“HR Outsourcing” di Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi

Parlando di azienda e impresa, welfare ed evoluzione del sistema imprenditoriale, la nostra attenzione si è concentrata sul libro scritto da Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi, edito dalla Guerini e Associati in collaborazione con la AIDP, Associazione Italiana per la Direzione del Personale, intitolato “HR Outsourcing – L’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane tra rischi e benefici”.

Il volume può essere definito un vero manuale in materia grazie anche al suo altissimo livello tecnico che, attraverso dati empirici e casi specifici frutto di una ricerca articolata, ha messo in luce le motivazioni e gli obiettivi che hanno spinto le aziende a ricorrere alla esternalizzazione delle attività e dei servizi riguardanti il settore HR.

Se il tema dell’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane ha ormai raggiunto una consolidata esperienza e un concreto utilizzo a livello aziendale, mancava nella realtà dei fatti una base teorica che spiegasse il perchè di questa scelta e le conseguenze da essa derivanti, una linea guida che razionalizzasse e focalizzasse le best practices in HR.

Un progetto nato da lontano….

Come scrive Claudio Tronconi (AIDP Lombardia) nell’introduzione, questo progetto è nato diversi anni prima rispetto la materiale pubblicazione.

Nel giugno 2005 Roberto Ferrari, Direttore Area HRM in Outsourcing dell’ISMO (società di formazione e consulenza), partecipa con il suo articolo  “L’outsourcing per la gestione e lo sviluppo dele Risorse Umane” ad un numero della rivista Direzione del Personale.

L’anno seguente, Tronconi e Ferrari si incontrano ad un congresso nazionale della AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale – parlano di quell’articolo e, nella stessa occasione, incontrano Marco Guerci, al tempo assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano.

Sul finire del 2006 Umberto Frigelli, Responsabile del gruppo Ricerca AIDP Lombardia presenta una ricerca sulla “Innovazione per la gestione delle Risorse Umane”.

Nel 2010, viene creato un gruppo di lavoro misto formato da AIDP (Frigelli e Tronconi), ISMO Group (Ferrari ed altri) e il Politecnico di Milano (Guerci) i quali, partendo da un lavoro di analisi della letteratura in materia di allora, hanno definito il campo di ricerca sulla quale avrebbero voluto operare, data la necessità di tracciare un confine delle prassi di gestione delle Risorse Umane nelle aziende. Perciò si sono concentrati sull’Outsourcing come quel processo attraverso il quale le aziende assegnano stabilmente a fornitori esterni la gestione operativa di una o più funzioni che prima erano svolte all’interno delle singole aziende.

Una volta definito questo campo di ricerca, grazie al coinvolgimento di ISMO, sono stati intervistati sette direttori Risorse Umane che avevano già intrapreso e consolidato questo processo per identificare i rischi e i benefici dei processi di Outsourcing ed avere una raccolta di best practices e case studies.

Successivamente, attraverso dei focus group  tra aziende e consulenti interessati a questo tema,  sono state confrontate le opinioni e le situazioni di chi aveva realizzato progetti di Outsourcing per favorire lo scambio di esperienze sugli obiettivi da raggiungere, valutare i benefici e considerare i rischi che si sarebbero dovuti affrontare e, di conseguenza, identificare i fattori critici di successo grazie all’incontro di consulenti differenti tra loro per tipologia ed approccio alla questione.

Infine,  AIDP – storica associazione di Manager con ruoli direttivi, di responsabilità e di consulenza nel settore HR presso privati e istituzioni pubbliche – forte dei suoi tremila soci, ha chiesto ad alcuni di loro, precisamente a centoquindici manager, di esprimere opinioni sul tema attraverso la compilazione di un questionario.

Il 25 novembre 2010, AIDP Lombardia ha organizzato il convegno di presentazione di questa ricerca che, poco dopo, è stata trascritta per intero nel libro di cui stiamo parlando.

….Una ricerca con aspetti teorici, concettuali e pratici….

Il punto nodale di questa ricerca è stato il contributo dell’HR alla competitività delle organizzazioni e le specificità identificate dell’esternalizzazione nel campo delle Risorse Umane, valutando le implicazioni manageriali per le imprese italiane che sono diventate l’obiettivo finale del lavoro.

Perchè questa ricerca fosse valida è stato necessario valutare gli Aspetti Concettuali e Teorici,  affrontati nel capitolo uno. Così, introdotti gli elementi caratterizzanti del fenomeno dell’outsourcing e i benefici derivanti, sono stati analizzati i contesti di diffusione dei processi e delle attività di gestione delle HR, è stato approfondito l’impatto che l’esternalizzazione della gestione HR ha sulle organizzazioni, concentrandosi sulle motivazioni e sulle scelte alla base del make or buy, sui modelli teorici di riferimento e sulle competenze indispensabili per la gestione di questo processo. 

La ricerca sull’HR Outsourcing nelle imprese, come riportato nel secondo capitolo, si è dunque concentrata sulla comprensione delle dinamiche che spingono le aziende ad esternalizzare questo settore, trovando la risposta nella necessità di assecondare e seguire il processo evolutivo che coinvolge le Direzioni Risorse Umane, proiettate ad apportare sempre un contributo strategico senza compromettere l’efficienza e l’efficacia dei propri servizi.

Nell’ultimo capitolo dedicato alle Prospettive emerge ciò che è richiesto alle Direzioni delle Risorse Umane e cioè la capacità di evolvere ad una visione professionale consapevole del business capace di influenzare i comportamenti delle persone, facendo di questi un vincente elemento di strategia aziendale anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti del sistema economico e dell’innovazione tecnologica.

….Per definire Benefici, Rischi  e Obiettivi dell’HR Outsourcing.

Marco Carcano, autore della postfazione, sostiene che questo libro racchiude in sé una buona ricerca per cinque ragioni – e non gli si può dar che ragione – perchè:

    • non ha trascurato gli approfondimenti, soprattutto metodologici, che sono alla base della pratica dell’outsourcing;
    • ha usato una strumentazione di ricerca sociale, attraverso la materiale partecipazione dei soci AIDP, l’utilizzo dei case studies e dei focus group;
    • ha prodotto una base teorica;
    • ha creato un team di lavoro interdisciplinare sia dal punto di vista delle competenze che delle esperienza professionali;
    • nel tempo della ricerca sono stati correttamente distinti gli HR Outsourcing, HR Consulting e Temporary Management.

È stata palesata la necessità di procedere con gradualità e rigore tanto nella fase di impostazione che nella fase di implementazione del processo di HR Outsourcing, fornendo altresì uno sfondo di riferimento circa le relazioni industriali, l’impresa e il lavoro quale elemento che va tutelato anche a fronte della trasformazione del suo ruolo, il tutto in una determinata complessità sistemica.

Dai risultati della ricerca emergono chiaramente i benefici e i rischi dell’HR Outsourcing.

I benefici possono essere classificati:

      • di efficacia quando riguardano la focalizzazione sulle attività strategiche, l’accesso e lo sviluppo di nuove competenze specialistiche ed aggiornate, l’accesso a tecnologie avanzate e l’incremento della flessibilità, senza dimenticare il know-how;
      • di efficienza quando si parla di riduzione dei costi, del time consuming, degli investimenti e della razionalizzazione del personale interno.

