“L’ottava regola. Dall’efficacia all’eccellenza” di Stephen R. Covey

Dopo aver analizzato “Le sette regole per avere successo”, ci siamo cimentati con un altro testo immediatamente successivo e strettamente collegato al bestseller internazionale di Stephen R. Covey: “L’ottava regola. Dall’efficacia all’eccellenza”, Franco Angeli Editore.

ottava regola

Anche questa volta, prima di analizzare la struttura del saggio, ci siamo soffermati su suo titolo originale: “The 8th Habit: from Effectiveness to Greatness” e ciò che ci ha colpito, oltre alle considerazioni già fatte in precedenza sull’assonanza tra i termini “abitudine” e “regola”, è la parola “greatness”. Sorprende quasi come un termine così colloquiale e di uso tanto comune possa diventare un vero e proprio termine tecnico durante la lettura di questo testo, assumendo tutte le sfumature di significato che lo caratterizzano: dalla grandezza alla forza, fino alla vera e propria eccellenza di fatto di leadership.

Ma come ci si può abituare all’eccellenza? Come non considerare questo stato unicamente come l’happy ending al termine di una lunga carriera di lavoro costellata di esperienze e successi e abituarci, invece, a vivere la nostra personalissima eccellenza giorno dopo giorno al servizio dell’azienda, come una disciplinata e creativa forma mentis?

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All’inizio ci è quasi (rispettosamente) sembrato che questa volta Stephen Covey si fosse lasciato prendere la mano e avesse peccato di presunzione, o meglio di troppa fiducia verso il prossimo, tratto che, senza dubbio lo distingueva come comunicatore, come coach e, oggi si direbbe anche come influencer. Tuttavia, come già accennato, la struttura sistematica e, allo stesso tempo, strettamente analitica del testo, corredato di schede riepilogative, box di esercizi e numerosissimi racconti di esperienze acquisite sul campo, rendono questo saggio un meraviglioso manuale per imparare a pensare all’eccellenza, visualizzandola come un modo di porsi, di comunicare e, quindi, di essere, e non come un obiettivo da raggiungere fuori da noi stessi: un percorso di vita, ancora prima che di lavoro, verso il concetto più alto di saggezza.

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Diretto, ma profondo, a tratti toccante, a tratti divertente, pur restando un libro estremamente tecnico e scientifico, lo stile di Covey resta confidenziale e riconoscibile, come quello di un maestro che si mette alla scrivania dopo una lezione e lascia qualcosa di scritto ai propri allievi, con lo scopo di farli sentire a proprio agio e non solo all’altezza della situazione, quasi come Socrate, secoli fa. Insomma le regole contano e si possono e devono studiare e imparare, ma sempre facendole proprie grazie ai percorsi dell’esperienza, come in un diario personale, perché, come scrive Covey: la leadership è una scelta, non una posizione.

ottava regola

L’esigenza di questa ottava regola, come spiega l’autore, nasce dai profondi, continui e velocissimi mutamenti del mondo del lavoro, sempre più influenzato dalla tecnologia anche oggi, che vedono nelle sette regole una base necessaria per entrare in gioco e un punto di partenza proprio verso l’eccellenza come dimensione di entusiasmo e di voglia di mettersi continuamente in discussione, esperienza dopo esperienza, guardando alla saggezza come a un valore inestimabile.

ottava regola

Questa ottava regola è trova la tua voce e ispira gli altri a trovare la loro, la vera essenza della leadership costruttiva. Infatti, dopo essere riusciti a trovare la propria voce, non c’è niente di meglio che mettersi al servizio del coro per armonizzare e modulare la melodia del successo. Per ottenere questo risultato che, a sua volta, è una nuova base di partenza, occorre iniziare un percorso di riflessione e consapevolezza improntato non più solo sulla comunicazione efficace, ma anche altruistica nei confronti di chi dipende da noi leader, attraverso la condivisione di valori comuni e strategie. Essere un modello di umanità positiva è, secondo Covey, il modo più alto di essere leader, perché porta a una competizione costruttiva che altro non è che imitazione. Ecco perché Covey prende spesso nuovamente in prestito il mondo dell’infanzia e anche della scuola per molte sue lezioni. La saggezza è empatia, ma anche autorevolezza verso gli altri e autoconsapevolezza di sé stessi.

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Il testo si conclude con alcune utili appendici che focalizzano concretamente alcuni consigli su come affrontare alcuni momenti di cambiamento del contesto e del clima aziendale. A questo proposito è stata interessante l’analisi dei vari tipi di intelligenza che risiedono in ognuno di noi e di come, valorizzare la cosiddetta “intelligenza spirituale” dia benefici concreti anche sull’intelligenza pratica, mentale ed emotiva, come un unicum indispensabile nel curriculum di tutti noi.

Alessandra Rinaldi

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La felicità di Wile E. Coyote di Gian Maria Zapelli

Oggi vi parliamo di questo volume edito dalla FrancoAngeli/Trend che ci ha davvero sorpreso. Ammetto di averlo scelto sullo scaffale per la sua copertina e per il suo riferimento a Wile E. Coyote, amato personaggio dei cartoni animati nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, eternamente considerato un fallito  – e abbiate il coraggio di alzare la mano se almeno una volta non lo avete pensato anche voi! – che mette tutte le sue energie negli infiniti tentativi di catturare l’acerrimo e velocissimo nemico Beep Beep, immaginando una lettura veloce e leggera.

In realtà questo libro, sottotitolato Essere fragile e invulnerabile, tutt’è tranne ciò che mi aspettavo, perché l’autore Gian Maria Zapelli, che da più di venti anni realizza eventi formativi e di coaching volti allo sviluppo delle capacità e dei sentimenti necessari in contesti di incertezza e cambiamento, è riuscito a scrivere un volume davvero illuminante.

Seguendo e facendosi guidare da Wile E. Coyote, ci si ritrova a leggere una serie di suggerimenti di altissimo profilo psicologico e pratico che mettono in luce strategie di relazioni con sé stessi e con la realtà che ci circonda, partendo dal presupposto che le nostre debolezze sono ciò che ci caratterizzano come persone e che, soprattutto, possono e dovrebbero essere usate e viste non come un minus ma come un trampolino di lancio.

Noi donne e uomini del terzo millennio, inseriti in un contesto sociale dove tutto ciò che ci classifica come umani in grado di vivere e provare emozioni, ci rende deboli e vulnerabili, dovremmo tenere questo manuale di sopravvivenza alle nostre vulnerabilità sul comodino,  mettendo in pratica ciò che leggiamo.

Sono proprio le nostre fragilità a porci nella condizione di costruire una solidità attraverso l’impegno e il coraggio e sono sempre loro ad essere, paradossalmente, congeniali a renderci protagonisti in questa epoca di vulnerabilità.

Ciò che emerge dalle righe del libro, grazie a Wile E. Coyote e altre figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde, sono le strategie che possono aiutarci a governare il nostro benessere attraverso la capacità di essere fragili, per realizzare quei traguardi che necessariamente ci chiedono di affrontare un mondo indeterminato e imprevedibile.

