“Il Cliente”: spunti di riflessione, dalla pellicola alla realtà

“Il Cliente” è un’avvincente pellicola del 1994, diretta da Joel Schumacher e interpretata da Susan Sarandon, Tommy Lee Jones, Brad Renfro e Mary-Louise Parker, tratta dall’omonimo romanzo di John Grisham.

Il protagonista della storia è Mark, un ragazzino ribelle che, a soli undici anni, conduce un’esistenza particolarmente difficile, cercando di essere un punto di riferimento per il fratellino più piccolo e di dare meno preoccupazioni possibile alla giovanissima madre, sola e con un lavoro precario. Un pomeriggio i due fratelli assistono casualmente al suicidio di un avvocato legato alla mafia statunitense che confida a Mark dove si trova il cadavere di un senatore da poco ucciso e la loro vita cambierà per sempre. Mentre il fratellino è ricoverato in ospedale a causa dello shock e sua madre è assalita dai giornalisti, Mark, messo alle strette dall’FBI, che vuole conoscere tutte le informazioni in suo possesso, decide di rivolgersi a Reggie Love, un’avvocatessa coraggiosa, dal passato difficile, che non ha nessuna intenzione di lasciare in balia delle trame, non sempre trasparenti, della legge, un cliente così speciale come Mark.

Lasciando da parte la trama legal-thriller per lo sviluppo della quale Grisham e Schumacher dimostrano di essere maestri, ciascuno nel proprio ruolo, questa pellicola offre numerosi spunti di riflessione sulla figura del “cliente” a tutto tondo, applicabili a molteplici e variegati contesti, sia in ambito aziendale, sia in ambito imprenditoriale.

Il piccolo, ma estremamente intelligente, Mark, infatti, può essere l’emblema del cliente tipo, difficile e sospettoso, e il rapporto di fiducia che l’avvocatessa Love riesce a stringere con lui, nonostante le difficoltà e il pericolo che entrambi corrono, ha un valore paradigmatico, dimostrando che non tutte le dinamiche che riguardano i clienti sono di natura prettamente economica.

Qualsiasi cliente, infatti, si trova in una posizione di forza, in quanto datore di un generico potere di acquisto, ma, nello stesso tempo, può trovarsi in una posizione di debolezza. Lo stesso Mark, quando si rivolge a Reggie Love, non è pienamente consapevole dei propri diritti e neanche dei propri bisogni, circostanza nella quale potrebbe trovarsi un qualsiasi cliente. Il modo migliore per guadagnare un cliente soddisfatto, che resti affezionato e fedele nel tempo, è renderlo edotto dei propri diritti, seguendolo passo passo e consigliandolo su quali siano le sue reali esigenze più profonde che, andando oltre l’aspetto economico, sono le stesse dell’azienda o dell’imprenditore.

Non sempre, infatti, il cliente sa cosa desidera realmente, così come, a volte, è convinto di avere necessità che invece risultano essere secondarie. Ecco, dunque, che la corretta comunicazione col cliente è alla base di un rapporto di fiducia profonda e soddisfacente. Mark e Reggie hanno spesso scambi di vedute colmi di tensione e la capacità dell’avvocatessa di correre rischi pur di fare gli interessi del proprio cliente che, in ultima istanza, sono anche i suoi, rende alla perfezione l’ideale rapporto che potrebbe esserci tra cliente e azienda a tutto tondo.

Il cliente va difeso e protetto, a costo di correre qualche pericolo. Tuttavia, anche il cliente commette errori, più o meno consapevolmente, ma, con la giusta strategia e facendo appello alla fiducia guadagnata assumendosi i giusti rischi, è possibile condurlo verso le decisioni migliori per tutti.

Pensando alla storia di Mark e Reggie, la quale si prenderà cura di lui come si prendeva cura dei suoi stessi figli, dei quali non ha più la custodia a causa di un passato come alcolista, e cercherà di instaurare anche un rapporto di fiducia con la giovane madre di Mark in difficoltà economiche, si può giungere alla conclusione che un cliente è come un figlio che ha un’altra mamma: è difficile calcolarne il valore e impossibile dargli un prezzo differenti da quello giusto.

Alessandra Rinaldi

“Ricominciare dalla Crisi”: un libro inaspettato

Ricominciare dalla crisi”, a cura di Massimo Orlandi e Paolo Ciampi, edito dalla Romena – Casa Editrice, quinta edizione della collana “Le parole e il silenzio”, è senza dubbio un libro inaspettato.

Inaspettato, prima di tutto perché lo abbiamo incontrato nella foresteria di un monastero ed era stato scelto per altro, invece, leggendolo ci si è rese conto che avrebbe dovuto avere uno spazio in Sistema Generale.

Inaspettato, per ciò che racchiude. In realtà questo libro, è la sintesi di un viaggio fatto di incontri che – nello specifico di questo titolo – sono avvenuti nel 2011 in alcuni dei luoghi più suggestivi del Casentino, permettendo ad un pubblico divenuto sempre più numeroso, di interfacciarsi con – cinque, per la precisione – presenze autorevoli e diverse per sognare con occhi nuovi e ridare slancio al quotidiano.

Inaspettato, per le tematiche affrontate e le personalità con cui si sono svolti gli incontri.

Le riflessioni riportate nel volume sono quattro, non con l’intento di recriminare e replicare talk show già visti che parlassero, indagando, la grande crisi economica di inizio secolo, ma con l’obiettivo di analizzare la possibilità del futuro e dei suoi bisogni, descrivendolo come un ragionevole punto di riferimento, attraverso speranze, valori e idee.

Le personalità che hanno fatto parte di questo viaggio, invece, sono assolutamente diverse tra loro ma decisamente complementari.

Silvia Ronchey, storica bizantinista e docente di filosofia classica e civiltà bizantina all’università di Siena, ha partecipato all’incontro che ha preso il titolo “La storia Siamo Noi”. Pier Luigi Celli, laureato in sociologia, imprenditore e dirigente d’azienda che per molto tempo ha gestito incarichi di direzione delle risorse umane, è stato direttore generale dell’università Luiss Guido Carli ed ha affrontato la “Fame di Futuro”.Vandana Shiva– ecologista, attivista, scienziata e filosofa – e Wolfgang Fasser – musico terapista e fisioterapista, non vedente – hanno invece parlato del “Ritorno alla Terra”.Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica all’università di Macerata, ha dato una lettura diversa della crisi, completando il volume con l’ultima sezione intitolata “Più Forti della Crisi”.

La storia Siamo Noi”

Silvia Ronchey, durante il suo incontro avvenuto nell’aprile del 2011, ha parlato del passato, sicuramente per la sua identità di storica, ma soprattutto perché conoscere la storia non è solo prezioso, ma necessario, essendo l’impalcatura del nostro presente.

Guardare al passato per migliorare il presente, ha un valore provocatorio, ma un fondo di verità. Del resto, non si può ragionare senza considerare che l’esperienza del passato e l’impalcatura del presente – o del futuro – possono reggersi solo su una solida memoria che assicura realtà e consistenza. Studiare il passato, analizzarlo ed elaborarlo nella sua complessità, come dice la Ronchey, è necessario per avere un futuro. Si progredisce attraverso la bellezza della ricerca che è come un cammino, sicuramente faticoso, ma che produce cambiamenti tanto internamente quanto esternamente. Ed anche se l’epoca attuale condiziona la – nostra e personale – ricerca storica, la storia  fa il presente e un bravo storico deve comportarsi un po’ come un giudice che in modo obiettivo ascolta e determina l’istruttoria. È indubbio che la storia divenga un veicolo di cambiamento, soprattutto in un periodo come quello di oggi – nel nostro 2019 più che mai – dove la globalizzazione e la velocità delle informazioni ci distraggono, di deviano, ma soprattutto abbassano violentemente la nostra soglia di attenzione facendoci perdere la bellezza di un percorso di apprendimento meditato.

