Donatello Aspromonte: le Start-Up italiane e il ruolo del Mentor

Dopo aver analizzato con Roberto Saliola la crescita economica di Roma e del Lazio nel primo trimestre di quest’anno, allarghiamo i nostri orizzonti, occupandoci del variegato e vivace mondo delle Start-Up italiane e soffermandoci, in particolare, sui dati statistici relativi a questa prima parte del 2019 e sulle criticità di queste realtà.

A guidarci in questo interessante viaggio sarà Donatello Aspromonte, esperto di tematiche finanziarie, Mentor di Start-Up innovative e vicepresidente di Manageritalia Executive Professional, il quale ha risposto alle nostre domande sul ruolo del Mentor come figura istituzionale e di supporto ai giovani imprenditori, aiutandoci ad analizzare correttamente i dati che vedono questo settore in crescita, tenendo, però, conto dei fattori di reale innovatività dei progetti, con riferimento ai concetti di scalabilità e replicabilità di questi.

Non sempre, infatti, i numeri in crescita indicano la reale capacità del Paese di favorire la nascita di Start-Up innovative, ed è proprio qui che il supporto del Mentor svolge un ruolo fondamentale affinchè i tanti e validi progetti appena nati superino positivamente le fasi iniziali di ingresso nel mercato, concretizzando la creazione di prodotti e posti di lavoro.

Come si distingue, dunque, una realtà davvero “start-up friendly”, da una non ancora matura? E come ovviare a tutte le difficoltà, valorizzando i progetti originali e validi dei tanti giovani che si avviano verso questi percorsi? A questo e molti altri interrogativi ha risposto per noi Donatello Aspromonte, delineando linee guida utili a tutti gli addetti ai lavori e non, illustrandoci, tra l’altro, un interessante progetto realizzato da Manageritalia in concerto con le Università italiane, per far sì che, già negli anni della formazione, gli studenti, aspiranti startupper, siano informati e aggiornati in merito.

Qual è la situazione delle Start-Up a Roma e nel Lazio durante il primo trimestre 2019?

Se parliamo di dati statistici, la situazione è questa: le start-up innovative iscritte nel registro delle imprese 30 giugno 2019 sono 10.426, in aumento di 351 unità rispetto a fine marzo e di circa 500 unità rispetto al 2018. Circa il 25% del totale delle start up innovative è ubicato in Lombardia, mentre il Lazio si colloca in seconda posizione, con una percentuale dell’11%.

La situazione quindi è positiva?

Non proprio: ritengo che una lettura poco attenta dei dati statistici possa portare a conclusioni fuorvianti.

Cosa intende?

Intendo dire questo: nel contesto internazionale la definizione di start-up porta con sé due concetti fondamentali, ossia la scalabilità e la replicabilità. Una start-up, per definirsi tale deve avere un progetto di innovazione caratterizzato da una crescita potenzialmente rapida, innestato in un business model che sia facilmente scalabile e replicabile. Se manca uno di questi requisiti non c’è una start-up, ma semplicemente un nuovo progetto di impresa.

E in Italia?

In Italia, invece non è così: da un punto di vista normativo, per essere una start-up innovativa occorre rispettare una serie di requisiti formali, ad esempio quello di inserire nel proprio oggetto sociale le attività di sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti e servizi ad alto valore tecnologico o di assumere personale laureato o con dottorato di ricerca. Per cui esistono dei progetti di impresa che, pur non essendo né scalabili né replicabili, vengono considerati a tutti gli effetti delle start-up, semplicemente perché rispettano requisiti burocratici e normativi.

Quindi il fatto che il numero di start-up innovative cresca non è un indicatore valido della capacità del Paese di favorire la nascita di start-up innovative, giusto?

Esatto. Il fatto che il numero di start-up innovative – nell’accezione normativa italiana – cresca, non comporta necessariamente che l’Italia sia un Paese “start-up friendly” ossia un Paese che favorisca la nascita delle start-up; e difatti non lo è, anche analizzando le utile classifiche dei Paesi dove è più facile creare una start-up, che colloca l’Italia alla 27° posizione, in una classifica nella quale nei primi 10 posti troviamo i soliti noti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada Germania, Olanda). È un dato di fatto che molte start-up create da giovani italiani siano state costituite ad Amsterdam o a Londra. C’è poi anche un discorso legato alla dimensione economica ed organizzativa delle start-up italiane: su oltre 10.000 start-up innovative iscritte, meno della metà hanno dipendenti e il valore medio dei dipendenti non supera le 4 unità, mentre il valore della produzione medio è di circa 150.000 euro; bastano questi dati per fotografare la dimensione del fenomeno nel nostro Paese, molto lontano dai numeri delle start-up di altri Paesi.

Quali sono le altre problematiche che le start-up italiane incontrano?

Sono diversi, ma quelli secondo me più importanti sono due. Il primo problema è legato alla mancanza di competenze manageriali da parte degli startupper. Sempre più spesso, infatti, i giovani hanno idee veramente brillanti ma non hanno le esperienze necessarie per “metterle a terra”, per sviluppare percorsi progettuali di esplorazione delle potenzialità di mercato della propria idea ed è proprio la mancanza di un serio accompagnamento delle start-up nelle primissime fasi di vita a determinarne l’insuccesso. Purtroppo gli incubatori-acceleratori privati riescono a soddisfare poche richieste di assistenza e preferiscono puntare su start-up con una certa storicità, mentre quelli di derivazione pubblica – soprattutto a carattere regionale – a cui viene demandata la fase di pre-seed, mostrano i segni del tempo, intrappolati in procedure burocratiche e amministrative eccessive.

E il secondo problema?

Il secondo problema è legato alla difficoltà che le start-up riscontrano nel reperire equity, ossia capitale di rischio. Purtroppo il sistema del venture capital italiano non è ancora sviluppato; consideri che, in base ai dati del secondo trimestre 2019, la Gran Bretagna ha messo a segno investimenti di venture capital per 3,2 miliardi, con circa 234 round di finanziamento, mentre la Francia ha raccolto investimenti per 1,4 miliardi con 131 round, seguita dalla Germania (1,3 miliardi di investimenti e 119 round) e dalla Svezia (1,3 miliardi 3 e 58 round). L’Italia è dodicesima con investimenti pari a 100 milioni con 26 round piazzati. Il raffronto tra i diversi Paesi mostra l’arretratezza del nostro Paese su questi temi. A questo si aggiunge anche che le organizzazioni di business angeling ancora non raggiungono le dimensioni di quelle presenti in altri paesi europei. E questo penalizza gli startupper italiani, che si vedono costretti a spostarsi in altri paesi dove la raccolta dei capitali risulta essere alla portata.