Al contrario sono stati definiti come rischi il possibile abbassamento del livello dei servizi che si ricevono se non si contratta primariamente con i partners che andrebbero a gestire il servizio esternalizzato ciò che si vuole, il lasciare spazio ad eventuali comportamenti opportunistici, la perdita di controllo o le aspettative disattese sui processi se non vengono impostate operazioni di double-check con i fornitori e, da ultimo ma non meno importante, le possibili resistenze all’interno delle aziende stesse derivanti dal processo di reengineering che è alla base dell’HR Outsourcing.

Infine, va segnalato un ulteriore aspetto messo in luce da questa analisi. Ciò che infatti è risultato comune e maggiormente sentito dai differenti modelli e settori aziendali che hanno preso parte alla ricerca e che determinano la scelta di ricorrere all’HR Outsourcing, sono stati gli Obiettivi. Non deve certo apparire fuori luogo come il concentrarsi sulle attività strategiche aziendali, la riduzione dei costi, l’accesso a competenze specifiche e la razionalizzazione il personale interno diventino i traguardi da raggiungere nella scelta di percorrere la via dell’esternalizzazione.

Insomma, l’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane, appare una cosa estremamente vantaggiosa sotto diversi profili, ma bisogna preparare tutto alla perfezione, altrimenti si correrebbero solo inutili rischi.

Francesca Tesoro

Chi è Donnarumma?

donnarummaSe chiedessimo a un giovane adulto di oggi chi è, per lui, Donnarumma, probabilmente non esiterebbe a rispondere facendo riferimento alla nuova promessa del calcio italiano: un ragazzo campano alto quasi due metri, classe 1999, che recentemente ha dimostrato di voler raccogliere l’eredità di un altro Gianluigi che è stato il simbolo dei portieri italiani per oltre una generazione.

Se rivolgessimo la stessa domanda a un giovane esponente della classe manageriale italiana, verosimilmente risponderebbe che, per lui, è l’attuale Amministratore Delegato di Acea, l’Ingegnere milanese Stefano Donnarumma, classe 1967 e un curriculum di grande prestigio alle spalle, tanto da averlo reso un punto di riferimento per molti aspiranti a cariche di responsabilità del futuro.

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A me, che ho qualche anno di più, il nome Donnarumma, invece, riporta alla mente il protagonista di un interessante romanzo di Ottiero Ottieri, uno dei miei maestri, pubblicato per la prima volta nel 1959 da Bompiani e recentemente riedito da Garzanti: “Donnarumma all’assalto”.

Sulla scia del successo di “Tempi stretti”, che cercava di indagare il profondo disagio della classe operaia del secolo scorso, ancora impreparata all’alienazione del lavoro in fabbrica, lo scrittore e sociologo italiano, scomparso nel 2002, ha tentato di esprimere i pensieri di uno psicologo, incaricato di selezionare il personale per l’apertura della nuova sede di una fabbrica settentrionale nel cuore del Mezzogiorno, attraverso le pagine del suo diario personale. Nel testo Ottieri racconta lo svolgimento dei doveri del tecnico, delegato a individuare i candidati perfetti attraverso le cosiddette “indagini psicotecniche”, mescolandoli alle sensazioni legate alla riscoperta di un sud Italia in cui la ricerca di un posto di lavoro stabile costituisce un miraggio, più che una missione, per tanti disperati in condizioni di grande povertà. Il protagonista svestirà pian piano i panni di professionista totalmente concentrato sul suo dovere, tanto che finirà per aderire con partecipazione crescente al dramma delle persone che incontrerà nel suo percorso, incarnate principalmente nel ruvido e scontroso Antonio Donnarumma, disposto a mettersi completamente in gioco pur di ottenere l’agognato impiego.

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L’assalto di cui Donnarumma si fa portabandiera è la vera e propria mobilitazione di un’intera popolazione composta da migliaia di persone, ognuno col proprio bagaglio di umanità, in lotta per ottenere poche centinaia di posti di lavoro. La difficoltà di selezione dello psicologo voce narrante va ben oltre il ruolo al quale è preposto, evidenziando tutte le difficoltà della professione del selezionatore, spesso chiamato a scavare molto più in profondità di un test psicologico, facendo appello a capacità che si imparano sul campo, oltre che sui libri.

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Analizzare con gli occhi della difficile crisi economica attuale i due personaggi protagonisti del libro ci fa scorgere ancora tante similitudini tra il Donnarumma così condizionato da pregiudizi e retaggi culturali di stampo rurale vecchi di secoli e, allo stesso tempo, così smanioso di emergere dalla povertà da cui proviene grazie alla dignità che solo un sicuro posto di lavoro in fabbrica può dare, e le giovani generazioni di oggi spaventate e confuse da un futuro tanto incerto. La precarietà dei lavoratori che si barcamenano tra l’aspirazione alla stabilità e la necessità di scendere a compromessi ha molto in comune con le difficoltà di Donnarumma e dei suoi compagni, che dalla loro avevano forse il coraggio e la determinazione dati dagli spiragli di crescita che scorgevano all’orizzonte, oggi ancora troppo timidi per ridare grinta alle giovani generazioni. Anche lo psicologo selezionatore, voce narrante della storia, ha non poche somiglianze con chi oggi si trova a fare selezione e si destreggia tra la necessità di applicare categorie ben definite alla scelta dei candidati e l’esigenza morale di non estromettere totalmente dalle proprie valutazioni il variegato lato umano come capitale importante per un lavoratore, tanto quanto le capacità tecniche acquisite grazie agli studi e all’esperienza.

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Ma allora cosa è cambiato oggi rispetto ai tempi del mio Donnarumma? Quali sono gli insegnamenti e i suggerimenti che possiamo ancora trarre da questo lucido e sentito romanzo corale, esempio ante litteram di storytelling? E quali passi indietro o in avanti si sono fatti rispetto ad allora?

Maria Tringali

 

La Nuvola di Fuksas, un anno dopo: un futuro ancora in attesa

È trascorso più di un anno dall’inaugurazione ufficiale del Roma Convention Center, meglio conosciuto come la Nuvola di Fuksas.

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L’apertura al pubblico era stata infatti ufficializzata il 29 ottobre 2016, in presenza dell’allora presidente del consiglio Matteo Renzi, del sindaco di Roma Virginia Raggi e dell’architetto, autore del progetto, Massimiliano Fuksas. Il colossale Nuovo Centro Congressi è stato presentato come una grande nuova opportunità per la città di Roma, un’opera di livello internazionale di una grande firma dell’architettura che, assieme ad altri grandi protagonisti del panorama architettonico contemporaneo come Zaha Hadid, Renzo Piano e Odile Decq, ha lasciato un segno nella capitale italiana.

Il complesso si presenta ora alla città nella sua maestosità e grandezza: “shock estetico”, come era stato definito nel 2011 dal critico d’arte Achille Bonito Oliva, inserito in un contesto dominato dal linguaggio espressivo del il razionalismo architettonico degli anni Trenta e Quaranta. È sicuramente interessante riportare le parole di Bonito Oliva durante una lectio magistralis tenuta all’Università Sapienza di Roma:

Quando ho visto il progetto della Nuvola ho capito benissimo perché era importante quella Nuvola all’Eur, un quartiere di archeologia architettonica legato a un’ideologia, ma dove prevaleva la geometria della linea retta. Con una nuvola lui ha introdotto il perturbante, ha concretizzato il concetto di tempo. Goethe aveva detto che la forma dell’arte è la forma della nuvola, intesa come sospetto di una forma in trasformazione che si vaporizza nello spazio e nel tempo e accudisce un’architettura circondata dall’ottimismo granitico del Ventennio.”