Ma perché proprio lui?

Wile E. Coyote, perdente invincibile, rappresenta uno straordinario e formidabile esempio di fragilità invulnerabile, espressione di una grandezza eccezionale con capacità organizzative e creative sopra la media che, grazie al modo fantastico in cui usa il coping – le strategie che vengono poste in essere per far fronte ad eventi stressanti e faticosi -, riesce ad affrontare i continui fallimenti – catturare Beep Beep – senza mai perdere di vista il suo obiettivo.

Le sue qualità, la sua ingegnosità nell’ideare sempre nuove trappole, il persistere per raggiungere il suo scopo, dimostrano come la sua vulnerabilità sia al tempo stesso la sua forza, rendendo la sua vita una incessante esperienza di scoperte, creatività, coraggio e mai di reali sconfitte.

Wile E. Coyote è invulnerabile perché è sopra ogni cosa infrangibile, si schianta, precipita, diventa spesso quanto un foglio schiacciato da massi enormi, ma resta sempre integro, in forma e determinato a riprovarci. Ogni volta che non riesce a catturare il suo nemico, non si sente sconfitto, ma fa tesoro di quel fallimento per migliorare la sua tecnica, impegnandosi ed entusiasmandosi, convincendosi che l’idea successiva sarà la migliore, senza rimanere incastrato nelle sue convinzioni e negli schemi che lo circondano – e vi ricordo semplicemente che nella realtà un coyote corre il doppio della velocità di un roadrunner -.

Ecco allora un altro paradosso, la vulnerabilità vista come una fragilità, è invece essa stessa a fornire la possibilità di espandersi, aprirsi a nuove idee, nuove soluzioni, nuove strategie rimaste intentate  fino a quel momento.

Possiamo investire il nostro tempo a riflettere su cosa sia meglio fare e quale sia il modo migliore di farlo o riesaminare ciò che facciamo e, perché no, dubitare di noi stessi; possiamo essere persone che fanno del proprio autocontrollo un modus vivendi  che ci blocca ed incanala in determinate strade; ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è il desiderio, quella motivazione che ci spinge con slancio ed energia e ci permette di affrontare la fatica, di dubitare, frenare, arginare la (contro)forza di volontà che vorrebbe lasciarci incastrati in determinati schemi.

Dobbiamo saperci aprire alle emozioni negative, viverle e non nasconderle dal momento che, per quanto assurdo possa sembrare, è attraverso loro che riusciremo a trovare la strategia più efficace.

Vi chiedete come sia possibile? L’ho fatto anche io e, leggendo le pagine del libro, ho trovato la risposta: essere fragili va bene, ma trasformando la nostra fragilità in condizione di evoluzione, successo o felicità, ci si ritrova a disegnare grandi strategie di successo.

Lo dice anche Zapelli, l’autore di questo fantastico libro, mettendo a paragone quelle figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde di cui parlavo prima: Cenerentola, Superman, Penelope e Lebowsky (…il grande!).

Li conoscete sicuramente!

Cenerentola è una orfana sopraffatta dalla matrigna e dalle sorellastre, resa serva che però, nella sua fragilità riesce a vivere una notte magica e far innamorare un principe. Superman è un solitario e solo è arrivato sulla terra, minacciato e impaurito dalla kryptonite, eppure è un supereroe.

Penelope fa delle sua incoerenza l’arma per sopravvivere e resistere agli attacchi dei Proci che le infestano casa, disfacendo ogni notte ciò che aveva tessuto di giorno.

Lebowsky, personaggio del film anni novanta dei fratelli Coen, è un uomo pigro e nullafacente che è molto più solido eticamente di quanto non si creda.

Pigrizia, solitudine, sopraffazione e incoerenza, non sono aspetti socialmente ritenuti negativi e che rendono vulnerabili le persone? Si, ma sono anche ciò che hanno permesso ai rispettivi personaggi di trovare la strategia vincente per raggiungere il loro obiettivo. Non siete convinti? Bene: Cenerentola ha sposato il principe, Penelope ha riabbracciato Ulisse, Superman salva il mondo e Lebowsky ha riavuto il suo tappeto.

Alla fine resta una domanda:  Wile E. Coyote riuscirà a catturare Beep Beep?

Francesca Tesoro

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“Tutta la vita davanti” oggi: la Giungla dei call center dieci anni dopo

locandinaSono trascorsi ormai dieci anni dall’uscita di “Tutta la vita davanti”, il geniale e irriverente film di Paolo Virzì liberamente tratto dal libro “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia (recentemente ripubblicato da Einaudi), nato dall’esperienza di un blog in cui l’autrice raccontava le sue disavventure come dipendente di un call center.

La pellicola, che riunisce un cast di stelle nostrane, come Massimo Ghini, Sabrina Ferilli, Micaela Ramazzotti, Isabella Ragonese, Elio Germano e molti altri, racconta la storia di Marta, studentessa fuori sede neolaureata in filosofia con lode e tanto di bacio accademico che, nell’attesa di ottenere un posto come ricercatrice, si mette alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi. Grazie al rocambolesco incontro con Sonia, una coetanea ragazza madre che le chiede aiuto per badare alla figlioletta Lara, Marta inizia a lavorare alla Multiple, un’azienda che commercializza un inutile elettrodomestico servendosi di un call center di ragazze giovanissime che procaccia clienti con ogni mezzo. È così che comincia per Marta, abituata a dedicarsi a ragionamenti filosofici ben più elevati, una discesa negli inferi del telemarketing più becero, a tratti divertente, a tratti grottesco.

call center

Il bizzarro elenco di maccheroniche tecniche motivazionali della Multiple è lungo: dalla canzone che dà la carica prima dell’inizio del turno, ai messaggini d’incoraggiamento sui cellulari da parte dei capi, fino ai gadget regalati all’impiegato del mese e al pubblico ludibrio nei confronti di chi ha venduto di meno, Marta si ritrova, suo malgrado, a primeggiare entrando nelle grazie di Daniela, la responsabile del personale, e di Claudio, il capo dell’azienda. Marta continua a lavorare mantenendo un certo distacco, sicura che, prima o poi troverà qualcosa di meglio, ma il mobbing e la violenza psicologica, e non solo, ai quali assiste ogni giorno sul luogo di lavoro, totalmente privo di garanzie sul piano sindacale, la porta a sfogare i suoi dubbi etici con Giorgio, un rampante sindacalista che approfitta delle confidenze di Marta. E, mentre in una Multiple ormai allo sbando, si scatena la caccia alla spia, l’esperienza di Marta si avvia verso un epilogo che ci lascia con un amaro sorriso di speranza sul volto.

ragonese

Il fatto che questo film sia sostanzialmente tratto da una storia vera ci fa facilmente comprendere come molti degli episodi raccontati, che avvengono all’interno della Multiple, siano forse più che liberamente ispirati alla realtà e rispecchino parecchi veri contesti lavorativi del settore.