E gli incentivi pubblici riescono a sortire qualche effetto?

Esistono diverse misure agevolative e strutture a supporto dell’innovazione: solo per citarne qualcuna, penso alla misura Smart&Start di Invitalia o all’operatività di Invitalia Ventures, alle agevolazioni fiscali per chi investe in start-up innovative o al fondo nazionale innovazione del MISE fino ai voucher per l’innovation manager. Tutte misure utili, ma il problema è un altro.

Quale?

Occorre una visione unica, un’unica cabina di regia, in grado di coordinare gli sforzi di tutti gli attori coinvolti, sia pubblici che privati. Occorre fare squadra, per creare il giusto ambiente in grado di favorire la nascita e la crescita di nuove imprese. Per questo ritengo che l’idea di costituire un Ministero dell’Innovazione, in grado di coordinare l’operato dei soggetti che operano con e per le start-up, possa essere utilissimo, a patto di non replicare i fallimentari tentativi del passato recente.

In un contesto come questo, qual è il ruolo del Mentor?

La presenza di un bravo mentor, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso imprenditoriale è fondamentale. Talvolta il problema è che gli startupper sono troppo innamorati della loro idea iniziale, talmente presi che tendono a rigettare qualunque proposta di cambiamento. Avere una buona idea è sicuramente una pre-condizione fondamentale per creare una start-up di successo, ma potrebbe non bastare.

In cosa consiste il suo lavoro di mentorship?

È un percorso articolato, ma semplificabile nel modo seguente: guidare lo startupper a porsi le domande giuste, supportandolo nella definizione e nella validazione di un business model efficacie, oltre che nella definizione di un piano finanziario sostenibile e alla ricerca di fonti di finanziamento adeguate.

Parliamo del progetto che state lanciando nelle Università italiane.

Per scovare le innovazioni abbiamo deciso di andare lì dove è più probabile trovarle, ossia nelle università. Abbiamo creato un format progettuale – denominato Hackathon UniversItalia – che è un progetto in partnership tra ManagerItalia Lazio Abruzzo Molise Sardegna Umbria e le principali università italiane. A partire da Settembre 2019 e per tutto il 2020, in maniera itinerante, organizzeremo delle full-immersion di tre giorni, delle vere e proprie “maratone dell’innovazione”, con una partecipazione ampia e trasversale di studenti, makers, imprenditori, professionisti, docenti universitari, etc: una sorta di community locale per l’innovazione, composta da persone che si mettono in gioco per individuare soluzioni disruptive su tematiche ed ambiti specifici. Abbiamo iniziato il 16 Settembre con la presentazione del progetto presso l’Università di Perugia, per poi continuare nelle sedi delle altre Università partner sparse su tutto il territorio nazionale.

A cura di Maria Tringali

“El trabajo? Lo invento!” de Lucia Ingrosso y Silvia Messa

En las últimas semanas, le hemos dicho cómo hacer un uso positivo de la improvisación tanto durante una entrevista de trabajo como en la vida cotidiana, especialmente en un entorno empresarial, aprovechando las mejores ventajas de esta técnica.

Sin embargo, en un momento económicamente difícil como el que caracteriza nuestros tiempos, para ampliar el espectro de nuestras oportunidades de trabajo, puede ser necesario dejar de lado la improvisación en sentido estricto y dedicarnos a la planificación no solo para buscar trabajo, sino incluso para inventarlo aplicando un enfoque sistémico real.

Lucia Ingrosso y Silvia Messa, ambas periodistas y pilares de Millonaire , relataron precisamente esta nueva realidad que se está volviendo cada vez más popular en todo el mundo, en su nuevo libro, “El trabajo? ¡Lo invento!”, Hoepli Editore, tratando de hacer un balance del fenómeno que está empujando a muchos ex empleados o desempleados a la necesidad de establecerse por su cuenta en los sectores más dispares y dando consejos y sugerencias al respecto.

Este manual sobre los generis, enriquecido por el prefacio de Iginio Straffi y el epílogo de Marina Salamon, intenta canalizar el instinto natural de improvisación y la necesidad de satisfacer las propias aptitudes con la necesidad de planificar y organizar una nueva actividad desde cero, de tal manera que no se cumplan los fracasos que a menudo, desafortunadamente, no dependen de la bondad de la idea inicial, ni de los esfuerzos realizados por los empresarios recién nacidos para tener éxito.

La base de este libro proviene de la experiencia de veinte años de Millionaire, una revista que desde 1991 ha apoyado, orientado y motivado a todos aquellos trabajadores que deciden dar el gran paso hacia el mundo del emprendimiento. Al igual que Millionaire ha crecido, adaptándose a los tiempos y abriéndose, en particular, al mundo de las redes digitales y sociales, el equipo editorial de expertos y periodistas ha decidido reunir muchos años de experiencia en un manual de visita obligada para cada aspirante a emprendedor. Cada capítulo aborda un aspecto específico de camino que conduce al inicio de un negocio por sí solo, desde la necesidad de comprender en qué sector participar, hasta dónde y cómo encontrar financiación administrándolos con sentido común, pasando por la burocracia y publicidad necesarias en la ronda Al final de este viaje, que ya se caracteriza por el análisis de muchos ejemplos de la vida real y el enfoque esquemático, hay un capítulo que cuenta con más detalle las historias de personas que, de la nada, en todo el mundo, han tenido el coraje y la constancia de inventar el propio trabajo, teniendo gran éxito.

La parte más interesante del texto es, sin duda, la dedicada a la promoción de la actividad. De hecho, muchos nuevos emprendedores subestiman la importancia de darse a conocer por el público de los usuarios en el mundo correcto, también utilizan todos los medios de última generación disponibles y tienden a dejarse llevar por su cuenta, desperdiciando energía y engañándose a sí mismos de ” ganar “demasiado rápido. Ilustrando las principales técnicas de marketing, desde el volante hasta la marca personal, hasta la importancia de la reputación web y la presencia activa en las redes sociales, Lucia Ingrosso y Silvia Massa revelan muchos trucos y secretos al respecto, sugiriendo cuándo confiar en expertos en comunicación y cuándo en cambio, puedes sobrevivir por tu cuenta.

