale, oltre all’approfondimento teorico di queste tecniche di base, attraverso schemi e mappe concettuali, offre anche una serie di esercizi pratici, strategie e tecniche che, grazie all’esercizio quotidiano, ci aiutano a modificare i nostri comportamenti al fine di migliorare le nostre relazioni.

feedback

Allenarci al pensiero positivo ci permette anche di codificare meglio gli atteggiamenti di chi ci circonda, interpretandone i significati senza pregiudizi e, quindi, adattandoci più facilmente ai contesti difficili per valorizzare il nostro ruolo in qualsiasi luogo e in qualunque situazione ci troviamo.

Il primo passo da fare, in ogni caso, per controllare le nostre emozioni è conoscerle e comprenderle, imparando a decifrare come funziona la nostra mente, soprattutto per quanto riguarda la gestione del ricordo e la generalizzazione dei concetti al fine di non distorcerne il significato. L’obiettivo è sempre quello della serenità, quindi è fondamentale protendere verso pensieri positivi in qualsiasi ambito. Se ciò che ci circonda emana vibrazioni negative, ad esempio, soprattutto in un gruppo di lavoro, sarà più facile ammortizzarne gli effetti se ci poniamo con disponibilità nei confronti di chi ci circonda. Avendo fiducia nelle nostre possibilità, sarà possibile anche innescare una sorta di effetto domino verso il raggiungimento degli obiettivi anche nei confronti degli altri membri del team, il tutto attenuando tensioni e competitività.

group

Dopo aver imparato ad utilizzare le tecniche di PNL su noi stessi, sarà automatico rivolgere questo stesso strumento verso gli altri per comprenderli meglio, abbattendo il muro dei preconcetti. È dalla commistione di cambiamenti interni ed esterni che nascono le storie di successo, senza dimenticare mai che il primo passaggio di un processo di comunicazione è un ascolto attivo verso chi ha qualcosa da dire.

Alessandra Rinaldi

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“La Società Circolare” di Aldo Bonomi, Federico Della Puppa e Roberto Masiero

È stata inventata milioni di anni prima di Cristo e, ancora oggi, la ruota non è solo uno strumento indispensabile per i trasporti e l’economia, ma anche un simbolo di progresso e di evoluzione della società sempre più circolare.

Cosa si intende, dunque, per società circolare e sharing economy e a che punto è il nostro Paese in merito? Ce lo spiegano Roberto Masiero, Professore Ordinario di Storie dell’Architettura presso lo Iuav di Venezia, Aldo Bonomi, Sociologo fondatore del Consorzio A. A. S, TER., e Federico Della Puppa, Economista esperto in pianificazione strategica e marketing territoriale, nel loro ultimo saggio scritto in concerto, “La Società Circolare”, Derive Approdi Edizioni.

In questa pubblicazione dal taglio originale e innovativo gli autori delineano, anche attraverso un interessante apparato di slides e mappe concettuali esplicative, il cambiamento che la nostra società sta vivendo in questi anni a livello globale, passando da una cosiddetta economia lineare, a un’economia circolare a tutto tondo. La sharing economy 2.0, basata sul riutilizzo e sulla condivisione, infatti, oggi riguarda non solo beni materiali, come rifiuti, energia e materie prime, ma anche beni immateriali, come valori e competenze, entrando così nel mercato del lavoro e nella nostra politica, secondo il significato etimologico del termine. Accanto a ciò, stiamo assistendo al fenomeno della continua espansione dell’universo digitale, fatto di App e Social Network, che spesso invade lo spazio prima occupato esclusivamente dalle professionalità del secondo e terzo settore.

Per fare in modo che questi sconvolgimenti sociali non fagocitino le nuove generazioni in un mondo esclusivamente virtuale, trasformando il circolo virtuoso della ruota della fortuna nell’incessante girare della ruota del criceto, occorreranno empatia, consapevolezza e apertura verso una nuova cultura che si sta espandendo a macchia d’olio nella vita anche lavorativa di ciascuno di noi.

Partendo dall’analisi dell’individuo inserito nell’attuale società digitale, gli autori approfondiscono anche il contesto che lo circonda, a partire dalla cosiddetta smart city, fino alla smart land, in un vero e proprio sistema di cerchi concentrici che si allargano a perdita d’occhio. All’interno della smart city l’amministrazione procede alla gestione degli spazi e dei servizi con i cittadini stessi, razionalizzando, dunque, tutte le risorse, compreso il lavoro, per le esigenze della società. Nel testo gli autori accompagnano il lettore in un viaggio nella comprensione profonda dei meccanismi che caratterizzano la società circolare, evidenziando tutte le differenze col Capitalismo del secolo scorso anche attraverso esempi concreti su scala globale.

Una guida completa non solo per il cittadino e il lavoratore, ma anche per l’uomo del nuovo millennio verso la consapevolezza che l’integrazione tra reale e virtuale oggi passa attraverso la condivisione di risorse, cultura e ricchezza.     

Alessandra Rinaldi

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