Ma cosa è cambiato davvero oggi, rispetto a dieci anni fa nel mondo dei call center? O forse sarebbe più corretto chiedersi: è cambiato qualcosa dal 2008 a oggi? Come si percepisce il telemarketing e il mestiere di operatore di call center dal punto di vista di dipendenti e di consumatori?

ferilli ramazzotti

A giudicare dalle notizie di cronaca delle ultime settimane, la situazione non sembra molto cambiata. Numerose notizie di poche settimane fa danno testimonianza, soprattutto nel sud Italia, di telefonisti pagati pochi centesimi l’ora con contratti decisamente precari e costretti a turni massacranti, senza pause neppure per i più banali bisogni. Nonostante le vertenze, gli esposti e l’attenzione dei media, nulla sembra cambiare concretamente, soprattutto ora che alla forza lavoro dei call center nostrani si è aggiunta la “concorrenza” degli operatori, outbound o inbound, che chiamano o rispondono anche dall’estero.

“Tutta la vita davanti”, dunque, resta, ancora oggi, un film attualissimo nella spietata analisi di un sistema che ha subito l’evoluzione del progresso, ma che, di fatto, è rimasto brutalmente indietro rispetto all’attenzione verso il lavoratore e il cliente.

telefono

Lasciando da parte i numerosi casi raccontati dalla cronaca in questi anni, in cui le tecniche di vendita sono perfino sfociate in reati penali ai danni dei consumatori, il modo di percepire questo mestiere da parte della società è ormai tristemente avvezzo al precariato generalizzato che attanaglia ogni settore. Prima il libro e poi il film del 2008 hanno avuto il pregio si squarciare il velo su una realtà all’epoca sconosciuta ai più, scuotendo le coscienze, ma purtroppo, all’atto pratico, la situazione di oggi sembra essere talmente più drammatica della peggiore fantasia, da non stupire quasi più, neppure quando diventa cronaca. Questo senso di assuefazione dell’opinione pubblica è, senza dubbio, dovuto ai dieci anni intercorsi di crisi economica che ancora ci serra, alla disoccupazione altalenante e alla confusione politica anche a livello europeo. Le società e i titolari fantasma, i contratti precari, i centralinisti in nero e gli stipendi eccessivamente bassi sono i nodi scomodi che hanno sempre portato alla ribalta della cronaca i call center dal punto di vista del mondo del lavoro, ma neppure questi riflettori sembrano riuscire a cambiare le cose ancora oggi.

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A ciò si aggiunge la crescente diffidenza dei consumatori contattati o l’insoddisfazione di quelli che si rivolgono ai call center per richiedere informazioni o risolvere problemi, a causa delle attese o della poca preparazione degli addetti, non propensi a formarsi, né a preoccuparsi dei loro risultati, viste le loro condizioni di lavoro. Di sicuro, per non fare confusione, è necessario distinguere tra i call center adibiti alla vendita e le help line che rispondono alle chiamate degli utenti. Concentrandoci sul telemarketing, l’aggressività delle tecniche di vendita e la poca trasparenza sono le piaghe che i consumatori percepiscono e lamentano quotidianamente. Inoltre, ascoltando le testimonianze dei lavoratori, costretti a condizioni di lavoro ai limiti della dignità, che neppure dieci anni di inchieste e proteste sono riuscite a migliorare, si comprende come siamo ancora ben lontani da una vera evoluzione in questo settore.

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Chissà se, prima o poi, proprio come nel mito della caverna di Platone, che Marta racconta alla piccola Lara per addormentarla, prima o poi le aziende, insieme ai lavoratori e ai consumatori stessi, spezzeranno le reciproche catene e riusciranno a uscire dal buio e dalle ombre che ancora circondano le dinamiche di lavoro dei call center, capendo che anche nel telemarketing può e deve esserci un’etica, sia per chi lo fa, sia per chi lo subisce.

Alessandra Rinaldi

 

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“La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quello che nasci” di Federico Fubini

fubiniDove andreste, se aveste una macchina del tempo? Se la vostra risposta è nell’Italia rinascimentale delle grandi famiglie di signori e mecenati, potete essere soddisfatti (o forse no), perché confrontando, ad esempio, la Firenze attuale con quella del Quattrocento, i nomi delle famiglie più ricche e illustri e di quelle più povere e umili sono rimasti gli stessi, quasi come se così tanti secoli non fossero passati affatto. Se ne sono accorti alcuni ricercatori della Banca d’Italia e, a partire dall’analisi sul campo di questo studio dai risultati desolanti, il giornalista Federico Fubini ha posto le basi per il suo nuovo libro, “La maestra e la camorrista. Perché in Italia resti quello che nasci”, una magistrale inchiesta sulla scarsissima mobilità sociale del nostro Paese, edita da Mondadori.

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Dalle strade di Firenze, dove tutto sembra immutato rispetto ai tempi de’ il Magnifico, se si esclude la possibilità di imbattersi in artisti come Brunelleschi e Donatello, alle scuole di Mondragone, uno dei comuni più difficili della provincia di Caserta, Federico Fubini analizza, con l’acume che lo contraddistingue, come la fiducia delle nuove generazioni verso un futuro più florido sia direttamente proporzionale alle condizioni economiche e culturali nelle quali i giovani crescono e si formano, fin dalla nascita. Partendo da questa considerazione, tuttavia, e in seguito a un interessante percorso coi ragazzi di un Istituto Professionale della cittadina, Fubini dimostra come la possibilità di dare inizio a un’inversione di tendenza verso un concetto di meritocrazia sostanziale stia proprio tra i banchi di scuola.

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In un Paese politicamente confuso, economicamente allo sbando e culturalmente povero, a dispetto dei tesori storici e artistici che possiede, l’immobilismo sociale, infatti, è un’aggravante che paralizza le nuove generazioni in classi sociali spesso più drammaticamente granitiche di quelle medievali: i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e quella piccola borghesia di risparmiatori nati dal boom economico che annaspa e vede i propri figli incapaci di raggiungere un benessere superiore o, peggio, fuggire all’estero in cerca di attenzione e gratificazione, ancor prima che di uno stipendio.

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Lucido, ma ottimista, Fubini mette a confronto alcune scuole lungo tutto lo stivale prima di dedicarsi ai ragazzi di Mondargone e si accorge sin da subito che la fiducia verso l’avvenire e verso il prossimo cambia drasticamente già a seconda del luogo di nascita, oltre che delle condizioni socio economiche e culturali. Rispetto a quelli di Milano o di Roma, un pericoloso miscuglio tra tristi realtà e drammatici luoghi comuni sull’impossibilità di realizzare i propri sogni, popola la mente dei disillusi teenager di Mondragone. Fubini lo capisce e decide di metterli e mettersi alla prova. In questa inchiesta che va ben oltre le statistiche, l’autore presenta a quegli studenti meno fortunati una serie di personaggi dalle vite sorprendenti, tutte accumunate da un successo tanto imprevedibile, quanto inaspettato, ma sempre meritato. Ognuna delle storie che Fubini fa raccontare ai ragazzi evidenzia come non conti il punto di partenza, neppure per quel che riguarda natali e conto in banca, bensì il punto di arrivo e il percorso, spesso perfino rocambolesco, che ha condotto ciascuno degli intervistati al proprio traguardo personale. Fubini dimostra così che il potere dell’esempio di chi ce l’ha fatta fa presa perfino su ragazzi che provengono e vivono quotidianamente situazioni difficili dalle quali sembra impossibile prendere le distanze, immaginando un futuro diverso.

