Miyamoto Musashi: Il Libro dei Cinque Anelli

La filosofia nel lontano mondo orientale l’abbiamo già incontrata nella recensione di “Sun Tzu L’arte della guerra” ed oggi torniamo a parlare di questo fantastico settore, mai troppo distante da noi, proponendovi Il Libro dei Cinque Anelli edito dalla Oscar Mondadori scritto diversi secoli fa da Miyamoto Musashi.

Probabilmente lo conoscerete in pochi, sicuramente ne avrete sentito parlare almeno una volta nella vostra vita, ma sapete bene che a noi piace leggere le cose in modo differente e, in questo caso forse più che in altri, bisogna partire proprio dall’autore e dal principio.

Miyamoto Musashi, nacque nel 1548 in un villaggio della provincia di Mimasaka, figlio di una famiglia proveniente dal clan Arima di Kyushu, vassalli del castello di Takeyama, nel pieno di quello che storicamente è conosciuto come l’epoca del “medioevo giapponese”.

In quel tempo, era molto forte la rivalità tra i clan giapponesi intorno all’autorità dell’imperatore per la conquista dei nuovi territori da una parte e la lotta sanguinaria contro i tentativi di invasione da parte delle bellicose popolazioni confinanti, periodo nel quale si enfatizzò il ruolo dei guerrieri che agivano nel mondo povero e contadino, ma fonte di estrema ricchezza e potere. Era il tempo dei Samurai e dei Ronin, fedeli combattenti implacabili dei signori i primi, guerrieri rinnegati al servizio di sé stessi i secondi.

Trovatosi ben presto orfano di madre e abbandonato dal padre, Miyamoto, fu affidato ad uno zio materno che gli insegnò i rudimenti della scherma, arte nobile del tempo, con lo scopo di domare il suo temperamento estremamente aggressivo e violento. Eccezionalmente capace con l’arte della spada e, soprattutto, abilmente violento nello sferrare colpi da maestro già all’età di tredici anni nonostante ne dimostrasse molti di più, Musashi, divenne presto un guerriero samurai conosciuto e temuto, perennemente errante in un pellegrinaggio senza meta alla ricerca di avventure e affermazione personale, ricercato dai grandi signori terrieri che guerreggiavano tra loro per averlo nelle rispettive corti come se fosse un trofeo vivente da mostrare.

Documenti storici del tempo riportano delle sue gesta indicibili durante più di sessanta battaglie ed incontri, senza mai una sconfitta e prima ancora che compisse i trent’anni. A quell’età abbandonò i duelli per studiare l’applicazione della sua straordinaria ed unica strategia al combattimento tra gli eserciti e, nei successivi vent’anni, si persero quasi le tracce delle sue imprese.

All’alba dei cinquant’anni tornò ad essere conosciuto al mondo, non più per i combattimenti, ma per la sua opera artistica che spaziava dalla calligrafia alla pittura e scultura, dalla poesia alla saggistica, ma soprattutto alla forgiatura della tsuba, ovvero le else delle spade, di cui si dice, leggendariamente, che ve ne siano ancora in uso alcune nell’odierno Giappone. Ormai anziano e quasi al termine della sua Via, all’età di sessant’anni e autoconfinatosi nella caverna di Reigendo, meta ancora oggi di pellegrinaggio da parte dei suoi seguaci, scrisse sotto forma di lettera ad un suo allievo il Gorin-no-sho (al secolo Il Libro dei Cinque Anelli) e il Dokko-do un insieme di diciannove precetti conosciuti come La Via Che Bisogna Percorrere Da Soli, documenti ancora questi studiati spasmodicamente e alla base della cultura giapponese.

Il Libro dei Cinque Anelli, considerato insieme a pochissimi altri, un classico e fondamentale trattato dell’arte della guerra, è datato intorno al 1645 secondo quanto scritto dallo stesso autore ed è formato da cinque capitoli, ognuno dei quali riporta il nome di uno degli elementi che secondo l’autore costituivano il mondo: terra, acqua, fuoco, aria, vuoto.

Nel primo, il Libro della terra, sono esposte le concezioni strategiche ed esistenziali dell’autore il quale scrive delle diverse vie che un uomo può scegliere di intraprendere nella propria vita, come la via della religione, quella della letteratura, dell’arte del tè o del tiro con l’arco. La scelta della via da seguire dipende dalle proprie inclinazioni e chi sceglie la via della strategia, della guerra e il cammino del guerriero è chiamato a rispettare la mentalità del bushi, cioè del guerriero e dell’essere essenzialmente pronto alla morte. In questo capitolo Musashi introduce la sua personale tecnica di combattimento con la spada, ritenuto fondamentale e con la sola finalità di trionfare in qualsiasi modo sull’avversario o sugli avversari. L’autore parla di una strategia efficace in tutte le occasioni, figlia di un addestramento particolare, senza il quale non la si può padroneggiare.

Il Libro dell’acqua è il secondo capitolo ed ha un taglio estremamente pratico e applicativo. Musashi, spiegando ed addentrandosi nella spiegazione tecnica del suo stile, insegna come la sua strategia e la sua mentalità siano basati, fondamentalmente, sull’acqua, elemento in grado di conformarsi perfettamente al ercipiente nel quale si trova.

Tanto nella vita quotidiana che nella strategia che scegliamo di applicare alla nostra vita, dobbiamo essere semplici e diretti, di larghe vedute, essendo in grado di affrontare le varie situazioni senza tensioni e senza vivere uno stato di estrema rilassatezza.

È necessario concentrare la mente sull’obiettivo, senza pregiudizi né preconcetti, perché bisogna essere in grado di calmare la mente, senza permetterle di indugiare neppure per un attimo, rimanendo presenti a sé stessi e concentrati sul momento del presente.

Diventa fondamentale l’insegnamento del non esitare sulla propria debolezza o sulla parzialità, con una mentalità aperta affinché la mente si accosti alla saggezza e alla gentilezza, coltivandole. Per evitare che gli altri prendano il sopravvento su di noi, bisogna saper percorrere tutte le vie delle arti e delle abilità individuali e, quando come guerrieri saremo in grado di praticare le arti, allora solo in quel momento, avremmo acquisito la saggezza e la gentilezza come qualità strategiche.

La parte centrale dell’opera è il Libro del fuoco nella quale emergono le possibilità di applicazione del kenjutsu – l’uso della spada –non solo alla pratica dei combattimenti ma anche in altri campi.

Musashi scrive dell’importanza del predisporsi in rapporto con l’ambiente e con i fini del trionfo facendo che nulla possa ostacolarci, al punto da avere sempre una via di fuga in caso di necessità.

Importante diventa il rapporto con il nemico, qualsiasi esso sia, perché non diventi elemento di sopraffazione ma, addirittura lo si conosca al punto tale da riuscirlo a prevenire o anticipare e, applicando questa strategia su larga scala, significa saper vagliare l’avversario, conoscendone la mentalità per poterlo attaccare inaspettatamente.

Nel Libro dell’aria Musashi sembra interrogare il lettore nell’arco dei secoli se l’abilità tecnica sia sufficiente a garantire la vittoria e, l’uso della spada e la sua scelta nel combattimento, diventa una parafrasi del fatto che tutto dipende da come ci applichiamo a ciò che affrontiamo. Non bisogna ragionare in termini di forza o debolezza del colpo che si infligge, ma bisogna comprendere ed essere pronti a colpire e basta, senza esitazione e senza bloccarsi.