En cada capítulo, los autores, además de contar historias de emprendedores, analizar fracasos y éxitos, explican escrupulosamente cómo moverse en la jungla de la burocracia, sin salir desmotivados, y también dan la voz a muchos otros expertos e influencer de quienes hay mucho que aprender, aprovechando las ideas, los caminos y la información práctica que muchos de nuestros compatriotas han elegido compartir, página tras página.

La experiencia de vida contada en el libro que más nos hizo pensar, que también nos hizo sonreír, es la de “Il Marito in affitto”, un S.r.l. creado en 2007 por Giampiero y Fabio Cerizza, un padre y un hijo que, hoy, tienen setenta afiliados en toda Italia y varios Maestros en Europa. La experiencia de Giampiero y Fabio es el espejo de nuestro tiempo en el que la tecnología es tan rápida que quema la utilidad de tantos objetos cotidianos demasiado rápido, lo que nos hace perder la capacidad de repararlos cuando se rompen. ¿Cuántas veces estamos tan ocupados en otras cosas, que no podemos encargarnos personalmente del mantenimiento de tantas pequeñas cosas que nos rodean, o incluso, simplemente no podemos hacerlo? Es a partir de esta pregunta extremadamente actual que los dos empresarios han decidido poner a disposición de todas las “manos doradas” de los esposos del pasado que en casa sabían cómo hacerlo todo, desde pequeñas renovaciones hasta reparaciones de todo tipo. Giampiero y Fabio son hoy un punto de referencia para muchos clientes y han tenido la capacidad de crear y creer en un proyecto completamente basado en sus habilidades, enseñándolo incluso a aquellos que querían aprender de su valor, y son un ejemplo de modernidad y tradición. único en su clase, nacido solo de una caja de herramientas y una buena dosis de coraje. Sin embargo, esta experiencia es solo una de las muchas contadas y descritas en detalle en el texto.

“El trabajo? ¡Lo invento! ”Es un libro inteligente, ingenioso y escrito con la claridad y motivación correctas para dar sustancia a los sueños de todos.

                                                                                                                                                   

Alessandra Rinaldi

Traduzione di Sara Trincali

“Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un Maggiordomo Immaginario” di Simone Tempia

Un volume scorrevole e leggero, che dovremmo avere tutti nella nostra libreria per poterne assaporare, all’occorrenza, i suggerimenti e le intuizioni geniali.

Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un Maggiordomo Immaginario”edito dalla Rizzoli Lizard e scritto dalla mente più che geniale di Simone Tempia, in breve tempo è diventato un fenomeno mediatico. Prima via social, seguito da migliaia di persone che interagiscono con i profili come se potessero realmente trovare qualcuno dall’altro lato della connessione, che li possa ascoltare e, soprattutto, consigliare, poi riviste, interviste e incontri reali nelle librerie.

Gli scambi di battute contenuti in questo libro, sono entusiasmanti e molto veri, li si legge sognando nella propria testa la voce gentile e professionale di un maggiordomo, appunto, immaginario che ci segue nella nostra vita e ci indica le soluzioni migliori ai dubbi che ci potrebbero assalire in ogni momento.

Dalla Pagina Facebook di Vita con Lloyd

Per esempio, se una mattina vi doveste trovare sprovvisti della forza necessaria per affrontare la giornata, potreste tirare fuori il libro dallo scaffale e, leggendo l’aforisma che fa più al caso vostro, ritrovare le speranze di sopravvivere al vostro programma quotidiano nelle parole lungimiranti di Lloyd, maggiordomo infallibile. É lo stesso Lloyd a ricordarci che nella vita ci vuole stile, perchè in alternativa ci si agiterebbe inutilmente soccombendo ai nostri stessi impegni.

Lloyd, come scrive lo stesso Simone Tempia nelle prime pagine di questo libro, è entrato nella sua vita per rimettere in ordine le idee che aveva in testa e farlo ritrovare nei momenti di smarrimento, soprattutto davanti i problemi, definiti come messaggeri molto convincenti del nostro destino.

Le conversazioni dell’autore con questo maggiordomo immaginario sono raccolte in uno stile molto semplice e logico, in base al momento della giornata in cui potrebbero tornare utili e diventano un simpatico strumento per sopravvivere agli attacchi del destino quando pensiamo di essere e sentirci più soli.

“Sono giorni che evita le emozioni, sir”
“È che mi sento fragile, Lloyd. Ho paura di andare in pezzi se mi lascio toccare dagli eventi”
“Sir, la fragilità non dipende mai da ciò che accade fuori, ma dal vuoto che c’è dentro”
“Dici che non mi devo preoccupare di queste crepe sull’anima, Lloyd?”
“Le crepe, sir, non sono che innocue rughe per chi ha una vita piena”
“Pensiero solido, Lloyd”
“Mai quanto lo spirito dei forti, sir”


Dalla Pagina Facebook di Vita con Lloyd

Simone Tempia, giovane autore che nella sua adolescenza aveva già deciso di fare lo scrittore, pensa che“la felicità sia qualcosa che si muove e anche parecchio velocemente” ed questo è il motivo per cui è riuscito a convincere il suo caro Lloyd ad aiutarlo in questa ricerca, ogni giorno, come un fedele accompagnatore, dal mattino alla notte. E così, tra una ricerca ed un’altra si parla dei sentimenti che dovrebbero essere praticati con regolarità, della giornata che va verso il tramonto conducendoci nei nostri pensieri più reconditi e “fastidiosi” tanto da farci venire le vertigini facendoci sentire inesorabilmente abbandonati a noi stessi e senza punti di riferimento, dell’alpinismo emotivo che ci conduce dall’eccitazione per la vetta alla preoccupazione della discesa inesorabile, ai “Pensieri a lume di candela” che spesso coincidono con le difficoltà di riuscire ad affrontare qualcosa di particolarmente pesante, alle paure della notte. Tutte cose normali per noi umani e tutto molto più accomodante da affrontare con il maggiordomo Lloyd che ti segue come un’ombra protettiva e consigliera, sempre pronto a far vedere le cose da un’altra prospettiva, quella vincente.

Personalmente vi suggerisco di non riporlo in altro posto se non sul comodino o il tavolo che vi sta più comodo, perchè una volta che comincerete a cercare Lloyd e le sue soluzioni, le troverete sempre a portata di mano. Parola di chi lo ha fatto.