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Fubini racconta anche di se stesso, cercando di spiegare, con un interessante excursus della recente Storia economica d’Italia, il perché di questo immobilismo sociale, nonostante il progresso e le potenzialità del nostro Paese, ma non è facile capire se le caratteristiche patrimoniali italiane così pietrificate siano una causa o una conseguenza della situazione attuale e forse non è neppure così importante. Per cambiare le cose, secondo l’autore, si possono mettere in atto soluzioni pratiche e concrete utili a prescindere dalla storia e, perfino, dalla geografia del nostro Paese. La protagonista di queste soluzioni può e deve essere innanzitutto la scuola che, col suo potere di allargare le menti anche di chi è stato meno fortunato degli altri, deve poter dare prospettive concrete e non solo titoli di studio. Da qui deriva la necessità di modernizzare il nostro sistema scolastico, dai programmi, agli insegnanti, guardando a molti esempi virtuosi in tutto il mondo che non sono impossibili da imitare, per quanto adattati alla nostra indole e cultura mediterranea. Solo cambiando il nostro modo di percepire passato, presente e futuro, si potrà garantire una base di partenza più simile possibile per tutti e quindi orizzonti sempre più lontani, fuori e dentro il cuore dei nostri ragazzi.

Alessandra Rinaldi

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“Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” di Gabriele Gabrielli

Scorrendo i precedenti contenuti presenti sulla nostra piattaforma, ricorderete di recensioni che parlano del fattore umano nel sistema aziendale, tanto dal punto di vista del leader e di chi voleva rendere le imprese degli ambienti familiari – pensiamo ad Olivetti – quanto di quello strettamente più legato ai più ampi discorsi delle risorse umane.

Oggi vi presenteremo il libro di Gabriele Gabrielli “Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” edito dalla FrancoAngeli.

Questo volume, completato dalla prefazione di Pier Luigi Celli, fa parte della collana PRL – Persone, Reti, Lavori, diretta dallo stesso Gabrielli e da Laura Borgogni e può essere paragonata ad un vero e proprio laboratorio di ricerca, di sperimentazione e di formazione nel quale, attraverso la sperimentazione, le riflessioni, le ipotesi e le ricerche operative, si vuole creare il pensiero manageriale moderno.

Questo libro si pone l’obiettivo di far capire che la conoscenza non è il mero obiettivo finale del manager e dell’impresa e che da sola a poco serve. Ciò che fa la differenza, come scrive Celli nella prefazione, è il sapere, cioè la capacità di unire le competenze multiple e multidisciplinari che si accumulano e che vanno unite in modo sistemico con la nostra conoscenza ed esperienza, differente da individuo ad individuo. Integrando correttamente tutti questi fattori e predisponendosi mentalmente al fatto che la conoscenza non ha nulla di rituale e standardizzato, ci si renderà conto che diventerà un vero e proprio stile di vita, integrando coerentemente passione e intelligenza.

Partendo dalla considerazione necessaria che viviamo in una epoca di grandi cambiamenti, a volte molto repentini, e che spesso questi processi di cambiamento vanno a toccare non solo gli ambiti professionali ma anche quelli emotivi ed umani, il volume, mette nero su bianco le logiche e gli strumenti che guidano e supportano i programmi di  knowledge e change management. 

La loro conoscenza profonda e sistemica e la capacità di reazione ad essi, punta al non mettere da parte gli interessi e le ragioni che coinvolgono gli individui, per aiutare significativamente coloro i quali hanno sulle proprie spalle responsabilità manageriali.

Così, se nella prima parte del libro vengono affrontati il tema della conoscenza e quello del cambiamento da un punto di vista strettamente teorico, grazie al contributo di numerosi ed autorevoli professionisti e studiosi, nella seconda parte sono narrate le storie di alcune delle più grandi imprese internazionali ed italiane  – PosteItaliane, Finmeccanica, Colgate-Palmolive, SwissRe – che hanno incentrato le loro azioni manageriali proprio sull’assioma  knowledge e change management.

Quello che emerge è che la conoscenza, ricchezza inesauribile, necessariamente deve essere associata alla responsabilità prima etica e poi economica del manager nel creare una condizione organizzativa e sociale tale per cui nessun sia escluso, auspicando la massima partecipazione di tutti al processo aziendale. Perché?

Perché in un momento storico in cui tutto subisce una trasformazione che si incunea in ogni interstizio sociale, riuscendo a modificare la capacità di scelta, di pensiero, degli atteggiamenti, delle pratiche, dei comportamenti sociali e lavorativi, la tecnologia prende il sopravvento come longa manus del controllo, gli individui sono sempre meno considerati – creando una vera e propria stress economy parallela – e le aziende spostano il focus delle loro azioni strategiche e organizzative  più all’esterno che all’interno, quando dovrebbero fare al contrario.

Infatti, primariamente un manager dovrebbe essere a conoscenza –knowledgedi tutte le competenze, risorse e capacità di cui dispone, trasformandole nel vantaggio competitivo della propria azienda. Le specializzazioni, le innovazioni, le efficienze  sono, innegabilmente, i fattori fondamentali che cerano il successo di una impresa e fanno la differenza tra il successo e il fallimento dell’organizzazione.

Il secondo aspetto è invece legato alla capacità di saper “cambiare pelle”-change management– insieme agli altri e mai da soli, sapendo guardare alla realtà che cambia, non dimenticandosi del fattore umano che si ha tra le mani e delle dinamiche di gruppo che convivono nelle realtà aziendali, perché gestire il cambiamento, non significa seguire una scaletta prefissata, ma è piuttosto la capacità di essere “fermamente elastici”, sapendo costruire il futuro dal proprio passato ed essendo competenti nella comunicazione e nello sviluppo di un sentimento nuovo legato all’azienda che cambia, aiutando le persone a sentirsi all’altezza del cambiamento.

I processi di  knowledge e change management analizzati in questo libro, sia dal punto di vista teorico che da quello tecnico-pratico, ci permettono dunque di fare alcune considerazioni.

Knowledge e change management:

 

  • devono andare di pari passo con la formazione e la comunicazione che dovranno essere sempre più intersecate tra loro per dare vita a progetti comuni;
  • dovranno (ri)creare l’equilibrio e la compatibilità tra il vecchio e il nuovo, perché il raggiungimento dei risultati organizzativi è strettamente legato all’attività congiunta delle persone e alle sinergie di funzioni, scopi e competenze presenti nell’azienda;
  • devono essere progettuali ed intenzionali, fortemente strutturati, formalizzati e calati nella realtà organizzativa obiettivo del cambiamento stesso perché siano compresi appieno e portati avanti in modo unitario;
  • non devono mai dimenticare la crescente importanza della ridefinizione delle politiche di sviluppo del settore HR.