L’ultimo capitolo, il Libro del vuoto, anche se lievemente differente nella struttura, tratta sempre in modo concreto la questione del combattimento. Nella concezione dell’epoca, il vuoto era il non-esistente e non era l’incomprensibile. Musashi, filosoficamente, non ammette un limite alla conoscenza ma, allo stesso tempo, ritiene che il vuoto non può essere oggetto di conoscenza ed è dove non c’è alcuna forma o corpo. Appare, questa idea del vuoto qualcosa di profondamente incomprensibile, soprattutto a noi occidentali che non siamo abituati a vivere la nostra vita attraverso una visione filosofica totalizzante, ma è conoscendo l’esistente che si può conoscere il non-esistente. Il senso di questa profonda visione filosofica è che con una mente salda e libera dobbiamo applicarci costantemente, senza alcun segno di cedimento e diventa necessario, dunque, studiare i due aspetti più importanti che ci compongono, il cuore e la mente e, solo in questo modo, ci sarà possibile conoscere il vero vuoto.

Se invece osservassimo le cose intorno a noi secondo i principi generali del mondo, noteremo (solo) l’esistenza di preconcetti e distorsioni che ci discosterebbero dalla Vera Via. Allora il nostro scopo é quello di cercare di conoscere il nucleo e prendere come punto di riferimento la realizzazione della vera via, cercando di migliorare sempre noi stessi e quello che ci circonda.

Ma perché la filosofia orientale, soprattutto quella legata al leggendario mondo dei Samurai, diviene strumento di formazione?

Il Giappone dei Guerrieri è sempre stato, nell’immaginario comune, un argomento quasi favolistico intriso di magia e leggenda, ispiratore di filosofie orientali che sono arrivate in occidente, che hanno gettato le basi per numerose pratiche sportive esportate oltre l’area geografica cino-giapponese e che sono diventate vere e proprie strategie di formazione.

I suoi precetti relativi al combattimento e alla riuscita in qualsiasi impresa forniscono lezioni preziose a chiunque affronti circostanze impegnative, ai militari come agli uomini d’affari, agli atleti come, globalmente, a tutti i “guerrieri” della vita di ogni giorno ed è proprio per questo che Il Libro dei Cinque Anelli è considerato un caposaldo della formazione per i manager in America, Giappone e Germania.

La cultura dei Samurai, sviluppatasi in un periodo di più di settecento anni ed esemplificata nel libro ceh vi abbiamo presentato oggi, influenza ancora oggi ogni aspetto del modo di pensare e di agire dei giapponesi.

Molti di loro, infatti, più o meno consapevolmente, conformano i propri atteggiamenti al pensiero e al modo di agire di Musashi, compreso il sacrificio per gli ideali e il costante allenamento per raggiungere la perfezione.

È per questo che, ripetutamente nell’arco della storia della formazione ed oggi più che mai, le classi dirigenti e le persone ai ruoli di comando, ricevono direttamente ed indirettamente formazioni strutturate seguendo gli antichi precetti filosofici dei guerrieri di tempi lontani. L’idea del sacrificio, dell’eccellenza da raggiungere, della lungimiranza sugli altri, sono tutti concetti ai quali, ormai, siamo abituati negativamente, mentre invece dovrebbero essere filosoficamente interpretati come nell’antichità, perchè non dovremmo mai dimenticare che la mente dovrebbe accostarsi alla saggezza e alla gentilezza, coltivandole e dovremmo mettere in pratica quanto scritto secoli fa anche se al posto dell’armatura siamo vestiti nel rispetto dei dress code moderni.

Francesca Tesoro

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“Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un Maggiordomo Immaginario” di Simone Tempia

Un volume scorrevole e leggero, che dovremmo avere tutti nella nostra libreria per poterne assaporare, all’occorrenza, i suggerimenti e le intuizioni geniali.

Vita con Lloyd. I miei giorni insieme a un Maggiordomo Immaginario”edito dalla Rizzoli Lizard e scritto dalla mente più che geniale di Simone Tempia, in breve tempo è diventato un fenomeno mediatico. Prima via social, seguito da migliaia di persone che interagiscono con i profili come se potessero realmente trovare qualcuno dall’altro lato della connessione, che li possa ascoltare e, soprattutto, consigliare, poi riviste, interviste e incontri reali nelle librerie.

Gli scambi di battute contenuti in questo libro, sono entusiasmanti e molto veri, li si legge sognando nella propria testa la voce gentile e professionale di un maggiordomo, appunto, immaginario che ci segue nella nostra vita e ci indica le soluzioni migliori ai dubbi che ci potrebbero assalire in ogni momento.

Dalla Pagina Facebook di Vita con Lloyd

Per esempio, se una mattina vi doveste trovare sprovvisti della forza necessaria per affrontare la giornata, potreste tirare fuori il libro dallo scaffale e, leggendo l’aforisma che fa più al caso vostro, ritrovare le speranze di sopravvivere al vostro programma quotidiano nelle parole lungimiranti di Lloyd, maggiordomo infallibile. É lo stesso Lloyd a ricordarci che nella vita ci vuole stile, perchè in alternativa ci si agiterebbe inutilmente soccombendo ai nostri stessi impegni.

Lloyd, come scrive lo stesso Simone Tempia nelle prime pagine di questo libro, è entrato nella sua vita per rimettere in ordine le idee che aveva in testa e farlo ritrovare nei momenti di smarrimento, soprattutto davanti i problemi, definiti come messaggeri molto convincenti del nostro destino.

Le conversazioni dell’autore con questo maggiordomo immaginario sono raccolte in uno stile molto semplice e logico, in base al momento della giornata in cui potrebbero tornare utili e diventano un simpatico strumento per sopravvivere agli attacchi del destino quando pensiamo di essere e sentirci più soli.

“Sono giorni che evita le emozioni, sir”
“È che mi sento fragile, Lloyd. Ho paura di andare in pezzi se mi lascio toccare dagli eventi”
“Sir, la fragilità non dipende mai da ciò che accade fuori, ma dal vuoto che c’è dentro”
“Dici che non mi devo preoccupare di queste crepe sull’anima, Lloyd?”
“Le crepe, sir, non sono che innocue rughe per chi ha una vita piena”
“Pensiero solido, Lloyd”
“Mai quanto lo spirito dei forti, sir”


Dalla Pagina Facebook di Vita con Lloyd

Simone Tempia, giovane autore che nella sua adolescenza aveva già deciso di fare lo scrittore, pensa che“la felicità sia qualcosa che si muove e anche parecchio velocemente” ed questo è il motivo per cui è riuscito a convincere il suo caro Lloyd ad aiutarlo in questa ricerca, ogni giorno, come un fedele accompagnatore, dal mattino alla notte. E così, tra una ricerca ed un’altra si parla dei sentimenti che dovrebbero essere praticati con regolarità, della giornata che va verso il tramonto conducendoci nei nostri pensieri più reconditi e “fastidiosi” tanto da farci venire le vertigini facendoci sentire inesorabilmente abbandonati a noi stessi e senza punti di riferimento, dell’alpinismo emotivo che ci conduce dall’eccitazione per la vetta alla preoccupazione della discesa inesorabile, ai “Pensieri a lume di candela” che spesso coincidono con le difficoltà di riuscire ad affrontare qualcosa di particolarmente pesante, alle paure della notte. Tutte cose normali per noi umani e tutto molto più accomodante da affrontare con il maggiordomo Lloyd che ti segue come un’ombra protettiva e consigliera, sempre pronto a far vedere le cose da un’altra prospettiva, quella vincente.

Personalmente vi suggerisco di non riporlo in altro posto se non sul comodino o il tavolo che vi sta più comodo, perchè una volta che comincerete a cercare Lloyd e le sue soluzioni, le troverete sempre a portata di mano. Parola di chi lo ha fatto.

“Lloyd, perché le persone hanno paura di voltare pagina nella vita?”
“Perché hanno il timore di quello che potrebbero trovare dopo, sir”
“C’è un modo di superarlo, Lloyd?”
“Credo, sir, che voltare pagina sia una preoccupazione per chi legge, ma una necessità per chi scrive”
“Fai controllare le scorte di penne, Lloyd”
“Immediatamente e con piacere, sir”

Dalla pagina Facebook di Vita con Lloyd

E non me ne voglia Simone Tempia se ho scelto di riproporre in questa recensione gli aforismi che sono diventati i capisaldi delle mie giornate che iniziano solo dopo un veloce incontro con Lloyd, il (anche un po’ mio) maggiordomo immaginario.