Fame di Futuro”

Una delle prime domande che si è sentito porre Pier Luigi Celli nel maggio del 2011, è stata quella di uno studente che gli ha chiesto se fosse meglio seguire i propri sogni o se, al contrario, era meglio metterli da parte scegliendo un atteggiamento più pratico e quindi preferire un indirizzo universitario che garantisse un lavoro.

Tanto allora quanto oggi, lo stato d’animo della generazione ricompresa tra il post liceale e il “lavoro stabile”, è ancora di un grigio scuro che non sta bene a chi avrebbe tutte le forze e la voglia di spingere fino in fondo sull’acceleratore dei sogni.

Siamo di fronte a un paese distratto che ha poca cura dei giovani, dei loro bisogni, delle loro necessità e del loro futuro. Siamo di fronte ad una generazione che si sente tradita. E proprio sull’onda di questo tradimento, reiterato aggiungo io, Pier Luigi Celli ha rivolto ai giovani un appello: riprendersi in mano il destino che gli è stato sottratto smontando qualche luogo comune sulla ricerca del lavoro.

I giovani non possono permettersi di demordere ed anzi devono puntare sulle qualità apparentemente poco valutate e valorizzate: la curiosità, l’entusiasmo, le proprie passioni.

Quelli che sono giovani ma ce l’hanno fatta, sono coloro che hanno avuto spazio, quelli che sono stati messi nella condizione di sbagliare e rischiare, perchè un problema dei giovani di oggi è che, se nessuno si prende cura di loro e li aiuta ad ambientarsi nei vari ambienti che vivono e non li sostiene nei progetti che fanno o nelle idee che hanno, non sapranno da che parte andare. E questa responsabilità spetta agli adulti. Celli lo dice chiaramente e senza mezzi termini. Conoscere le persone e parlare con loro significa guardare oltre la radiografia che rappresenta il cv di quella stessa persona e viceversa. È parlando e conoscendo le persone che ci si rende conto della loro storia e delle capacità che lo renderanno adatto o meno al ruolo. È una cosa di una importanza fondamentale. Perchè siamo uomini e donne fatti non solo di razionalità, di sapere e competenze, ma anche di sentimenti e passioni che sono il nostro motore animativo e che concorrono a completare e determinare il nostro modo di essere.

Per fare il manager, ci ricorda Celli, o qualsiasi ruolo per il quale si immagini che ci sia qualcuno al di sotto della nostra catena operativa, c’è bisogno di una testa larga, generosa, pensante. È necessario un pensiero critico che analizzi le cose prima di farle e che se ne chieda il senso. Invece, siamo stati costretti a sviluppare un pensiero altamente operativo, tecnico, immediato e produttivo che ci porta a fare le cose meccanicamente e senza chiederci il senso.

E ancora, nella discussione sono emersi altri due concetti che oggi affrontiamo sempre di più perché ci rendiamo conto che vengono meno e, invece, potrebbero diventare la soluzione per superare questa crisi sistemica nella quale ormai ci siamo impantanati: i “cervelli” che scappano altrove e lo spirito di gruppo, che si intrecciano tra loro.

La fuga dei cervelli, il problema importante non è che li perdiamo e basta, è che per quanto possano scapparne dall’Italia non ne importiamo abbastanza per creare quell’auspicabile scambio e ricambio culturale, perchè fondamentalmente, perdiamo i migliori che non trovano soddisfazione – non solo economica – nel loro paese.

Allora, una soluzione per affrontare la crisi, secondo Celli, sarebbe quella di alimentare un numero di persone sempre maggiore che vogliono provare a superarla questa crisi, dove alcuni falliranno, altri riusciranno, altri ancora daranno vita a cose diverse. Ma questo sarà possibile solo quando si riuscirà ad insegnare ai nostri ragazzi a essere imprenditori di se stessi e a porsi meglio sul mercato, riuscendo a negoziare la propria competenza.

D’altronde, se si mettono i ragazzi nella condizione di poter fare qualcosa, loro lo fanno e lo sanno anche fare bene, ma bisogna assumersi il rischio di lasciarli fare.

In gruppo è meglio, perchè ognuno ha qualcosa di diverso da mettere in pratica e ci si completa a vicenda. Ma il mondo del lavoro è cambiato tantissimo e la prima difficoltà è quella di prendere coscienza e consapevolezza che da soli non si va lontano, al contrario e a qualsiasi livello la propensione a giocarsi la propria vita in solitaria è cresciuta tantissimo.

Ritorno alla Terra”

Due percorsi estremamente differenti collegano queste due personalità così simili: Vandana Shiva ecologista, attivista, scienziata e filosofa, icona mondiale delle battaglie per la difesa della biodiversità e Wolfgang Fasser musico terapista e fisioterapista, non vedente, che predilige uno stile di vita essenziale a cavallo tra la toscana e il Lesotho dove pratica la professione in favore dei più deboli. Ciò che li accomuna è il sentimento che la terra è il “luogo dove la vita ci parla” e l’idea che per affrontare i guasti del presente, non serve chissà quale medicina ma un atteggiamento ben preciso: sgonfiare l’ego dell’uomo, chiedendogli di abbassarsi quanto basta per tornare a sentire la voce della terra.

Per noi, questi concetti potrebbero sembrare completamente lontani da qualsiasi logica. E invece è il contrario. Hanno ragione quando sostengono che sia necessario creare una cultura alternativa, fatta di rispetto per noi e per il futuro di chi verrà, della natura e del nostro pianeta, per la biodiversità. Vandana Shiva ci ricorda che dovremmo prendere anche un po’ esempio da questa biodiversità che è intelligente, creativa e che fa moltissimo per noi. Come dovremmo abbandonare l’illusione della crescita economica legata alla realtà dell’abbondanza che esiste nella normale concezione di tutti.

Hanno ragione entrambe quando dicono che la natura è oramai vista solo come una fonte materiale da sfruttare per interessi economici e non come colei che produce la capacità creativa degli esseri umani. La natura è la prima grande maestra che ci insegna, ci fa capire chi siamo ed è tanto piena di analogie con ogni singolo individuo che, solo mettendoci in suo ascolto, potremmo capire semplicemente la vita aiutando le persone a riscoprire la loro capacità di ascolto.

Come in natura la diversità è una ricchezza nelle relazioni, la stessa cosa dovrebbe essere tra i suoi abitanti, riuscendo a rivisitare e riesaminare tutte le idee della ricchezza, dell’economia, delle comunità e delle relazioni, abbandonando l’ossessione per i soldi che oscura la vita di comunità e le sue relazioni.

Più Forti della Crisi”

Roberto Mancini è un filosofo per il quale la filosofia significa saper leggere le logiche di costruzione dell’esperienza della vita individuale e della società. È il tentativo di decifrare le logiche di costruzione dell’esperienza, permette di non essere dominati da logiche che non si conoscono e di cui nemmeno ci si rende conto. Per quanto possa sembrare assurdo, l’essere umano è in continuo movimento e la filosofia è concreta, è coltivazione della sensibilità e della lucidità necessaria in questo movimento perpetuo.

La crisi della nostra società, non è una crisi sorta solo sull’onda del crack delle banche e dei mutui americani, è la rappresentazione di un sistema che non ha – più – i fondamenti di giustizia e che quindi produce, vive e fabbrica crisi a ciclo continuo. Parliamo di un sistema che ha dimenticato completamente il senso, il significato e il valore del fattore umano – ricordate ? – dove le persone non sono più tali ma diventano, a seconda dei casi, risorse o esuberi. Un sistema che ha messo da parte qualsiasi modo di intendere la vita che non sia legato all’economia, che ha dimenticato la differenza tra un fine da raggiungere e uno strumento per raggiungere il fine, un sistema che ha dimenticato di riconoscere la dignità delle persone, delle relazioni del mondo naturale.

E siccome le crisi sono tutte senza memoria, il primo passo dovrebbe essere proprio quello di recuperare la memoria delle crisi che nel passato si sono verificate, perchè siamo pronti a cercare le soluzioni alle crisi, ma dimentichiamo sempre di analizzare le cause che le hanno generate. Abbiamo perso il senso della bellezza del radicamento etico e dell’orientamento interculturale, nel nostro agire e nel nostro essere.

