“Un equipaggio sotto zero” di Chiara Abbate, Simone Bandini Buti e Manfredi Pedone

coversottozeroCosa ci fanno tre formatori aziendali al Circolo Polare Artico? No, non è una barzelletta, né la trama di un nuovo film nelle sale cinematografiche, ma il cuore di un appassionante diario di viaggio scritto dagli stessi protagonisti che, col medesimo coraggio che li ha portati ad avventurarsi tra i ghiacci del Polo, ogni giorno si addentrano nella Giungla che spesso può diventare il lavoro in un’azienda.

Chiara Abbate, Simone Bandini Buti e Manfredi Pedone, infatti, sono tre formatori e consulenti che, in seguito a percorsi differenti, hanno fondato CreAttività, una società specializzata in attività formative per enti e aziende. Per dimostrare quanto non conti né il dove, né il quando, ma solo la forza del team, hanno deciso di ripercorrere la rotta Nordovest lungo il Circolo Polare Artico, a cento anni dalla spedizione di Roald Amundsen, facendo di quest’avventura una originale metafora per spiegare l’importanza della coesione del gruppo in un’azienda. È proprio dal racconto, anche fotografico, scritto a sei mani che nasce “Un equipaggio sotto zero”, Lupetti Editore.

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Scritto proprio come doveva essere il diario di viaggio dei grandi esploratori del passato, questo emozionante resoconto è arricchito da riflessioni e parallelismi che affiancano le quotidiane difficoltà aziendali ai rischi che gli stessi Chiara, Simone e Manfredi hanno corso durante la loro avventura. Inoltre c’è un particolare approfondimento verso l’importanza di affinare le proprie capacità di adattamento di fronte ai continui e non sempre consapevoli cambiamenti ai quali ci può condurre un contesto aziendale, così come un deserto di ghiaccio.

La risposta più genuina a ogni difficoltà, secondo gli autori, non è altro che l’unione del gruppo di lavoro nel quale ogni componente può e deve concorrere per il raggiungimento degli obiettivi finali, mettendo a disposizione del team il proprio essere più profondo, fatto di abilità innate e acquisite, ma anche di aspirazioni personali e necessità di guida e riscontri quotidiani. Al racconto delle dirette esperienze di viaggio si affiancano box formativi che raccolgono le riflessioni dei protagonisti, facendo dell’avventura una similitudine con la realtà aziendale e non solo una vicenda fine a se stessa.

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Un aspetto particolarmente interessante per la singolare simmetria che crea tra la spedizione artica e il clima aziendale riguarda le complesse fasi di selezione, conoscenza e aggregazione del gruppo. Gli esercizi che l’equipaggio in partenza per il Polo deve affrontare mettono profondamente in discussione ogni componente e vanno ben oltre le singole capacità che rendono ciascun elemento importante per il benessere del gruppo e il raggiungimento dell’obiettivo finale. Proprio come in un’azienda, ognuno ha il proprio obiettivo personale, differente da quello finale al quale è interessata l’azienda stessa, anche all’interno dell’equipaggio ciascuno ha le proprie motivazioni a spingerlo verso un’avventura così rischiosa. Conoscersi, raccontarsi e rispettare le storie di ciascuno dei componenti del gruppo è il modo migliore, secondo gli autori, per rendere il gruppo protagonista e cementarlo con una calce che va oltre i risultati da raggiungere a medio e lungo temine.

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La grande emozione che i protagonisti di questo viaggio rivivono nel raccontarlo a noi lettori e al pensiero di condividere quest’esperienza coi propri colleghi e coi propri cari fa comprendere quanto il confine tra lavoro e vita privata sia pressoché impercettibile quando si è soddisfatti di ciò che si fa e ci si riesce a esprimere completamente, con la consapevolezza che la formazione in azienda va di pari passo con un approccio sistemico ai cambiamenti e, a volte, per dare la giusta scossa, deve coinvolgere tutti nel profondo. Dentro e fuori dagli open space. Dentro e fuori dalle aule. A costo di andare insieme fino ai confini del mondo… anche solo leggendo un libro.