Buona Lettura!

Francesca Tesoro

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“Sun Tzu – L’arte della Guerra”

Oggi facciamo un salto in un tempo davvero lontano per proporvi uno strumento più attuale di quanto si possa pensare. Parliamo di Sun Tzu L’arte della guerra edito dalla Mondadori tra gli Oscar Bestsellers,  un manuale per tutti coloro i quali desiderano cambiare il proprio modo di gestire i conflitti,  le contese in affari o, più semplicemente, la vita quotidiana.

Trascrizione del pensiero strategico seguito circa duemila e trecento anni fa in quella che oggi corrisponde alla Cina settentrionale da un gruppo di generali militari, custodisce tra le sue pagine una antica saggezza e, sorprendentemente, tutte le sue virtù.

Ciò che emerge da questo trattato sulle strategie militari, è l’insegnamento di come conquistare senza aggredire, mostrando un sano, corretto ed efficace modo di superamento dei conflitti, qualsiasi essi siano, personali o sistemici, estesi o limitati.

In effetti, il Sun Tzu parte dalla verità di fondo che il conflitto è integrante della vita umana, si trova tanto all’interno quanto all’esterno di noi e che, per quanto cerchiamo di evitarlo, dobbiamo saperlo affrontare direttamente.

La conoscenza di sé alla quale conduce questo testo, comprende la consapevolezza di quali siano le nostre forze e, intimamente, ci guida alla padronanza della nostra mente. Essenzialmente, in una società che ci porta a vivere situazioni dove è impossibile evitare conflitti ed aggressioni – non solo fisiche, si intende – diventa fondamentale imparare a riconoscerle e gestirle in modo diretto negli ambienti in cui ci troviamo, siano essi di lavoro o familiari, senza ignorarli, soffocarli, negarli o cedendo nella volontà di arrendersi ad essi. Del resto è innegabile che il miglior comportamento difronte a queste situazioni sia l’acquisizione di tutti i dettagli che le compongono, fornendoci così anche la soluzione migliore, fermo restando la capacità di viverla ed analizzarla con una certa apertura mentale.

I principi de L’arte della guerra non sono applicabili ad un solo ambito, ma il suo linguaggio può essere parafrasato ed applicato in modo eguale alle diverse situazioni che viviamo singolarmente.

Gli elementi centrali che costituiscono il Sun Tzu sono la conquista del nemico intero e intatto, la figura del comandante saggio e le circostanze storiche nelle quali questo trattato si è sviluppato e sono sempre loro che ci offrono gli strumenti per interiorizzare le parole di un mondo lontano, trasformandole in un insegnamento pratico per il presente.

“Conquistare intero e intatto il nemico”

Il  Sun Tzu trova applicabilità nell’unicità di ogni singolo caso, avendo alla base il processo di identificazione che bisogna “conquistare intero e intatto il nemico”. Per quanto lontano dalla nostra concezione occidentale ed odierna, questo assunto significa conquistare il (nostro) nemico – qualsiasi esso sia – in modo da mantenere intatte sia le nostre che le sue risorse, portando così non alla distruzione totale ma lasciando qualcosa su cui ricostruire.

Mentre  il concetto di distruzione, non ha bisogno di spiegazioni essendo normalmente condiviso che ad essa non segue opera di ricostruzione possibile, “conquistare intero e intatto il nemico” è un modo di essere, di vedere ma soprattutto di agire poiché da esso derivano le nostre azioni e la sua applicazione dipende dalla consapevolezza delle circostanze attuali e della situazione che viviamo nel nostro presente. Leggendo le pagine che scorrono tra le mani, ci si rende ulteriormente conto che è il punto di vista a fare la differenza, cioè la prospettiva dalla quale si vedono le cose. Quando riusciamo ad assumere un punto di vista equilibrato rispetto la situazione che stiamo vivendo, davanti ai nostri occhi si apre un mondo del quale possiamo identificare chiaramente le varie parti che lo compongono, le relazioni che insistono tra i vari suoi elementi e il loro ruolo all’interno dell’insieme. Del resto il Sun Tzu identifica il mondo come un insieme unitario composto da una moltitudine di componenti variabili e connesse tra loro.

“Il saggio comandante”

La saggezza di questo trattato, per la sua origine, è rivolta a colui che detiene il comando durante una battaglia, facendo costantemente riferimento alle sue abilità e al buon senso del condottiero. Il comandante saggio è una figura che parla con autorità e agisce con vigore, è colmo di risorse ed in armonia con le strutture profonde del mondo, capace di dominare il campo di battaglia e con una spiccata audacia. Le concezioni che possono sembrarci lontane e irraggiungibili, in realtà, possono essere applicate alla nostra vita quotidiana e, attraverso la descrizione di questo comandante saggio, il personaggio mitico che viene ritratto, diventa nei fatti un modello umano e raggiungibile che concretamente avvertiamo di poter emulare e che può guidare le nostre azioni anche nelle sfide più complicate.

“Il collegamento con la tradizione”

Per quanto paradossale può apparire, il Sun Tzu è intimamente legato alla tradizione bellica dell’antichissima Cina e alle circostanze storiche del tempo in cui ha visto la sua genesi, ma il valore del suo messaggio riesce a travalicare i confini del tempo e dello spazio. Il suo contenuto e la sua forma, mostrano intrinsecamente come sia possibile far trasmigrare questi insegnamenti lontani nel tempo di oggi. Questo è possibile perchè il Sun Tzu sottolinea il ruolo della conoscenza nel perseguire la vittoria, identificando nella forza già esistente e appartenente agli uomini e alla natura l’arma principale per il successo. L’insegnamento che riceviamo da questo testo è sistemico e di insieme, enucleando in sé un punto di vista – diverso – delle strutture che compongono il mondo, soprattutto il nostro intimo e personale, nonostante racchiuda in sé contenuti e tradizioni storicamente specifiche.

Per le sue caratteristiche,  Sun Tzu L’arte della guerra, è spesso adottato come strumento di formazione negli ambienti scolastici e universitari per spronare all’eccellenza gli studenti e, addirittura, nel mondo aziendale e manageriale. Infatti, a partire dagli anni novanta dello scorso secolo, improvvisamente le grandi aziende,  piuttosto che distruggere i competitor, capirono e cercarono di attuare ed intraprende una linea ispirata alla collaborazione per ottenere maggiori profitti, ispirandosi alle tecniche, alle strategie e alle tattiche riportate in questo trattato militare come se la competizione aziendale fosse, metaforicamente, una guerra nella quale sopravvivevano e vincevano i manager  in grado di applicare questi antichi precetti cinesi. Questo testo può essere definito, in modo trasversale, come il manuale più letto dai capi militari e politici, dai manager dell’industria e della finanza, dalle persone comuni e dagli studenti di prestigiose scuole non solo di management o di miglioramento personale.

Insomma, anche se vecchio di migliaia di anni,  questo libro, ci immerge in una profonda saggezza che ci mostra come affiancarsi in modo autentico a principi tanto antichi quanto moderni, imparando ad affrontare i conflitti che incontriamo nella nostra vita, illuminandoci sull’utilità e la pratica della saggezza della non aggressione,  un sapere fondamentale che appartiene all’uomo fin dalla sua origine, anche se oggi non sembra più così.

Francesca Tesoro

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“La disciplina de un empresario” de Bill Aulet

“Este libro fue pensado como una caja de herramientas para apoyar los empresarios novicios – y emprendedores mas expertos – a costruir empresas de éxito basados en productos innovadores. Tambien los emprendedores seriales con consolidada experiencia en un campo o en un sector especifico, pueden reconocer en este 24 pasos una guía útil para traer de una manera mas efectivo los productos en el mercado.
Como empresario, me fueron útiles muchas fuentes, de los libros a los mentores, sobre todo mi experiencia directa.  Sin embargo, no he encontrado uno aún unica capaz de fusionar diferentes aspectos exhaustivamente.”