Roberto Mancini durante il suo incontro avvenuto nell’ottobre del 2011, ha citato sorprendentemente Simone Weil, quando ha detto “una civiltà fondata su una spiritualità del lavoro sarebbe il grado più elevato di radicamento dell’uomo nell’universo”.

Abbiamo dimenticato uno dei bisogni ancestrali dell’uomo, quello di poter convivere in un ordine armonico interiore, sociale, civile, con la natura, perchè l’uomo e la donna sono fatti di relazione ma ci siamo lasciati convincere che invece siano solo re(l)azione.

Nell’armonia si sviluppa la libertà ed è un dato di fatto che intelligenza della speranza, metodo e l’integrità delle persone, sono tre elementi fondamentali e ricorrenti che troppo spesso vengono messi da parte. Bisognerebbe uscire dalla logica di isolamento e competizione, risvegliando in noi la corresponsabilità del mondo comune e per la cura dell’integrità delle persone.

Ciò che ci vuole, è il cambiamento ed è un processo che richiede diversi passaggi.

Primo, il risveglio: riconoscendo che le logiche dominanti non sono adeguate, il mondo sarà cambiato quando le persone si renderanno conto che saranno felici e si prenderanno cura degli altri.

Secondo, la creazione di zone franche dove non contano più le cose materiali ma si da vero valore e peso alle persone.

Terzo, cambiare la nostra esistenza quotidiana, recuperando il buon funzionamento della vita sociale, l’educazione, l’economia, la politica e l’informazione di un tempo.

Il cambiamento è ostacolato dallo sguardo e dal cuore chiuso con cui ogni mattina affrontiamo quel pezzo di vita. Ognuno di noi ha una serie di doveri, dare peso e valore alla nostra libertà, al nostro percoso, alla nostra dignità e non lasciare, mi permetto di concludere, che il primo sciacallo incontrato sulla via ci convinca di tutt’altro, riuscendo magari anche a farci cambiare idea, atteggiamenti e convinzioni.

E di questi sciacalli ne sono piene le pagine di giornale, i telegiornali e le strade.

Buona lettura!

Francesca Tesoro

“La disciplina dell’imprenditore” di Bill Aulet

“Questo libro è stato ideato come una cassetta degli attrezzi per supportare gli imprenditori alle prime armi – e imprenditori più esperti – a costruire imprese di successo basate su prodotti innovativi. Anche imprenditori seriali con consolidata esperienza in un campo o in un settore specifico, possono riconoscere in questi 24 passi una guida utile per portare in maniera più efficace i prodotti sul mercato.

Come imprenditore, mi sono state utili molte fonti, dai libri ai mentor, e soprattutto la mia esperienza diretta. Tuttavia, non ne ho ancora trovata una unica in grado di unire diversi aspetti in modo esaustivo”.

Siccome nessun manuale prima d’ora ha mai messo insieme teoria e pratica, studio ed esperienza, in modo totalmente esauriente, il carismatico imprenditore Bill Aulet, Direttore Generale del Martin Trust Center for MIT Entrepreneurship presso il MIT e docente alla Sloan School Management del MIT, ha deciso di scrivere un libro che è stato di grande ispirazione per molti manager in tutto il mondo, “La disciplina dell’imprenditore”, edito in Italia da Franco Angeli.

Questo testo, divenuto un bestseller internazionale tradotto in oltre venti lingue, è costituito da quelli che Bill Aulet definisce i 24 passi necessari per creare una start up di successo, seguendo le orme dei migliori, ma anche imparando a percorrere, con coraggio e aspettativa, strade mai battute prima.

Come in un gioco dell’oca 2.0, che non è affatto un “gioco”, l’autore spiega, con stile scorrevole e metodo intuitivo, il “viaggio” che dovrebbe compiere ciascun potenziale imprenditore e come l’imprenditorialità possa essere insegnata e, quindi, imparata da chiunque, con l’umiltà di chi ha profonda fiducia nei propri mezzi, ma anche con la consapevolezza che persino il “fiuto” migliore vada affinato e tenuto in allenamento grazie allo studio e all’esperienza sul campo.  

I primi 24 passi da fare per dare vita a un’attività e gestirla con successo sono suddivisi da Bill Aulet in sei tematiche principali che rispondo ad altrettante domande fondamentali per iniziare col piede giusto:

  1. Chi è il tuo cliente?
  2. Cosa puoi fare per il tuo cliente?
  3. Come acquista il cliente il tuo prodotto?
  4. Come realizzi profitto con il tuo prodotto?
  5. Come progetti e costruisci il tuo prodotto?
  6. Come puoi espandere la tua impresa?

Quesiti solo apparentemente semplici, ma ai quali è necessario impostare risposte il più solide e concrete possibile fin dal principio per non avere falle nel proprio progetto. Ogni tema è costituito da un determinato numero di passi da compiere prima di affrontare il tema successivo e ciascun passo è sviscerato dall’autore anche grazie all’uso di esempi pratici, schemi, tabelle, schede riepilogative e fumetti simpatici ed esplicativi.

Alla fine dei 24 passi del percorso l’imprenditore sarà riuscito a focalizzare meglio e, quindi, a valorizzare la propria idea imprenditoriale, individuando la giusta opportunità di mercato da cogliere e coniugando al meglio gli aspetti prettamente economici e produttivi con le risorse umane che ha a disposizione. L’efficienza, sia nella gestione, sia nella costruzione del prodotto e nella sua promozione a favore del target di clienti, sono gli obiettivi da raggiungere che metteranno in moto il circolo virtuoso che dovrebbe caratterizzare la vita di ciascun imprenditore, tanto per il suo ruolo nella società, quanto per la sua personale soddisfazione, tra empatia e competitività. Un imprenditore disciplinato è un imprenditore che, oltre a costruire un’attività per se stesso, ne comprende e ne valorizza ogni potenzialità anche a favore degli altri, che siano clienti o competitor, in accordo con i valori di un più alto sistema sociale che dovrebbe essere per tutti il terreno fertile su cui seminare il proprio futuro e raccoglierne i frutti.

Maria Tringali

Matera: Capitale Europea della Cultura 2019

Il programma di inter scambio europeo con più di trent’anni di storia alle spalle, strumento di sviluppo territoriale ed economico con alla base l’obiettivo primario di  avvicinare i cittadini europei alle meraviglie del nostro continente, conosciuto come “Capitale della Cultura Europea”, quest’anno ha incoronato la città di Matera.

Per capire bene di cosa stiamo parlando, ripercorriamo un po’ di storia….

Inaugurata nel giugno del lontano 1985 grazie all’iniziativa dell’allora Ministro della Cultura greco Melina Mercouri, questa manifestazione ha attraversato gli anni divenendo una delle celebrazioni europee che hanno avuto più successo e impatto, nonché i maggiori risvolti sociali ed economici, grazie all’importante visibilità – non solo turistica- che ha determinato per le singole realtà locali che vi hanno partecipato nell’arco degli anni.

Se inizialmente le destinazioni designate erano città medio grandi che già avevano un riflesso di internazionalità e di fama culturale o turistica, il punto di svolta si ebbe negli anni novanta.

La designazione di Glasgow nel 1990, infatti, dimostrò per la prima volta come tale manifestazione potesse radicalmente cambiare quelle realtà non affermate turisticamente o addirittura sconosciute a livello europeo – questa città in quegli anni era una semplice realtà industriale in declino – usando la cultura come strumento di rigenerazione economica e sociale, riuscendo, addirittura,  a far mutare l’immagine percepita a livello internazionale.

