“Che fine ha fatto il futuro?” di Marc Augé

Mai come in questo periodo storico, in tutto il mondo occidentale, il concetto di futuro e, soprattutto, la sua percezione, sono mutati a tal punto, da stravolgerne ogni parametro. 

Marc Augé, antropologo francese, africanista di formazione, è stato precursore e, in un certo senso, quasi premonitore di questa rivoluzione che sembra andare oltre il tempo e lo spazio, in particolare col suo testo “Che fine ha fatto il futuro?”, uscito in Italia dieci anni fa per la Casa Editrice Eléuthera.

Le riflessioni che ci ha suggerito questo testo, a tratti cinico, a tratti lirico, a tratti estremamente tecnico, pur nel suo stile scorrevole, ma anche complesso, visti i tanti riferimenti storici, artistici e filosofici, non riguardano solo il concetto di futuro, ma anche quelli di progresso e di economia che, come i due carabinieri che tengono stretto il Pinocchio di Collodi, hanno catturato, in un certo senso, le nostre naturali speranze verso il futuro stesso. Ben prima che iniziasse questa crisi economica che ancora ci attanaglia tutti e ci ha portato alla recessione, Augé ha fatto riflessioni profonde sulla globalizzazione e sugli stravolgimenti economici, soprattutto nel mercato del lavoro e nella sua percezione da parte dei cittadini, da un lato sempre più proiettati verso l’aspirazione ad una ‘cittadinanza mondiale’, dall’altro, forse, incapaci di sostenerne le molteplici difficoltà e la necessaria tolleranza. Per quanto riguarda il concetto di progresso, soprattutto da trenta o quaranta anni a questa parte, l’ingresso a gamba testa di tecnologie sempre più avanzate, sia nella nostra vita quotidiana, sia nei nostri luoghi di lavoro, ha causato un terremoto nella nostra percezione emotiva dell’esistenza, imprigionandoci in un immobile presente per cui è difficile, da un lato ricordare il passato (anche quello più recente) imparando da esso, dall’altro avere fiducia in un futuro migliore, avendo speranza, ma anche volontà di costruirlo adeguatamente.

Come mai questo oggi smemorato e cinico ci possiede a tal punto, si domanda Augé? Viaggiando attraverso il tempo e lo spazio, ma anche attraverso culture e popoli, luoghi e nonluoghi, come li definisce l’autore stesso, egli traccia possibili “cure” a questa “malattia” del nontempo che, come nell’effetto domino, potrebbero trovare efficacia in ogni aspetto della nostra vita, dalle relazioni, ai posti di lavoro, passando per la razionale capacità di affrancarci con spirito critico dai nostri modelli di riferimento creandone di nuovi per le future generazioni. Modelli che abbiano forti radici nel passato e rami rigogliosi, proiettati verso l’orizzonte futuro.

Una delle speranze che suggerisce Augé sta nell’educazione e nella scuola, il più possibile democratica e accessibile a tutti, in grado di formare adulti, ma anche professionisti ed esperti capaci di far comprendere a tutti l’importanza dell’eguaglianza, soprattutto nella comunicazione, anche politica.

“La vera democrazia passa per una chiara definizione delle relazioni egualitarie tra tutti gli individui, tra tutti gli uni, chiunque siano, e tutti gli altri, chiunque siano. Oggi ne siamo ancora bel lontani. Ed è questa la ragione per la quale gli appelli alla violenza, quale che sia l’ideologia che li ispira, avranno sempre un’eco tra i più sprovveduti. Così non è vietato all’antropologo, che cerca di osservare ciò che è, suggerire ciò che potrebbe essere se fosse restituita una finalità al linguaggio politico e se si prendesse finalmente alla lettera l’ideale spesso proclamato dall’istruzione e dalla scienza per tutti. Bisogna pensare al plurale, certo senza dimenticare che non è l’individuo che è al servizio della cultura, ma sono le culture che stanno al servizio dell’individuo”.     

Alessandra Rinaldi

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“Sully” e il valore delle scelte

Diverse volte abbiamo usato i film come strumenti di formazione, diretti o indiretti, per le persone che si ritrovano a ricoprire ruoli importanti o semplicemente, abbiamo scelto film, che permettevano la comprensione di alcuni valori, situazioni o del fattore umano.