Alessandra Rinaldi

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“The Judge”: quando essere un avvocato non è come nei film

Il mondo televisivo ci ha fatto prendere confidenza negli ultimi decenni con moltissime serie e film di successo sul mondo dell’avvocatura e dei tribunali. Alcuni brillanti e di successo, altri scanzonati oppure cinici e spietati. Maggiormente di provenienza americana, basate su fatti più o meno reali, in località geograficamente vere, molto più orientate al modo del crime piuttosto che a quello civile, la rappresentazione cinematografica dell’avvocato non sempre rispecchia la realtà, almeno quella italiana.

Per analizzare queste differenze e dimostrare che essere un avvocato non è come nei film, vi parlerò di un film che sicuramente avete visto: The Judge.


Nell’America dei giorni nostri, un padre e un figlio non hanno rapporti da anni, finché la donna della famiglia, madre per uno e moglie per l’altro, non muore improvvisamente.

Hank Palmer, interpretato da un ottimo Robert Downey Jr. è il figlio. Spregiudicato e disincantato avvocato trasferitosi a Chicago, definito dai colleghi senza il rispetto per la legge, incallito e formidabile difensore dei colpevoli.

Joseph Palmer, al secolo Robert Duvall, è il padre nonché giudice della piccola cittadina di Carlinville in Indiana, che per quarant’anni ne ha amministrato la giustizia con  estrema fermezza.

Sbrigate le formalità del funerale materno, Hank saluta i due fratelli Glen e Dale e decide di tornarsene nell’Illinois dove lo attendono la figlia e il proprio matrimonio in crisi.

Ma prima che il volo possa staccarsi da terra, arriva la telefonata che lo fa tornare indietro.

Il “Giudice”, come tutti chiamano il padre, è stato accusato di omicidio volontario.

Così lo scontro padre-figlio, non solo generazionale ma soprattutto affettivo, si gioca nel processo al primo che non ammette di aver sbagliato, con il secondo che fa di tutto per difenderlo, alla ricerca di una seconda possibilità.

La pellicola, uscita nelle sale nell’ottobre del 2014 e diretto da David Dobkin, è stato il film d’apertura del Toronto International Film Festival dello stesso anno.

Può considerarsi un buon procedural thriller, con scene profonde ed emozionanti dai dialoghi intensi, dove la sottigliezza glaciale di Duvall si alterna con l’ironia, a volte amara, e la velocità tipiche di Downey Jr.

Gli altri attori famosi presenti nel film, a partire da Vincent D’Onofrio, Jeremy Strong e soprattutto Billy Bob Thornton che condurrà l’accusa contro il Giudice, non sono mai un semplice contorno, ma con le particolarità dei loro personaggi, diventano il collante di questa storia appassionante ed appassionata, dove la ragnatela di ricordi e rancori tra i protagonisti finisce per dissolversi…o forse no.

Emblematica è la scena finale dove….No, non è il momento di svelare il finale!

Ma quanti di voi sanno cosa realmente fa un avvocato e cosa significa essere un avvocato?

Da persona che frequenta questo ambiente ormai da diverso tempo, ho capito due cose: la prima, che tutto quello che si studia sui banchi dell’università serve a ben poco nei corridoi di un tribunale, la seconda, forse la più dura da digerire, è che in questo ambiente se vuoi sopravvivere e diventare un bravo professionista, non basta la tua caparbietà e il sacrificio, ma bisogna farsi squali più grandi e prima degli altri per non diventare la preda altrui. Si, è così.

Eppure non bisogna pensare che intraprendere questa professione debba significare per forza trasformarsi in una cattiva persona, ma il sistema italiano di certo non aiuta a svolgere con tranquillità forse uno dei mestieri più belli e sicuramente al servizio degli altri.

Tornando alla realtà, sono la prima a immaginarmi ad occhi aperti, seduta sul divano, nei legal drama che mi piace seguire, dove tutto fila sempre liscio, le persone ti ascoltano, i casi sono mediamente di facile e celere risoluzione oltre che affascinanti.