Questa esperienza spostò il focus sull’importanza delle ricadute nel lungo periodo per le realtà designate, favorendo l’espansione di una coscienza europea e la valorizzazione delle città selezionate. Così, si decise di creare una rete volta allo scambio e alla diffusione delle informazioni per gli eventi futuri. Ne seguì un ingente studio sull’impatto positivo ricevuto dalle città prescelte negli anni precedenti arrivando, nel 1999, a ribattezzare la manifestazione conosciuta come “Città Europea della cultura” nella odierna “Capitale Europea della Cultura”, determinandone il formale finanziamento istituzionale con il “Programma Cultura 2000”.

Ad opera del Parlamento Europeo, l’evento dedicato alla “Capitale Europea della Cultura” fu integrato completamente nel quadro comunitario e venne introdotta una procedura di selezione per le manifestazioni che si sarebbero tenute dal 2005 al 2019, modificata poi con una successiva direttiva del 2006 per il restante periodo dal 2007 al 2019.

Data l’importanza della designazione delle capitali europee della cultura, a partire dal 2011, si è voluto ampliare il beneficio che ne discendeva a livello locale, modificando l’unicità della scelta e permettendo ogni anno la designazione di due capitali della cultura contemporaneamente.

Qual è l’importanza di  Capitals of Culture?

Rendere anche piccoli centri urbani capitali della cultura, comporta un grande risultato. Significa, attraverso la cultura e l’arte, migliorare la qualità della vita di queste città e rafforzare il senso di comunità locale, nazionale e internazionale, permettendo ai cittadini di prendere parte attivamente allo sviluppo culturale della propria città e ai cittadini – non solo – europei di conoscere realtà che sarebbero rimaste fuori dai normali itinerari turistici e culturali. 

Capitals of Culture, infatti, determina benefici reali e duraturi che vanno dalla crescita economica per l’economia locale, tanto in via diretta quanto indiretta, alla costruzione del senso di comunità e di rigenerazione delle singole realtà coinvolte, promuovendo la coesione e incoraggiando la comprensione e il rispetto reciproci, senza dimenticare le infinite connessioni europee che può generare attraverso progetti con  partner internazionali e scambi culturali.

Come si diventa Capitale Europea? 

Partecipare a questo evento prevede un grande lavoro alle spalle, fatto non solo di progettazione. Prima di tutto ogni città che intende candidarsi deve soddisfare criteri decisamente rigidi suddivisi in due categorie:  la “Dimensione Europea” e la “Dimensione Città e Cittadini”. La prima  mira al rafforzamento della cooperazione tra gli operatori, mettendo in evidenza la ricchezza della diversità culturale europea e gli aspetti condivisi delle culture europee, la seconda invece ha lo scopo di suscitare interesse pubblico per l’evento a livello locale, nazionale ed europeo, prevedendo uno sviluppo culturale a lungo termine della città.

 Il vero e proprio processo di selezione si articola in quattro fasi.

La prima riguarda essenzialmente la presentazione delle domande, per cui, fermo restando che tutti i paesi dell’Unione Europea possono partecipare, quelli interessati pubblicano un bando nazionale – in Italia tali bandi vengono emessi dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, meglio conosciuto come MIBACT -, affinché le città interessate possano parteciparvi. Tale presentazione delle candidature deve avvenire almeno sei anni prima dell’evento al quale segue il termine di dieci mesi entro cui le città intenzionate a partecipare devono rispondere.

La seconda fase è quella della preselezione. Cinque anni  prima dell’inizio dell’evento, la giuria di selezione si riunisce per esaminare le proposte e restringere la rosa delle città che saranno invitate a proseguire il processo. La giuria è composta da 13 esperti: sette  nominati dal Parlamento Europeo, dal Consiglio, dalla Commissione e dal Comitato Europeo delle Regioni, mentre i restanti sei sono scelti dai paesi europei interessati.

Nel termine dei nove mesi successivi alla prima riunione di selezione, la stessa giuria si riunisce per esaminare i progetti delle città candidate, determinando la shortlist delle prescelte. Tali città riceveranno dalla commissione giudicatrice una relazione in cui vengono formulate una serie di raccomandazioni, realizzando la terza fase del processo, chiamata selezione finale.

L’ultima fase è quella della designazione, cioè la scelta ufficiale delle due città europee – non dello stesso stato – che saranno capitali della cultura, alla quale segue una fase di monitoraggio con l’ausilio di esperti nominati dalle Istituzioni UE che hanno il compito di aiutare  le location prescelte ad attuare i propri programmi. Tale monitoraggio si articola di due momenti, uno a medio termine – generalmente due anni prima dell’evento – per la valutazione dei progressi compiuti nella preparazione e nella dimensione europea, l’altro definito finale perchè avviene entro e non oltre gli otto mesi precedenti l’evento, per prendere atto  e valutare lo stato dei lavori preparatori.


Il percorso di Matera

Il sogno di Matera 2019 è iniziato nel novembre del 2012 quando il MIBACT pubblicò il bando per la presentazione delle candidature rivolto alle città italiane. Quell’anno risposero ben ventuno città, determinando il maggior numero di candidature in assoluto in un unico paese europeo. 

Il processo di valutazione delle candidature è stato condotto da una giuria di selezione composta da membri appartenenti al Regno Unito, alla Spagna, all’Austria e all’Estonia, oltre che dagli esperti italiani.

Riunitasi a Roma nel novembre 2013, la giuria ha proceduto alla selezione delle città italiane, tra le ventuno iniziali, che maggiormente rispecchiavano gli obiettivi dell’azione comunitaria determinando la lista finale delle delle città italiane preselezionate: Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena.

Immediatamente dopo ha preso vita la seconda fase per cui, nei primi giorni di ottobre 2014, i rappresentanti della giuria di selezione, i rappresentanti del MIBACT e della Commissione Europea hanno visitato le città preselezionate constatando quanto effettivamente avessero maturato lo standard europeo richiesto e che permetteva l’accesso all’esame finale. 

La giuria, quindi, effettuate le opportune valutazioni ha proposto Matera al titolo di capitale europea della cultura, ritenendola la migliore candidata tra le città italiane.

Il dossier di candidatura di Matera ha rappresentato l’occasione per definire un complesso di progetti e iniziative volte a rendere la Basilicata una regione attenta alla valorizzazione dei beni culturali e soprattutto impegnata nella rimozione delle barriere di accesso al patrimonio culturale, per mezzo dell’impiego delle nuove tecnologie. L’adozione sistematica di misure orientate a sostenere un modello di sviluppo territoriale imperniato sulla cultura e basato su un processo partecipativo diffuso della cittadinanza, ha fatto la differenza. Matera 2019 è diventata “Open Future” cioè ha realizzato la volontà di voler costruire il futuro attraverso lo sviluppo di nuove competenze nel settore culturale, con la conseguente creazione di nuove professionalità, di posti di lavoro e di politiche orientate allo sviluppo, all’allargamento e alla diversificazione del settore culturale. Il concetto di “Open Future” si riallaccia strettamente a quello trasversale  che ha attraversato tutta la proposta di candidatura della creazione di forme culturali aperte, inclusive e accessibili. 

La giuria ha ravvisato che il progetto culturale proposto da Matera fosse particolarmente valido per il miglioramento dell’accesso alla cultura grazie all’impegno delle moderne tecnologie di digitalizzazione. Di grande rilevanza è stato il coinvolgimento attivo, non solo sul piano finanziario, della regione Basilicata, delle municipalità circostanti e soprattutto la partecipazione attiva di tutti i cittadini che sono stati coinvolti nella progettazione della candidatura, rappresentando un processo che è partito dal basso per arrivare verso l’alto. 

Particolarmente apprezzato dalla giuria è stata la dimensione fortemente internazionale delle attività proposte e la conseguente capacità di creare un polo attrattivo su scala europea, con l’ulteriore intento di valorizzare l’intera area mediterranea. 

Leggendo il dossier di candidatura di Matera 2019 e tutti gli incartamenti on line relativi, emerge come la candidatura di Matera abbia innescato un processo di riqualificazione territoriale, di rigenerazione urbana -soprattutto per mezzo dell’utilizzo di una progettazione integrata che si è avvalsa della cooperazione tra pubblico, privato e comunità locali – e una pianificazione strategica territoriale di lunga prospettiva.