Insomma, se pensavate che fare il manager significasse stare comodamente seduti ad una scrivania direzionale sulla quale poter anche poggiare i piedi e “dirigere il traffico” della vostra azienda, avete sbagliato mestiere.

Francesca Tesoro

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“Le 7 regole per avere successo” di Stephen R. Covey

Per comprendere la reale profondità di “Le 7 regole per avere successo”, il testo cult di Stephen R. Covey, l’autore recentemente scomparso, che ha venduto oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo ed è stato pubblicato in Italia dalla Casa Editrice Franco Angeli, siamo partiti dal suo titolo originale: “The 7 Habits of Highly Effective People”.

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La traduzione letterale del termine habits, ancor prima di regole, è abitudini, una parola solo apparentemente connotata da quell’accezione negativa che il caotico mondo di oggi le ha riservato, perché rappresenta alla perfezione come, per far sì che un cambiamento diventi una regola, bisogna trasformarlo in un’abitudine, ovvero qualcosa che è entrato a far parte profondamente del nostro essere individui e che ha reso un comportamento nuovo parte integrante della nostra personalissima zona di conforto.

Anche effective people è una locuzione interessante da analizzare rispetto al termine con cui, riassumendo un concetto probabilmente più complesso, viene tradotta nella nostra lingua: successo. Ancora prima di sviscerarne il significato, il quid in più dell’accezione originale è proprio nel termine people che focalizza l’attenzione sull’aspetto “umano”, piuttosto che sul “successo” di per sé, quasi fosse un’entità astratta. Sono le persone, infatti, ad “avere successo” e ciò grazie a un insieme di fattori che ha il proprio fulcro nell’efficacia, da effective, delle relazioni umane, esaltando fino all’estremo questo concetto (highly).

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Anche solo grazie a questa prima analisi intuitiva, comprendiamo come il testo di Covey non sia un semplice manuale, ma un vero e proprio percorso che, partendo dalle persone, ne analizza i modi di essere e di percepire ciò che li circonda, portandole a fare quel salto di qualità necessario per rendere i cambiamenti interiori delle vere e proprie nuove abitudini, arrivando al tanto agognato successo in qualsiasi campo. Nello specifico, grazie alla sua grande esperienza e ai suoi studi spesso fuori dagli schemi, tutti condotti sul campo, l’autore ha reso questo libro un vero e proprio caso editoriale tra i più innovativi del panorama della letteratura manageriale nel mondo ancora oggi.  

Ma quali sono le sette regole di Stephen Covey per avere successo?

Il cuore dell’analisi dell’autore parte dai principi comuni a tutti gli uomini che rappresentano i paradigmi coi quali ciascuno di noi si confronta ogni giorno nel proprio percorso di vita e di lavoro, ponendo al centro dell’esigenza di crescita e cambiamento la necessità del cosiddetto “salto di paradigma”, trasformando il nostro modo di affrontare problemi e difficoltà, in particolar modo nelle relazioni lavorative. Come rendere, dunque, il cambiamento una regola o abitudine? L’autore definisce le regole come un incrocio di conoscenza, capacità e desiderio. La conoscenza è il paradigma della teoria, la capacità della tecnica, il desiderio della motivazione. Per trasformare il cambiamento in abitudine bisogna, secondo Covey, sviscerare nel profondo e in egual misura tutti e tre questi aspetti.

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Le Sette Regole, nello specifico, sono l’”approccio integrato, sequenziale e coerente per lo sviluppo dell’efficacia personale e interpersonale” e ci conducono, seguendo il percorso naturale della vita e dell’evoluzione umana, “dalla dipendenza all’indipendenza e infine all’interdipedenza”. Proprio come un neonato che, dalla dipendenza totale dalla mamma, impara pian piano ad essere indipendente, capendo il valore dell’autonomia, così l’adulto, e in particolar modo il manager che, oltre alla responsabilità della propria persona, ha anche la responsabilità di altri lavoratori, di progetti e di prodotti, impara come il percorso verso il successo passi attraverso la collaborazione, la coesione e la fiducia verso gli altri, senza perdere il controllo di se stessi. Il paradigma del noi, come lo definisce l’autore: un “noi” più grande e forte del proprio “io” che dà luogo alle Sette Regole enunciate da Covey come un sistema unico e coerente destinato a ripetersi con naturalezza se assecondato da ciascuno:

  1. Sii proattivo: prendi l’iniziativa
  2. Comincia pensando alla fine: cammina visualizzando la meta
  3. Dai precedenza alle priorità: è la volontà a fare la differenza
  4. Pensa vincere/vincere: se vinci tu, vincono gli altri
  5. Prima cerca di capire… poi di farti capire: l’ascolto prima di tutto
  6. Sinergizza: canalizza l’energia positiva
  7. “Affila la lama”: la spirale dell’autorinnovamento

Tralasciando l’analisi di ogni singola regola, ciascuna sintetizzata in un nostro slogan, ma in realtà tutte profondamente legate l’una all’altra, ciò che rende davvero interessante questo testo e che lo restituisce fruibile anche al di fuori dei contesti manageriali è il buon senso e il linguaggio semplice che lo caratterizzano. Inoltre sono degne di nota la ricchezza di tavole ed esempi, tratti per lo più da contesti di vita quotidiana o di formazione in aula vissuti dallo stesso autore, grazie alla sua lunghissima esperienza di vita, assieme ai consigli pratici e agli esercizi da condividere col proprio team di lavoro e non solo.

sette nani

Le Sette Regole per sviluppare l’efficacia sono un vero e proprio viaggio di quelli dove la meta conta almeno quanto il percorso e si basano sui principi universalmente riconosciuti da tutti di ricchezza interiore ed esteriore vista nel nostro ruolo sociale. L’obiettivo è quello di creare e conoscere il centro di noi stessi per affrontare al meglio i problemi della quotidianità, dalla vita privata, al lavoro, diventando degli individui in continua crescita e in equilibrio tra radici e rinnovamento.

Alessandra Rinaldi

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“Gestisci Blog, Social e SEO con il Content Marketing” di Dario Ciracì

cover seoCome trasformare un lettore interessato in un potenziale cliente? Semplice: anche l’azienda deve cambiarsi d’abito e indossare i panni di un abile editore di contenuti validi per il target di clienti ai quali si propone, iniziando a cimentarsi col mondo del Web, del Blogging, dei Social Media e, quindi, del SEO.

Ma di cosa parliamo esattamente? Ci spiega tutto in modo intuitivo e diretto, anche attraverso l’analisi di casi concreti, Dario Ciracì nel suo libro “Gestisci Blog, Social e SEO con il Content Marketing”, Dario Flaccovio Editore, collana Web Book. Si tratta di un testo alla portata di tutti, con la prefazione di Giorgio Soffiato, che, dopo il successo della prima edizione, è stato recentemente ristampato con una nuova edizione riveduta e aggiornata sulla base delle ultimissime tendenze e tecnologie.