Soprattutto adoro le aule dei tribunali americani, pulite, luminose, ordinate, dove hai tutto il tempo per parlare ed essere ascoltato in un silenzio quasi irreale.

In Italia a volte le aule non sono altro che una stanza disordinata e piena di gente che si accalca in attesa del proprio turno, pronti a scalciare se qualche collega vuole fare il furbo e passare avanti, con il giudice seduto ad una normale scrivania che, con carta e penna, scrive di proprio pugno quanto gli viene detto dagli avvocati, dovendo in certi casi richiamare il silenzio dei colleghi che sono più chiassosi di una scolaresca in gita.

Penso che Essere un avvocato e non fare – mi permetto di dire – è un mestiere molto complicato e, personalmente, non mi basta essere associata ad un solo termine che è (anche) una qualifica professionale oltre che sociale.

Per me l’Avvocato è un machiavellico stratega e burocrate dal volto umano, studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore, paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore. Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Questo significa essere un avvocato.

La traduzione materiale di queste poche righe dense di significato, è quella di chi esce al mattino e arriva alla sera sperando che tutti i suoi orari programmati siano stati rispettati, perché gli orari per l’avvocato non sono mai garantiti.

Machiavellico stratega e burocrate dal volto umano […] paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore.

L’avvocato è prima di tutto una persona che interagisce con il cliente, deve ascoltare l’altro e capire la reale entità del problema e mentre lo si ascolta, già avere davanti a sé la capacità di prospettare soluzioni obiettive, da spiegare chiaramente al cliente ma da non far intuire alla controparte.

Dal cliente bisogna ottenere la fiducia, dalla controparte il rispetto per il proprio operato, sempre leale e mai fatto di inganno.

[…] Studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore[…].

L’avvocato è colui il quale passa le ore a studiare per essere preparato ed aggiornato, perché l’università e i suoi esami, la pratica forense e l’esame di abilitazione non sono mai abbastanza.

È una persona che perde gli occhi tra manuali, codici delle leggi e lo schermo del computer per cercare il cavillo dal quale far scintillare la vittoria per il proprio cliente o per far pendere il convincimento del giudice dalla propria parte.

L’avvocato deve essere un ottimo oratore, di quelli ai quali non si secca mai la bocca, che con caparbietà e semplicità spiega il proprio punto di vista, dimostrando come sia quello della ragione, senza mai alzare il tono della voce.

Allo stesso modo deve sapere scrivere non (solo) con frasi fatte ma mettendoci del proprio perché la lettura del giudice sia semplice, completa,  intuitiva e scorrevole.

[…]Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Perché le giornate di un avvocato sono fatte di frenetiche ed infinite attese tra i corridoi del tribunale mentre si corre da una parte all’altra per tutte le udienze fissate nella stessa giornata, aspettando che la burocrazia faccia il suo corso assecondando rinvii temporali inconcepibili, in attesa del collega di controparte con il quale si cerca di raggiungere un accordo, del cliente che viene e ti confida tutta la sua vita oppure che all’ultimo momento ti fa saltare l’appuntamento, soprattutto quando è il momento di darti i soldi pattuiti per il lavoro svolto.

Essere un avvocato è una bella professione.

Se ti pagano, bellissima. Se ti pagano in anticipo, ottima. Se ti pagano con soldi veri e non in abbracci, polli, cambiali o banconote del monopoli, allora stai sognando.

Essere un avvocato, significa arrivare a sera povero di energie ma felice di aver trovato la giusta soluzione per qualcun altro, anche se, a differenza di quelli che si vedono in televisione, magari ti sono rimasti solo cinque euro nel portafoglio.

Per cui, per gli avvocati,  non è come nei film.

Francesca Tesoro

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Cosa possiamo “raccontare” per vivere positivamente un colloquio di lavoro

“Mamma, perché non scrivi qualcosa che possa suggerire a chi cerca lavoro come presentarsi ai colloqui di selezione?”
“Io non sono una specialista di selezione, non saprei cosa suggerire…”
“Ma se fai selezione da quasi quaranta anni!” 