Perciò oggi abbiamo scelto di parlarvi di “Sully”, film del 2016 co-prodotto e diretto da Clint Eastwood, che racconta una storia realmente avvenuta nel 2009. Questo titolo ci ha catturato per il peso e il valore che conferisce alle scelte e alle loro conseguenze. Ne avremmo potuto selezionare di più simpatici o ironici, ma questo ci ha convinto per il  forte impatto emotivo che crea non solo nel pubblico – considerando che è tratto interamente da una storia vera e che il reale protagonista ha partecipato alla scrittura e alle riprese del film –  ma anche nelle persone che spesso si ritrovano a prendere decisioni che possono cambiare il valore delle cose e lo stato dei fatti.

Se avete visto questo film, magari non coglierete subito il perchè di questa scelta, ma se lo vedrete solo dopo aver letto questa recensione, noi di Sistema Generale, siamo sicure di aver fatto la scelta migliore.

Chesley “Sully” Sullenberger, interpretato dal magistrale Tom Hanks, è il pilota del volo della  US Airways 1549 che,  decollato da New York con centocinquantacinque passeggeri a bordo, poco dopo impatta contro uno stormo di uccelli che ne compromette i motori. Non essendo sicuro di poter rientrare su uno degli aeroporti vicini ed avere, così, la certezza di salvare la vita di tutti coloro i quali sono sul volo, Sully sceglie la via più difficile e fa ammarare il suo bestione sulle acque gelide del fiume Hudson che attraversa la città. Quella che poteva sembrare la mossa più azzardata e rischiosa, si rivela invece vincente. I passeggeri sopravvivono, i soccorsi arrivano in tempo, i testimoni oculari del fatto restano sbigottiti e il pilota diventa un eroe per l’opinione pubblica ma, ben presto, dovrà fare i conti con l’inchiesta aperta nei suoi confronti dall’ente aeronautico per non aver seguito il protocollo. Sully terrà testa alla commissione di inchiesta e in particolare invaliderà, con la sua competenza e la sua conoscenza, tutte le prove contro di lui, dimostrando la loro erroneità perchè imprecise, errate e soprattutto in quanto elaborate da una macchina, palesando come il valore della conoscenza umana possa essere migliore di qualsiasi algoritmo.

Cosa ci insegna questo film?

L’associazione di un fatto di cronaca così importante, diventato prima un libro e poi un film, potrebbe sembrare molto distaccato da qualsiasi ambito, anche al di fuori del lavorativo-professionale. In realtà, al contrario, estremizza brutalmente  il valore  delle scelte che facciamo e le loro conseguenze o, meglio ancora, le ripercussioni delle nostre scelte sui fatti successivi. Da un altro punto di vista, invece, ci dimostra come con la competenza e la caparbietà si possa sostenere ciò che si è compiuto ed in alcuni casi, dimostrare come la scelta più rischiosa sia (stata) quella giusta. 

Ad un certo punto del film, avvenuta la tragedia e partita la commissione di inchiesta, ci si rende immediatamente conto di come Sully viva un sentimento di profonda frustrazione presagendo un giudizio su tutta la propria carriera, con il rischio di poter essere ricordato negativamente solo per quei 208 secondi e non aver seguito il protocollo e non certo per aver salvato i passeggeri più l’equipaggio.

Secondo me sono due  i momenti catartici di questo film. Il primo, quando l’aereo senza i motori plana letteralmente sulla città di New York in un silenzio irreale, soprattutto in cabina di pilotaggio, per qualche secondo. In quei secondi, lo sguardo del pilota cambia e si illumina della soluzione per cui nessun pilota al mondo viene e verrà mai addestrato.

Il secondo, invece riguarda il terrore che il bravissimo Ton Hanks fa trasparire in tutta la sua pienezza, ed è quello di perdere tutto nonostante la consapevolezza di aver fatto del proprio meglio.

Ed è li che si vede il valore e il peso del fattore umano, quello di cui più volte abbiamo parlato.

L’indagine della commissione che seguirà all’incidente, è sul fattore umano, vuole indagare il perchè delle decisioni prese dal pilota e dal suo secondo, che sono convinti di aver fatto il massimo, il meglio e l’unica cosa possibile per salvare tutti.

Tom Hanks-Sully da voce e rappresenta la chance migliore, giura che lo avrebbe rifatto e sbugiarda gli ingegneri aeronautici che non sono piloti e che soprattutto non erano lì. È questo il senso delle cose e di questo film in particolare. Le decisioni le prendiamo noi e non possiamo affidarci ad ogni logaritmo che crediamo corretto. Soprattutto ce ne dobbiamo assumere la responsabilità dopo.

Manager o pilota?