Como no hay manual antes de ahora ha puesto nunca junto teoría y práctica, estudio y experiencia,de una manera totalmente exhaustiva, el carismático empresario Bill Aulet, Director General de Martin Trust Center for MIT Entrepreneurship en el MIT y profesor a la Sloan School Management de MIT, decidió escribir un libro que fue una grande inspiración para muchos gerentes de todo el mundo, “La disciplina de un  empresario”,  publicado en Italia  por Franco Angeli.

Este texto se convirtió en un best seller internacional traducido a más de veinte idiomas,  consiste en lo que Bill Aulet ha definido los 24 pasos necesarios para crear una strart up de éxito, siguiendo los pasos de los mejores, pero también aprendiendo a caminar, con coraje y expectativa, caminos nunca antes golpeados.

Como en un juego de ganso 2.0., que no es un “juego” en absoluto,  el autor explica, con estilo deslizante y método intuitivo, el “viaje” que todo empresario potencial debería hacer y cómo se puede enseñar el espíritu empresarial y, entonces, aprendido por cualquiera, con la humildad de los que tienen profunda confianza en sus propios medios, pero también con la conciencia de que incluso el mejor “instinto” debe refinarse y mantenerse en entrenamiento gracias al estudio y la experiencia en el campo.

Bill Aulet divide los primeros 24 pasos a seguir para crear una actividad y gestionarla con éxito en seis temas principales que responden a la mayor cantidad de preguntas fundamentales para comenzar con el pie derecho:

1.¿Quién es tu cliente?
2.¿Qué puedes hacer por tu cliente?
3.¿Cómo el cliente compra su producto?
4.¿Cómo obtienes ganancias con tu producto?
5.¿Cómo diseñas y construyes tu producto?
6.¿Cómo puedes expandir tu negocio?

Preguntas aparentemente simples,pero a lo cual es necesario dar desde el principio las respuestas más sólidas y concretas posibles para no tener fallas en el proyecto. Cada tema consta de una serie de pasos a seguir antes de abordar el siguiente tema y cada paso es diseccionado por el autor también gracias al uso de ejemplos prácticos, diagramas, tablas, hojas de resumen y cómics comprensivos y comprensivos.

Al final de los 24 pasos, el empresario podrá enfocarse mejor y, entonces, para mejorar su idea de negocio, identificando la oportunidad de mercado adecuada para aprovechar y combinando los aspectos puramente económicos y productivos con los recursos humanos disponibles para ellos.
La eficiencia, tanto en la gestión como en la construcción del producto y en su promoción a favor de los clientes objetivo, son los objetivos a alcanzar que pondrán en movimiento el círculo virtuoso que debe caracterizar la vida de cada empresario,son los objetivos a alcanzar que pondrán en movimiento el círculo virtuoso que debe caracterizar la vida de cada empresario,Tanto por su papel en la sociedad, como por su satisfacción personal, entre empatía y competitividad. Un empresario disciplinado es un empresario que, además de construir personalmente para sí mismo, comprende y evalúa todo potencial, incluso un favor de los demás, ya sean clientes o competidores, de acuerdo con los valores de un sistema social más alto que debería ser para todo el terreno fértil sobre el cual sembrar su futuro y cosechar los beneficios.

Maria Tringali

Traduzione di Sara Trincali


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“Noam Chomsky – Venti di protesta” con David Barsamian

Il libro di oggi è senza dubbio fuori dai normali canoni di Sistema Generale, sia per i temi trattati che per la modalità con cui è stato scritto. Edito dalla casa editrice fiorentina Ponte alla Grazie e pubblicato nell’ottobre del 2018, “Venti di Protesta – Resistere ai nemici della democrazia” raccoglie una serie di interviste di Noam Chomsky raccolte da David Barsamian in un periodo che va dal giugno 2013 allo stesso mese del 2017, la maggior parte avvenute realmente, un paio raccolte via mail.

Il primo, Chomsky, classe 1928, è un linguista, un filosofo e scienziato cognitivista, tra i massimi teorici del linguaggio viventi e fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, nonché docente emerito del Massachusetts Institute of Technology con alle spalle una lunghissima sequela di pubblicazioni di straordinario livello.

Il secondo, Barsamian, decisamente più giovane essendo nato nel 1945, è un attivista, fondatore e  conduttore radiofonico di una radio alternativa americana nata dalla frustrazione per la mancanza di voci progressiste, giornalista indipendente rispettato in tutto il mondo per analizzare i problemi sociali, economici ed ambientali più urgenti e globali che già in altre occasioni ha collaborato con Chomsky.

Il frutto di questa collaborazione è un volume con dodici interviste che spaziano dallo “Spionaggio di stato e democrazia” alla “Presidenza Trump”, indagando ciò che è sotto gli occhi di tutti noi.

Il Medio Oriente, la radice dei conflitti, le strategie della paura piuttosto che le crisi e le mobilitazioni, i sistemi di potere che non regalano nulla e la memoria dell’uomo, l’analisi dell’ISIS, dei curdi e della Turchia, il senso del voto e delle elezioni, le alleanze e il controllo e, infine, l’auspicio verso una società migliore.

Chomsly parla di questi argomenti che storicamente sembrano così lontano da noi, con la pacatezza e la razionalità che lo contraddistinguono, senza mai diventare un maestro o un saggio supponente. Anzi, incarna una figura di riferimento che ci spinge ad interrogarci realmente su quello che vediamo e che soprattutto sentiamo intorno a noi, ricordandoci l’importanza della nostra intelligenza, unico strumento per fronteggiare e comprendere ciò che ci circonda ma, soprattutto, per capire realmente quello che sta succedendo intorno a noi e cosa è necessario fare perchè «Non possiamo ignorare che siamo in un momento unico della storia umana. Per la prima volta le decisioni che prenderemo determineranno la sopravvivenza o meno della specie. Non era così in passato. Oggi lo é.»

Personalmente ho letto questo libro due volte a distanza di poco tempo con la volontà di capirlo a fondo. Durante la seconda lettura mi sono imposta di non leggere le datazioni riportate sotto ogni intervista per non classificarle temporalmente “lontane” dal giorno d’oggi. Con immensa – ma amareggiata –  sorpresa ho ritrovato, anche nelle interviste più vecchie, una disarmante attualità.

Chomsky allora è un veggente? No. È una persona dotata di una grande capacità di analisi reale di ciò che lo circonda, sicuramente fonte di sapere inesauribile. Il suo particolare attivismo ed impegno politico e il suo essere un innovatore radicale, lo collocano tra le dieci fondi più citate nella storia della cultura – al fianco di  Shakespeare, Marx e la Bibbia -.

Questo volume diventa allora uno strumento per capire il mondo di oggi e per assumerci la responsabilità delle nostre scelte, ma prima ancora per il fatto che ci spinge a decidere cosa vogliamo per il mondo che sembra rischiare il proprio futuro. E, non potendo considerarci altro che Cittadini del Mondo, la sua sopravvivenza dipende da noi.

Volutamente, non ho voluto svelare nulla di quanto letto in questo libro, scegliendo di incuriosirvi per farvi diventare coraggiosi al punto da leggere “Venti di Protesta”, perchè Noam Chomsky ci parla della situazione politica mondiale di oggi (non di ieri) ed è un libro intriso di urgenza.

L’urgenza di fare qualcosa. 

Innanzitutto oggi.

Soprattutto qui.

Francesca Tesoro

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“Il Cliente”: spunti di riflessione, dalla pellicola alla realtà

“Il Cliente” è un’avvincente pellicola del 1994, diretta da Joel Schumacher e interpretata da Susan Sarandon, Tommy Lee Jones, Brad Renfro e Mary-Louise Parker, tratta dall’omonimo romanzo di John Grisham.