Forse è vero. In fondo è proprio facendo un mestiere che si impara a farlo. Ma quando possiamo davvero dichiarare che lo abbiamo imparato? Quando possiamo definirci specialisti e quindi iniziare a trasmettere il nostro sapere?
Non è facile rispondere a queste domanda, ecco perché, da una domanda apparentemente banale fattami da mia figlia, quello che prima mi era sembrato strano e inopportuno, ora, invece, diventa un obbiettivo: utilizzare l’esperienza per tramandare conoscenza.

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Sicuramente tanti, forse mille o più, saranno i testi che, tra Web e manuali, trattano il tema di come, soprattutto i giovani, si pongano alla ricerca di un posto di lavoro e di come si propongano ad un colloquio.
Uno, però, di recente, mi ha colpito ed è quello di Beppe Severgnini del 6 luglio 2017, numero 27 dell’inserto “7” del Corriere della Sera, dove l’autore sottolinea un atteggiamento molto comune tra i giovani aspiranti ad un posto di lavoro che non considerano l’importanza di una adeguata preparazione al momento del colloquio, portando così il confronto tra i due protagonisti, il candidato e l’azienda, a un livello di improvvisazione e quindi di scarsa attenzione.
Gli Italiani sono noti per la loro alta capacità di Intuizione, scrive Severgnini, e condivido come forse in questa sfera non siamo secondi a nessuno, ma è sul tema della preparazione che ci perdiamo, tanto da apparire superficiali e non solo ingenui per la giovane età.
Cosa suggerire, quindi, affinché il momento del confronto durante il colloquio sia costruttivo, indipendentemente dal risultato? Quale manuale possiamo far leggere ai giovani professionisti del futuro per migliorare il loro approccio alla selezione in azienda?
Da anni si assiste a un crescente uso di test che agiscono in modo preliminare per “snellire” il numero dei candidati alle varie posizioni lavorative, ma cosa succede quando dalla simulazione si passa alla reale presentazione di sé, dei propri sogni e, soprattutto, delle proprie abilità culturali?
Cosa dobbiamo imparare come candidati e cosa le Aziende e i “selezionatori” tengono in considerazione quando finalmente si giunge al momento di conoscenza diretta?
Ogni realtà lavorativa costruisce e differenzia i propri processi di selezione rispetto al modello di business nel quale è inserita e alle competenze che ricerca nei ruoli vacanti. Ecco perché è fondamentale informarsi circa le caratteristiche della realtà lavorativa alla quale mi sto proponendo, per capire cosa delle mie particolarità compiute o in divenire possa essere presentato durante il colloquio.
Il segreto sta nell’individuare gli elementi di valore che possono rendere interessante agli occhi dell’altro la mia candidatura, costruendo conseguentemente la mia storia personale in funzione del messaggio che voglio far giungere e comprendere alla persona che sto incontrando.

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Un colloquio di selezione, quindi, si costruisce sulla base di due elementi:

una profonda conoscenza di sé in termini di competenze acquisite in funzione dei desideri personali che si sono sviluppati nel corso degli anni di studio o di lavoro svolto,
una buona conoscenza del contesto aziendale al quale ci rivolgiamo in termini di modello di business, immagine sul mercato e storia aziendale, informazioni oggi facilmente reperibili sui Media.

L’abilità che dobbiamo dimostrare al nostro interlocutore è quella di far convergere questi due elementi nella descrizione del nostro io.
Costruire una immagine di sé non vuol dire dare spazio a profili professionali inesistenti o velleitari ma individuare le caratteristiche che realmente possono interessare in funzione del contesto e del ruolo e finalizzare il nostro racconto in base a questo.
Un ruolo fondamentale possono avere le domande: rispondere alle domande con coraggio e determinazione dimostra maturità: indispensabile elemento per ogni buona prestazione lavorativa.
Se inoltre ci viene dato lo spazio necessario, o addirittura ci viene richiesto, fare delle domande farà capire il nostro interesse e la reale motivazione all’opportunità proposta.
La domanda è la vera chiave per conoscersi, sia quelle che riceviamo, sia quelle che poniamo, perché durante il colloquio non solo l’azienda ha la possibilità di conoscere noi e le nostre esperienze, ma anche noi abbiamo la possibilità di capire se realmente il lavoro proposto e la realtà che ci sta accogliendo sono quanto di meglio e di più opportuno possiamo aspirare.
Le Domande che riceviamo ci confermano cosa l’azienda sta ricercando, le risposte a quelle che noi poniamo e la conseguente percezione che il nostro interlocutore ci mostra, ci possono far capire elementi di cultura aziendale e la considerazione che l’azienda ha delle sue persone: la risorsa più pregiata.

