Matera: Capitale Europea della Cultura 2019

Il programma di inter scambio europeo con più di trent’anni di storia alle spalle, strumento di sviluppo territoriale ed economico con alla base l’obiettivo primario di  avvicinare i cittadini europei alle meraviglie del nostro continente, conosciuto come “Capitale della Cultura Europea”, quest’anno ha incoronato la città di Matera.

Per capire bene di cosa stiamo parlando, ripercorriamo un po’ di storia….

Inaugurata nel giugno del lontano 1985 grazie all’iniziativa dell’allora Ministro della Cultura greco Melina Mercouri, questa manifestazione ha attraversato gli anni divenendo una delle celebrazioni europee che hanno avuto più successo e impatto, nonché i maggiori risvolti sociali ed economici, grazie all’importante visibilità – non solo turistica- che ha determinato per le singole realtà locali che vi hanno partecipato nell’arco degli anni.

Se inizialmente le destinazioni designate erano città medio grandi che già avevano un riflesso di internazionalità e di fama culturale o turistica, il punto di svolta si ebbe negli anni novanta.

La designazione di Glasgow nel 1990, infatti, dimostrò per la prima volta come tale manifestazione potesse radicalmente cambiare quelle realtà non affermate turisticamente o addirittura sconosciute a livello europeo – questa città in quegli anni era una semplice realtà industriale in declino – usando la cultura come strumento di rigenerazione economica e sociale, riuscendo, addirittura,  a far mutare l’immagine percepita a livello internazionale.

Questa esperienza spostò il focus sull’importanza delle ricadute nel lungo periodo per le realtà designate, favorendo l’espansione di una coscienza europea e la valorizzazione delle città selezionate. Così, si decise di creare una rete volta allo scambio e alla diffusione delle informazioni per gli eventi futuri. Ne seguì un ingente studio sull’impatto positivo ricevuto dalle città prescelte negli anni precedenti arrivando, nel 1999, a ribattezzare la manifestazione conosciuta come “Città Europea della cultura” nella odierna “Capitale Europea della Cultura”, determinandone il formale finanziamento istituzionale con il “Programma Cultura 2000”.

Ad opera del Parlamento Europeo, l’evento dedicato alla “Capitale Europea della Cultura” fu integrato completamente nel quadro comunitario e venne introdotta una procedura di selezione per le manifestazioni che si sarebbero tenute dal 2005 al 2019, modificata poi con una successiva direttiva del 2006 per il restante periodo dal 2007 al 2019.

Data l’importanza della designazione delle capitali europee della cultura, a partire dal 2011, si è voluto ampliare il beneficio che ne discendeva a livello locale, modificando l’unicità della scelta e permettendo ogni anno la designazione di due capitali della cultura contemporaneamente.

Qual è l’importanza di  Capitals of Culture?

Rendere anche piccoli centri urbani capitali della cultura, comporta un grande risultato. Significa, attraverso la cultura e l’arte, migliorare la qualità della vita di queste città e rafforzare il senso di comunità locale, nazionale e internazionale, permettendo ai cittadini di prendere parte attivamente allo sviluppo culturale della propria città e ai cittadini – non solo – europei di conoscere realtà che sarebbero rimaste fuori dai normali itinerari turistici e culturali. 

Capitals of Culture, infatti, determina benefici reali e duraturi che vanno dalla crescita economica per l’economia locale, tanto in via diretta quanto indiretta, alla costruzione del senso di comunità e di rigenerazione delle singole realtà coinvolte, promuovendo la coesione e incoraggiando la comprensione e il rispetto reciproci, senza dimenticare le infinite connessioni europee che può generare attraverso progetti con  partner internazionali e scambi culturali.

Come si diventa Capitale Europea? 

Partecipare a questo evento prevede un grande lavoro alle spalle, fatto non solo di progettazione. Prima di tutto ogni città che intende candidarsi deve soddisfare criteri decisamente rigidi suddivisi in due categorie:  la “Dimensione Europea” e la “Dimensione Città e Cittadini”. La prima  mira al rafforzamento della cooperazione tra gli operatori, mettendo in evidenza la ricchezza della diversità culturale europea e gli aspetti condivisi delle culture europee, la seconda invece ha lo scopo di suscitare interesse pubblico per l’evento a livello locale, nazionale ed europeo, prevedendo uno sviluppo culturale a lungo termine della città.