“Lloyd, perché le persone hanno paura di voltare pagina nella vita?”
“Perché hanno il timore di quello che potrebbero trovare dopo, sir”
“C’è un modo di superarlo, Lloyd?”
“Credo, sir, che voltare pagina sia una preoccupazione per chi legge, ma una necessità per chi scrive”
“Fai controllare le scorte di penne, Lloyd”
“Immediatamente e con piacere, sir”

Dalla pagina Facebook di Vita con Lloyd

E non me ne voglia Simone Tempia se ho scelto di riproporre in questa recensione gli aforismi che sono diventati i capisaldi delle mie giornate che iniziano solo dopo un veloce incontro con Lloyd, il (anche un po’ mio) maggiordomo immaginario.

Buona Lettura!

Francesca Tesoro

“Las fábricas de bien” de Adriano Olivetti

En el contexto empresarial actual, la figura compleja y polivalente de Adriano Olivetti, con sus acciones civiles, políticas y culturales, es el objeto del redescubrimiento.
Los textos recogidos en “Le Fabbriche di bene”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità son heterogéneos y complementarios. El primero, de 1951, es un resumen del proyecto comunitario, una ilustración de la idea de la convivencia civil de Olivetti; el segundo es un discurso dirigido a los trabajadores de su fábrica después de la Liberación de 1945 y representa la ocasión para reanudar las filas de un proyecto que la Guerra había suspendido pero no interrumpido.
Lo que distingue a Olivetti en el contexto del emprendimiento italiano es el hecho de que no es solo un emprendedor. Su pensamiento, del que surgen los otros componentes de su figura, parte de la fábrica, como un sistema constituido por la interpenetración de la justicia, el progreso y la tolerancia. El libro ilustra el corazón de este sistema que, gracias a sus características, se convierte en una “Comunidad” embajadora de ese alto equilibrio humano que Olivetti considera como el objetivo de su proyecto.
El libro destaca otros aspectos importantes de la concepción olivetiana, como el relacionado con la meritocracia, un tema espinoso y extremadamente tópico. Para el empresario de Ivrea, la transmisión de la riqueza constituye una evidente injusticia social, mientras que “la sumisión de los hombres a otros hombres en virtud del privilegio del nacimiento […] constituye un obstáculo muy serio para el progreso de la industria”. El criterio fundamental para garantizar la máxima eficiencia a la fábrica de la comunidad es la capacitación y el desarrollo de gerentes con cualidades humanas, técnicas y culturales superiores. Según Olivetti, cualquier solución que no otorgue autoridad y responsabilidad a hombres altamente capacitados debe considerarse engañosa.
El ojo con el que el empresario de Ivrea observa la fábrica es capaz de capturar todos los elementos que caracterizan esta estructura: su apariencia externa, la relación con la naturaleza circundante, las personas que la pueblan.
Del libro, todo el esfuerzo que realiza Olivetti para que la evolución y expansión de su fábrica no lo haga similar a las grandes ciudades modernas nacidas de una transformación que ha comprometido la “armonía de la vida” a través del caos creado por su “inextricable”. Enredo”.
El empresario es consciente de que la idea de la gran fábrica trae consigo la destrucción de los contactos humanos y la consideración de cada hombre como un número.
La preocupación de Olivetti, expresada perfectamente por el texto, es asegurarse de que todo lo que ha construido mantenga su lado humano sin olvidar nunca el enfoque de su padre Camillo, quien, al discutir o examinar el régimen de vida o el régimen de fábrica , consideraba a cada trabajador igual a él comportándose como “un hombre frente a un hombre”.

Cecilia Musulin

Traduzione di Sara Trincali

“Sun Tzu – L’arte della Guerra”

Oggi facciamo un salto in un tempo davvero lontano per proporvi uno strumento più attuale di quanto si possa pensare. Parliamo di Sun Tzu L’arte della guerra edito dalla Mondadori tra gli Oscar Bestsellers,  un manuale per tutti coloro i quali desiderano cambiare il proprio modo di gestire i conflitti,  le contese in affari o, più semplicemente, la vita quotidiana.

Trascrizione del pensiero strategico seguito circa duemila e trecento anni fa in quella che oggi corrisponde alla Cina settentrionale da un gruppo di generali militari, custodisce tra le sue pagine una antica saggezza e, sorprendentemente, tutte le sue virtù.

Ciò che emerge da questo trattato sulle strategie militari, è l’insegnamento di come conquistare senza aggredire, mostrando un sano, corretto ed efficace modo di superamento dei conflitti, qualsiasi essi siano, personali o sistemici, estesi o limitati.

In effetti, il Sun Tzu parte dalla verità di fondo che il conflitto è integrante della vita umana, si trova tanto all’interno quanto all’esterno di noi e che, per quanto cerchiamo di evitarlo, dobbiamo saperlo affrontare direttamente.

La conoscenza di sé alla quale conduce questo testo, comprende la consapevolezza di quali siano le nostre forze e, intimamente, ci guida alla padronanza della nostra mente. Essenzialmente, in una società che ci porta a vivere situazioni dove è impossibile evitare conflitti ed aggressioni – non solo fisiche, si intende – diventa fondamentale imparare a riconoscerle e gestirle in modo diretto negli ambienti in cui ci troviamo, siano essi di lavoro o familiari, senza ignorarli, soffocarli, negarli o cedendo nella volontà di arrendersi ad essi. Del resto è innegabile che il miglior comportamento difronte a queste situazioni sia l’acquisizione di tutti i dettagli che le compongono, fornendoci così anche la soluzione migliore, fermo restando la capacità di viverla ed analizzarla con una certa apertura mentale.

I principi de L’arte della guerra non sono applicabili ad un solo ambito, ma il suo linguaggio può essere parafrasato ed applicato in modo eguale alle diverse situazioni che viviamo singolarmente.

Gli elementi centrali che costituiscono il Sun Tzu sono la conquista del nemico intero e intatto, la figura del comandante saggio e le circostanze storiche nelle quali questo trattato si è sviluppato e sono sempre loro che ci offrono gli strumenti per interiorizzare le parole di un mondo lontano, trasformandole in un insegnamento pratico per il presente.

“Conquistare intero e intatto il nemico”

Il  Sun Tzu trova applicabilità nell’unicità di ogni singolo caso, avendo alla base il processo di identificazione che bisogna “conquistare intero e intatto il nemico”. Per quanto lontano dalla nostra concezione occidentale ed odierna, questo assunto significa conquistare il (nostro) nemico – qualsiasi esso sia – in modo da mantenere intatte sia le nostre che le sue risorse, portando così non alla distruzione totale ma lasciando qualcosa su cui ricostruire.