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Secondo l’opinione del critico dunque, il progetto si inserisce concettualmente nel territorio senza assorbirlo, quale ossimoro architettonico con una propria identità e linguaggio geometrico, in armonia con il contesto urbano.

Nella traduzione dalle geometrie alle strutture il progetto rivela tutta la sua complessità, ma non manca di allinearsi con le esigenze odierne in termini di consumo energetico: questo infatti si contraddistingue per un approccio eco-compatibile, grazie ad un sistema di climatizzazione a portata variabile dell’aria condizionata che consente un consumo ottimale di energia in funzione dell’effettivo affollamento dei locali; sulla copertura della Teca, contenente la Nuvola, è presente la sistemazione di elementi fotovoltaici che consentono una produzione naturale di energia elettrica e la protezione dell’edificio dal surriscaldamento attraverso la mitigazione della radiazione solare.

In contrapposizione con le disquisizioni estetiche che denotano come il progetto della Nuvola rappresenti un passaggio importante dell’architettura contemporanea, non è possibile sottacere le problematiche legate alle fasi di realizzazione, di carattere prettamente logistico ed economico: dalla “posa della prima pietra”, avvenuta l’11 dicembre 2007 all’inaugurazione, la costruzione dell’edificato è stata spesso al centro di polemiche in merito ai ritardi dovuti alle ristrettezze di bilancio del Comune di Roma, nonché ai costi aggiuntivi, lievitati dai 275 milioni di euro previsti fino a 238,9 milioni.

Nonostante la speranza che la fine dei lavori significasse anche la fine delle difficoltà e la consegna ufficiale di un nuovo punto nevralgico al quartiere dell’Eur ed alla città, dal carattere internazionale e strategico, un ulteriore ostacolo si è presentato a pochi mesi dall’inaugurazione: una evidente non conformità fra il progetto approvato e la effettiva occupazione del suolo.

L’evidenza, rappresentata dalla sporgenza dell’edificato di due metri su Corso Europa, una delle quattro vie confinanti, comporta un disallineamento del lotto rispetto agli altri edifici, invadendo la sede stradale ed interrompendo la visuale prospettica dall’Archivio Centrale di Stato alla basilica dei Santi Pietro e Paolo, tutelato a livello architettonico e urbanistico, così come tutto il quartiere Eur, dalla Sovrintendenza di Stato.

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Trovare soluzione a questo ulteriore problema non deve essere certo semplice, dopo le spese già sostenute in questi anni. Nonostante tutto è fondamentale agire al più presto in modo da attivare finalmente la fruizione del Centro Congressi, evitando che il tempo la trasformi in un grande vuoto urbano e la coscienza collettiva ne dimentichi l’identità e l’utilità.

Al destino della Nuvola è legato anche il futuro dell’Hotel “la Lama”, facente parte dello stesso complesso: l’albergo, costruito assieme al centro congressi, aperto da novembre del 2016 dopo una spesa di 353 milioni di euro, era stata messa in vendita con bando pubblico da Eur Spa, proprietario dell’intero Centro Congressi, che dopo numerose posticipazioni ha comunicato un ulteriore slittamento del bando al 15 dicembre 2017, motivando così: “in attesa che si concludano le attività presso l’amministrazione comunale, presupponenti la verifica complessiva di conformità urbanistico-edilizia dell’immobile oggetto di vendita, necessarie alla conclusione dell’iter autorizzativo”.

Il futuro della Nuvola è dunque ancora in attesa.

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Giorgia Less

“Metodo o Follia?” di Robert Lewis

Se con l’articolo “La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson abbiamo parlato per la prima volta dell’improvvisazione come un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane, oggi parleremo di Robert Lewis e del suo libro “Metodo o Follia?” edito da Dino Audino Editore.

Anche in questo caso, bisogna fare un passo indietro per capire il motivo per cui questo libro ci ha convinto essere uno strumento di formazione.

Partiamo da Robert Lewis, l’autore di questo libro.

Insegnante di recitazione, attore e regista teatrale sia ad Hollywood che Broadway nonché membro del Group Theatre e fondatore dell’Actors Studios, mentore di molti grandi attori, è stato uno dei principali sostenitori e divulgatori del Metodo Stanislavskij.

Questo metodo, ideato da Kostantin Stanislavskij attore, regista, scrittore e teorico teatrale russo all’inizio del ‘900, si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla immedesimazione tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Prevedendo l’esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo, mira alla credibilità scenica, attraverso esercizi che stimolano le emozioni da provare sulla scena per avvalorare il messaggio da trasmettere anche attraverso gli atteggiamenti non verbali.

Così, negli anni cinquanta del secolo scorso, quando questa modalità di recitazione era molto in voga ma oggetto allo stesso tempo di interpretazioni distorte, Robert Lewis tenne otto lezioni-conferenze per attori professionisti, registi ed addetti ai lavori del mondo teatrale per raccontare il Metodo Stanislavskij, fugando tutti gli equivoci che erano sorti intorno ad esso, affrontandolo in modo completo ed esaustivo.

Il libro “Metodo o Follia?” tradotto e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2016, raccoglie tutte queste lezioni e fornisce un grandioso spunto di riflessione per chi già conosce il metodo Stanislavskij e un  buon punto di partenza per chi invece è a digiuno di metodologie e approcci della recitazione.

Quello che emerge da questo volumetto di facile lettura e perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori del mondo teatrale, è che il Metodo è un modo per preparare l’attore a sviluppare nel corso degli anni ed attraverso la pratica una tecnica che gli permetta di sfruttare sul palcoscenico tutte le sue risorse. Il Metodo, è uno strumento per raggiungere uno scopo e la tecnica è il suo mezzo, perchè la sola competenza tecnica non è sufficiente a raggiungere un risultato finale soddisfacente. Un punto cardine del Sistema Stanislavskij  è che per insegnarlo è necessario avere l’allievo al proprio fianco, seguirlo nella sua crescita, mostrargli come si fa, dargli la possibilità di provarlo e fargli capire dove sbaglia. In questo approccio sistemico la cosa importante è che, quando si insegna,  non basta parlare, ma bisogna mostrare, agire, dimostrare, trapassare la propria conoscenza all’altro.

Studiare sé stessi e la propria personalità significa diventare consapevoli delle proprie potenzialità e l’assioma che emerge da questo metodo teatrale è la consecuzione “sentimento-pensiero-parola”.

L’obiettivo che Stanislavskij voleva raggiungere con il suo metodo era quello di favorire una recitazione che fosse il più vera possibile, attraverso l’individuazione delle giuste emozioni da esprimere in modo reale ed equilibrato.

Perchè, dunque, collegare il metodo teatrale e soprattutto il metodo Stanislavskij al mondo aziendale, soprattutto a livello di formazione?

Perchè il teatro è una esperienza totalizzante, che viene vissuta con la testa e con il proprio corpo. Applicare la metodologia teatrale alla formazione aziendale trasforma la formazione stessa in una cosa esperienziale, collegando la mente al corpo e alle emozioni, proprio come indica il metodo Stanislavskij.

La formazione svolta in questo modo, rende  le persone più sicure prima delle proprie intuizioni e poi delle proprie azioni, facendo trasmigrare questa sicurezza dal livello personale a quello aziendale. Immaginazione ed intuizione, creatività e sicurezza, la consapevolezza del proprio ruolo, rinsaldano la personalità  e le motivazioni dei singoli e , conseguentemente, quelle del team con il quale si lavora, riuscendo così a vivere una situazione di equilibrio tra sé stessi e la realtà nella quale si lavora.