Il protagonista della storia è Mark, un ragazzino ribelle che, a soli undici anni, conduce un’esistenza particolarmente difficile, cercando di essere un punto di riferimento per il fratellino più piccolo e di dare meno preoccupazioni possibile alla giovanissima madre, sola e con un lavoro precario. Un pomeriggio i due fratelli assistono casualmente al suicidio di un avvocato legato alla mafia statunitense che confida a Mark dove si trova il cadavere di un senatore da poco ucciso e la loro vita cambierà per sempre. Mentre il fratellino è ricoverato in ospedale a causa dello shock e sua madre è assalita dai giornalisti, Mark, messo alle strette dall’FBI, che vuole conoscere tutte le informazioni in suo possesso, decide di rivolgersi a Reggie Love, un’avvocatessa coraggiosa, dal passato difficile, che non ha nessuna intenzione di lasciare in balia delle trame, non sempre trasparenti, della legge, un cliente così speciale come Mark.

Lasciando da parte la trama legal-thriller per lo sviluppo della quale Grisham e Schumacher dimostrano di essere maestri, ciascuno nel proprio ruolo, questa pellicola offre numerosi spunti di riflessione sulla figura del “cliente” a tutto tondo, applicabili a molteplici e variegati contesti, sia in ambito aziendale, sia in ambito imprenditoriale.

Il piccolo, ma estremamente intelligente, Mark, infatti, può essere l’emblema del cliente tipo, difficile e sospettoso, e il rapporto di fiducia che l’avvocatessa Love riesce a stringere con lui, nonostante le difficoltà e il pericolo che entrambi corrono, ha un valore paradigmatico, dimostrando che non tutte le dinamiche che riguardano i clienti sono di natura prettamente economica.

Qualsiasi cliente, infatti, si trova in una posizione di forza, in quanto datore di un generico potere di acquisto, ma, nello stesso tempo, può trovarsi in una posizione di debolezza. Lo stesso Mark, quando si rivolge a Reggie Love, non è pienamente consapevole dei propri diritti e neanche dei propri bisogni, circostanza nella quale potrebbe trovarsi un qualsiasi cliente. Il modo migliore per guadagnare un cliente soddisfatto, che resti affezionato e fedele nel tempo, è renderlo edotto dei propri diritti, seguendolo passo passo e consigliandolo su quali siano le sue reali esigenze più profonde che, andando oltre l’aspetto economico, sono le stesse dell’azienda o dell’imprenditore.

Non sempre, infatti, il cliente sa cosa desidera realmente, così come, a volte, è convinto di avere necessità che invece risultano essere secondarie. Ecco, dunque, che la corretta comunicazione col cliente è alla base di un rapporto di fiducia profonda e soddisfacente. Mark e Reggie hanno spesso scambi di vedute colmi di tensione e la capacità dell’avvocatessa di correre rischi pur di fare gli interessi del proprio cliente che, in ultima istanza, sono anche i suoi, rende alla perfezione l’ideale rapporto che potrebbe esserci tra cliente e azienda a tutto tondo.

Il cliente va difeso e protetto, a costo di correre qualche pericolo. Tuttavia, anche il cliente commette errori, più o meno consapevolmente, ma, con la giusta strategia e facendo appello alla fiducia guadagnata assumendosi i giusti rischi, è possibile condurlo verso le decisioni migliori per tutti.

Pensando alla storia di Mark e Reggie, la quale si prenderà cura di lui come si prendeva cura dei suoi stessi figli, dei quali non ha più la custodia a causa di un passato come alcolista, e cercherà di instaurare anche un rapporto di fiducia con la giovane madre di Mark in difficoltà economiche, si può giungere alla conclusione che un cliente è come un figlio che ha un’altra mamma: è difficile calcolarne il valore e impossibile dargli un prezzo differenti da quello giusto.

Alessandra Rinaldi

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“Ricominciare dalla Crisi”: un libro inaspettato

Ricominciare dalla crisi”, a cura di Massimo Orlandi e Paolo Ciampi, edito dalla Romena – Casa Editrice, quinta edizione della collana “Le parole e il silenzio”, è senza dubbio un libro inaspettato.

Inaspettato, prima di tutto perché lo abbiamo incontrato nella foresteria di un monastero ed era stato scelto per altro, invece, leggendolo ci si è rese conto che avrebbe dovuto avere uno spazio in Sistema Generale.

Inaspettato, per ciò che racchiude. In realtà questo libro, è la sintesi di un viaggio fatto di incontri che – nello specifico di questo titolo – sono avvenuti nel 2011 in alcuni dei luoghi più suggestivi del Casentino, permettendo ad un pubblico divenuto sempre più numeroso, di interfacciarsi con – cinque, per la precisione – presenze autorevoli e diverse per sognare con occhi nuovi e ridare slancio al quotidiano.

Inaspettato, per le tematiche affrontate e le personalità con cui si sono svolti gli incontri.

Le riflessioni riportate nel volume sono quattro, non con l’intento di recriminare e replicare talk show già visti che parlassero, indagando, la grande crisi economica di inizio secolo, ma con l’obiettivo di analizzare la possibilità del futuro e dei suoi bisogni, descrivendolo come un ragionevole punto di riferimento, attraverso speranze, valori e idee.

Le personalità che hanno fatto parte di questo viaggio, invece, sono assolutamente diverse tra loro ma decisamente complementari.

Silvia Ronchey, storica bizantinista e docente di filosofia classica e civiltà bizantina all’università di Siena, ha partecipato all’incontro che ha preso il titolo “La storia Siamo Noi”. Pier Luigi Celli, laureato in sociologia, imprenditore e dirigente d’azienda che per molto tempo ha gestito incarichi di direzione delle risorse umane, è stato direttore generale dell’università Luiss Guido Carli ed ha affrontato la “Fame di Futuro”.Vandana Shiva– ecologista, attivista, scienziata e filosofa – e Wolfgang Fasser – musico terapista e fisioterapista, non vedente – hanno invece parlato del “Ritorno alla Terra”.Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica all’università di Macerata, ha dato una lettura diversa della crisi, completando il volume con l’ultima sezione intitolata “Più Forti della Crisi”.

La storia Siamo Noi”

Silvia Ronchey, durante il suo incontro avvenuto nell’aprile del 2011, ha parlato del passato, sicuramente per la sua identità di storica, ma soprattutto perché conoscere la storia non è solo prezioso, ma necessario, essendo l’impalcatura del nostro presente.

Guardare al passato per migliorare il presente, ha un valore provocatorio, ma un fondo di verità. Del resto, non si può ragionare senza considerare che l’esperienza del passato e l’impalcatura del presente – o del futuro – possono reggersi solo su una solida memoria che assicura realtà e consistenza. Studiare il passato, analizzarlo ed elaborarlo nella sua complessità, come dice la Ronchey, è necessario per avere un futuro. Si progredisce attraverso la bellezza della ricerca che è come un cammino, sicuramente faticoso, ma che produce cambiamenti tanto internamente quanto esternamente. Ed anche se l’epoca attuale condiziona la – nostra e personale – ricerca storica, la storia  fa il presente e un bravo storico deve comportarsi un po’ come un giudice che in modo obiettivo ascolta e determina l’istruttoria. È indubbio che la storia divenga un veicolo di cambiamento, soprattutto in un periodo come quello di oggi – nel nostro 2019 più che mai – dove la globalizzazione e la velocità delle informazioni ci distraggono, di deviano, ma soprattutto abbassano violentemente la nostra soglia di attenzione facendoci perdere la bellezza di un percorso di apprendimento meditato.