 Il vero e proprio processo di selezione si articola in quattro fasi.

La prima riguarda essenzialmente la presentazione delle domande, per cui, fermo restando che tutti i paesi dell’Unione Europea possono partecipare, quelli interessati pubblicano un bando nazionale – in Italia tali bandi vengono emessi dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, meglio conosciuto come MIBACT -, affinché le città interessate possano parteciparvi. Tale presentazione delle candidature deve avvenire almeno sei anni prima dell’evento al quale segue il termine di dieci mesi entro cui le città intenzionate a partecipare devono rispondere.

La seconda fase è quella della preselezione. Cinque anni  prima dell’inizio dell’evento, la giuria di selezione si riunisce per esaminare le proposte e restringere la rosa delle città che saranno invitate a proseguire il processo. La giuria è composta da 13 esperti: sette  nominati dal Parlamento Europeo, dal Consiglio, dalla Commissione e dal Comitato Europeo delle Regioni, mentre i restanti sei sono scelti dai paesi europei interessati.

Nel termine dei nove mesi successivi alla prima riunione di selezione, la stessa giuria si riunisce per esaminare i progetti delle città candidate, determinando la shortlist delle prescelte. Tali città riceveranno dalla commissione giudicatrice una relazione in cui vengono formulate una serie di raccomandazioni, realizzando la terza fase del processo, chiamata selezione finale.

L’ultima fase è quella della designazione, cioè la scelta ufficiale delle due città europee – non dello stesso stato – che saranno capitali della cultura, alla quale segue una fase di monitoraggio con l’ausilio di esperti nominati dalle Istituzioni UE che hanno il compito di aiutare  le location prescelte ad attuare i propri programmi. Tale monitoraggio si articola di due momenti, uno a medio termine – generalmente due anni prima dell’evento – per la valutazione dei progressi compiuti nella preparazione e nella dimensione europea, l’altro definito finale perchè avviene entro e non oltre gli otto mesi precedenti l’evento, per prendere atto  e valutare lo stato dei lavori preparatori.


Il percorso di Matera

Il sogno di Matera 2019 è iniziato nel novembre del 2012 quando il MIBACT pubblicò il bando per la presentazione delle candidature rivolto alle città italiane. Quell’anno risposero ben ventuno città, determinando il maggior numero di candidature in assoluto in un unico paese europeo. 

Il processo di valutazione delle candidature è stato condotto da una giuria di selezione composta da membri appartenenti al Regno Unito, alla Spagna, all’Austria e all’Estonia, oltre che dagli esperti italiani.

Riunitasi a Roma nel novembre 2013, la giuria ha proceduto alla selezione delle città italiane, tra le ventuno iniziali, che maggiormente rispecchiavano gli obiettivi dell’azione comunitaria determinando la lista finale delle delle città italiane preselezionate: Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena.

Immediatamente dopo ha preso vita la seconda fase per cui, nei primi giorni di ottobre 2014, i rappresentanti della giuria di selezione, i rappresentanti del MIBACT e della Commissione Europea hanno visitato le città preselezionate constatando quanto effettivamente avessero maturato lo standard europeo richiesto e che permetteva l’accesso all’esame finale. 

La giuria, quindi, effettuate le opportune valutazioni ha proposto Matera al titolo di capitale europea della cultura, ritenendola la migliore candidata tra le città italiane.

Il dossier di candidatura di Matera ha rappresentato l’occasione per definire un complesso di progetti e iniziative volte a rendere la Basilicata una regione attenta alla valorizzazione dei beni culturali e soprattutto impegnata nella rimozione delle barriere di accesso al patrimonio culturale, per mezzo dell’impiego delle nuove tecnologie. L’adozione sistematica di misure orientate a sostenere un modello di sviluppo territoriale imperniato sulla cultura e basato su un processo partecipativo diffuso della cittadinanza, ha fatto la differenza. Matera 2019 è diventata “Open Future” cioè ha realizzato la volontà di voler costruire il futuro attraverso lo sviluppo di nuove competenze nel settore culturale, con la conseguente creazione di nuove professionalità, di posti di lavoro e di politiche orientate allo sviluppo, all’allargamento e alla diversificazione del settore culturale. Il concetto di “Open Future” si riallaccia strettamente a quello trasversale  che ha attraversato tutta la proposta di candidatura della creazione di forme culturali aperte, inclusive e accessibili. 