Seguendo questi insegnamenti non si renderanno le aziende dei palcoscenici sui quali recitare ogni giorno un semplice ruolo, ma le si faranno teatro di un ottimo lavoro di squadra, perchè quando una compagnia teatrale porta in scena uno spettacolo, tutto riesce perfettamente grazie al lavoro di formazione ed organizzazione che c’è dietro.

Francesca Tesoro

Manageritalia Roma: la Rappresentanza 4.0 secondo Roberto Saliola

Lo scorso 11 novembre si è tenuta, a Roma, la 90a Assemblea Nazionale di Manageritalia. I lavori si sono focalizzati sulla cosiddetta rappresentanza 4.0, ovvero su come dovrebbe evolvere il concetto di rappresentanza per rispondere alle nuove esigenze dei rappresentati, soprattutto in un momento di continui mutamenti dello scenario economico e sociale del nostro Paese. L’obiettivo di Manageritalia è, come sempre, quello di tutelare ancora più efficacemente la professionalità dei suoi associati per fare la differenza sul mercato del lavoro e supportare così uno sviluppo economico sempre più inclusivo e di valore per ogni categoria interessata e coinvolta. Sono proprio questi i concetti che ha espresso nel suo discorso agli associati Roberto Saliola, Presidente di Manageritalia Roma, facendo alcune riflessioni sui progetti futuri sia nel breve, sia nel lungo periodo, su come deve trasformarsi un’Associazione di rappresentanza sindacale per stare al passo con un mondo del lavoro sempre più dinamico e globalizzato.

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“Un’Associazione di rappresentanza moderna ed efficace deve porsi di fronte alla crisi della rappresentanza, alla perdita di rilevanza dei corpi intermedi e ai problemi del mondo produttivo attuale operando con una visione di prospettiva articolata su tre livelli,” ha spiegato Saliola. “Nel breve periodo, dovrà essere in grado di rispondere alle attese degli associati; nel medio periodo, dovrà giocare un ruolo coerente con lo scenario e con gli stakeholder; in prospettiva strategica, dovrà pensare a un mondo diverso da quello in cui oggi siamo, fatto di discontinuità e velocità nei cambiamenti”.

È proprio dall’analisi di questi continui mutamenti, afferma Roberto Saliola, che il concetto di rappresentanza può reinventarsi, partendo da radici solide, per raggiungere capillarmente ogni bisogno di tutti gli attori sul palcoscenico della società attuale.

“Nel processo costante di comprensione e interpretazione del contesto che cambia operato da Manageritalia,” ha raccontato Saliola, “gli associati potranno apprezzare al meglio il ritorno all’appartenenza associativa se l’associato stesso sarà messo al centro dell’attenzione, come individuo con proprie esigenze di tutela specifica, di assistenza nella risoluzione dei problemi, di informazione e formazione e, infine, di networking.

La battaglia per definire, comunicare e difendere i valori della managerialità ha caratterizzato l’attività di Manageritalia che si è sviluppata implementando le quattro dimensioni del nostro agire: dalla dimensione sindacale a quella associativa, da quella istituzionale e quella del movimento.

Queste direttrici di attività hanno generato un necessario ed indispensabile cambiamento culturale per costruire identità collettive e generare appartenenza sociale nella rappresentanza manageriale.

La nostra rappresentanza si distingue inoltre per la ricerca continua di particolare valore etico, per l’attenzione che prestiamo alla componente manageriale delle organizzazioni, all’ambiente che ci circonda e al suo consumo, al volontariato e alle forze vive e sane della società che lavorano perché si arrivi laddove, a volte, la macchina pubblica non arriva”.

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Dopo aver esaminato l’evoluzione devi valori più profondi che uniscono tutti gli associati Manageritalia, sia nella Capitale, sia a livello nazionale, Roberto Saliola ha raccontato a tutti i presenti all’Assemblea l’andamento dei progetti appena conclusi durante quest’anno e l’organizzazione dei nuovi progetti previsti per il prossimo.

“Come ricorderete avevamo deciso di indirizzare la raccolta fondi di quest’anno all’acquisto di un mezzo di trasporto idoneo per il Comune di Amatrice, così duramente colpito dal terremoto nel 2016.

Manageritalia è stata attiva nell’organizzare al meglio della raccolta e gestione dei fondi per il pick up donato ad Amatrice e, sempre con l’intento di aiutare la rinascita dei territori colpiti da terremoto, ha ottenuto dalla CIDA l’importante compito del coordinamento progettuale per ideare e realizzare un progetto di rilancio delle zone colpite dal terremoto in Umbria.

Il prospetto sta esaurendo la sua prima fase che ha visto associati di Manageritalia Roma e di Federmanager operare per fornire le basi organizzative e manageriali alle imprese del territorio umbro. In continuità con queste attività, un gruppo di laureati dell’Università di Perugia, affiancherà le aziende per implementare il progetto manageriale che i nostri associati hanno definito, con il duplice scopo di dare continuità all’operato dei nostri tutor e dare un’occasione e un’alternativa al dover abbandonare il proprio territorio ai giovani laureati.

Infine è partita la definizione di un contratto di rete tra Comune di Norcia, sede della maggior parte delle imprese oggetto del tutoraggio, aziende del territorio e aziende tutorate, per definire e promuovere un brand Norcia”.

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Il Mezzo di soccorso donato al Comune di Amatrice da Manageritalia Roma

Una sfida portata a compimento ma immediatamente foriera di nuovi bisogni e bisognosa di nuovo supporto, richiesta che una associazione di rappresentanza non può non cogliere e che sicuramente contribuisce a sviluppare per sua stessa missione sociale.

www.manageritalia.it

Maria Tringali

 

“Il lavoro? Me lo invento!” di Lucia Ingrosso e Silvia Messa

lavoroNelle scorse settimane vi abbiamo raccontato come fare positivamente ricorso all’improvvisazione sia durante un colloquio di lavoro , sia nella quotidianità, soprattutto in un ambito aziendale , traendo da questa tecnica i migliori vantaggi.

In un momento economicamente difficile come quello che caratterizza i nostri tempi, tuttavia, per ampliare lo spettro delle nostre opportunità lavorative, potrebbe rendersi necessario mettere da parte l’improvvisazione in senso stretto e dedicarsi alla pianificazione non solo per cercare un lavoro, ma addirittura per inventarselo applicando un vero e proprio approccio sistemico.

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Lucia Ingrosso e Silvia Messa, entrambe giornaliste e colonne portanti del mensile Millionaire, hanno raccontato proprio questa nuova realtà che sta prendendo sempre più piede in tutto il mondo, nel loro nuovo libro, “Il lavoro? Me lo invento!”, Hoepli Editore, cercando di fare il punto sul fenomeno che sta spingendo molti ex dipendenti o inoccupati verso l’esigenza di mettersi in proprio nei settori più disparati e dando consigli e suggerimenti in merito.

Questo manuale sui generis, arricchito dalla prefazione di Iginio Straffi e dalla postfazione di Marina Salamon, tenta di incanalare il naturale istinto all’improvvisazione e il bisogno di assecondare le proprie attitudini con la necessità di programmare, progettare e organizzare da zero una nuova attività, in modo tale da non andare incontro ai fallimenti che spesso, purtroppo, non dipendono né dalla bontà dell’idea iniziale, né dall’impegno profuso dai neonati imprenditori per avere successo.