Fame di Futuro”

Una delle prime domande che si è sentito porre Pier Luigi Celli nel maggio del 2011, è stata quella di uno studente che gli ha chiesto se fosse meglio seguire i propri sogni o se, al contrario, era meglio metterli da parte scegliendo un atteggiamento più pratico e quindi preferire un indirizzo universitario che garantisse un lavoro.

Tanto allora quanto oggi, lo stato d’animo della generazione ricompresa tra il post liceale e il “lavoro stabile”, è ancora di un grigio scuro che non sta bene a chi avrebbe tutte le forze e la voglia di spingere fino in fondo sull’acceleratore dei sogni.

Siamo di fronte a un paese distratto che ha poca cura dei giovani, dei loro bisogni, delle loro necessità e del loro futuro. Siamo di fronte ad una generazione che si sente tradita. E proprio sull’onda di questo tradimento, reiterato aggiungo io, Pier Luigi Celli ha rivolto ai giovani un appello: riprendersi in mano il destino che gli è stato sottratto smontando qualche luogo comune sulla ricerca del lavoro.

I giovani non possono permettersi di demordere ed anzi devono puntare sulle qualità apparentemente poco valutate e valorizzate: la curiosità, l’entusiasmo, le proprie passioni.

Quelli che sono giovani ma ce l’hanno fatta, sono coloro che hanno avuto spazio, quelli che sono stati messi nella condizione di sbagliare e rischiare, perchè un problema dei giovani di oggi è che, se nessuno si prende cura di loro e li aiuta ad ambientarsi nei vari ambienti che vivono e non li sostiene nei progetti che fanno o nelle idee che hanno, non sapranno da che parte andare. E questa responsabilità spetta agli adulti. Celli lo dice chiaramente e senza mezzi termini. Conoscere le persone e parlare con loro significa guardare oltre la radiografia che rappresenta il cv di quella stessa persona e viceversa. È parlando e conoscendo le persone che ci si rende conto della loro storia e delle capacità che lo renderanno adatto o meno al ruolo. È una cosa di una importanza fondamentale. Perchè siamo uomini e donne fatti non solo di razionalità, di sapere e competenze, ma anche di sentimenti e passioni che sono il nostro motore animativo e che concorrono a completare e determinare il nostro modo di essere.

Per fare il manager, ci ricorda Celli, o qualsiasi ruolo per il quale si immagini che ci sia qualcuno al di sotto della nostra catena operativa, c’è bisogno di una testa larga, generosa, pensante. È necessario un pensiero critico che analizzi le cose prima di farle e che se ne chieda il senso. Invece, siamo stati costretti a sviluppare un pensiero altamente operativo, tecnico, immediato e produttivo che ci porta a fare le cose meccanicamente e senza chiederci il senso.

E ancora, nella discussione sono emersi altri due concetti che oggi affrontiamo sempre di più perché ci rendiamo conto che vengono meno e, invece, potrebbero diventare la soluzione per superare questa crisi sistemica nella quale ormai ci siamo impantanati: i “cervelli” che scappano altrove e lo spirito di gruppo, che si intrecciano tra loro.

La fuga dei cervelli, il problema importante non è che li perdiamo e basta, è che per quanto possano scapparne dall’Italia non ne importiamo abbastanza per creare quell’auspicabile scambio e ricambio culturale, perchè fondamentalmente, perdiamo i migliori che non trovano soddisfazione – non solo economica – nel loro paese.

Allora, una soluzione per affrontare la crisi, secondo Celli, sarebbe quella di alimentare un numero di persone sempre maggiore che vogliono provare a superarla questa crisi, dove alcuni falliranno, altri riusciranno, altri ancora daranno vita a cose diverse. Ma questo sarà possibile solo quando si riuscirà ad insegnare ai nostri ragazzi a essere imprenditori di se stessi e a porsi meglio sul mercato, riuscendo a negoziare la propria competenza.

D’altronde, se si mettono i ragazzi nella condizione di poter fare qualcosa, loro lo fanno e lo sanno anche fare bene, ma bisogna assumersi il rischio di lasciarli fare.

In gruppo è meglio, perchè ognuno ha qualcosa di diverso da mettere in pratica e ci si completa a vicenda. Ma il mondo del lavoro è cambiato tantissimo e la prima difficoltà è quella di prendere coscienza e consapevolezza che da soli non si va lontano, al contrario e a qualsiasi livello la propensione a giocarsi la propria vita in solitaria è cresciuta tantissimo.

Ritorno alla Terra”

Due percorsi estremamente differenti collegano queste due personalità così simili: Vandana Shiva ecologista, attivista, scienziata e filosofa, icona mondiale delle battaglie per la difesa della biodiversità e Wolfgang Fasser musico terapista e fisioterapista, non vedente, che predilige uno stile di vita essenziale a cavallo tra la toscana e il Lesotho dove pratica la professione in favore dei più deboli. Ciò che li accomuna è il sentimento che la terra è il “luogo dove la vita ci parla” e l’idea che per affrontare i guasti del presente, non serve chissà quale medicina ma un atteggiamento ben preciso: sgonfiare l’ego dell’uomo, chiedendogli di abbassarsi quanto basta per tornare a sentire la voce della terra.

Per noi, questi concetti potrebbero sembrare completamente lontani da qualsiasi logica. E invece è il contrario. Hanno ragione quando sostengono che sia necessario creare una cultura alternativa, fatta di rispetto per noi e per il futuro di chi verrà, della natura e del nostro pianeta, per la biodiversità. Vandana Shiva ci ricorda che dovremmo prendere anche un po’ esempio da questa biodiversità che è intelligente, creativa e che fa moltissimo per noi. Come dovremmo abbandonare l’illusione della crescita economica legata alla realtà dell’abbondanza che esiste nella normale concezione di tutti.

Hanno ragione entrambe quando dicono che la natura è oramai vista solo come una fonte materiale da sfruttare per interessi economici e non come colei che produce la capacità creativa degli esseri umani. La natura è la prima grande maestra che ci insegna, ci fa capire chi siamo ed è tanto piena di analogie con ogni singolo individuo che, solo mettendoci in suo ascolto, potremmo capire semplicemente la vita aiutando le persone a riscoprire la loro capacità di ascolto.

Come in natura la diversità è una ricchezza nelle relazioni, la stessa cosa dovrebbe essere tra i suoi abitanti, riuscendo a rivisitare e riesaminare tutte le idee della ricchezza, dell’economia, delle comunità e delle relazioni, abbandonando l’ossessione per i soldi che oscura la vita di comunità e le sue relazioni.

Più Forti della Crisi”

Roberto Mancini è un filosofo per il quale la filosofia significa saper leggere le logiche di costruzione dell’esperienza della vita individuale e della società. È il tentativo di decifrare le logiche di costruzione dell’esperienza, permette di non essere dominati da logiche che non si conoscono e di cui nemmeno ci si rende conto. Per quanto possa sembrare assurdo, l’essere umano è in continuo movimento e la filosofia è concreta, è coltivazione della sensibilità e della lucidità necessaria in questo movimento perpetuo.

La crisi della nostra società, non è una crisi sorta solo sull’onda del crack delle banche e dei mutui americani, è la rappresentazione di un sistema che non ha – più – i fondamenti di giustizia e che quindi produce, vive e fabbrica crisi a ciclo continuo. Parliamo di un sistema che ha dimenticato completamente il senso, il significato e il valore del fattore umano – ricordate ? – dove le persone non sono più tali ma diventano, a seconda dei casi, risorse o esuberi. Un sistema che ha messo da parte qualsiasi modo di intendere la vita che non sia legato all’economia, che ha dimenticato la differenza tra un fine da raggiungere e uno strumento per raggiungere il fine, un sistema che ha dimenticato di riconoscere la dignità delle persone, delle relazioni del mondo naturale.