La giuria ha ravvisato che il progetto culturale proposto da Matera fosse particolarmente valido per il miglioramento dell’accesso alla cultura grazie all’impegno delle moderne tecnologie di digitalizzazione. Di grande rilevanza è stato il coinvolgimento attivo, non solo sul piano finanziario, della regione Basilicata, delle municipalità circostanti e soprattutto la partecipazione attiva di tutti i cittadini che sono stati coinvolti nella progettazione della candidatura, rappresentando un processo che è partito dal basso per arrivare verso l’alto. 

Particolarmente apprezzato dalla giuria è stata la dimensione fortemente internazionale delle attività proposte e la conseguente capacità di creare un polo attrattivo su scala europea, con l’ulteriore intento di valorizzare l’intera area mediterranea. 

Leggendo il dossier di candidatura di Matera 2019 e tutti gli incartamenti on line relativi, emerge come la candidatura di Matera abbia innescato un processo di riqualificazione territoriale, di rigenerazione urbana -soprattutto per mezzo dell’utilizzo di una progettazione integrata che si è avvalsa della cooperazione tra pubblico, privato e comunità locali – e una pianificazione strategica territoriale di lunga prospettiva.

Il primo risultato utile e fondamentale di Matera 2019 è stato quello di rafforzare la cittadinanza culturale, incrementare le relazioni internazionali, valorizzare un movimento emergente di creative bureacracy, trasformando la piccola realtà nella più importante piattaforma aperta del sistema culturale del mezzogiorno italiano e del Sud Europa

Sicuramente Matera 2019 è da considerarsi una candidatura unitaria che ha coinvolto tutti: le principali istituzioni della regione Basilicata, i comuni di Matera e Potenza e le loro province, la Camera di Commercio di Matera e l’Università della Basilicata hanno partecipato in modo compatto e corale alla realizzazione del progetto. 

Nel corso del tempo è aumentato in maniera significativa il numero di soggetti sostenitori della candidatura che è arrivato a ricomprendere tutti i comuni della Basilicata oltrepassando i confini regionali, comprendendone anche alcuni della Murgia pugliese e del Cilento campano. 

Il sostegno delle istituzioni locali e regionali non è mai mancato fin dalla prima proposta di candidatura avanzata nel 2009 da un gruppo di giovani costituitisi nell’Associazione Culturale Matera 2019. Per rafforzare e condividere tale percorso le istituzioni hanno dato seguito al lavoro di questa giovane associazione e, nel luglio 2011, hanno istituito il Comitato Matera 2019 con una sua autonomia giuridica per  preparare e sostenere unitariamente la candidatura. 

Insomma, la risposta alla domanda “Perché Matera?” è sicuramente la volontà cosciente di voler partecipare a questa grande manifestazione europea in modo coerente e unitario per cercare di prendere al volo un’occasione di rilancio generale e generalizzato. Una volontà talmente radicata che ha messo in moto un processo di discussione sulla città e sul territorio senza precedenti. Ed è per questo che la candidatura di Matera è risultata vincente, perché tutti i cittadini ci hanno creduto fino in fondo. Questa città ha una storia da raccontare lunga secoli e in pochi ricordano che fino a qualche decennio fa era considerata la vergogna di un paese intero. Oggi invece è l’esempio migliore dato al nostro paese – e anche un po’ al mondo – di come un paese di poco più di sessantamila abitanti possa, con impegno sacrificio e dedizione, arrivare sulla cima della cultura europea.

https://www.matera-basilicata2019.it/it/

Francesca Tesoro

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“Cento pagine per l’avvenire” di Aurelio Peccei

“Mio padre fu indotto a scrivere ‘Cento pagine per l’avvenire’ dalla profonda convinzione che l’umanità si dirigesse verso un disastro e che per evitare questa catastrofe era necessario che il mondo cambiasse rotta immediatamente. Da ottimista quale era, mio padre nutriva la speranza che il suo libro sarebbe stato un potente campanello d’allarme per il mondo”.