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La base per questo libro nasce proprio dalla ventennale esperienza di Millionaire, un magazine che dal 1991 supporta, orienta e motiva tutti quei lavoratori che decidono di fare il grande passo verso il mondo dell’imprenditoria. Proprio come Millionaire è cresciuto, adattandosi ai tempi e aprendosi, in particolare, al mondo del digitale e dei Social Network, così la redazione di esperti e giornalisti ha pensato di raccogliere tanti anni di esperienza in un vademecum imperdibile per ogni aspirante imprenditore. Ogni capitolo affronta un aspetto specifico aspetto del percorso che conduce all’avvio di un’attività in proprio, dalla necessità di capire in quale settore cimentarsi, a dove e come trovare i finanziamenti amministrandoli con buon senso, passando per la necessaria burocrazia e la pubblicità a tutto tondo. A conclusione di questo viaggio, che già è caratterizzato dall’analisi di tanti esempi di vita reale e focus schematici, c’è un capitolo che racconta più dettagliatamente le storie di persone che, dal nulla, in tutto il mondo, hanno avuto il coraggio e la costanza di inventare il proprio lavoro, avendo un grande successo.

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La parte più interessante del testo è, senza dubbio, quella dedicata alla promozione dell’attività. Molti nuovi imprenditori, infatti, sottovalutano l’importanza di farsi conoscere dal pubblico di utenti nel mondo giusto, utilizzando anche tutti i mezzi di ultima generazione a disposizione, e tendono a lasciarsi andare al fai-da-te, sprecando energie e illudendosi di “guadagnare” troppo in fretta. Illustrando le principali tecniche di marketing, dal volantino al personal branding, fino all’importanza della Web reputation e della presenza attiva sui Social Network, Lucia Ingrosso e Silvia Massa svelano molti trucchi e segreti in merito, suggerendo quando affidarsi a esperti di comunicazione e quando, invece, è possibile cavarsela da soli.

In ogni capitolo le autrici, oltre a raccontare storie di imprenditori, analizzandone fallimenti e successi, spiegano scupolosamente come muoversi nella Giungla della burocrazia, senza uscirne demotivati, e danno anche la parola a molti altri esperti e influencer dai quali c’è molto da imparare, sfruttando le idee, le strade e le informazioni pratiche che tanti nostri connazionali hanno scelto di condividere, pagina dopo pagina.

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L’esperienza di vita raccontata nel libro che più ci ha fatto riflettere, strappandoci anche un sorriso, è quella di “Il Marito in affitto”, una S.r.l. creata nel 2007 da Giampiero e Fabio Cerizza, un padre e un figlio che, oggi, hanno settanta affiliati in tutta Italia e vari Master in Europa. L’esperienza di Giampiero e Fabio è lo specchio dei nostri tempi in cui la tecnologia è così veloce, da bruciare troppo in fretta l’utilità di tanti oggetti di uso quotidiano, facendoci perdere la capacità di aggiustarli quando si rompono. Quante volte siamo così occupati in altre cose, da non poterci occupare personalmente della manutenzione di tante piccole cose che ci circondano, o addirittura, non ne siamo proprio in grado? È da questo quesito estremamente attuale che i due imprenditori hanno deciso di mettere a disposizione di tutti le “mani d’oro” dei mariti di una volta che in casa sapevano fare tutto, dalle piccole ristrutturazioni, alle riparazioni di ogni genere. Giampiero e Fabio oggi sono un punto di riferimento per tanti clienti e hanno avuto la capacità di creare e di credere in un progetto interamente improntato sulle loro capacità, insegnandolo perfino a chi ha voluto imparare dalla loro grinta, e sono un esempio di modernità e tradizione unico nel suo genere, nato solo da una cassetta per gli attrezzi e da una buona dose di coraggio. Questa esperienza, tuttavia, è solo una delle tante raccontate e descritte nel testo in ogni dettaglio.

“Il lavoro? Me lo invento!” è un libro intelligente, ingegnoso e scritto con la chiarezza e la motivazione giuste per dare concretezza ai sogni di chiunque.

Alessandra Rinaldi

Carlo Messina: spostare il focus dalla semplice competenza alla persona

Può la crescita personale incidere positivamente sulla crescita del contesto professionale? Questa è la mission di Inforgroup (www.inforgroup.eu), ente di formazione che da anni sviluppa attività di ricerca, selezione e orientamento, nell’ambito della formazione e dei servizi al lavoro: integrare e adeguare il potenziale delle risorse umane e professionali ai cambiamenti, con l’obiettivo di focalizzarsi sul capitale umano per valorizzare il potenziale organizzativo dell’impresa.

La poliedricità, il coraggio e l’innovazione sono le caratteristiche principali di ogni buon progetto, secondo il Direttore Commerciale di Inforgroup, Carlo Messina: agire in contesti simili con approcci differenti creando nuovi stimoli, non avere paura di cambiare, puntare sempre al futuro, indipendentemente dall’appartenenza generazionale.

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La sua esperienza nel campo della formazione e dello sviluppo del personale, mirato al benessere in qualunque contesto lavorativo, inizia nel Consorzio Elis e si concretizza, oggi, nel Gruppo De Pasquale. Tracciamo un bilancio di queste esperienze e di questo percorso di crescita aziendale, tra difficoltà e obiettivi raggiunti.

L’esperienza nel Consorzio Elis è stata fondamentale: non solo mi ha permesso di incontrare grandi aziende multinazionali con cui sperimentare progetti complessi e di alta qualità ma, non occupandosi esclusivamente del business ma anche di persone nella loro complessità e di contesti sociali ampi, mi ha spinto a lavorare in questo campo mediante un approccio sistemico.
Da un punto di vista professionale, Elis è stata una palestra dove gli ostacoli si sono rivelati importanti opportunità di apprendimento per l’azienda, oltre che di fiducia fra capi e dipendenti: per esempio, in un momento di difficoltà come quello di un change management interno all’azienda, ho introdotto importanti novità, ho condotto progetti innovativi (Talent Accademy), ho maturato la consapevolezza che non bisogna mai mollare e concentrarsi sempre sugli aspetti positivi.

Un bambino che vuole guardare una videocassetta sarà sempre più attratto da un film già visto, piuttosto che da uno nuovo, perché questo è comodo e rassicurante. Guardare il nuovo film assieme a lui significa dargli la sicurezza e la capacità di farlo anche da solo in futuro: questo è ciò che considero un modo costruttivo di affrontare il cambiamento.

Quando ho sentito che il mio percorso in Elis era concluso, ho lasciato l’azienda e ho iniziato una nuova avventura al “Campus Bio-Medico” di Roma dove, grazie alla preziosa figura del Consigliere dell’Università Lucio Fumagalli, ho sviluppato maggiori competenze in campo manageriale. I suoi aspetti fondamentali? Visione d’insieme, disciplina e ordine.

Alla fine sono arrivato nel Gruppo De Pasquale dove ho visto l’opportunità di realizzare un progetto completo nei servizi al lavoro, ovvero poter fornire formazione alle persone in ogni momento del proprio percorso: coloro che si avvicinano al mondo del lavoro, coloro che devono aggiornare le competenze e coloro che hanno bisogno di una riqualificazione delle competenze quando fuoriescono dal mondo del lavoro.

Una cosa importante è che nelle mie realtà lavorative ho sempre utilizzato approcci diversi per fornire all’azienda stimoli nuovi: per esempio le Talent Elis, che ho contribuito a creare, sono diverse dal resto dell’offerta formativa in quanto spostano l’attenzione dalla competenza alla persona. È essenziale che le persone capiscano perché devono lavorare in un certo modo piuttosto che in un altro.