Per quanto – fortuna sua – un manager potrebbe non trovarsi mai in una situazione così estremizzata, ci piace molto il sillogismo con il senso di ciò che rappresenta il pilota del film. Come Sully ha salvato la vita di tutti affidandosi alla sua esperienza, alla sua competenza e alla capacità maturata negli anni per aver saputo “calcolare le distanze a vista” per ammarare sull’Hudson e non precipitarci dentro – attenzione, c’è una bella differenza!-, così il manager, chiamato a prendere decisioni dovrebbe saper prevedere l’esito delle stesse e delle ripercussioni, fidandosi del proprio fattore umano e di quello dei propri collaboratori, avendo anche la capacità di osare e scegliere la via più rischiosa, sapendone sostenere il dopo. Una scelta rischiosa fatta in modo consapevole e competente non dovrebbe mai metterci in dubbio e non dovrebbe mai farci pentire di aver raggiunto l’obiettivo.

In qualsiasi settore dovessimo trovarci, questo film dimostra il valore e la valenza delle nostre scelte, molto più importanti degli schemi e dei logaritmi usati ormai ovunque per trovare la soluzione. Si può essere preparati ed addestrati a tutto, ma è il saper scegliere in modo corretto che fa la differenza. In fondo Sully sarebbe potuto tornare all’aeroporto de La Guardia come dettava il protocollo, ma non ci sarebbe arrivato, perciò, è stata la scelta più rischiosa di ammarare che gli ha permesso di salvare tutti.

Francesca Tesoro

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“Leadership Emotiva” di Daniel Goleman

“Leadership Emotiva – Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi” edito dalla Bur di Daniel Goleman non è un libro che abbiamo scelto, anzi, è più corretto scrivere che si è fatto scegliere. Prima di tutto, la copertina colorata e accattivante lo rendeva più vicino a un libro simpatico che a uno riguardante la materia del leader, della sua formazione, del suo essere e della sua applicazione pratica nel mondo aziendale e del lavoro ma, molto più in generale, nel circuito delle relazioni di gruppo.

Probabilmente questa sensazione discende direttamente anche dall’autore, Daniel Goleman, giornalista americano classe 1946, psicologo specializzato nello sviluppo della personalità – materia di cui è stato anche professore ad Harvard -, scrittore di temi altisonanti quali la neurologia e le scienze comportamentali per il New York Times e con all’attivo una intera collana dedicata all’intelligenza emotiva e sociale, alla creatività e alla leadership, all’empatia e all’emotività, alle forze che compongono e costituiscono le cose e le persone senza scadere mai nel trascendentale incomprensibile.

Lo scopo principale di questo volume è spiegare, in termini semplici e fluidi di immediata comprensione, raccontando qua e là reali aneddoti accaduti agli alti livelli di grandi imprese, come essere “capi” migliori, più efficienti e, perché no, anche più amati.

Così, leggendo le pagine che scorrono velocemente, scopriamo come, attraverso la gestione degli stati d’animo di chi lavora con noi, il leader dovrebbe riuscire a far crescere l’armonia e il talento dei propri collaboratori. Armonia e talento, per quanto scontati, vengono presentati e raccontati come elementi fondamentali alla base dello sviluppo economico ed anche culturale delle comunità aziendali e, in uno spettro più ampio, della società. E Goleman ci dice anche come far emergere queste qualità altrui e come portarle avanti, ci racconta com’è un leader, quali sono le sue caratteristiche, le capacità che deve possedere e mettere in atto, cosa deve evitare e come può farsi ascoltare migliorando, in questo modo, la riuscita non solo del proprio lavoro ma anche di tutti coloro i quali gli ruotano intorno.

Chi è il Leader? 

Il leader decide la strategia e sa motivare, riesce e sa creare un clima di finalità collettiva costruendo una cultura condivisa. È colui il quale, attraverso la costruzione di legami emotivi e la promozione di rapporti armoniosi, raggiunge risultati. Un leader, con la sua democraticità, suscita consenso stimolando principalmente la partecipazione, generando nei collaboratori prestazioni eccellenti e un generale senso di autonomia finalizzata all’obiettivo comune.

Riuscendo ad accendere la passione dei collaboratori per il proprio operato, il leader dovrebbe perciò (riuscire a) tirare fuori il meglio da loro e per fare questo, l’unica cosa sulla quale deve lavorare sono le emozioni. Del resto, non è vero che un lavoratore che viene trattato bene, considerato, incitato e del quale vengono valorizzati i talenti, che lavora in un ambiente positivo, lavora meglio? È esattamente vero! E la soddisfazione di un collaboratore nei confronti del proprio lavoro e, di conseguenza, dei superiori è determinata, nella stragrande maggioranza dei casi, da questo meccanismo.