Con queste parole Roberto Peccei apre la prefazione che introduce la nuova edizione dell’ultimo libro scritto da suo padre, Aurelio Peccei, dal titolo “Centro pagine per l’avvenire”, recentemente ripubblicato da Giunti, assieme a Slow Food Editore e all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, all’interno della collana Terrafutura. Questo testo fu scritto e venne pubblicato per la prima volta nel 1981 da Aurelio Peccei, ex partigiano tra i protagonisti della ricostruzione del dopoguerra italiano e figura di profonda influenza nel mondo scientifico e imprenditoriale a livello internazionale per aver contribuito a fondere culture e realtà solo all’apparenza inconciliabili. Si tratta di un saggio ‘atipico’, che ha il pregio di aver mantenuto intatta tutta la sua attualità e la potenza del pensiero del suo autore, precursore e pioniere, che ha saputo prevedere la gravità della crisi che oggi ci attanaglia e anche suggerire un cammino per superarla.

Secondo Peccei, dal dopoguerra in poi, la rincorsa verso il progresso e la crescita, in primo luogo economica, hanno allargato il campo visivo dell’uomo, accorciandone, però, in un certo senso, l’orizzonte e facendo sì che, nell’arco della propria vita, un singolo essere umano sia testimone oculare di stravolgimenti che, in epoche passate, erano solo immaginabili. Se tutto ciò, da un lato, ha permesso un’evoluzione sempre più veloce, dall’altro, ha provocato un depauperamento delle risorse naturali e dell’ambiente che ci sta decisamente sfuggendo di mano, facendo in modo che lo sviluppo esponenziale delle risorse umane e antropiche sia direttamente proporzionale alla progressiva distruzione del nostro habitat. E saremo tutti d’accordo nel constatare che non può esistere umanità senza un ecosistema idoneo alla sua crescita. L’unico modo per invertire questa tendenza è comprendere fino in fondo quanto l’unione del genere umano, in tutti i continenti e i popoli, ricchi o poveri che siano, sia importante e addirittura fondamentale. Peccei vedeva nella collaborazione a livello mondiale tra le varie nazioni, la quale mirasse a un’uguaglianza non solo formale, ma sostanziale, l’unica imprescindibile strategia in grado di salvare il nostro mondo dalla distruzione. Risorse umane e risorse naturali, dunque, dovevano tornare a camminare insieme, procedendo di pari passo. Negli anni Ottanta del secolo scorso in pochi ascoltarono il grido di Peccei, che oggi suona come un’insolita profezia, per la quale, però, lo stesso autore ci ha indicato la via affinché essa non si realizzi: la cooperazione di tutti per una vita più sostenibile ed egualitaria.

In un viaggio tra Storia e Scienza e con l’aiuto di tavole che spiegano dettagliatamente molti aspetti del nostro cammino evolutivo, Aurelio Peccei guida il lettore in una riflessione su se stesso e sul proprio modo di vivere, aiutandolo a comprendere che , quanto mai oggi, in pieno 2019, abbiamo bisogno di una profonda rivoluzione culturale e “umana” che ci porti verso la consapevolezza della responsabilità di ciascuno di noi, sia come singolo, sia come componente di un gruppo, come un’azienda o una società, nei confronti del nostro pianeta e, quindi, del nostro futuro.

In particolare Peccei attribuisce grande importanza alle nuove generazioni e alla loro capacità di afferrare l’avvenire anche solo grazie a una particolare intuizione e apertura mentale. È in questo spirito di innovazione che l’intera umanità dovrebbe avere massima fiducia, distaccandosi da interessi che la danneggiano.  Secondo Peccei, tra le esigenze fondamentali dell’uomo c’è quella di “imparare a governare l’immenso conglomerato di società e di sistemi, sempre più connessi e interconnessi, che formano il nostro mondo”.  E per farlo c’è un solo modo: imparare e governare noi stessi attraverso una “profonda evoluzione culturale”.

Alessandra Rinaldi

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“Loro chi?”: dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo!

Mettere in piedi una truffa è complicato e ardito, ma se il truffatore è tale Marcello, con il volto dello spumeggiante Marco Giallini, sembra una cosa semplicissima, oltre che divertentissima.

David, interpretato da un bravissimo Edoardo Leo, invece è un ragazzo di trentasei anni di questi tempi, con tanti sogni nel cassetto che soccombono alla massima aspirazione possibile: uno stipendio fisso da mille e settecento euro, una donna al suo fianco e una casa propria.

Per arrivare a quella che sembrerebbe poter essere la sua realizzazione, però, deve far colpo sul proprio presidente con la presentazione del nuovo prodotto innovativo dell’azienda per la quale lavora. Un prodotto talmente innovativo da essere diventato il prossimo obiettivo di un furto internazionale, a cui realmente nessuno crede, salvo il presidente dell’azienda per cui David lavora.