Mentre  il concetto di distruzione, non ha bisogno di spiegazioni essendo normalmente condiviso che ad essa non segue opera di ricostruzione possibile, “conquistare intero e intatto il nemico” è un modo di essere, di vedere ma soprattutto di agire poiché da esso derivano le nostre azioni e la sua applicazione dipende dalla consapevolezza delle circostanze attuali e della situazione che viviamo nel nostro presente. Leggendo le pagine che scorrono tra le mani, ci si rende ulteriormente conto che è il punto di vista a fare la differenza, cioè la prospettiva dalla quale si vedono le cose. Quando riusciamo ad assumere un punto di vista equilibrato rispetto la situazione che stiamo vivendo, davanti ai nostri occhi si apre un mondo del quale possiamo identificare chiaramente le varie parti che lo compongono, le relazioni che insistono tra i vari suoi elementi e il loro ruolo all’interno dell’insieme. Del resto il Sun Tzu identifica il mondo come un insieme unitario composto da una moltitudine di componenti variabili e connesse tra loro.

“Il saggio comandante”

La saggezza di questo trattato, per la sua origine, è rivolta a colui che detiene il comando durante una battaglia, facendo costantemente riferimento alle sue abilità e al buon senso del condottiero. Il comandante saggio è una figura che parla con autorità e agisce con vigore, è colmo di risorse ed in armonia con le strutture profonde del mondo, capace di dominare il campo di battaglia e con una spiccata audacia. Le concezioni che possono sembrarci lontane e irraggiungibili, in realtà, possono essere applicate alla nostra vita quotidiana e, attraverso la descrizione di questo comandante saggio, il personaggio mitico che viene ritratto, diventa nei fatti un modello umano e raggiungibile che concretamente avvertiamo di poter emulare e che può guidare le nostre azioni anche nelle sfide più complicate.

“Il collegamento con la tradizione”

Per quanto paradossale può apparire, il Sun Tzu è intimamente legato alla tradizione bellica dell’antichissima Cina e alle circostanze storiche del tempo in cui ha visto la sua genesi, ma il valore del suo messaggio riesce a travalicare i confini del tempo e dello spazio. Il suo contenuto e la sua forma, mostrano intrinsecamente come sia possibile far trasmigrare questi insegnamenti lontani nel tempo di oggi. Questo è possibile perchè il Sun Tzu sottolinea il ruolo della conoscenza nel perseguire la vittoria, identificando nella forza già esistente e appartenente agli uomini e alla natura l’arma principale per il successo. L’insegnamento che riceviamo da questo testo è sistemico e di insieme, enucleando in sé un punto di vista – diverso – delle strutture che compongono il mondo, soprattutto il nostro intimo e personale, nonostante racchiuda in sé contenuti e tradizioni storicamente specifiche.

Per le sue caratteristiche,  Sun Tzu L’arte della guerra, è spesso adottato come strumento di formazione negli ambienti scolastici e universitari per spronare all’eccellenza gli studenti e, addirittura, nel mondo aziendale e manageriale. Infatti, a partire dagli anni novanta dello scorso secolo, improvvisamente le grandi aziende,  piuttosto che distruggere i competitor, capirono e cercarono di attuare ed intraprende una linea ispirata alla collaborazione per ottenere maggiori profitti, ispirandosi alle tecniche, alle strategie e alle tattiche riportate in questo trattato militare come se la competizione aziendale fosse, metaforicamente, una guerra nella quale sopravvivevano e vincevano i manager  in grado di applicare questi antichi precetti cinesi. Questo testo può essere definito, in modo trasversale, come il manuale più letto dai capi militari e politici, dai manager dell’industria e della finanza, dalle persone comuni e dagli studenti di prestigiose scuole non solo di management o di miglioramento personale.

Insomma, anche se vecchio di migliaia di anni,  questo libro, ci immerge in una profonda saggezza che ci mostra come affiancarsi in modo autentico a principi tanto antichi quanto moderni, imparando ad affrontare i conflitti che incontriamo nella nostra vita, illuminandoci sull’utilità e la pratica della saggezza della non aggressione,  un sapere fondamentale che appartiene all’uomo fin dalla sua origine, anche se oggi non sembra più così.

Francesca Tesoro

Manageritalia a Genova per l’Assemblea Nazionale

Immagine tratta da manageritalia.it

Il 7 e 8 Giugno scorso, a Genova, si è svolta la novantatreesima Assemblea Nazionale di Manageritalia, intitolata “Navighiamo insieme ai Genovesi”, che si è distinta, ancora una volta, non solo per la partecipazione e l’impegno dei suoi esponenti, ma sempre più per l’obiettivo di contributo sociale e antropologico che l’Associazione vuole dare nel momento di grande difficoltà che il Paese sta attraversando. Riteniamo, infatti, che solo grazie a un investimento nelle capacità di guida e di innovazione nelle varie aree di azione può concretizzarsi una possibilità di successo e di rinascita.

Ormai da diverso tempo, ho l’orgoglio di far parte di questa comunità di managers, pionieri di un nuovo senso di responsabilità verso la responsabilità di essere cittadini del nostro Paese e, per approfondire tutte le tematiche trattate in Assemblea, vi invito visitare il seguente link:

https://www.manageritalia.it/it/attualita/assemblea-federale-genova

Maria Tringali

“El mundo que nace” de Adriano Olivetti

Adriano Olivetti fue uno de los pilares de la historia italiana después de la Segunda Guerra Mundial. Su eclecticismo lo acercó a la planificación urbana, la psicología, la sociología y la cultura en sus diversas formas. Su “fábrica de ladrillos rojos”, que comenzó como un microcosmos, se convierte en parte de un proyecto más grande, la Comunidad, y luego en una visión profética que involucra el concepto universal de civilización. Esta visión surge de una lectura general de algunos de los escritos del empresario de Ivrea recogidos en el libro “El mundo que nace”, Edizioni di Comunità, editado por Alberto Saibene. Según Olivetti, la base constitutiva de la civilización está formada por las cuatro fuerzas esenciales del espíritu: Verdad, Justicia, Belleza y Amor. La ausencia de uno de estos cuatro elementos determina la no existencia de la civilización. Esta concepción olivetiana, purgada por el componente religioso vinculado a la voluntad de afirmar la civilización cristiana y contextualizada en la realidad actual, podría, y tal vez debería, considerarse como un conjunto de valores a los que hacer referencia.