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Per quel che concerne l’innovazione strategica del Management, ha approfondito particolarmente le questioni inerenti l’interaging, vedendo nell’integrazione tra diverse età nei contesti lavorativi una vera e propria risorsa e non un limite. Come si conciliano le differenze generazionali in azienda e come si possono ricollocare le varie risorse senza rinunciare alla dignità e al valore dei vari profili umani e professionali?

Un principio intoccabile è che le persone vanno ricollocate senza ferirle perché, in caso contrario, non ci sarà mai equilibrio generazionale.
Un conto è infatti se un dipendente decide di sua volontà di uscire dall’ambito della produzione per fare coaching, ben altra situazione è se si trova costretto da circostanze esterne: in questo caso difficilmente verrà fuori un buon lavoro.
L’interaging è dunque fondamentale. Se non sono presenti tutte le generazioni, si corrono due rischi: perdere freschezza e innovazione da una parte, perdere razionalità ed esperienza nel modellare l’innovazione dall’altra. L’interaging funziona se si riescono a contenere la frenesia, tipica della “cultura della performance” dei più giovani, e le paure dei più maturi. Entrambi devono essere aperti, pronti all’apprendimento e guardare al domani.
Per i più adulti, un consiglio molto utile: prendete in mano il vostro cv, cambiatelo e identificate nuove idee per il futuro.

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Crescere, semplificare, velocizzare: tre concetti fondamentali per il benessere e lo sviluppo aziendale in ogni settore. Cosa ha significato per lei applicare un approccio sistemico nell’ambito dei suoi progetti aziendali?

Crescere: è il tentativo di conciliare gli obiettivi di crescita personale con quelli aziendali. Se non si ha volontà di crescere personalmente, l’azienda non cresce.

Semplificare: snellire la comunicazione e l’organizzazione. Mi piace molto il concetto di delega, di lavoro in gruppo con ruoli ben definiti e di crescita della fiducia personale. Per fare un esempio, fornire supporto al commerciale nel raggiungimento della quota annuale, lavorando gradualmente sulla sua autostima piuttosto che valutando a posteriori una sua prestazione, consente di prevenire problematiche e complicazioni future.

Velocizzare: le idee non servono a nulla se non si concretizzano entro un certo tempo.

Che suggerimento darebbe a chi volesse seguire le sue orme in un momento di transizione così complesso e delicato per le realtà aziendali del nostro Paese e del Mondo intero?

Poniti degli obiettivi con scadenze precise ed esci dalla zona di comfort. Entra in un’azienda guidata da un capo che trasmetta fiducia, che stimoli le persone a crescere e che sia molto esigente. Le persone che nella mia personale esperienza sono cresciute di più sono quelle che ho messo a dura prova.
Punta sui progetti, non sul posto di lavoro. Infine, quando ti rendi conto che un progetto si è concluso, lascia l’azienda. Non sentirti mai padrone di quello che fai, sentiti sempre di passaggio.

A cosa sta lavorando attualmente? Ci racconti quali sono i suoi progetti per il futuro.

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Uno dei progetti che al momento sto portando avanti è il progetto Industry 4.0. Penso sia una grande opportunità per il sistema Paese perché siamo di fronte ad una rivoluzione industriale, la quale cambia i paradigmi imprenditoriali che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Questo può riportare la produzione nel nostro Paese innalzando ulteriormente la qualità di quanto prodotto.
Ciò significa dover ripensare le organizzazioni e i mestieri e incentivare modelli di servant leadership che stimolino le persone ad assumersi le responsabilità e a decidere nel momento opportuno cosa fare e, fattore imprescindibile, fare in modo che ogni persona possa sentirsi un attore importante della catena del valore alla quale si contribuisce.

www.inforgroup.eu

 

Giorgia Less

 

 

 

 

“La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson

 

Prima di parlare di questo libro davvero simpatico, estremamente calzante ed utile per la vita di tutti i giorni, facciamo un passo indietro.

Cosa è fondamentale perchè un libro prenda vita ed esista materialmente?

Un Autore? Si, sicuramente, ma siamo andati troppo indietro.

Un gruppo di persone disposti a leggerlo, anche solo per prova? Può essere, ma è sempre una cosa successiva….

La Casa editrice! Per un libro serve una Casa Editrice.

Perchè diciamo questo?

Per il semplice fatto che “La saggezza dell’improvvisazione”, scritto da Patricia Ryan Madson docente di recitazione all’università si Stanford in quasi vent’anni di lavoro, lo possiamo avere tra le mani e leggerlo in Italia solo grazie alla Barbi Editori.

Ecco il nostro passo indietro (sto improvvisando come mi ha suggerito il libro di Pat)!!!

Nicola Barbi è un imprenditore, un manager d’azienda, estremamente attento alla cultura della formazione aziendale.

Giorgio Paparelle, viene a conoscenza di questo libro, scrive una lettera direttamente all’autrice chiedendo il permesso di poterlo tradurre in italiano per farlo leggere al paese intero.

Ovviamente Patricia Ryan Madson, seguendo una delle regole dell’improvvisazione, da il suo parere favorevole.

Nicola Barbi, convinto dal consiglio del cugino Giorgio, decide di acquistare i diritti d’autore per quella che sarebbe stata l’edizione italiana. Così, nel 2011 decide di fondare la minuscola casa editrice  Barbi Editori per pubblicare il libro della  Madson.

Già solo la storia di come questo libro sia stato tradotto e pubblicato in Italia, sembra essere frutto di una catena di improvvisazione (senza tralasciare la passione!) che ha portato ad un ottimo risultato.

La saggezza dell’improvvisazione”.

Un testo scorrevole, leggero, ma con la capacità di cambiare le carte in tavola di chi lo legge.

Dopo averlo letto mi sento di definirlo un libro teorico e pratico a differenza di tutti i libri che una persona può scegliere di leggere.

Teorico perchè ovviamente deve essere letto. Pratico per i suoi “Prova questo” sparsi qui e là nelle massime, veri e propri esercizi per migliorare ogni volta una sfaccettatura di noi stessi.

Questo volume illustra infatti quelle che l’autrice definisce proprio “Massime dell’improvvisazione”, cioè un principio ogni volta differente che, attraverso esempi pratici di vita vissuta personali, risultano essere applicabili alla vita di tutti.

In questo modo viene suggerita una chiave di lettura e di azione diversa di tutto ciò che si può fare normalmente, dimostrando come l’arte della improvvisazione diventi un valido aiuto al nostro modo di vivere, affrontare, gestire le cose, disquisendo sugli ostacoli che possono sorgere dal nostro agire e le possibilità per superarli, fornendo anche pratici e  semplici esercizi.

L’improvvisazione viene presentata così ai nostri occhi come uno strumento che, al contrario di quanto si pensi, va usato con il buon senso, capace di rendere la mente elastica e in grado di raggiungere gli obiettivi in modo decisamente differente.

La Madson nel suo libro scrive, e sono sicura di essere stata contagiata da questa idea, che la vita sia frutto tanto di pianificazione quanto di improvvisazione, mettendoci davanti opportunità, domande, problemi ai quali noi dobbiamo reagire in tempo reale, perciò il modo in cui affrontiamo tutto questo complesso di cose, altro non è che una eterna improvvisazione.

Fare un passo improvvisando porterà sempre da qualche parte.

Parlando di improvvisazione nel prologo, mi ha davvero meravigliato come Patricia Ryan Madson abbia tirato in ballo la storia dell’evoluzione umana dandole una interpretazione che non ho mai letto prima e, sorprendentemente, corretta.