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L’equazione che Beppe Severgnini nel suo articolo poneva a guida della sua analisi era:

I + I = I
Intuizione + Impreparazione = Improvvisazione

Quale strumento educativo da applicare a questa, purtroppo troppo spesso, formula comportamentale, vorrei proporre una lettura alternativa:

I + I = I
Intuizione + Impegno = Ingaggio

ingaggio

Dove con Intuizione confermo la capacità, forse tutta latina, di non scoraggiarsi di fronte all’imprevisto o all’ignoto ed avere il coraggio di argomentare e affrontare le varie situazioni con una buona dose di fiducia in se stessi.
Con Impegno, invece, dobbiamo intendere la capacità di approfondire con tenacia e sacrificio lo studio della situazione. Costruire modelli di riferimento, sviluppare cultura e quindi attenzione a quello che ci circonda, al quale teniamo ed al quale vorremmo legarci per la nostra professionalità futura.
Solo grazie a questo tipo di impegno potremo mostrare davvero il nostro valore e il contributo che saremmo capaci di dare e dimostrare che siamo proprio noi la persona che stanno cercando.
Ingaggiamo l’altro in funzione dell’impegno che sapremo dimostrare di aver messo nella comprensione di quanto ci viene presentato e della nostra reale motivazione a credere nel ruolo proposto.

ingaggio
Tanti anni fa quando altre, ma pur sempre forti crisi economiche turbavano il mondo del lavoro, ricordo una giovane laureanda che, alla domanda: “Lei cosa vorrebbe fare al nostro interno?”, rispose al selezionatore con un sorriso ingenuo, ma non superficiale: “vorrei tanto fare il suo lavoro…”.
E non era un sogno. Era quasi un miraggio! La possibilità di raggiungere una meta percepita così lontana e irraggiungibile, da spingermi, ancor oggi, a dire che forse non sono ancora così brava a fare selezione. Devo sicuramente leggere quel testo o frequentare quel corso o parlare con quello specialista o…

Maria Tringali

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“Tra le nuvole”: storia semiseria di un tagliatore di teste

Quante volte, guardando un film in cui i protagonisti svolgono mestieri che ci sono familiari, abbiamo esclamato: “Ma è tutto finto, le cose non vanno affatto così…”? E quante altre i personaggi delle nostre pellicole preferite hanno stuzzicato la nostra immaginazione, facendoci pensare: “Potessi fare anche io quel mestiere, la mia vita sarebbe diversa…”?

Riprendiamo il nostro viaggio all’interno del mondo del lavoro e delle varie sfaccettature del cambiamento che caratterizzano le nostre capacità di adattamento ai contesti più vari, iniziando un nuovo percorso che ci porterà ad analizzare alcuni tra i film più amati o odiati dal pubblico, per domandarci quanto le professioni svolte dai vari protagonisti siano raccontate in modo verosimile e quali siano, invece, le eventuali licenze poetiche che registi e sceneggiatori si sono concessi, a seconda dei luoghi di ambientazione e di produzione delle storie.

La pellicola che esamineremo oggi è “Tra le nuvole”, un film prodotto negli Stati Uniti nel 2009, diretto da Jason Reitman e che ha per protagonista un sorprendente George Clooney che veste i panni di un cinico manager di professione “tagliatore di teste aziendale”. Il film ha ottenuto un buon riscontro sia da parte della critica, sia da parte del pubblico delle sale, ed è stato premiato, tra le altre, dalla candidatura a ben sei Premi Oscar 2010, come Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore Protagonista e non e Miglior Sceneggiatura non originale.