Infatti il successo non dipende tanto da “cosa”ma dal “come”e, quindi, se un leader non è in grado di spronare nel modo corretto le emozioni delle persone della propria squadra nella giusta direzione, non raggiungerà certo i risultati sperati o programmati.

Ciò che distingue i leader migliori dalla massa è la consapevolezza del ruolo decisivo che le emozioni giocano sul posto di lavoro, tanto per ciò che riguarda i risultati tangibili – rendimenti, evitare che il collaboratore con talento scelga di lavorare per altri portandosi dietro il know how, per esempio – quanto per quello che riguarda le relazioni morali, la motivazione, l’impegno di ciascuno, fin anche arrivando ai così detti beni immateriali.

Di contro, i manager dotati di scarsa empatia e di una sorta di freddezza emotiva, sono quelli che tendenzialmente non ascoltano, non valorizzano i talenti dei propri collaboratori e/o dei sottoposti, non raggiungono gli obiettivi e, miseramente, portano sé stessi e l’azienda alla progressiva diminuzione di profitti e rendimenti, insomma all’insoddisfazione e, nei casi più estremi, al fallimento.

Di che stoffa è fatto il leader?

Il primo grande elemento che un leader deve possedere, è senza dubbio l’Intelligenza Emotiva, quella di cui proprio Goleman scrive.

L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri. Autoconsapevolezza, Autoregolazione, Empatia e Talento Sociale, affiancati ad abilità tecniche e cognitive, quali la capacità di ascoltare e il possedere il ragionamento analitico, la capacità di lavorare di concerto con altri e la flessibilità di fronte al cambiamento, sono gli aspetti attraverso i quali essa si manifesta e si mette in pratica.

Analizzando questi elementi, ci si rende conto come autoconsapevolezza e autoregolazione riguardino la gestione di sé, mentre invece empatia e talento sociale hanno a che fare con la gestione dei rapporti con gli altri. Gli altri elementi, che ad un lettore distratto possono sembrare solo dei meri corollari, sono invece gli (ottimi) strumenti di attuazione delle componenti che riguardano il sé e gli altri.

La capacità di mettere in pratica correttamente questi elementi in modo unitario ed equilibrato, diventano la predisposizione all’eccellenza nella leadership.

È, di per sé, un concetto abbastanza semplice e logico: in ogni gruppo umano, sia esso di compagnia o di lavoro, di piccola azienda o multinazionale, il leader gode – e lo fa in misura superiore a tutti gli altri – del potere di influenzare le emozioni dei suoi subordinati. Di conseguenza se queste vengono stimolate verso l’entusiasmo, il gruppo darà del suo meglio, in alternativa, se al posto dell’incoraggiamento, si scegliesse la via dell’ansia, della pressione e del rancore, il gruppo andrà completamente fuori fase, perdendo di vista obiettivi e i rendimenti in ambito lavorativo oppure le intere relazioni tra i soggetti, se tali comportamenti riguardano un gruppo non lavorativo. 

Per quanto possa essere relativamente recente l’idea che l’intelligenza emotiva, la quale vede le sue prime teorizzazioni a metà degli anni novanta dello scorso secolo, presenti dei grandi vantaggi a livello di costi e benefici, è ormai un dato di fatto quando, statistiche alla mano, si nota che la maggior parte dei manager che svolge il proprio lavoro con il cuore più che con la testa – senza perderla ovviamente!- abbiano più successo.

Entrare in sintonia con i sentimenti delle persone con cui si lavora, permette di gestire le situazioni di difficoltà e di conflitto, anche latente, senza che sfuggano di mano ed arrivino a livelli incontrollabili. Nonostante nella mente dei più, il concetto di leadership sia collegato all’idea di dominio e superiorità, nella realtà della gestione di un qualsiasi gruppo, essa è al contrario l’arte di persuadere gli altri a cooperare in vista di un obiettivo comune.

Le competenze di un leader

Per quanto tutto possa sembrare fumoso e aleatorio, quanto scrive Goleman è al contrario molto concreto e tangibile e, dopo aver letto il libro con molta attenzione, cercherò di schematizzarvi in modo diretto le competenze che un leader deve possedere, lasciando a voi la voglia di leggere l’appendice al libro dove troverete la spiegazione chiara e concisa di ogni abilità.


In ogni caso e qualsiasi sia l’ambito nel quale vogliate diventare dei Leader, prendete spunto da questo ottimo volume e vedrete che le cose andranno sicuramente nel modo migliore.

Francesca Tesoro

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