Olivetti escribe:

“Nadie renunciaría a la nueva civilización, a esta era del hormigón armado, los motores, los antibióticos, la radio y la televisión”. Nadie volvería, no digo siglos, pero ni siquiera cincuenta años. No había luz eléctrica, las enfermedades infecciosas cosechaban vidas jóvenes […] en breve, la condición humana era extremadamente más severa que en la actualidad. Y el mundo se dirige hacia días más brillantes y felices, pero con una condición: que las inmensas fuerzas materiales puestas a disposición del hombre hoy estén dirigidas a objetivos, a objetivos espirituales. De lo contrario, el poder de los átomos, en lugar de construir la nueva civilización, podría con sus misiles controlados por radio y sus bombas de hidrógeno destruirla para siempre “.

El empresario entendió que la sociedad se dirigía hacia la supremacía de la lógica mecánica y hacia la destrucción progresiva de los valores humanos, por lo tanto, había tratado de reconstruir los cimientos de la civilización a partir de su fábrica, que habría servido de modelo para la creación de la Comunidad. Según un proyecto detallado en este libro.


En el pensamiento olivettiano, la comunidad se opone a la cultura, el respeto y la justicia a la lógica del beneficio.

Al leer este libro y pensar en el mundo de hoy, cada uno de nosotros puede entender cómo las palabras de Olivetti suenan proféticas. En una sociedad en la que las empresas luchan por mantenerse a la par de la evolución tecnológica, lo que hace que cualquier innovación se vuelva demasiado rápidamente obsoleta, donde la competencia conduce a la exasperación, el hombre parece haber olvidado los “impulsos espirituales” mencionados en Emprendedor de Ivrea.

La civilización debe reconstruirse y la lógica del máximo beneficio debe ir acompañada de un sentido común que conduzca de nuevo a una sociedad de “escala humana”.
El punto de vista de Olivetti, desarrollado después de la Segunda Guerra Mundial, todavía se puede aplicar a la situación actual. Esto significa que la evolución leída por el empresario ha progresado pero aún no se ha alcanzado el abismo, por lo tanto:
“La civilización occidental se encuentra hoy en medio de una larga y profunda labor, hasta su elección final”.

Cecilia Musulin

Traduzione di Sara Trincali

Crescita economica: facciamo il punto su Roma e sul Lazio con Manageritalia

Nel Lazio, nei primi tre trimestri del 2018 la crescita dei livelli di attività è stata più debole di quella registrata l’anno precedente. 

Nel comparto industriale il fatturato è moderatamente cresciuto e gli investimenti sono aumentati. Dopo la forte crescita del 2017, le esportazioni sono diminuite, anche a causa della flessione nei comparti della metalmeccanica e della chimica. Nel settore delle costruzioni, invece, la produzione ha ristagnato, mentre in quello immobiliare le compravendite sono aumentate a un ritmo inferiore di quello medio nazionale facendo aumentare la diminuzione dei prezzi. 

Dal punto di vista economico, il Pil del Lazio ha registrato una flessione doppia (-6%) rispetto alla Lombardia (-3,3%) ma, nonostante questo, Roma si attesta nella media nazionale a livello provinciale (attorno al -6%) mentre Milano cresce di un punto. Volendo citare in alternativa i termini pro-capite a Roma la flessione è ben più marcata (-15%) rispetto a quella nazionale (-9%), nonché di Milano (-6%).

Dall’inizio della crisi Roma versa in uno stato di regressione in termini di Valore Aggiunto, che segna una riduzione pari a circa il 5%, a differenza di Milano che invece marca un incremento dell’1,5%.

Diverso, fortunatamente, è il discorso legato all’imprenditoria. Infatti, sono 657.855 le imprese registrate al 31 dicembre 2018 nella regione Lazio, pari al 10,8% del totale delle imprese italiane e, se nello stesso anno le iscrizioni sono state 39.543 e le cessazioni 29.322, non si può non sottolineare un saldo positivo di 10.221 imprese. Con questi dati ed in termini assoluti, il Lazio è la prima regione italiana per crescita del numero delle imprese, seguita da Campania e Lombardia. 

In via generale, tutte le province del Lazio registrano un valore positivo e superiore alla media nazionale (+0,52%), con Roma capofila in Italia che, nel 2018, ha registrato un +1,81% – pari a 8.916 imprese in più -, facilmente traducibile con il tasso di crescita più alto tra le province italiane e più del triplo rispetto alla media italiana. 

Se le società di capitali rappresentano ancora la percentuale maggiore di imprese registrate nonostante il continuo calo che si è avuto nel corso degli anni, va sottolineata la continua crescita delle imprese individuali.

Spostando l’analisi sul mercato del lavoro, l’occupazione è aumentata (+1,2%) ma a un tasso inferiore a quello registrato nel 2017 e, al calo degli occupati nei servizi e nelle costruzioni, si è contrapposta una crescita nell’industria e in agricoltura. L’aumento ha interessato i lavoratori dipendenti, soprattutto a tempo determinato e contemporaneamente si assiste all’aumento del tasso di disoccupazione che tocca quota 11,9%. Questo dato dipende anche dalla riduzione del fenomeno dello scoraggiamento, cioè dell’entrata nel mercato del lavoro da parte di popolazione attiva fino a quel momento rinunciataria, motivo per il quale i dati evidenziano una diminuzione del 4,3% degli inattivi.

A questo punto un doveroso accenno va fatto ad uno dei settori produttivi che alimentano l’economia di Roma, e cioè il turismo, perché prendendo spunto dai dati di performance della capitale, possiamo fare una panoramica sul posizionamento mondiale di Roma relativamente a 6 indicatori. 