Il primo risultato utile e fondamentale di Matera 2019 è stato quello di rafforzare la cittadinanza culturale, incrementare le relazioni internazionali, valorizzare un movimento emergente di creative bureacracy, trasformando la piccola realtà nella più importante piattaforma aperta del sistema culturale del mezzogiorno italiano e del Sud Europa

Sicuramente Matera 2019 è da considerarsi una candidatura unitaria che ha coinvolto tutti: le principali istituzioni della regione Basilicata, i comuni di Matera e Potenza e le loro province, la Camera di Commercio di Matera e l’Università della Basilicata hanno partecipato in modo compatto e corale alla realizzazione del progetto. 

Nel corso del tempo è aumentato in maniera significativa il numero di soggetti sostenitori della candidatura che è arrivato a ricomprendere tutti i comuni della Basilicata oltrepassando i confini regionali, comprendendone anche alcuni della Murgia pugliese e del Cilento campano. 

Il sostegno delle istituzioni locali e regionali non è mai mancato fin dalla prima proposta di candidatura avanzata nel 2009 da un gruppo di giovani costituitisi nell’Associazione Culturale Matera 2019. Per rafforzare e condividere tale percorso le istituzioni hanno dato seguito al lavoro di questa giovane associazione e, nel luglio 2011, hanno istituito il Comitato Matera 2019 con una sua autonomia giuridica per  preparare e sostenere unitariamente la candidatura. 

Insomma, la risposta alla domanda “Perché Matera?” è sicuramente la volontà cosciente di voler partecipare a questa grande manifestazione europea in modo coerente e unitario per cercare di prendere al volo un’occasione di rilancio generale e generalizzato. Una volontà talmente radicata che ha messo in moto un processo di discussione sulla città e sul territorio senza precedenti. Ed è per questo che la candidatura di Matera è risultata vincente, perché tutti i cittadini ci hanno creduto fino in fondo. Questa città ha una storia da raccontare lunga secoli e in pochi ricordano che fino a qualche decennio fa era considerata la vergogna di un paese intero. Oggi invece è l’esempio migliore dato al nostro paese – e anche un po’ al mondo – di come un paese di poco più di sessantamila abitanti possa, con impegno sacrificio e dedizione, arrivare sulla cima della cultura europea.

https://www.matera-basilicata2019.it/it/

Francesca Tesoro

“Cento pagine per l’avvenire” di Aurelio Peccei

“Mio padre fu indotto a scrivere ‘Cento pagine per l’avvenire’ dalla profonda convinzione che l’umanità si dirigesse verso un disastro e che per evitare questa catastrofe era necessario che il mondo cambiasse rotta immediatamente. Da ottimista quale era, mio padre nutriva la speranza che il suo libro sarebbe stato un potente campanello d’allarme per il mondo”.

Con queste parole Roberto Peccei apre la prefazione che introduce la nuova edizione dell’ultimo libro scritto da suo padre, Aurelio Peccei, dal titolo “Centro pagine per l’avvenire”, recentemente ripubblicato da Giunti, assieme a Slow Food Editore e all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, all’interno della collana Terrafutura. Questo testo fu scritto e venne pubblicato per la prima volta nel 1981 da Aurelio Peccei, ex partigiano tra i protagonisti della ricostruzione del dopoguerra italiano e figura di profonda influenza nel mondo scientifico e imprenditoriale a livello internazionale per aver contribuito a fondere culture e realtà solo all’apparenza inconciliabili. Si tratta di un saggio ‘atipico’, che ha il pregio di aver mantenuto intatta tutta la sua attualità e la potenza del pensiero del suo autore, precursore e pioniere, che ha saputo prevedere la gravità della crisi che oggi ci attanaglia e anche suggerire un cammino per superarla.

Secondo Peccei, dal dopoguerra in poi, la rincorsa verso il progresso e la crescita, in primo luogo economica, hanno allargato il campo visivo dell’uomo, accorciandone, però, in un certo senso, l’orizzonte e facendo sì che, nell’arco della propria vita, un singolo essere umano sia testimone oculare di stravolgimenti che, in epoche passate, erano solo immaginabili. Se tutto ciò, da un lato, ha permesso un’evoluzione sempre più veloce, dall’altro, ha provocato un depauperamento delle risorse naturali e dell’ambiente che ci sta decisamente sfuggendo di mano, facendo in modo che lo sviluppo esponenziale delle risorse umane e antropiche sia direttamente proporzionale alla progressiva distruzione del nostro habitat. E saremo tutti d’accordo nel constatare che non può esistere umanità senza un ecosistema idoneo alla sua crescita. L’unico modo per invertire questa tendenza è comprendere fino in fondo quanto l’unione del genere umano, in tutti i continenti e i popoli, ricchi o poveri che siano, sia importante e addirittura fondamentale. Peccei vedeva nella collaborazione a livello mondiale tra le varie nazioni, la quale mirasse a un’uguaglianza non solo formale, ma sostanziale, l’unica imprescindibile strategia in grado di salvare il nostro mondo dalla distruzione. Risorse umane e risorse naturali, dunque, dovevano tornare a camminare insieme, procedendo di pari passo. Negli anni Ottanta del secolo scorso in pochi ascoltarono il grido di Peccei, che oggi suona come un’insolita profezia, per la quale, però, lo stesso autore ci ha indicato la via affinché essa non si realizzi: la cooperazione di tutti per una vita più sostenibile ed egualitaria.

In un viaggio tra Storia e Scienza e con l’aiuto di tavole che spiegano dettagliatamente molti aspetti del nostro cammino evolutivo, Aurelio Peccei guida il lettore in una riflessione su se stesso e sul proprio modo di vivere, aiutandolo a comprendere che , quanto mai oggi, in pieno 2019, abbiamo bisogno di una profonda rivoluzione culturale e “umana” che ci porti verso la consapevolezza della responsabilità di ciascuno di noi, sia come singolo, sia come componente di un gruppo, come un’azienda o una società, nei confronti del nostro pianeta e, quindi, del nostro futuro.

In particolare Peccei attribuisce grande importanza alle nuove generazioni e alla loro capacità di afferrare l’avvenire anche solo grazie a una particolare intuizione e apertura mentale. È in questo spirito di innovazione che l’intera umanità dovrebbe avere massima fiducia, distaccandosi da interessi che la danneggiano.  Secondo Peccei, tra le esigenze fondamentali dell’uomo c’è quella di “imparare a governare l’immenso conglomerato di società e di sistemi, sempre più connessi e interconnessi, che formano il nostro mondo”.  E per farlo c’è un solo modo: imparare e governare noi stessi attraverso una “profonda evoluzione culturale”.

Alessandra Rinaldi

“Loro chi?”: dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo!

Mettere in piedi una truffa è complicato e ardito, ma se il truffatore è tale Marcello, con il volto dello spumeggiante Marco Giallini, sembra una cosa semplicissima, oltre che divertentissima.

David, interpretato da un bravissimo Edoardo Leo, invece è un ragazzo di trentasei anni di questi tempi, con tanti sogni nel cassetto che soccombono alla massima aspirazione possibile: uno stipendio fisso da mille e settecento euro, una donna al suo fianco e una casa propria.

Per arrivare a quella che sembrerebbe poter essere la sua realizzazione, però, deve far colpo sul proprio presidente con la presentazione del nuovo prodotto innovativo dell’azienda per la quale lavora. Un prodotto talmente innovativo da essere diventato il prossimo obiettivo di un furto internazionale, a cui realmente nessuno crede, salvo il presidente dell’azienda per cui David lavora.

Per una serie di vicende surreali, David diventa vittima di una banda di truffatori proprio il giorno prima della grande presentazione al mondo, perdendo tutto. Casa, compagna, soldi sul conto e lavoro sfumano in un secondo, anzi a dirla tutta, nel tempo necessario a smaltire il sonnifero.