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La storia racconta la vita di Ryan Bingham, interpretato proprio da George Clooney, esperto dirigente d’azienda che gira il Mondo, ingaggiato dalle compagnie più disparate, per occuparsi di sistemare gli esuberi aziendali, gestendo i periodi di crisi licenziando il personale in eccesso. Bingham è un uomo apparentemente impassibile, che è considerato un guru nel suo mestiere e lo svolge metodicamente, senza mai lasciarsi prendere dalle emozioni. Vive perennemente in viaggio, collezionando carte fedeltà e miglia aeree, e non ha affetti ai quali appoggiarsi, convinto di non averne affatto bisogno. È proprio questo infatti, che lo fa sentire realizzato nel suo mestiere: non avere legami e non sentirsi mai a casa in nessun luogo, abituato com’è a passare da una camera d’albergo all’altra. Le certezze del signor Bingham saranno pericolosamente incrinate da due fatti fondamentali che accadono nella storia: l’incontro con una donna che sembra condurre una vita molto simile alla sua, con cui avrà una storia d’amore e, ancor di più, un inaspettato cambiamento proprio all’interno della sua stessa azienda, che lo metterà profondamente in discussione. Natalie, infatti, una giovane neoassunta, ha ideato un sistema per effettuare i licenziamenti anche a distanza per via telematica, grazie allo schermo di un computer, il che taglierebbe i costi dei viaggi dei vari impiegati, eliminando, però, la componente che più fa sentire Ryan libero di esprimere se stesso nel proprio mestiere. Convinto che, anche per mandare a casa qualcuno, sia necessario incontrarlo di persona, non nascondendosi dietro a un monitor, Ryan inizierà un aspro confronto con la giovane collega, destinato ad avvicinare due realtà generazionali apparentemente inconciliabili, ma che, di fatto hanno bisogno l’una dell’altra per crescere.

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Oltre al risvolto narrativo piuttosto interessante e sceneggiato con delicatezza e trasporto, godibile grazie all’ottima interpretazione degli attori protagonisti, ciò che ci interessa analizzare è proprio la figura aziendale del cosiddetto tagliatore di teste.

Chi è realmente un tagliatore di teste? E quanto la storia narrata nel film corrisponde alla realtà dei fatti oggi come nel 2009 ad inizio di questa interminabile crisi economica?

Iniziamo col constatare, innanzitutto, che, ad eccezione di alcune similitudini con quanto accade nel film, la realtà delle aziende italiane è molto diversificata, nonostante la globalizzazione abbia uniformato molto i ritmi e le dinamiche di lavoro in tutto il mondo, soprattutto nei contesti delle multinazionali. Spesso, anche in Italia, per gestire situazioni di cambiamento aziendale che portano a una consistente riduzione del personale, ci si serve di esperti esterni, proprio come il protagonista del film, soprattutto in grandi aziende e quando il numero di posti da tagliare è così elevato, da essere considerata l’extrema ratio. Le reazioni degli interessati di fronte alla perdita del proprio lavoro sono le più disparate e imprevedibili, sia per quanto riguarda il singolo, sia per quel che concerne i gruppi di lavoro, l’azienda nel suo insieme e non meno ogni suo indotto. Tuttavia bisogna osservare che, rispetto al periodo in cui il film fu girato, proprio all’inizio della crisi economica che ci sta attanagliando ormai da quasi un decennio, la precarietà ha generato in molti microclimi lavorativi un curioso e forse inaspettato risvolto della medaglia. È senza dubbio vero che, al giorno d’oggi, se abbiamo un lavoro, vogliamo tenercelo stretto, ma, nello stesso tempo l’insicurezza dilagante e la continua pretesa di elasticità stanno cambiando la cultura delle nuove generazioni rispetto alla stabilità del posto di lavoro. Per farla breve: è normale perdere il lavoro, tanto quanto normale è chiudere rapporti di lavoro, se si è in grado di condurre correttamente la trattativa. Ecco, dunque, che questa capacità di congedare chi non è più funzionale all’azienda è sempre più richiesta anche all’interno dell’azienda, a prescindere dalla grandezza e dalla complessità dei contesti e tende, probabilmente, ad essere gestita sempre più internamente, senza ricorrere alla figura di consulenti esterni e di Società esperte. Insomma, sembra quasi che non ci sia più bisogno del supereroe George Clooney di turno per gestire situazioni che oggi viviamo più come regola e sempre meno come eccezione.