Tra gennaio e agosto le presenze turistiche nella Città Metropolitana di Roma sono aumentate del 3,1% su base annuale, rappresentando circa il 90% del totale regionale.Nonostante le potenzialità nel turismo, va detto che Roma si posiziona al 4° posto – dietro Berlino – per numero di pernottamenti con un trenddi crescita in rallentamento a differenza della media europea. La permanenza media degli stranieri negli esercizi ricettivi con un range che va dai due ai sei giorni, rappresenta una curva negativa considerevolmente inferiore ad altre capitali europee – si pensi che Londra e Amsterdam hanno una permanenza media di rispettivamente 6,2 e 3,9 giorni -. Analogamente, analizzando l’indice delle conferenze e degli eventi business, che rappresentano una componente ad alto valore aggiunto della filiera turistica in termini sia economici che strategici, dove lo spendinggiornaliero pro-capite è circa 5 volte quello di un turista tradizionale, Roma si posiziona solo 20esima come numero di eventi. A titolo meramente esemplificativo, gli eventi in questo settore organizzati sono stati appena novantasei nell’anno 2016, pari a circa la metà di quelli organizzati nella città di Parigi.

Prendendo ad esempio i due benchmarkrappresentati da Parigi e Londra per fornire una panoramica del posizionamento di Roma, si riporta la situazione relativamente a 6 indicatori.

Una situazione certamente non esaltante e che fotografa in maniera impietosa lo stato di Roma. Riassumendo: Roma è una città che non ha saputo rimanere agganciata al treno delle principali capitali europee in termini di branding, innovazione, qualità della vita e cultura ma, nonostante questo, riesce a distinguersi per il maggior numero di imprese e di lavoratori, anceh se la ricchezza prodotta risulta essere inferiore.

La velocità del cambiamento nell’economia, le nuove tecnologie, le tipologie contrattuali meno “solide” stanno creando un senso molto forte di incertezza sulle prospettive reddituali future delle famiglie e in particolare dei giovani che restano i più penalizzati in termini di opportunità lavorative. I numeri presentati testimoniano infatti una riduzione delle SpA (-13%) e un’esplosione della micro-impresa in settori a basso valore aggiunto come Commercio ambulante (+30%) e Affittacamere (+150%). Molte grandi aziende stanno riposizionando e modificando le loro strategie di investimento, penalizzando Roma che in questa fase non gode di una buona immagine come “città d’affari”. Ma, oltre all’impatto negativo delle grandi imprese che lasciano la città, il danno più rilevante deriva dalle nuove imprese che non riusciamo ad attrarre. In controtendenza ai dati sopra citati, invece, abbiamo segnali di sviluppo consistenti che si registrano nel mondo delle start up innovative e nell’economia della conoscenza, con un utilizzo di forza lavoro qualificata ben al di sopra della media nazionale. Nel Lazio, tra il 2012 e il 2016, la quota di occupati in possesso di una laurea si è attestata in media al 26,1%, determinando un valore più contenuto della media UE-28 (33,0%) ma superiore alla media nazionale (20,2%). Roma è il primo polo universitario italiano per numero di studenti (14% del totale), con il gruppo economico-statistico che conta il maggior numero di iscritti, anche se poi nel World University Ranking Roma si posiziona al 65° posto.

La capacità innovativa del Lazio è più elevata della media nazionale, grazie a una buona dotazione di capitale umano occupato di elevata scolarizzazione e specializzazione e alla ricerca svolta dalle istituzioni pubbliche. Malgrado ciò, appare persiste un sentimento di minor soddisfazione per l’attività innovativa delle imprese.

Roma può contare su una rete di circa 20 tra incubatori ed acceleratori, 12 Fab Labs, 5 Technology Transfer Centers, più di 50Smart Working Centerse più di 20 associazioni ed istituzioni con specifici programmi imprenditoriali dedicati alle start uptecnologiche.

Alla fine del 2018 nel Lazio erano iscritte al Registro delle imprese delle Camere di Commercio 1079 start up innovative, circa il 10% del totale nazionale, di cui 969 localizzate nella provincia di Roma, rendendo così questa regione la seconda per numero di start updopo la Lombardia (2417).

l’importanza di questi dati, ha portato Manageritaliaa presidiare da alcuni anni il settore delle start upinnovative, con iniziative nazionali e progetti territoriali. 

Lo scorso anno è iniziato in versione sperimentale un progetto che chiamato “Start Up & Hope”, con l’intento di portare nelle ultime classi delle scuole superiori la metodica più innovativa oggi presente per creare start up. Il progetto ha avuto come partner l’Associazione Nazionale Presidi e Lazio Innova e, per facilitarne l’ingresso nelle scuole, il progetto è stato presentato ammissibile all’iniziativa governativa “Alternanza scuola-lavoro”.

Sono state così realizzate sessioni informative/formative in 26 istituti superiori di Roma e del Lazio, incontrando più di 1200 studenti. Le idee presentate dagli studenti, attraverso progressivi filtri che ne hanno definito meglio le caratteristiche e la fattibilità, hanno dato vita a 16 idee progettuali. Di queste sei sono diventate progetti d’impresa e, alla fine del processo di affinamento e selezione, due dei progetti sono stati portati in pre-incubazione presso Lazio Innova.

Roberto Saliola


“La disciplina de un empresario” de Bill Aulet

“Este libro fue pensado como una caja de herramientas para apoyar los empresarios novicios – y emprendedores mas expertos – a costruir empresas de éxito basados en productos innovadores. Tambien los emprendedores seriales con consolidada experiencia en un campo o en un sector especifico, pueden reconocer en este 24 pasos una guía útil para traer de una manera mas efectivo los productos en el mercado.
Como empresario, me fueron útiles muchas fuentes, de los libros a los mentores, sobre todo mi experiencia directa.  Sin embargo, no he encontrado uno aún unica capaz de fusionar diferentes aspectos exhaustivamente.”

Como no hay manual antes de ahora ha puesto nunca junto teoría y práctica, estudio y experiencia,de una manera totalmente exhaustiva, el carismático empresario Bill Aulet, Director General de Martin Trust Center for MIT Entrepreneurship en el MIT y profesor a la Sloan School Management de MIT, decidió escribir un libro que fue una grande inspiración para muchos gerentes de todo el mundo, “La disciplina de un  empresario”,  publicado en Italia  por Franco Angeli.

Este texto se convirtió en un best seller internacional traducido a más de veinte idiomas,  consiste en lo que Bill Aulet ha definido los 24 pasos necesarios para crear una strart up de éxito, siguiendo los pasos de los mejores, pero también aprendiendo a caminar, con coraje y expectativa, caminos nunca antes golpeados.

Como en un juego de ganso 2.0., que no es un “juego” en absoluto,  el autor explica, con estilo deslizante y método intuitivo, el “viaje” que todo empresario potencial debería hacer y cómo se puede enseñar el espíritu empresarial y, entonces, aprendido por cualquiera, con la humildad de los que tienen profunda confianza en sus propios medios, pero también con la conciencia de que incluso el mejor “instinto” debe refinarse y mantenerse en entrenamiento gracias al estudio y la experiencia en el campo.