Da quel momento si cimenta in una ricerca spasmodica della banda che lo ha truffato con la sola idea di vendicarsi, fino a quando, ritrovato Marcello e le sue complici, non decide di seguirli per non perdere l’occasione di riavere il suo risarcimento.

David, sognatore e persona semplice – quasi uno sfigato -, incastrato in una vita che non gli piace, da vittima assapora un modo di vivere completamente opposto alla realtà e si fa trasportare in questo gioco a quattro, diventando esso stesso un truffatore e fornendo alla banda il colpo da due milioni di euro a cui puntavano fin dall’inizio e che, guarda caso, è proprio il prodotto dell’azienda per la quale David lavorava.

Commedy action di come se ne vedono davvero poche in Italia, questo film del 2015 diretto da Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, distribuito dalla Warner Bros. Pictures, ha sfiorato i due miolioni di incasso nella prima settimana di programmazione al cinema e ricevuto la candidatura ai David di Donatello come miglior film esordiente.

Un film con tante situazioni al limite del paradossale, alcune delle quali realmente successe, dove Marco Giallini ed Edoardo Leo, sono la fortuna di questo film, tanto bravi nella commedia quanto nell’impersonare il senso vero della storia a cavallo tra il fidarsi e il truffare.

La pellicola, divertente fino alla lacrime e con un cast davvero eccellente, però ha alla base un tema molto delicato: la fiducia.

David altro non è che la rappresentazione dei lavoratori giovani e precari di oggi, sognatori e di cui è facile farne beffa. Quelli che a un certo punto della propria vita, pronti a tutto pur di trovare la loro svolta, sono disposti a fidarsi degli altri diventando a loro insaputa marionette nelle mani di chi promette quel cambiamento tanto agogniato.

Marcello è invece un artista, un compositore della realtà che vive la magia dell’arte (del truffare) in modo poetico ed è un creatore di sogni. Quegli stessi sogni che David ha sempre accantonato in funzione di altro, che diventeranno la sua trappola e che, nella seconda parte della storia, gli faranno assaporare l’illusione di vivere proprio come avrebbe voluto, lui che ha sempre sognato di fare lo scrittore e vivere così come se fosse in un romanzo.

Il truffatore di questo film, invece, regala emozioni alle persone che diventeranno leggende – vedi la scena del (falso) provino al ristorante più paradossale che altro – , è una persona piena di inventiva, si guadagna da vivere in modo decisamente eccentrico, regalando fantasia agli altri ma tenendosi stretti i soldi, rappresentando così la falsità e l’egoismo che spesso si ritrovano nel mondo del lavoro.

Il personaggio di Marcello regala nei dialoghi del film delle vere chicche, dimostrando come il truffato debba supplicare (inconsapevolmente) per avere la sua truffa, credendo invece di essere sul punto di realizzare i propri sogni.

Quante volte, anche inconsapevolmente, ci siamo ritrovati in situazioni in cui, pur di arrivare al nostro obiettivo, abbiamo dato il massimo ricevendone in cambio solo un pugno di mosche? O peggio, non è mai capitato a nessuno di voi di impegnarsi strenuamente in qualcosa in cui si credeva davvero, ricevere una pacca sulle spalle o, addirittura, un rifiuto, vedendo poi quella nostra stessa idea messa in bocca ad altri?

Beh, il film rappresenta nel suo piccolo tante situazioni in cui ognuno di noi potrebbe trovarsi o, per  sfortuna, ha già testato sulla propria pelle con la differenza che questa storia ci ha fatto ridere,  ma nella realtà, sempre più spesso, la fiducia che riponiamo negli altri può essere strumentalizzata. 

A seconda poi di dove ci si posiziona in questo fantomatico gioco con gli altri,  quello che resta può essere la sensazione di “essere stati fregati” o quella di averne fatto un profitto per sè sulle spalle di qualcun altro. 

Insomma, dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo e non è detto che dopo si riesca ancora a ridere.

Francesca Tesoro

“Che vuoi che sia”: mai sfidare il ‘Popolo di Internet’

È senza confini e senza guida. O meglio, troppo spesso va dove lo porta il vento. A volte si infervora come quello che prese la Bastiglia, altre si lascia chiudere gli occhi come in balia di una mano invisibile e, da quando ha la possibilità di incontrarsi e confrontarsi su piazze virtuali efficaci e spietate come i Social Network, è meglio cercare di farselo amico. Stiamo parlando del cosiddetto “Popolo di Internet”, una nuova nazionalità transnazionale, senza cittadinanza e senza passaporto, ma anche senza regole, di cui tutti facciamo parte, sia come esseri umani, sia come lavoratori.

La disavventura in cui si trovano invischiati Claudio e Anna, protagonisti del film “Che vuoi che sia”, diretto da Edoardo Leo, che veste anche i panni dello stesso Claudio, rappresenta alla perfezione il predominio e, allo stesso tempo, la dipendenza di tutti noi da questo strano popolo virtuale, sia nella vita di tutti i giorni, sia per la realizzazione in ambito lavorativo. Con una commedia esilarante, talvolta ai limiti del grottesco, Edoardo Leo e Anna foglietta rappresentano una coppia di giovani italiani come tante, incastrate tra la volontà di metter su famiglia con tutti i crismi e il desiderio di lavorare in autonomia, realizzando progetti per i quali hanno studiato e fatto sacrifici. Mentre Anna è un’insegnante (precaria, che ve lo dico a fare) Claudio è un ingegnere informatico che conosce bene i computer e le dinamiche della rete ed è convinto di dominarle con successo. Ma, quando in seguito a un colloquio di lavoro, gli viene proposto di dare il via a un crowdfunding per verificare quanto il suo progetto risponda alle esigenze dei consumatori, si trova disorientato dal poco riscontro che trova. La sua idea è creare un’App, Lavoro Advisor, che permetta di mettere in comunicazione domanda e offerta di lavoro col semplice uso dello smartphone, un progetto lodevole, ma che sembra non bucare lo schermo del Pc, come si dice, per cui ben pochi sono disposti a dargli fiducia e, di conseguenza, fondi volontari.

Deluso e dispiaciuto, dopo essersi ubriacato a una festa assieme ad Anna, Claudio registra un video che mette online, nel quale sfida apertamente il popolo della Rete: se inizierà ad accumulare abbastanza soldi, oltre a realizzare il suo progetto di lavoro, farà un video hard assieme all’ignara Anna e lo metterà sul Web. Quella che, complice l’alcol, sembrava solo una goliardata da adolescenti, la mattina dopo è già diventata virale e l’interesse e la curiosità del popolo di Internet si scatena. In molti iniziano a donare cifre sempre più alte e anche l’attenzione degli altri Media, in primo luogo della Televisione, non fa altro che ingigantire le conseguenze di ciò che Claudio ha fatto. Anna, inizialmente sconvolta, viene sospesa da scuola, ma poi finisce per convincersi che, pur di realizzare il sogno di una stabilità economica e anche di una famiglia, è disposta a dare in pasto al pubblico un episodio della propria intimità con Claudio, anch’egli sempre più deciso a non tirarsi indietro, fino a un sorprendente epilogo.

Il quesito di fondo, filo conduttore di tutta la pellicola impregnata di un umorismo e di un senso pratico squisitamente italiani, è fin dove siamo disposti a spingerci per realizzarci, sia nella vita lavorativa, sia in quella privata? In tempo di crisi e precarietà economica, si sa quanto questi aspetti dell’esistenza siano binari che, affinché il treno della vita non deragli, devono correre parallelamente senza intoppi: senza incontrarsi, ma anche senza scontrarsi irrimediabilmente, come probabilmente accade a Claudio e Anna.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, oltre al senso di instabilità che il nostro cinema italiano è ormai maestro nel raccontare, anche con un sorriso amaro, è interessante analizzare lo spirito critico con cui si illustrano metodologie che all’estero hanno permesso a molti imprenditori senza mezzi di realizzare i propri sogni, creando realtà lavorative oggi solide. Crowdfunding, Social Network e Web in generale, infatti, più che un luogo di incontro per essere sostenuti e aiutati anche a livello economico, per mettere in piedi un progetto lavorativo alla portata di tutti, sembrano mostri mitologici interessati solo al sesso e al pettegolezzo che chiedono uno scotto da pagare decisamente in contrasto con la dignità dell’individuo, sottolineando quanto il nostro Paese sia impreparato e, in un certo senso, indifferente a certe dinamiche di democrazia e meritocrazia 3.0.