Per una serie di vicende surreali, David diventa vittima di una banda di truffatori proprio il giorno prima della grande presentazione al mondo, perdendo tutto. Casa, compagna, soldi sul conto e lavoro sfumano in un secondo, anzi a dirla tutta, nel tempo necessario a smaltire il sonnifero.

Da quel momento si cimenta in una ricerca spasmodica della banda che lo ha truffato con la sola idea di vendicarsi, fino a quando, ritrovato Marcello e le sue complici, non decide di seguirli per non perdere l’occasione di riavere il suo risarcimento.

David, sognatore e persona semplice – quasi uno sfigato -, incastrato in una vita che non gli piace, da vittima assapora un modo di vivere completamente opposto alla realtà e si fa trasportare in questo gioco a quattro, diventando esso stesso un truffatore e fornendo alla banda il colpo da due milioni di euro a cui puntavano fin dall’inizio e che, guarda caso, è proprio il prodotto dell’azienda per la quale David lavorava.

Commedy action di come se ne vedono davvero poche in Italia, questo film del 2015 diretto da Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci, distribuito dalla Warner Bros. Pictures, ha sfiorato i due miolioni di incasso nella prima settimana di programmazione al cinema e ricevuto la candidatura ai David di Donatello come miglior film esordiente.

Un film con tante situazioni al limite del paradossale, alcune delle quali realmente successe, dove Marco Giallini ed Edoardo Leo, sono la fortuna di questo film, tanto bravi nella commedia quanto nell’impersonare il senso vero della storia a cavallo tra il fidarsi e il truffare.

La pellicola, divertente fino alla lacrime e con un cast davvero eccellente, però ha alla base un tema molto delicato: la fiducia.

David altro non è che la rappresentazione dei lavoratori giovani e precari di oggi, sognatori e di cui è facile farne beffa. Quelli che a un certo punto della propria vita, pronti a tutto pur di trovare la loro svolta, sono disposti a fidarsi degli altri diventando a loro insaputa marionette nelle mani di chi promette quel cambiamento tanto agogniato.

Marcello è invece un artista, un compositore della realtà che vive la magia dell’arte (del truffare) in modo poetico ed è un creatore di sogni. Quegli stessi sogni che David ha sempre accantonato in funzione di altro, che diventeranno la sua trappola e che, nella seconda parte della storia, gli faranno assaporare l’illusione di vivere proprio come avrebbe voluto, lui che ha sempre sognato di fare lo scrittore e vivere così come se fosse in un romanzo.

Il truffatore di questo film, invece, regala emozioni alle persone che diventeranno leggende – vedi la scena del (falso) provino al ristorante più paradossale che altro – , è una persona piena di inventiva, si guadagna da vivere in modo decisamente eccentrico, regalando fantasia agli altri ma tenendosi stretti i soldi, rappresentando così la falsità e l’egoismo che spesso si ritrovano nel mondo del lavoro.

Il personaggio di Marcello regala nei dialoghi del film delle vere chicche, dimostrando come il truffato debba supplicare (inconsapevolmente) per avere la sua truffa, credendo invece di essere sul punto di realizzare i propri sogni.

Quante volte, anche inconsapevolmente, ci siamo ritrovati in situazioni in cui, pur di arrivare al nostro obiettivo, abbiamo dato il massimo ricevendone in cambio solo un pugno di mosche? O peggio, non è mai capitato a nessuno di voi di impegnarsi strenuamente in qualcosa in cui si credeva davvero, ricevere una pacca sulle spalle o, addirittura, un rifiuto, vedendo poi quella nostra stessa idea messa in bocca ad altri?

Beh, il film rappresenta nel suo piccolo tante situazioni in cui ognuno di noi potrebbe trovarsi o, per  sfortuna, ha già testato sulla propria pelle con la differenza che questa storia ci ha fatto ridere,  ma nella realtà, sempre più spesso, la fiducia che riponiamo negli altri può essere strumentalizzata. 

A seconda poi di dove ci si posiziona in questo fantomatico gioco con gli altri,  quello che resta può essere la sensazione di “essere stati fregati” o quella di averne fatto un profitto per sè sulle spalle di qualcun altro. 

Insomma, dalla fiducia alla truffa è ‘n attimo e non è detto che dopo si riesca ancora a ridere.

Francesca Tesoro

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