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Sì, perché il Web non dorme mai e ogni giorno sempre più aziende, sia grandi, sia piccole, sperimentano la necessità produrre contenuti sempre più raffinati e allettanti per un lettore/cliente sempre più attento ed esigente al significato di ciò che legge e alla “bontà” di ciò che acquista. È per questo che Dario Ciracì, fondatore e autore del blog webinfermento.it, illustra, anche attraverso l’uso di schemi e mappe concettuali, i passaggi fondamentali sia per un primo approccio al mondo dei Social Media e del Blogging, sia per un approfondimento su come affinare i contenuti. L’obiettivo è accrescere la visibilità della propria azienda e della propria mission sfruttando le digital PR e il funzionamento dei motori di ricerca attraverso l’uso di contenuti ad hoc per il target al quale ci si presenta.

L’autore raccoglie, inoltre, numerose testimonianze di tanti esperti e professionisti del Web e non solo, come Valentina Vellucci, Maria Pia De Marzo, Domenico Armatore, Davide Pozzi e molti altri.

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Oltre all’analisi dei singoli Social Media e dell’importanza di unire un blog costantemente aggiornato al classico sito-vetrina per agevolare l’interazione col cliente, il testo spiega nel dettaglio cos’è e come funziona il SEO, Search Engine Optimization dei motori di ricerca e come, per ogni singolo canale di comunicazione, si possono creare contenuti in linea con poche e semplici accortezze, seguendo, passo per passo, le fasi descritte dall’autore, come un irrinunciabile approccio sistemico a questa disciplina. Alla base di ogni tecnologia, anche la più avanzata, restano sempre la capacità di ascolto dei propri clienti da parte dell’azienda e l’abilità di stringere relazioni con le varie community, interagendo con più componenti possibile e generando, dunque, non solo il desiderio, ma anche la vera e propria esigenza di condivisione dei propri contenuti da parte degli utenti.

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Si giunge, così, alla conclusione che il Content Marketing è proprio alla portata di tutti, purché si faccia attenzione a rispettare una crescita graduale e strategica che produca i risultati necessari per permettere di generare le risorse utili da investire nella fase successiva, senza incappare nell’errore di creare immediatamente contenuti troppo ambiziosi, non in grado di ottenere i risultati sperati.

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“La sostenibilità dell’investimento deve essere la parola d’ordine,” conclude Dario Ciracì. “La costruzione della reputazione di una marca inizia proprio dal feedback lasciato da un utente soddisfatto. Tutto il resto è secondario (…) Il futuro del Content Marketing è in realtà già il suo presente”.

Alessandra Rinaldi

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“HR Outsourcing” di Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi

Parlando di azienda e impresa, welfare ed evoluzione del sistema imprenditoriale, la nostra attenzione si è concentrata sul libro scritto da Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi, edito dalla Guerini e Associati in collaborazione con la AIDP, Associazione Italiana per la Direzione del Personale, intitolato “HR Outsourcing – L’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane tra rischi e benefici”.

Il volume può essere definito un vero manuale in materia grazie anche al suo altissimo livello tecnico che, attraverso dati empirici e casi specifici frutto di una ricerca articolata, ha messo in luce le motivazioni e gli obiettivi che hanno spinto le aziende a ricorrere alla esternalizzazione delle attività e dei servizi riguardanti il settore HR.

Se il tema dell’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane ha ormai raggiunto una consolidata esperienza e un concreto utilizzo a livello aziendale, mancava nella realtà dei fatti una base teorica che spiegasse il perchè di questa scelta e le conseguenze da essa derivanti, una linea guida che razionalizzasse e focalizzasse le best practices in HR.

Un progetto nato da lontano….

Come scrive Claudio Tronconi (AIDP Lombardia) nell’introduzione, questo progetto è nato diversi anni prima rispetto la materiale pubblicazione.

Nel giugno 2005 Roberto Ferrari, Direttore Area HRM in Outsourcing dell’ISMO (società di formazione e consulenza), partecipa con il suo articolo  “L’outsourcing per la gestione e lo sviluppo dele Risorse Umane” ad un numero della rivista Direzione del Personale.

L’anno seguente, Tronconi e Ferrari si incontrano ad un congresso nazionale della AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale – parlano di quell’articolo e, nella stessa occasione, incontrano Marco Guerci, al tempo assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano.

Sul finire del 2006 Umberto Frigelli, Responsabile del gruppo Ricerca AIDP Lombardia presenta una ricerca sulla “Innovazione per la gestione delle Risorse Umane”.

Nel 2010, viene creato un gruppo di lavoro misto formato da AIDP (Frigelli e Tronconi), ISMO Group (Ferrari ed altri) e il Politecnico di Milano (Guerci) i quali, partendo da un lavoro di analisi della letteratura in materia di allora, hanno definito il campo di ricerca sulla quale avrebbero voluto operare, data la necessità di tracciare un confine delle prassi di gestione delle Risorse Umane nelle aziende. Perciò si sono concentrati sull’Outsourcing come quel processo attraverso il quale le aziende assegnano stabilmente a fornitori esterni la gestione operativa di una o più funzioni che prima erano svolte all’interno delle singole aziende.

Una volta definito questo campo di ricerca, grazie al coinvolgimento di ISMO, sono stati intervistati sette direttori Risorse Umane che avevano già intrapreso e consolidato questo processo per identificare i rischi e i benefici dei processi di Outsourcing ed avere una raccolta di best practices e case studies.

Successivamente, attraverso dei focus group  tra aziende e consulenti interessati a questo tema,  sono state confrontate le opinioni e le situazioni di chi aveva realizzato progetti di Outsourcing per favorire lo scambio di esperienze sugli obiettivi da raggiungere, valutare i benefici e considerare i rischi che si sarebbero dovuti affrontare e, di conseguenza, identificare i fattori critici di successo grazie all’incontro di consulenti differenti tra loro per tipologia ed approccio alla questione.

Infine,  AIDP – storica associazione di Manager con ruoli direttivi, di responsabilità e di consulenza nel settore HR presso privati e istituzioni pubbliche – forte dei suoi tremila soci, ha chiesto ad alcuni di loro, precisamente a centoquindici manager, di esprimere opinioni sul tema attraverso la compilazione di un questionario.

Il 25 novembre 2010, AIDP Lombardia ha organizzato il convegno di presentazione di questa ricerca che, poco dopo, è stata trascritta per intero nel libro di cui stiamo parlando.

….Una ricerca con aspetti teorici, concettuali e pratici….

Il punto nodale di questa ricerca è stato il contributo dell’HR alla competitività delle organizzazioni e le specificità identificate dell’esternalizzazione nel campo delle Risorse Umane, valutando le implicazioni manageriali per le imprese italiane che sono diventate l’obiettivo finale del lavoro.

Perchè questa ricerca fosse valida è stato necessario valutare gli Aspetti Concettuali e Teorici,  affrontati nel capitolo uno. Così, introdotti gli elementi caratterizzanti del fenomeno dell’outsourcing e i benefici derivanti, sono stati analizzati i contesti di diffusione dei processi e delle attività di gestione delle HR, è stato approfondito l’impatto che l’esternalizzazione della gestione HR ha sulle organizzazioni, concentrandosi sulle motivazioni e sulle scelte alla base del make or buy, sui modelli teorici di riferimento e sulle competenze indispensabili per la gestione di questo processo. 