Fortunatamente, a volte, sia per quanto riguarda la nostra vita privata, sia per quanto riguarda le nostre ambizioni lavorative, ci pensa le realtà a spezzare le catene del virtuale, grazie alle sue imprevedibili leggi non scritte e al ruolo imprescindibile del nostro libero arbitrio. Anche perché ciò che in Rete è virale oggi, domani (forse) sarà dimenticato grazie a qualcosa di ancora più virale…

Alessandra Rinaldi

Michela Tamai: storia di una Food Technologist Blogger

Quando intervistiamo una persona, la prima cosa che guardiamo sono i lineamenti del volto e gli occhi. Involontariamente, ci fanno capire tante cose, prima tra tutte se quello di cui stiamo parlando è un grande progetto e quanto è profondamente loro. Sarà scontato ma è una verità incontrovertibile.

Michela Tamai, una donna che da subito trasmette l’impressione di essere “una tutta di un pezzo”, nonostante il suo modo di parlare pacato e rilassato, si è illuminata immediatamente non appena  abbiamo iniziato a parlare del suo fantastico progetto che trovate all’indirizzo  foodmadewith.com.

Che cos’è foodmadewith.com?

Il nome del blog è già di per sé molto intuitivo. Si tratta di un blog sulla tecnologia alimentare. 

Foodmadewith è una piattaforma di facile consultazione che, nella sua semplicità, pone al servizio di tutti coloro che lo leggono tematiche tecnico-scientifiche riguardanti il mondo del cibo” ci ha spiegato Michela, aggiungendo che sul suo blog “Si può leggere di prodotti e innovazione, processo produttivo e tecnologia, qualità e nutrizione”.

In un’epoca come la nostra, dove vanno di moda ricette, chef e pagine dedicate ai diversi modi di fare cucina, questo blog ci ha colpito per il suo altissimo contenuto scientifico, in pieno stile Sistema Generale.

“In  foodmadewith.com non troverete ricette o consigli per rendere migliore la vostra pietanza, ma che voi siate responsabili ricerca e sviluppo e qualità in azienda, titolari di un’azienda alimentare o di un ristorante o semplici appassionati  che hanno voglia di sapere qualcosa di più del vastissimo mondo dello sviluppo e tecnologie di prodotti agro-alimentari, allora questa è la pagina giusta” ci ha detto Michela, descrivendo come il carattere divulgativo del progetto si coniuga alla precisione scientifica dei contenuti per i quali lei sta creando una bibliografia altamente qualificata e che, ovviamente, potete leggere sul blog.

Come e quando è nata l’idea di creare  Foodmadewith?

Abbiamo chiesto a Michela, come fosse nato questo progetto e la sua intervista è stata una meravigliosa chiacchierata intrisa di passione e competenza, della sua professionalità applicata alle tecnologie di oggi e alla sua voglia di far sapere al mondo della rete cose di cui si parla poco e spesso in modo molto scientifico.

Foodmadewith.com è nato esattamente così: durante gli ultimi anni del mio lavoro da Direttore R&D di una grande multinazionale del cibo, avevo accarezzato l’idea di creare questa piattaforma, cominciandola a plasmare solo quando ho deciso di dedicarmi alla libera professione come consulente R&D per l’industria agroalimentare. 

Del resto, lavorare per una grandissima azienda impegna molto lasciando poco spazio ad altri progetti e ho creato questa piattaforma, ritenendo che nel panorama informatico italiano mancasse un blog che seguisse le tematiche scientifiche alimentari in modo completo, trasversale ma anche accessibile e facilmente fruibile”.

E lei, che si definisce una Food Technologist Blogger, ha cercato di colmare questa mancanza, indirizzando il suo bagaglio professionale, le sue conoscenze, la sua curiosità, la passione e, non da ultimo, le ricerche che le venivano commissionate, per tenersi aggiornata e aggiornare il mondo. Senza improvvisazione.

Qual’è stato il percorso che ha portato Michela a diventare una  Food Technologist Blogger?

“Mi sono laureata in Scienze e Tecnologie Alimentari all’Università di Udine a metà degli anni novanta, per più di venti anni ho rivestito ruoli di crescente responsabilità nell’ambito della Ricerca e Sviluppo di Unilever, diventando poi Direttore R&D Technical Management per Unilever Italia e successivamente Direttore R&D Deploy Gelati e Tè per l’Europa, esperta in product development project management, team management e change management” ci risponde ricreando la sua personale linea del tempo professionale.

E questa cosa ci ha incuriosito ancora di più, come fa una persona a passare da una multinazionale alla libera professione? Che cosa ha significato per Michela Tamai? 

La risposta che ci ha dato con il sorriso ci è piaciuta tantissimo, perché lo ha definito “L’altra parte del mondo”, raccontandoci poi, con estrema disinvoltura, le differenze del mondo aziendale da quello della libera professione, che non troverete scritte in nessun manuale.

“Non è vero che il mondo aziendale è tutto uguale. Misurarsi con la piccola azienda significa vivere i rapporti in modo più vicino, significa prendere delle decisioni e viverle rapidamente, operare con time-to-market strettissimi, senza mai perdere il focus territoriale e locale. Le multinazionali sono invece intrise di complessità organizzativa e stratificazioni a qualsiasi livello, che richiedono tempo e investimenti. Ma sono quelle che permettono al professionista la capacità di misurarsi e confrontarsi con l’internazionalizzazione, con persone, culture e modi di vivere differenti, materialmente e virtualmente. Le grandi aziende, soprattutto se leader in un determinato settore, offrono grande formazione, competenze e specializzazioni di altissimi livelli  che sarebbe impossibile trovare altrove”.

Quanto è differente il lavoro da libero professionista in questo ambiente?

“Essere un libero professionista significa prima di tutto immergersi nella capacità di essere flessibili, interfacciandosi, lavorando e facendo consulenza dal piccolo operatore al grandissimo, dietro casa o dall’altra parte del mondo, senza passaggi intermedi” sorride Michela.

“Ho scelto di condensare tutte le esperienze del mio passato e le ho trasformate nella base di partenza per l’altra parte del mondo, scegliendo di intraprendere la libera professione. All’inizio non è stato facile per chi come me era abituata a vivere la dimensione aziendale, ma con il tempo ho  capito com’era meglio incanalare le mie energie e prima ancora le conoscenze per colmare i gap e il progetto di Foodmadewith è diventato piano piano una realtà”.

Da dove sei partita?

“Dalla base, scegliendo con cura la struttura del blog e ho cominciato a completarlo, pezzetto dopo pezzetto, convincendomi che non fosse mai abbastanza perfetto per entrare nel mondo frenetico della rete” continua a raccontare Michela, dimostrandosi, come in effetti è, una perfezionista “Ma ad un certo punto ho capito che il blog era pronto per farsi conoscere e, attraverso le piattaforme social, è stato presentato alla rete. Prima Facebook, un po’ per vedere l’effetto che faceva, poi LinkedIn, così il mondo ha conosciuto Foodmadewith e viceversa ed è stato un successo” ammette divertita.

E quali sono i progetti per il futuro?

Michela è una Team Player, lo si vede da come parla, lo capiamo dalle cose che ci racconta, dai progetti che ha già programmato nel dettaglio. 