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Un secondo aspetto interessante, all’intero del film, dal punto di vista delle dinamiche aziendali, è il rapporto tra il cosiddetto senior, interpretato da Clooney, il manager esperto, abituato a eseguire il proprio lavoro sistematicamente, e la figura junior, la giovane neoassunta Natalie, convinta che gli interessi di produzione aziendale debbano essere considerati al di sopra di ogni altra esigenza, accantonando il più possibile ogni risvolto personale. Quando Natalie propone al Direttore dell’azienda di lavorare avvalendosi del Web, tagliando i costi delle trasferte, lui ne è entusiasta. Ma sarà la stessa Natalie, affiancata da Bingham durante il trainer, a rendersi conto che il tagliatore di teste è sì uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, come si dice, e per questo, spesso, è necessario essere presenti anche fisicamente laddove si sta operando, senza potersi nascondere dietro una tastiera. Anche questo aspetto, nella realtà di tutti i giorni, è cambiato nel corso degli anni e sta continuando a mutare. Così come siamo sempre più avvezzi alla facilità con cui oggi si può perdere un posto di lavoro, allo stesso modo le modalità con cui si viene licenziati stanno evolvendo. La deontologia può essere diversa a seconda delle aziende, ma la tecnologia è sempre più prepotentemente presente nelle nostre vite, tanto private, quanto lavorative. Quindi, tra e-mail e web conference, potrebbe non stupire il fatto di poter essere licenziati via Web, proprio come si può essere lasciati dal fidanzato via SMS, come accade alla povera Natalie nel film…

A far riflettere, quindi, è l’aspetto emotivo che oggi come nel 2009, interessa le dinamiche di relazione tra il cosiddetto tagliatore di teste e il lavoratore. Il personaggio interpretato da Clooney è convinto che essere privo di affetti lo renda immune dalle emozioni degli altri, tanto che la sua capacità di far andare via contenti i poveri malcapitati presenti nella sua lista nera, quasi come se perdere un posto di lavoro fosse un’opportunità di rinascita e non una sconfitta, gli permette di proporsi come life coach e di fare conferenze in tutti gli Stati Uniti, tra un viaggio e l’altro. Il suo cavallo di battaglia è il discorso dello zaino. Bingham chiede a tutto il pubblico di immaginare di avere uno zaino sulle spalle e di metterci dentro tutte le persone più o meno importanti che fanno parte della loro vita quotidiana provando a pensare a quanto peserebbe e a quanto tutto sarebbe più facile senza trascinarsi dietro il peso delle relazioni e di quelli che lui definisce compromessi. Bingham è circondato ogni giorno da decine di persone, ma in realtà è solo ed è proprio questo che ne umanizza la percezione che lo spettatore ha di lui. Nonostante il suo cinismo e il suo mestiere antipatico, chi guarda il film si affeziona a lui. Ma è facile intravedere le debolezze di qualcuno dall’altro lato di uno schermo. Come fare nella realtà? Come fare quando l’altro è collega? Il fatalismo e la rassegnazione della lunga crisi che ci accompagna ormai da anni possono venirci in aiuto e davvero darci la capacita di vivere il nostro ruolo, sia esso quello del tagliatore, sia esso quello del lavoratore? Sono solo un ammortizzatore passeggero, un antidoto alla sofferenza o un nuovo modello sociale? Siamo squali, come dice Clooney nelle sue conferenze, destinati a vivere alla giornata in un mare pieno di pericoli? O, più semplicemente, esseri umani in grado di scegliere cosa mettere nel proprio zaino?

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E noi, nuove generazioni, come stiamo imparando a scegliere?

Alessandra Rinaldi

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