La ricerca sull’HR Outsourcing nelle imprese, come riportato nel secondo capitolo, si è dunque concentrata sulla comprensione delle dinamiche che spingono le aziende ad esternalizzare questo settore, trovando la risposta nella necessità di assecondare e seguire il processo evolutivo che coinvolge le Direzioni Risorse Umane, proiettate ad apportare sempre un contributo strategico senza compromettere l’efficienza e l’efficacia dei propri servizi.

Nell’ultimo capitolo dedicato alle Prospettive emerge ciò che è richiesto alle Direzioni delle Risorse Umane e cioè la capacità di evolvere ad una visione professionale consapevole del business capace di influenzare i comportamenti delle persone, facendo di questi un vincente elemento di strategia aziendale anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti del sistema economico e dell’innovazione tecnologica.

….Per definire Benefici, Rischi  e Obiettivi dell’HR Outsourcing.

Marco Carcano, autore della postfazione, sostiene che questo libro racchiude in sé una buona ricerca per cinque ragioni – e non gli si può dar che ragione – perchè:

    • non ha trascurato gli approfondimenti, soprattutto metodologici, che sono alla base della pratica dell’outsourcing;
    • ha usato una strumentazione di ricerca sociale, attraverso la materiale partecipazione dei soci AIDP, l’utilizzo dei case studies e dei focus group;
    • ha prodotto una base teorica;
    • ha creato un team di lavoro interdisciplinare sia dal punto di vista delle competenze che delle esperienza professionali;
    • nel tempo della ricerca sono stati correttamente distinti gli HR Outsourcing, HR Consulting e Temporary Management.

È stata palesata la necessità di procedere con gradualità e rigore tanto nella fase di impostazione che nella fase di implementazione del processo di HR Outsourcing, fornendo altresì uno sfondo di riferimento circa le relazioni industriali, l’impresa e il lavoro quale elemento che va tutelato anche a fronte della trasformazione del suo ruolo, il tutto in una determinata complessità sistemica.

Dai risultati della ricerca emergono chiaramente i benefici e i rischi dell’HR Outsourcing.

I benefici possono essere classificati:

      • di efficacia quando riguardano la focalizzazione sulle attività strategiche, l’accesso e lo sviluppo di nuove competenze specialistiche ed aggiornate, l’accesso a tecnologie avanzate e l’incremento della flessibilità, senza dimenticare il know-how;
      • di efficienza quando si parla di riduzione dei costi, del time consuming, degli investimenti e della razionalizzazione del personale interno.

Al contrario sono stati definiti come rischi il possibile abbassamento del livello dei servizi che si ricevono se non si contratta primariamente con i partners che andrebbero a gestire il servizio esternalizzato ciò che si vuole, il lasciare spazio ad eventuali comportamenti opportunistici, la perdita di controllo o le aspettative disattese sui processi se non vengono impostate operazioni di double-check con i fornitori e, da ultimo ma non meno importante, le possibili resistenze all’interno delle aziende stesse derivanti dal processo di reengineering che è alla base dell’HR Outsourcing.

Infine, va segnalato un ulteriore aspetto messo in luce da questa analisi. Ciò che infatti è risultato comune e maggiormente sentito dai differenti modelli e settori aziendali che hanno preso parte alla ricerca e che determinano la scelta di ricorrere all’HR Outsourcing, sono stati gli Obiettivi. Non deve certo apparire fuori luogo come il concentrarsi sulle attività strategiche aziendali, la riduzione dei costi, l’accesso a competenze specifiche e la razionalizzazione il personale interno diventino i traguardi da raggiungere nella scelta di percorrere la via dell’esternalizzazione.

Insomma, l’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane, appare una cosa estremamente vantaggiosa sotto diversi profili, ma bisogna preparare tutto alla perfezione, altrimenti si correrebbero solo inutili rischi.

Francesca Tesoro

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“Metodo o Follia?” di Robert Lewis

Se con l’articolo “La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson abbiamo parlato per la prima volta dell’improvvisazione come un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane, oggi parleremo di Robert Lewis e del suo libro “Metodo o Follia?” edito da Dino Audino Editore.

Anche in questo caso, bisogna fare un passo indietro per capire il motivo per cui questo libro ci ha convinto essere uno strumento di formazione.

Partiamo da Robert Lewis, l’autore di questo libro.

Insegnante di recitazione, attore e regista teatrale sia ad Hollywood che Broadway nonché membro del Group Theatre e fondatore dell’Actors Studios, mentore di molti grandi attori, è stato uno dei principali sostenitori e divulgatori del Metodo Stanislavskij.

Questo metodo, ideato da Kostantin Stanislavskij attore, regista, scrittore e teorico teatrale russo all’inizio del ‘900, si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla immedesimazione tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Prevedendo l’esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo, mira alla credibilità scenica, attraverso esercizi che stimolano le emozioni da provare sulla scena per avvalorare il messaggio da trasmettere anche attraverso gli atteggiamenti non verbali.

Così, negli anni cinquanta del secolo scorso, quando questa modalità di recitazione era molto in voga ma oggetto allo stesso tempo di interpretazioni distorte, Robert Lewis tenne otto lezioni-conferenze per attori professionisti, registi ed addetti ai lavori del mondo teatrale per raccontare il Metodo Stanislavskij, fugando tutti gli equivoci che erano sorti intorno ad esso, affrontandolo in modo completo ed esaustivo.

Il libro “Metodo o Follia?” tradotto e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2016, raccoglie tutte queste lezioni e fornisce un grandioso spunto di riflessione per chi già conosce il metodo Stanislavskij e un  buon punto di partenza per chi invece è a digiuno di metodologie e approcci della recitazione.

Quello che emerge da questo volumetto di facile lettura e perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori del mondo teatrale, è che il Metodo è un modo per preparare l’attore a sviluppare nel corso degli anni ed attraverso la pratica una tecnica che gli permetta di sfruttare sul palcoscenico tutte le sue risorse. Il Metodo, è uno strumento per raggiungere uno scopo e la tecnica è il suo mezzo, perchè la sola competenza tecnica non è sufficiente a raggiungere un risultato finale soddisfacente. Un punto cardine del Sistema Stanislavskij  è che per insegnarlo è necessario avere l’allievo al proprio fianco, seguirlo nella sua crescita, mostrargli come si fa, dargli la possibilità di provarlo e fargli capire dove sbaglia. In questo approccio sistemico la cosa importante è che, quando si insegna,  non basta parlare, ma bisogna mostrare, agire, dimostrare, trapassare la propria conoscenza all’altro.

Studiare sé stessi e la propria personalità significa diventare consapevoli delle proprie potenzialità e l’assioma che emerge da questo metodo teatrale è la consecuzione “sentimento-pensiero-parola”.

L’obiettivo che Stanislavskij voleva raggiungere con il suo metodo era quello di favorire una recitazione che fosse il più vera possibile, attraverso l’individuazione delle giuste emozioni da esprimere in modo reale ed equilibrato.