Bill Aulet divide los primeros 24 pasos a seguir para crear una actividad y gestionarla con éxito en seis temas principales que responden a la mayor cantidad de preguntas fundamentales para comenzar con el pie derecho:

1.¿Quién es tu cliente?
2.¿Qué puedes hacer por tu cliente?
3.¿Cómo el cliente compra su producto?
4.¿Cómo obtienes ganancias con tu producto?
5.¿Cómo diseñas y construyes tu producto?
6.¿Cómo puedes expandir tu negocio?

Preguntas aparentemente simples,pero a lo cual es necesario dar desde el principio las respuestas más sólidas y concretas posibles para no tener fallas en el proyecto. Cada tema consta de una serie de pasos a seguir antes de abordar el siguiente tema y cada paso es diseccionado por el autor también gracias al uso de ejemplos prácticos, diagramas, tablas, hojas de resumen y cómics comprensivos y comprensivos.

Al final de los 24 pasos, el empresario podrá enfocarse mejor y, entonces, para mejorar su idea de negocio, identificando la oportunidad de mercado adecuada para aprovechar y combinando los aspectos puramente económicos y productivos con los recursos humanos disponibles para ellos.
La eficiencia, tanto en la gestión como en la construcción del producto y en su promoción a favor de los clientes objetivo, son los objetivos a alcanzar que pondrán en movimiento el círculo virtuoso que debe caracterizar la vida de cada empresario,son los objetivos a alcanzar que pondrán en movimiento el círculo virtuoso que debe caracterizar la vida de cada empresario,Tanto por su papel en la sociedad, como por su satisfacción personal, entre empatía y competitividad. Un empresario disciplinado es un empresario que, además de construir personalmente para sí mismo, comprende y evalúa todo potencial, incluso un favor de los demás, ya sean clientes o competidores, de acuerdo con los valores de un sistema social más alto que debería ser para todo el terreno fértil sobre el cual sembrar su futuro y cosechar los beneficios.

Maria Tringali

Traduzione di Sara Trincali


“Noam Chomsky – Venti di protesta” con David Barsamian

Il libro di oggi è senza dubbio fuori dai normali canoni di Sistema Generale, sia per i temi trattati che per la modalità con cui è stato scritto. Edito dalla casa editrice fiorentina Ponte alla Grazie e pubblicato nell’ottobre del 2018, “Venti di Protesta – Resistere ai nemici della democrazia” raccoglie una serie di interviste di Noam Chomsky raccolte da David Barsamian in un periodo che va dal giugno 2013 allo stesso mese del 2017, la maggior parte avvenute realmente, un paio raccolte via mail.

Il primo, Chomsky, classe 1928, è un linguista, un filosofo e scienziato cognitivista, tra i massimi teorici del linguaggio viventi e fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, nonché docente emerito del Massachusetts Institute of Technology con alle spalle una lunghissima sequela di pubblicazioni di straordinario livello.

Il secondo, Barsamian, decisamente più giovane essendo nato nel 1945, è un attivista, fondatore e  conduttore radiofonico di una radio alternativa americana nata dalla frustrazione per la mancanza di voci progressiste, giornalista indipendente rispettato in tutto il mondo per analizzare i problemi sociali, economici ed ambientali più urgenti e globali che già in altre occasioni ha collaborato con Chomsky.

Il frutto di questa collaborazione è un volume con dodici interviste che spaziano dallo “Spionaggio di stato e democrazia” alla “Presidenza Trump”, indagando ciò che è sotto gli occhi di tutti noi.

Il Medio Oriente, la radice dei conflitti, le strategie della paura piuttosto che le crisi e le mobilitazioni, i sistemi di potere che non regalano nulla e la memoria dell’uomo, l’analisi dell’ISIS, dei curdi e della Turchia, il senso del voto e delle elezioni, le alleanze e il controllo e, infine, l’auspicio verso una società migliore.

Chomsly parla di questi argomenti che storicamente sembrano così lontano da noi, con la pacatezza e la razionalità che lo contraddistinguono, senza mai diventare un maestro o un saggio supponente. Anzi, incarna una figura di riferimento che ci spinge ad interrogarci realmente su quello che vediamo e che soprattutto sentiamo intorno a noi, ricordandoci l’importanza della nostra intelligenza, unico strumento per fronteggiare e comprendere ciò che ci circonda ma, soprattutto, per capire realmente quello che sta succedendo intorno a noi e cosa è necessario fare perchè «Non possiamo ignorare che siamo in un momento unico della storia umana. Per la prima volta le decisioni che prenderemo determineranno la sopravvivenza o meno della specie. Non era così in passato. Oggi lo é.»

Personalmente ho letto questo libro due volte a distanza di poco tempo con la volontà di capirlo a fondo. Durante la seconda lettura mi sono imposta di non leggere le datazioni riportate sotto ogni intervista per non classificarle temporalmente “lontane” dal giorno d’oggi. Con immensa – ma amareggiata –  sorpresa ho ritrovato, anche nelle interviste più vecchie, una disarmante attualità.

Chomsky allora è un veggente? No. È una persona dotata di una grande capacità di analisi reale di ciò che lo circonda, sicuramente fonte di sapere inesauribile. Il suo particolare attivismo ed impegno politico e il suo essere un innovatore radicale, lo collocano tra le dieci fondi più citate nella storia della cultura – al fianco di  Shakespeare, Marx e la Bibbia -.

Questo volume diventa allora uno strumento per capire il mondo di oggi e per assumerci la responsabilità delle nostre scelte, ma prima ancora per il fatto che ci spinge a decidere cosa vogliamo per il mondo che sembra rischiare il proprio futuro. E, non potendo considerarci altro che Cittadini del Mondo, la sua sopravvivenza dipende da noi.

Volutamente, non ho voluto svelare nulla di quanto letto in questo libro, scegliendo di incuriosirvi per farvi diventare coraggiosi al punto da leggere “Venti di Protesta”, perchè Noam Chomsky ci parla della situazione politica mondiale di oggi (non di ieri) ed è un libro intriso di urgenza.

L’urgenza di fare qualcosa. 

Innanzitutto oggi.

Soprattutto qui.

Francesca Tesoro