E siccome le crisi sono tutte senza memoria, il primo passo dovrebbe essere proprio quello di recuperare la memoria delle crisi che nel passato si sono verificate, perchè siamo pronti a cercare le soluzioni alle crisi, ma dimentichiamo sempre di analizzare le cause che le hanno generate. Abbiamo perso il senso della bellezza del radicamento etico e dell’orientamento interculturale, nel nostro agire e nel nostro essere.

Roberto Mancini durante il suo incontro avvenuto nell’ottobre del 2011, ha citato sorprendentemente Simone Weil, quando ha detto “una civiltà fondata su una spiritualità del lavoro sarebbe il grado più elevato di radicamento dell’uomo nell’universo”.

Abbiamo dimenticato uno dei bisogni ancestrali dell’uomo, quello di poter convivere in un ordine armonico interiore, sociale, civile, con la natura, perchè l’uomo e la donna sono fatti di relazione ma ci siamo lasciati convincere che invece siano solo re(l)azione.

Nell’armonia si sviluppa la libertà ed è un dato di fatto che intelligenza della speranza, metodo e l’integrità delle persone, sono tre elementi fondamentali e ricorrenti che troppo spesso vengono messi da parte. Bisognerebbe uscire dalla logica di isolamento e competizione, risvegliando in noi la corresponsabilità del mondo comune e per la cura dell’integrità delle persone.

Ciò che ci vuole, è il cambiamento ed è un processo che richiede diversi passaggi.

Primo, il risveglio: riconoscendo che le logiche dominanti non sono adeguate, il mondo sarà cambiato quando le persone si renderanno conto che saranno felici e si prenderanno cura degli altri.

Secondo, la creazione di zone franche dove non contano più le cose materiali ma si da vero valore e peso alle persone.

Terzo, cambiare la nostra esistenza quotidiana, recuperando il buon funzionamento della vita sociale, l’educazione, l’economia, la politica e l’informazione di un tempo.

Il cambiamento è ostacolato dallo sguardo e dal cuore chiuso con cui ogni mattina affrontiamo quel pezzo di vita. Ognuno di noi ha una serie di doveri, dare peso e valore alla nostra libertà, al nostro percoso, alla nostra dignità e non lasciare, mi permetto di concludere, che il primo sciacallo incontrato sulla via ci convinca di tutt’altro, riuscendo magari anche a farci cambiare idea, atteggiamenti e convinzioni.

E di questi sciacalli ne sono piene le pagine di giornale, i telegiornali e le strade.

Buona lettura!

Francesca Tesoro

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“La disciplina dell’imprenditore” di Bill Aulet

“Questo libro è stato ideato come una cassetta degli attrezzi per supportare gli imprenditori alle prime armi – e imprenditori più esperti – a costruire imprese di successo basate su prodotti innovativi. Anche imprenditori seriali con consolidata esperienza in un campo o in un settore specifico, possono riconoscere in questi 24 passi una guida utile per portare in maniera più efficace i prodotti sul mercato.

Come imprenditore, mi sono state utili molte fonti, dai libri ai mentor, e soprattutto la mia esperienza diretta. Tuttavia, non ne ho ancora trovata una unica in grado di unire diversi aspetti in modo esaustivo”.

Siccome nessun manuale prima d’ora ha mai messo insieme teoria e pratica, studio ed esperienza, in modo totalmente esauriente, il carismatico imprenditore Bill Aulet, Direttore Generale del Martin Trust Center for MIT Entrepreneurship presso il MIT e docente alla Sloan School Management del MIT, ha deciso di scrivere un libro che è stato di grande ispirazione per molti manager in tutto il mondo, “La disciplina dell’imprenditore”, edito in Italia da Franco Angeli.

Questo testo, divenuto un bestseller internazionale tradotto in oltre venti lingue, è costituito da quelli che Bill Aulet definisce i 24 passi necessari per creare una start up di successo, seguendo le orme dei migliori, ma anche imparando a percorrere, con coraggio e aspettativa, strade mai battute prima.

Come in un gioco dell’oca 2.0, che non è affatto un “gioco”, l’autore spiega, con stile scorrevole e metodo intuitivo, il “viaggio” che dovrebbe compiere ciascun potenziale imprenditore e come l’imprenditorialità possa essere insegnata e, quindi, imparata da chiunque, con l’umiltà di chi ha profonda fiducia nei propri mezzi, ma anche con la consapevolezza che persino il “fiuto” migliore vada affinato e tenuto in allenamento grazie allo studio e all’esperienza sul campo.  

I primi 24 passi da fare per dare vita a un’attività e gestirla con successo sono suddivisi da Bill Aulet in sei tematiche principali che rispondo ad altrettante domande fondamentali per iniziare col piede giusto:

  1. Chi è il tuo cliente?
  2. Cosa puoi fare per il tuo cliente?
  3. Come acquista il cliente il tuo prodotto?
  4. Come realizzi profitto con il tuo prodotto?
  5. Come progetti e costruisci il tuo prodotto?
  6. Come puoi espandere la tua impresa?

Quesiti solo apparentemente semplici, ma ai quali è necessario impostare risposte il più solide e concrete possibile fin dal principio per non avere falle nel proprio progetto. Ogni tema è costituito da un determinato numero di passi da compiere prima di affrontare il tema successivo e ciascun passo è sviscerato dall’autore anche grazie all’uso di esempi pratici, schemi, tabelle, schede riepilogative e fumetti simpatici ed esplicativi.

Alla fine dei 24 passi del percorso l’imprenditore sarà riuscito a focalizzare meglio e, quindi, a valorizzare la propria idea imprenditoriale, individuando la giusta opportunità di mercato da cogliere e coniugando al meglio gli aspetti prettamente economici e produttivi con le risorse umane che ha a disposizione. L’efficienza, sia nella gestione, sia nella costruzione del prodotto e nella sua promozione a favore del target di clienti, sono gli obiettivi da raggiungere che metteranno in moto il circolo virtuoso che dovrebbe caratterizzare la vita di ciascun imprenditore, tanto per il suo ruolo nella società, quanto per la sua personale soddisfazione, tra empatia e competitività. Un imprenditore disciplinato è un imprenditore che, oltre a costruire un’attività per se stesso, ne comprende e ne valorizza ogni potenzialità anche a favore degli altri, che siano clienti o competitor, in accordo con i valori di un più alto sistema sociale che dovrebbe essere per tutti il terreno fertile su cui seminare il proprio futuro e raccoglierne i frutti.

Maria Tringali

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“Cento pagine per l’avvenire” di Aurelio Peccei

“Mio padre fu indotto a scrivere ‘Cento pagine per l’avvenire’ dalla profonda convinzione che l’umanità si dirigesse verso un disastro e che per evitare questa catastrofe era necessario che il mondo cambiasse rotta immediatamente. Da ottimista quale era, mio padre nutriva la speranza che il suo libro sarebbe stato un potente campanello d’allarme per il mondo”.

Con queste parole Roberto Peccei apre la prefazione che introduce la nuova edizione dell’ultimo libro scritto da suo padre, Aurelio Peccei, dal titolo “Centro pagine per l’avvenire”, recentemente ripubblicato da Giunti, assieme a Slow Food Editore e all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, all’interno della collana Terrafutura. Questo testo fu scritto e venne pubblicato per la prima volta nel 1981 da Aurelio Peccei, ex partigiano tra i protagonisti della ricostruzione del dopoguerra italiano e figura di profonda influenza nel mondo scientifico e imprenditoriale a livello internazionale per aver contribuito a fondere culture e realtà solo all’apparenza inconciliabili. Si tratta di un saggio ‘atipico’, che ha il pregio di aver mantenuto intatta tutta la sua attualità e la potenza del pensiero del suo autore, precursore e pioniere, che ha saputo prevedere la gravità della crisi che oggi ci attanaglia e anche suggerire un cammino per superarla.