Perchè, dunque, collegare il metodo teatrale e soprattutto il metodo Stanislavskij al mondo aziendale, soprattutto a livello di formazione?

Perchè il teatro è una esperienza totalizzante, che viene vissuta con la testa e con il proprio corpo. Applicare la metodologia teatrale alla formazione aziendale trasforma la formazione stessa in una cosa esperienziale, collegando la mente al corpo e alle emozioni, proprio come indica il metodo Stanislavskij.

La formazione svolta in questo modo, rende  le persone più sicure prima delle proprie intuizioni e poi delle proprie azioni, facendo trasmigrare questa sicurezza dal livello personale a quello aziendale. Immaginazione ed intuizione, creatività e sicurezza, la consapevolezza del proprio ruolo, rinsaldano la personalità  e le motivazioni dei singoli e , conseguentemente, quelle del team con il quale si lavora, riuscendo così a vivere una situazione di equilibrio tra sé stessi e la realtà nella quale si lavora.

Seguendo questi insegnamenti non si renderanno le aziende dei palcoscenici sui quali recitare ogni giorno un semplice ruolo, ma le si faranno teatro di un ottimo lavoro di squadra, perchè quando una compagnia teatrale porta in scena uno spettacolo, tutto riesce perfettamente grazie al lavoro di formazione ed organizzazione che c’è dietro.

Francesca Tesoro

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“Il lavoro? Me lo invento!” di Lucia Ingrosso e Silvia Messa

lavoroNelle scorse settimane vi abbiamo raccontato come fare positivamente ricorso all’improvvisazione sia durante un colloquio di lavoro , sia nella quotidianità, soprattutto in un ambito aziendale , traendo da questa tecnica i migliori vantaggi.

In un momento economicamente difficile come quello che caratterizza i nostri tempi, tuttavia, per ampliare lo spettro delle nostre opportunità lavorative, potrebbe rendersi necessario mettere da parte l’improvvisazione in senso stretto e dedicarsi alla pianificazione non solo per cercare un lavoro, ma addirittura per inventarselo applicando un vero e proprio approccio sistemico.

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Lucia Ingrosso e Silvia Messa, entrambe giornaliste e colonne portanti del mensile Millionaire, hanno raccontato proprio questa nuova realtà che sta prendendo sempre più piede in tutto il mondo, nel loro nuovo libro, “Il lavoro? Me lo invento!”, Hoepli Editore, cercando di fare il punto sul fenomeno che sta spingendo molti ex dipendenti o inoccupati verso l’esigenza di mettersi in proprio nei settori più disparati e dando consigli e suggerimenti in merito.

Questo manuale sui generis, arricchito dalla prefazione di Iginio Straffi e dalla postfazione di Marina Salamon, tenta di incanalare il naturale istinto all’improvvisazione e il bisogno di assecondare le proprie attitudini con la necessità di programmare, progettare e organizzare da zero una nuova attività, in modo tale da non andare incontro ai fallimenti che spesso, purtroppo, non dipendono né dalla bontà dell’idea iniziale, né dall’impegno profuso dai neonati imprenditori per avere successo.

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La base per questo libro nasce proprio dalla ventennale esperienza di Millionaire, un magazine che dal 1991 supporta, orienta e motiva tutti quei lavoratori che decidono di fare il grande passo verso il mondo dell’imprenditoria. Proprio come Millionaire è cresciuto, adattandosi ai tempi e aprendosi, in particolare, al mondo del digitale e dei Social Network, così la redazione di esperti e giornalisti ha pensato di raccogliere tanti anni di esperienza in un vademecum imperdibile per ogni aspirante imprenditore. Ogni capitolo affronta un aspetto specifico aspetto del percorso che conduce all’avvio di un’attività in proprio, dalla necessità di capire in quale settore cimentarsi, a dove e come trovare i finanziamenti amministrandoli con buon senso, passando per la necessaria burocrazia e la pubblicità a tutto tondo. A conclusione di questo viaggio, che già è caratterizzato dall’analisi di tanti esempi di vita reale e focus schematici, c’è un capitolo che racconta più dettagliatamente le storie di persone che, dal nulla, in tutto il mondo, hanno avuto il coraggio e la costanza di inventare il proprio lavoro, avendo un grande successo.

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La parte più interessante del testo è, senza dubbio, quella dedicata alla promozione dell’attività. Molti nuovi imprenditori, infatti, sottovalutano l’importanza di farsi conoscere dal pubblico di utenti nel mondo giusto, utilizzando anche tutti i mezzi di ultima generazione a disposizione, e tendono a lasciarsi andare al fai-da-te, sprecando energie e illudendosi di “guadagnare” troppo in fretta. Illustrando le principali tecniche di marketing, dal volantino al personal branding, fino all’importanza della Web reputation e della presenza attiva sui Social Network, Lucia Ingrosso e Silvia Massa svelano molti trucchi e segreti in merito, suggerendo quando affidarsi a esperti di comunicazione e quando, invece, è possibile cavarsela da soli.

In ogni capitolo le autrici, oltre a raccontare storie di imprenditori, analizzandone fallimenti e successi, spiegano scupolosamente come muoversi nella Giungla della burocrazia, senza uscirne demotivati, e danno anche la parola a molti altri esperti e influencer dai quali c’è molto da imparare, sfruttando le idee, le strade e le informazioni pratiche che tanti nostri connazionali hanno scelto di condividere, pagina dopo pagina.

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L’esperienza di vita raccontata nel libro che più ci ha fatto riflettere, strappandoci anche un sorriso, è quella di “Il Marito in affitto”, una S.r.l. creata nel 2007 da Giampiero e Fabio Cerizza, un padre e un figlio che, oggi, hanno settanta affiliati in tutta Italia e vari Master in Europa. L’esperienza di Giampiero e Fabio è lo specchio dei nostri tempi in cui la tecnologia è così veloce, da bruciare troppo in fretta l’utilità di tanti oggetti di uso quotidiano, facendoci perdere la capacità di aggiustarli quando si rompono. Quante volte siamo così occupati in altre cose, da non poterci occupare personalmente della manutenzione di tante piccole cose che ci circondano, o addirittura, non ne siamo proprio in grado? È da questo quesito estremamente attuale che i due imprenditori hanno deciso di mettere a disposizione di tutti le “mani d’oro” dei mariti di una volta che in casa sapevano fare tutto, dalle piccole ristrutturazioni, alle riparazioni di ogni genere. Giampiero e Fabio oggi sono un punto di riferimento per tanti clienti e hanno avuto la capacità di creare e di credere in un progetto interamente improntato sulle loro capacità, insegnandolo perfino a chi ha voluto imparare dalla loro grinta, e sono un esempio di modernità e tradizione unico nel suo genere, nato solo da una cassetta per gli attrezzi e da una buona dose di coraggio. Questa esperienza, tuttavia, è solo una delle tante raccontate e descritte nel testo in ogni dettaglio.

“Il lavoro? Me lo invento!” è un libro intelligente, ingegnoso e scritto con la chiarezza e la motivazione giuste per dare concretezza ai sogni di chiunque.

Alessandra Rinaldi

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