Lei scrive che l’improvvisazione è venuta ben prima della pianificazione e che per millenni gli esseri umani hanno vissuto spontaneamente giorno dopo giorno, semplicemente trovando la soluzione ai problemi quotidiani. Ma ad un certo punto è diventato necessario pianificare per poter sopravvivere,  di conseguenza questa evoluzione nella storia dell’uomo ha messo fine all’improvvisazione come principale modus vivendi. Questo perché abbiamo imparato a preoccuparci del futuro favorendo lo sviluppo delle nostre capacità celebrali. 

Siccome siamo diventati degli abili programmatori e pianificatori di tutto ciò che dobbiamo fare, abbiamo perso di vista la semplicità e la bellezza dell’agire, non siamo più pronti a risolvere problemi e non sappiamo più guardare alle cose con occhi nuovi. La realtà si presenta a noi sempre in modo diverso ma noi siamo troppo abituati a viverla in modo meccanico.

Allora ci viene in soccorso l’improvvisazione che, paradossalmente, ci permette di analizzare meglio la realtà che ci circonda, trovando le giuste soluzioni ogni volta che dobbiamo fare qualcosa.

Cosa c’entrano le massime dell’improvvisazione con il mondo del lavoro?

Dovreste sorprendervi, perché in realtà sono perfettamente idonee a suggerirci il (corretto) modo di agire.

Quante volte emerge il concetto di Problem Solving durante un colloquio di lavoro?

Se abbiamo un obiettivo lavorativo da raggiungere, non ci viene chiesto di trovare una soluzione?

Cosa può essere utile per centrare il fulcro di un problema?

Non è forse l’improvvisazione? Si.

Vi chiederete, com’è possibile? Sembrano due cose così distanti…

Invece l’improvvisazione, tecnica teatrale nota fino a qualche tempo fa solo ad attori e artisti,  risulta essere un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane.

Perché?

Lavorare secondo le massime dell’improvvisazione produce dei risultati concreti.

Può connetterci a qualcosa di più grande (un’azienda per esempio), mettendoci in condizione di cogliere in maniera più chiara il nostro ruolo nello schema delle cose.

Genera un impegno molto più attento al procedimento che conduce al risultato, permette di partecipare pienamente a ciò che si fa e alle relazioni che ruotano intorno ad esso.

Il buon improvvisatore è una persona sveglia, non concentrata esclusivamente su di sé, pronta a fare qualcosa per gli altri e a seguire questo suo impulso.

Improvvisare significa accettare dei rischi, concentrarsi sulle cose che sono più importanti e presuppone il saper leggere l’interdipendenza con gli altri esseri umani (i colleghi dell’azienda).

Leggendo questo libro si comprendono una serie di strategie comportamentali sul teamwork, sulla responsabilità, sulle modalità di azione e di controllo, suggerendo come essere accorti a quello che ci circonda e come fare per avere uno spirito costruttivo.

Concetti prettamente aziendali.

Siete ancora convinti che l’improvvisazione è così distante dal mondo del lavoro e soprattutto dal mondo aziendale?

Francesca Tesoro

Approccio Sistemico alla Narrativa: una lezione dal passato

cover-narrativaDiventare scrittori di professione non è mai stato semplice. Né in passato, quando l’Editoria attraversava periodi più floridi, né adesso che, oltre alla crisi economica, l’avvento del digitale sta cambiando molte cose, generando sia nuove opportunità, sia momenti di confusione. Inoltre lo stretto legame che, senza dubbio, unisce la scrittura all’ispirazione fa sembrare quello dell’autore un mestiere senza regole, presumibilmente alla portata di tutti e che, quindi, non necessita di una grande preparazione specifica, oltre a un innato talento. Quando si pensa agli autori studiati sui banchi di scuola si fatica a capire se l’analisi dei testi che tutti gli studenti sono abituati a fare è solo frutto del lavoro dei critici e degli accademici o è realmente stato uno degli strumenti dell’autore stesso per ideare, rifinire e cesellare la propria opera.

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Probabilmente non esiste una risposta univoca a questo dubbio ricorrente, ma una cosa è certa: anche chi, inizialmente, ha infranto tutte le regole inseguendo il proprio stile e rivoluzionando la letteratura di un periodo o di un altro ha finito per creare, anche involontariamente, regole nuove che, di generazione in generazione, sono diventate emblematici paradigmi per gli aspiranti autori. È proprio in questo, in fin dei conti, che consiste l’approccio sistemico alla scrittura e in particolar modo alla narrativa, soprattutto da quando si è affermato il genere del romanzo, a noi ancora oggi così caro. Le tecniche di scrittura, i generi letterari, la costruzione delle storie in modo equilibrato e complesso possono cambiare nel corso dei secoli, ma restano sempre i mattoni fondamentali con cui costruire le mura portanti dell’opera, senza dimenticare il cemento del talento e dell’ispirazione.
Un’importante lezione su cosa significa applicare un approccio sistemico alla narrativa ci viene proprio dal passato, da due autori che hanno contribuito in modo insostituibile a plasmare la letteratura di oggi: Henry James e Edith Wharton, colleghi e amici anche nella vita privata, i cui scritti fondamentali sul difficile mestiere di scrivere sono stati uniti e messi a confronto in “Narrativa. Istruzioni per l’uso”, Dino Audino Editore.

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Questo testo è suddiviso in due parti, entrambe nuovamente tradotte per questa edizione speciale che costituisce un insostituibile manuale di istruzioni per l’uso per aspiranti scrittori. La prima parte comprende alcuni scritti di Edith Wharton pubblicati su un periodico americano dell’epoca e poi uniti nel libro dal titolo italiano “Scrivere narrativa”. La seconda, invece, è composta da alcuni brani tratti dalle opere di Henry James “L’arte del romanzo” e “Le prefazioni”. I vari testi raccolti sono preceduti da alcuni utili spunti di riflessione della curatrice e traduttrice Federica Grossi che fanno da filo conduttore e sottolineano la profondità dei brani stessi.
Tanto è complesso e articolato lo stile di James, quanto è limpido e scorrevole lo stile della Wharton. Eppure, entrambi con la stessa efficacia, esprimono l’attenzione e la precisione necessarie a qualsiasi aspirante scrittore per approcciarsi a questa professione in modo analitico e rigoroso, applicando sistematicamente un metodo di costruzione e stesura della propria idea originale che possa garantirne la qualità intrinseca, grazie all’uso di tecniche collaudate.

narrazioneDi particolare utilità sono, oltre all’attenzione di entrambi questi autori per la costruzione dei personaggi come caposaldo trainante delle storie assieme alla loro appartenenza socio-culturale, da una parte le considerazioni di Edith Wharton sul punto di vista dal quale si affronta la narrazione, dall’altra la necessità per ogni scrittore, secondo Henry James, di possedere un taccuino di appunti assolutamente privato nel quale dare sfogo alla propria ispirazione prima di procedere alla stesura vera e propria.
In queste meta-opere di autori così importanti si cela tutta la modernità di questi scrittori che, anche nella vita, per quanto diversi, si stimarono profondamente. Nei loro consigli alle nuove leve della letteratura traspare la passione e la profondità necessarie per applicare con attenzione un metodo sistematico alla fantasia e alla creatività delle idee. Solo dall’unione tra ispirazione e sistema, infatti, nasce la narrazione delle storie.