Secondo Peccei, dal dopoguerra in poi, la rincorsa verso il progresso e la crescita, in primo luogo economica, hanno allargato il campo visivo dell’uomo, accorciandone, però, in un certo senso, l’orizzonte e facendo sì che, nell’arco della propria vita, un singolo essere umano sia testimone oculare di stravolgimenti che, in epoche passate, erano solo immaginabili. Se tutto ciò, da un lato, ha permesso un’evoluzione sempre più veloce, dall’altro, ha provocato un depauperamento delle risorse naturali e dell’ambiente che ci sta decisamente sfuggendo di mano, facendo in modo che lo sviluppo esponenziale delle risorse umane e antropiche sia direttamente proporzionale alla progressiva distruzione del nostro habitat. E saremo tutti d’accordo nel constatare che non può esistere umanità senza un ecosistema idoneo alla sua crescita. L’unico modo per invertire questa tendenza è comprendere fino in fondo quanto l’unione del genere umano, in tutti i continenti e i popoli, ricchi o poveri che siano, sia importante e addirittura fondamentale. Peccei vedeva nella collaborazione a livello mondiale tra le varie nazioni, la quale mirasse a un’uguaglianza non solo formale, ma sostanziale, l’unica imprescindibile strategia in grado di salvare il nostro mondo dalla distruzione. Risorse umane e risorse naturali, dunque, dovevano tornare a camminare insieme, procedendo di pari passo. Negli anni Ottanta del secolo scorso in pochi ascoltarono il grido di Peccei, che oggi suona come un’insolita profezia, per la quale, però, lo stesso autore ci ha indicato la via affinché essa non si realizzi: la cooperazione di tutti per una vita più sostenibile ed egualitaria.

In un viaggio tra Storia e Scienza e con l’aiuto di tavole che spiegano dettagliatamente molti aspetti del nostro cammino evolutivo, Aurelio Peccei guida il lettore in una riflessione su se stesso e sul proprio modo di vivere, aiutandolo a comprendere che , quanto mai oggi, in pieno 2019, abbiamo bisogno di una profonda rivoluzione culturale e “umana” che ci porti verso la consapevolezza della responsabilità di ciascuno di noi, sia come singolo, sia come componente di un gruppo, come un’azienda o una società, nei confronti del nostro pianeta e, quindi, del nostro futuro.

In particolare Peccei attribuisce grande importanza alle nuove generazioni e alla loro capacità di afferrare l’avvenire anche solo grazie a una particolare intuizione e apertura mentale. È in questo spirito di innovazione che l’intera umanità dovrebbe avere massima fiducia, distaccandosi da interessi che la danneggiano.  Secondo Peccei, tra le esigenze fondamentali dell’uomo c’è quella di “imparare a governare l’immenso conglomerato di società e di sistemi, sempre più connessi e interconnessi, che formano il nostro mondo”.  E per farlo c’è un solo modo: imparare e governare noi stessi attraverso una “profonda evoluzione culturale”.

Alessandra Rinaldi

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“Loro chi?”: dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo!

Mettere in piedi una truffa è complicato e ardito, ma se il truffatore è tale Marcello, con il volto dello spumeggiante Marco Giallini, sembra una cosa semplicissima, oltre che divertentissima.

David, interpretato da un bravissimo Edoardo Leo, invece è un ragazzo di trentasei anni di questi tempi, con tanti sogni nel cassetto che soccombono alla massima aspirazione possibile: uno stipendio fisso da mille e settecento euro, una donna al suo fianco e una casa propria.

Per arrivare a quella che sembrerebbe poter essere la sua realizzazione, però, deve far colpo sul proprio presidente con la presentazione del nuovo prodotto innovativo dell’azienda per la quale lavora. Un prodotto talmente innovativo da essere diventato il prossimo obiettivo di un furto internazionale, a cui realmente nessuno crede, salvo il presidente dell’azienda per cui David lavora.

Per una serie di vicende surreali, David diventa vittima di una banda di truffatori proprio il giorno prima della grande presentazione al mondo, perdendo tutto. Casa, compagna, soldi sul conto e lavoro sfumano in un secondo, anzi a dirla tutta, nel tempo necessario a smaltire il sonnifero.

Da quel momento si cimenta in una ricerca spasmodica della banda che lo ha truffato con la sola idea di vendicarsi, fino a quando, ritrovato Marcello e le sue complici, non decide di seguirli per non perdere l’occasione di riavere il suo risarcimento.

David, sognatore e persona semplice – quasi uno sfigato -, incastrato in una vita che non gli piace, da vittima assapora un modo di vivere completamente opposto alla realtà e si fa trasportare in questo gioco a quattro, diventando esso stesso un truffatore e fornendo alla banda il colpo da due milioni di euro a cui puntavano fin dall’inizio e che, guarda caso, è proprio il prodotto dell’azienda per la quale David lavorava.

Commedy action di come se ne vedono davvero poche in Italia, questo film del 2015 diretto da Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, distribuito dalla Warner Bros. Pictures, ha sfiorato i due miolioni di incasso nella prima settimana di programmazione al cinema e ricevuto la candidatura ai David di Donatello come miglior film esordiente.

Un film con tante situazioni al limite del paradossale, alcune delle quali realmente successe, dove Marco Giallini ed Edoardo Leo, sono la fortuna di questo film, tanto bravi nella commedia quanto nell’impersonare il senso vero della storia a cavallo tra il fidarsi e il truffare.

La pellicola, divertente fino alla lacrime e con un cast davvero eccellente, però ha alla base un tema molto delicato: la fiducia.

David altro non è che la rappresentazione dei lavoratori giovani e precari di oggi, sognatori e di cui è facile farne beffa. Quelli che a un certo punto della propria vita, pronti a tutto pur di trovare la loro svolta, sono disposti a fidarsi degli altri diventando a loro insaputa marionette nelle mani di chi promette quel cambiamento tanto agogniato.

Marcello è invece un artista, un compositore della realtà che vive la magia dell’arte (del truffare) in modo poetico ed è un creatore di sogni. Quegli stessi sogni che David ha sempre accantonato in funzione di altro, che diventeranno la sua trappola e che, nella seconda parte della storia, gli faranno assaporare l’illusione di vivere proprio come avrebbe voluto, lui che ha sempre sognato di fare lo scrittore e vivere così come se fosse in un romanzo.

Il truffatore di questo film, invece, regala emozioni alle persone che diventeranno leggende – vedi la scena del (falso) provino al ristorante più paradossale che altro – , è una persona piena di inventiva, si guadagna da vivere in modo decisamente eccentrico, regalando fantasia agli altri ma tenendosi stretti i soldi, rappresentando così la falsità e l’egoismo che spesso si ritrovano nel mondo del lavoro.

Il personaggio di Marcello regala nei dialoghi del film delle vere chicche, dimostrando come il truffato debba supplicare (inconsapevolmente) per avere la sua truffa, credendo invece di essere sul punto di realizzare i propri sogni.

Quante volte, anche inconsapevolmente, ci siamo ritrovati in situazioni in cui, pur di arrivare al nostro obiettivo, abbiamo dato il massimo ricevendone in cambio solo un pugno di mosche? O peggio, non è mai capitato a nessuno di voi di impegnarsi strenuamente in qualcosa in cui si credeva davvero, ricevere una pacca sulle spalle o, addirittura, un rifiuto, vedendo poi quella nostra stessa idea messa in bocca ad altri?

Beh, il film rappresenta nel suo piccolo tante situazioni in cui ognuno di noi potrebbe trovarsi o, per  sfortuna, ha già testato sulla propria pelle con la differenza che questa storia ci ha fatto ridere,  ma nella realtà, sempre più spesso, la fiducia che riponiamo negli altri può essere strumentalizzata. 

A seconda poi di dove ci si posiziona in questo fantomatico gioco con gli altri,  quello che resta può essere la sensazione di “essere stati fregati” o quella di averne fatto un profitto per sè sulle spalle di qualcun altro. 

Insomma, dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo e non è detto che dopo si riesca ancora a ridere.

Francesca Tesoro

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