“Le collaborazioni” ci dice in modo immediato “Il lavoro in team è fondamentale, è la soluzione. Creare un network di esperti dove ognuno possa seguire i topic del blog facendolo trasudare di passione e competenza, completandolo e rendendolo una piattaforma innovativa per i temi trattati sull’onda del nuovo modo di fare business, permettendo alle persone di trovare ciò che serve, sfruttando anche tipologie di contenuti differenti che possano essere usate dai tecnici aziendali o, perché no, anche dagli insegnanti, creando un luogo virtuale dove formarsi o dove chiedere una consulenza”. 

Parlare con Michela Tamai ci è piaciuto davvero tanto. E’ la struttura aziendale di sé stessa, dalle competenze ai piani di sviluppo e investimento passando per il training e, per quanto tutto questo possa sembrare una sfida, lei ha la stoffa per vincerla.

Non vogliamo raccontarvi tutto di Foodmadewith appositamente, per lasciarvi il gusto di scoprirlo giorno per giorno, articolo per articolo, perciò vi invitiamo a leggere i suoi contenuti e divenirne followers, perché ne vale davvero la pena.

Poi chissà, magari tra qualche anno ricorderemo questa data come il giorno in cui anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo presentato al mondo una nuova stella della rete.

In bocca al lupo a Michela e in bocca al lupo a  Foodmadewith.

https://foodmadewith.com

Francesca Tesoro

“Il complesso di inferiorità” di Enrico Mattei

“Io proprio vorrei che gli uomini responsabili della cultura e dell’insegnamento ricordassero che noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci hanno insegnato, ovvero che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale. Ricordatevi, amici di altri paesi: sono le cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo vostro domani. Ma per fare questo è necessario studiare, imparare, conoscere i problemi”.

Queste parole, ancora così attuali, sono state pronunciate nel 1961 da Enrico Mattei, uno dei più importanti industriali italiani del secondo dopoguerra, partigiano e fondatore dell’Eni nel 1953, in occasione dell’apertura dell’anno accademico della Scuola di studi superiori di idrocarburi di San Donato Milanese. Questo e molti altri famosi discorsi dell’imprenditore marchigiano sono stati raccolti nel libro che prende proprio il titolo di “Il complesso di inferiorità”, Edizioni di Comunità ed è il terzo volume di Humana Civilitas, una collana che mette insieme una serie di brevi testi che testimoniano il pensiero di grandi personaggi, donne e uomini, che hanno reso ricca la Storia del nostro Paese nel secolo scorso.

Di famiglia semplice e con un passato da operaio, dopo aver frequentato con profitto l’università, Mattei ricopre un ruolo importante nelle fila partigiane a partire dal 1943. Quando, dieci anni dopo, fonderà l’Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, avrà fin da subito l’intenzione di mettere in atto un modello innovativo di cooperazione energetica tra Stati, stringendo accordi che hanno minato il predominio delle cosiddette Sette Sorelle, le più note e forti compagnie petrolifere angloamericane. Appassionato di arte e attento alla formazione e alla ricerca di sempre nuove forme di energia, il lavoro di Enrico Mattei si è interrotto bruscamente quando è rimasto ucciso il 27 ottobre 1962 in un incidente aereo, ma il suo approccio rivoluzionario è ancora vivo nel ricordo di chi, negli anni successivi e fino ad oggi ha cercato di seguire le sue orme e il suo esempio, e lo dimostra l’attualità dei suoi discorsi. 

Al di là delle posizioni politiche e delle mosse imprenditoriali, ciò che colpisce è la volontà di riscatto che l’industriale cerca di comunicare con le sue parole di incoraggiamento e di lode verso il popolo italiano, da nord a sud, spingendosi anche oltre i nostri confini, verso l’Africa, visti i rapporti intensi legati all’uso delle materie prime necessarie allo sfruttamento dell’energia.

I concetti di dignità, collaborazione e affrancamento, sono, secondo Mattei, valori che accomunano i nostri popoli, entrambi sottovalutati sul mercato e, spesso, anche sul piano politico internazionale. L’unico modo per uscire dalla spirale dello sfruttamento è fare dell’autonomia e della fiducia verso il futuro una dote su cui lavorare concretamente attraverso il confronto. A tal proposito la preparazione, lo studio e la ricerca sono elementi fondamentali come i mattoni per costruire un futuro migliore, anche oggi.

Alessandra Rinaldi

“Che fine ha fatto il futuro?” di Marc Augé

Mai come in questo periodo storico, in tutto il mondo occidentale, il concetto di futuro e, soprattutto, la sua percezione, sono mutati a tal punto, da stravolgerne ogni parametro. 

Marc Augé, antropologo francese, africanista di formazione, è stato precursore e, in un certo senso, quasi premonitore di questa rivoluzione che sembra andare oltre il tempo e lo spazio, in particolare col suo testo “Che fine ha fatto il futuro?”, uscito in Italia dieci anni fa per la Casa Editrice Eléuthera.

Le riflessioni che ci ha suggerito questo testo, a tratti cinico, a tratti lirico, a tratti estremamente tecnico, pur nel suo stile scorrevole, ma anche complesso, visti i tanti riferimenti storici, artistici e filosofici, non riguardano solo il concetto di futuro, ma anche quelli di progresso e di economia che, come i due carabinieri che tengono stretto il Pinocchio di Collodi, hanno catturato, in un certo senso, le nostre naturali speranze verso il futuro stesso. Ben prima che iniziasse questa crisi economica che ancora ci attanaglia tutti e ci ha portato alla recessione, Augé ha fatto riflessioni profonde sulla globalizzazione e sugli stravolgimenti economici, soprattutto nel mercato del lavoro e nella sua percezione da parte dei cittadini, da un lato sempre più proiettati verso l’aspirazione ad una ‘cittadinanza mondiale’, dall’altro, forse, incapaci di sostenerne le molteplici difficoltà e la necessaria tolleranza. Per quanto riguarda il concetto di progresso, soprattutto da trenta o quaranta anni a questa parte, l’ingresso a gamba testa di tecnologie sempre più avanzate, sia nella nostra vita quotidiana, sia nei nostri luoghi di lavoro, ha causato un terremoto nella nostra percezione emotiva dell’esistenza, imprigionandoci in un immobile presente per cui è difficile, da un lato ricordare il passato (anche quello più recente) imparando da esso, dall’altro avere fiducia in un futuro migliore, avendo speranza, ma anche volontà di costruirlo adeguatamente.

Come mai questo oggi smemorato e cinico ci possiede a tal punto, si domanda Augé? Viaggiando attraverso il tempo e lo spazio, ma anche attraverso culture e popoli, luoghi e nonluoghi, come li definisce l’autore stesso, egli traccia possibili “cure” a questa “malattia” del nontempo che, come nell’effetto domino, potrebbero trovare efficacia in ogni aspetto della nostra vita, dalle relazioni, ai posti di lavoro, passando per la razionale capacità di affrancarci con spirito critico dai nostri modelli di riferimento creandone di nuovi per le future generazioni. Modelli che abbiano forti radici nel passato e rami rigogliosi, proiettati verso l’orizzonte futuro.

Una delle speranze che suggerisce Augé sta nell’educazione e nella scuola, il più possibile democratica e accessibile a tutti, in grado di formare adulti, ma anche professionisti ed esperti capaci di far comprendere a tutti l’importanza dell’eguaglianza, soprattutto nella comunicazione, anche politica.

“La vera democrazia passa per una chiara definizione delle relazioni egualitarie tra tutti gli individui, tra tutti gli uni, chiunque siano, e tutti gli altri, chiunque siano. Oggi ne siamo ancora bel lontani. Ed è questa la ragione per la quale gli appelli alla violenza, quale che sia l’ideologia che li ispira, avranno sempre un’eco tra i più sprovveduti. Così non è vietato all’antropologo, che cerca di osservare ciò che è, suggerire ciò che potrebbe essere se fosse restituita una finalità al linguaggio politico e se si prendesse finalmente alla lettera l’ideale spesso proclamato dall’istruzione e dalla scienza per tutti. Bisogna pensare al plurale, certo senza dimenticare che non è l’individuo che è al servizio della cultura, ma sono le culture che stanno al servizio dell’individuo”.     

Alessandra Rinaldi