Alessandra Rinaldi

“Scusate se esisto”: una commedia italiana che fa riflettere

Come può una commedia diventare spunto di riflessione?

“Scusate se esisto”, di cui parleremo oggi, film di Roberto Milani con Paola Cortellesi e Raoul Bova, riesce pienamente in questo intento.

Tra risate e colpi di scena davvero divertenti, questa pellicola del 2014 prodotta da Fulvio e Federica Lucisano per Italian International Film e Rai Cinema, è un condensato della realtà odierna, mostrando senza mezzi termini le difficoltà del libero professionista, soprattutto quando è donna.

L’architetto Serena Bruno si è laureata a pieni voti dando il massimo negli studi, ha una carriera di successo all’estero, dirige grandi cantieri nella city londinese e parla almeno quattro lingue diverse.

Al termine dell’ultimo progetto di cui è capo, parlando con i colleghi che puntano a mete lontane e in pieno sviluppo, l’architetto Serena Bruno vuole rilanciare una scelta rivoluzionaria e,  tra lo sconcerto generale, decide di tornare in Italia perché ama il suo paese.

Così si ritrova nella periferia della capitale a lavorare contemporaneamente come arredatrice di interni (in un grande magazzino che vende mobili per clienti tutt’altro che raffinati), curatrice dell’edificazione di un mausoleo per la famiglia storica  più influente della zona (la tomba del proprietario di un compro oro che pretende pacchianerie di altri tempi) e come cameriera per continuare a mantenersi dopo aver esaurito i risparmi del lavoro all’estero.

L’incontro con due giovani (ma gentili) ladruncoli che le fregano il vecchio motorino del padre, le fanno scoprire l’edificio del Corviale che diventa il suo più grande progetto.

Sicura di sé e delle sue capacità di architetto, partecipa ad un bando per la riqualificazione del mastodontico complesso di edilizia popolare e al colloquio convince la commissione esaminatrice, non tanto per  le sue idee innovative, quanto per il suo fingersi la segretaria dell’architetto Bruno Serena.

Tra scene tragicomiche, la complicità del proprietario (Raoul Bova) del locale dove lei fa la cameriera, le loro vite che si intrecciano con quelle degli altri protagonisti del film, il mondo  dell’architetto Bruno Serena crolla e  con esso vengono abbattuti di tutti gli stereotipi messi in scena e scoperte tutte le carte in tavola.

Questo film, basato sulla storia vera dell’architetto Guendalina Salimei, ha portato sullo schermo la  reale storia sua e del “Chilometro verde”, un progetto di riqualificazione di questo complesso residenziale popolare nella periferia della capitale.

Parallelamente, anche se frutto della sceneggiatura che ha romanzato il vero, viene raccontato e dimostrato come essere donna in un ambiente prettamente maschile sia complicato e che spesso i talenti italiani, all’estero considerati tesori e spesi nel migliore dei modi, una volta tornati in patria si ritrovano a dover fare i salti mortali non solo per sbarcare il lunario e sopravvivere, ma soprattutto per far valere le proprie capacità.

Serena Bruno rappresenta tutte le donne che alla firma del contratto con il datore di lavoro si trovano a dover sottoscrivere una piccola clausola proforma, “un espediente di natura prettamente precauzionale, giusto in caso di eventi catastrofici, tipo alluvioni, trombe d’aria, meteoriti e gravidanze” che di certo ad un uomo non viene chiesto.

Così, se la considerazione del firmare in anticipo le proprie dimissioni è decisamente ingiusto, bisogna ricordarsi che rappresenta una realtà tristemente vera.

Serena Bruno è la donna che lavora assiduamente al suo progetto, che ha fatto i sopralluoghi al Corviale e parlato con la gente, chiedendo loro cosa volessero, per realizzare più che i suoi sogni, quelli delle persone che vivono lì.

Serena Bruno è la persona che poco prima di entrare a fare il colloquio, ascolta indecisa una altra aspirante architetto, già arresasi al sistema, che le dice come un progetto del genere non lo daranno mai ad una donna. Ed è lì che ha il lampo di genio, fingersi qualcun altro per diventare qualcuno, facendo semplicemente quello che i futuri datori di lavoro si aspettavano, un architetto uomo con una segretaria donna.

Serena Bruno è l’opposto di Michela (Lunetta Savino), la segretaria del capo Ripamonti, ricco egoista, maschilista e sfruttatore (Ennio Fantastichini), per anni asservita e annullata pur di lavorare, convinta che “loro (gli uomini) stanno sotto i riflettori e noi stiamo dietro le quinte” ma in realtà il vero motore dell’impero Ripamonti, colei la quale non dimentica mai nulla ed è sempre sul pezzo.

Serena Bruno fa crollare il sistema. È una donna caparbia e coraggiosa, che ha combattuto, seppur con l’inganno, il maschilismo di una professione e ha abbattuto il muro tra il dover essere agli occhi degli altri  e quello che realmente si è.

Ma il binomio donna-libera professione è così scoraggiante nella realtà?

Ciò che salta agli occhi leggendo i dati delle ultime inchieste e ricerche, è principalmente il discorso economico. Le donne guadagnano meno degli uomini e, a ben ricordare, qualche anno fa fecero anche uno spot in materia.

Ebbene, nel mondo dell’architettura continuano ad esistere condizioni di diseguaglianza lavorativa, professionale ed economica. Perciò se può sembrare  positivo il fatto che  il 42% degli architetti siano donne, registrando un incremento dell’11% dal 1998 ad oggi, bisogna subito fare i conti con la differenza retributiva che, in media, per una donna è inferiore del 57%.

In realtà non c’è da stupirsi e questo problema non riguarda solo il mondo degli architetti,  perché in via generale nel nostro paese la remunerazione fra lavoratrici e lavoratori è inferiore del 10,9%, valore che lievita fino al 36,3% quando si parla dei laureati.

Ma non è solo un discorso economico.

Il rapporto Eurostat del 2015, riportava che il 40% delle donne ritenute inattive nel mondo del lavoro italiano ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario. Appare quindi evidente che a livello professionale, le donne sono sia formate che qualificate per lo svolgimento delle differenti attività lavorative, ma si scontrano con dei preconcetti culturali talmente radicati nel comune sentire da essere difficilmente scardinati.

Ed effettivamente è così, se ci pensate, i ruoli di controllo, amministrazione e gestione sono prevalentemente occupati da uomini. Nelle libere professioni statisticamente ci sono più uomini che donne. Questo perché culturalmente la donna è sempre stata vista più affine ai ruoli lavorativi legati al mondo dell’istruzione e dell’assistenza, tanto medica quanto sociale, che a capo di una azienda o in un cantiere a sporcarsi le mani di malta.

Ancora, la donna è il fulcro della famiglia, è colei che la gestisce, la cresce, è la parte fondamentale per darle vita e spesso questo si scontra con le aspirazioni professionali della donna-(futura)mamma. È culturalmente lei che si è sempre occupata della cura della casa.

Di conseguenza la donna, più dell’uomo, è generalmente portata a fare la scelta tra la propria ambizione professionale e il resto.

Bisogna chiedersi allora se siamo pronti, come sta iniziando a succedere, che i ruoli assumano delle sfumature  meno nette e che ci si possa tranquillamente interscambiare, senza scadere in facili considerazioni di genere.

Sappiate che ad oggi esistono anche uomini casalinghi – per scelta – che si dedicano alla cura della famiglia mentre le consorti si concentrano sul lavoro, senza  che il mondo vada in frantumi.

Francesca Tesoro