Sistema Scuola: Scautismo, un movimento che rende i ragazzi protagonisti

Dopo aver analizzato dettagliatamente come è composto il Sistema Scuola  nel nostro Paese, avendo dato voce a ciascuno dei protagonisti che lo vivono quotidianamente, continuiamo il nostro viaggio in questa realtà che abbraccia mondo del lavoro, della cultura e della civiltà nel senso più profondo del termine, esaminando alcuni esempi di sistemi educativi, sia scolastici, sia parascolastici, che mettano al centro i ragazzi e siano caratterizzati da un approccio sistemico collaudato e ben definito.

La prima metodologia alla quale ci siamo dedicati, sempre attuale e innovativa, nonostante le sue origini risalgano ormai ai primi del Novecento, è lo Scautismo, una realtà che, da sempre, si focalizza sullo sviluppo sano ed equilibrato dei ragazzi, sia come singoli individui, sia come componenti di un gruppo forte e coeso.

Premesso che nel mondo ci sono oltre 38 milioni di bambini, ragazzi e adulti, donne e uomini, che, in 216 paesi e territori del mondo sono scout, che cos’è lo Scautismo?

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Si tratta di un movimento educativo non formale, promosso e composto da giovani, che si propone come obiettivo la formazione integrale della persona secondo i principi ed i valori definiti dal suo fondatore Lord Robert Baden-Powell, e risulta essere, ancora oggi, la più numerosa forma di associazionismo trasversale presente al mondo e con la maggior diffusione territoriale.

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La particolarità dello Scautismo è l’essere un vero e proprio stile di vita che impegna i bambini dagli otto anni in poi, promuovendo la loro educazione fino alla maggiore età e oltre, attraverso un metodo che cresce con il crescere del bambino, fatto di fantasia e simbolismo, gioco e condivisione, avventura e vita all’aria aperta, di vita comunitaria e di servizio agli altri, senza mai discostarsi dal principio educativo dell’imparare facendo, della fraternità e dell’essere di esempio agli altri attraverso il trapasso delle nozioni.

Al centro dello Scautismo c’è sempre il ragazzo, che per ogni fase della propria crescita, vive la metodologia scout nel contesto delle unità di appartenenza che rispecchiano la maturità personale e sociale del singolo, calando su di esso gli strumenti appositamente individuati per favorire lo sviluppo psicofisico del singolo in un contesto di vita comunitaria a stretto contatto con gli altri e con la natura, sotto la guida di capi adulti volontari e formati.

Il metodo Scout prevede la divisione in fasce d’età chiamate Branche.

Dagli otto agli undici anni le bambine e i bambini vivono l’appartenenza al Branco o al Cerchio, come Lupetti o Coccinelle dove, attraverso i racconti del Libro della giungla riadattato dallo stesso Baden-Powell o quelli appartenenti al libro Sette Punti Neri scritto da Cristiana Ruschi Del Punta, vivono la loro crescita in un ambiente fantastico che li guida e li conduce all’adolescenza.

Attraverso questi racconti ed il loro simbolismo, vengono forniti al bambino una serie di spunti ed insegnamenti pedagogici che lo accompagnano fino al passaggio nella branca successiva, divenendo e rimanendo una parte fondamentale di sé, ispirandoli ed invogliandoli, seppur nel rispetto della loro età, a porsi come esempio per i più piccoli, a condividere esperienze di vita, a coltivare i propri talenti.

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Dai dodici ai sedici anni le ragazze e i ragazzi vivono l’esperienza del Reparto, come Guide o Esploratori, i quali suddivisi in sottogruppi monosessuali e trasversali chiamati Squadriglie, fanno esperienza di vita comunitaria e a contatto con la natura, in stile avventuroso, specializzandosi secondo le proprie abilità ponendole al servizio di tutti gli altri, secondo i valori della scoperta, dell’essere competenti e responsabili, tanto di sé quanto di chi gli viene affidato.

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Con lo scadere dell’adolescenza, gli Esploratori e le Guide, vengono accolti nel Clan come Rovers e Scolte, creando come amava definirla Baden-Powell “una fraternità all’aria aperta”. I ragazzi divenuti ormai adulti in questa branca sono chiamati a vivere pienamente il servizio verso gli altri, il cammino e la vita di comunità, che li condurrà al momento più importante per uno scout, la Partenza o l’Uscita, che segnano il termine del loro cammino come educandi.

A tale punto della propria vita Scout, il singolo può scegliere liberamente se aderire pienamente al Patto Associativo e diventare a propria volta un educatore, pronto a svolgere il proprio servizio in modo pieno e volontario, oppure può decidere di dedicare la sua vita ad altre forme di volontariato.

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Divenuto ormai adulto, il bambino o il ragazzo che aveva iniziato e decide di continuare a giocare il gioco dello Scautismo, diventa un Capo, ponendo se stesso al servizio della Comunità Capi che lo accoglie e che lo guida nello svolgimento delle attività con i ragazzi e nell’iter di formazione personale, per diventare un capo formato e competente.

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La bellezza dello scautismo sta nel fatto che, pur identica per tutti i ragazzi del mondo, è vissuta nei diversi contesti culturali e religiosi, perché i suoi principi ispiratori restano, nonostante siano passati più di cento anni, universali e sono sintetizzati nella Promessa, nella Legge Scout e nel Motto che rendono milioni di persone Fratelli e Sorelle in tutto il mondo, passando oltre qualsiasi differenza. Attraverso la Promessa e la Legge Scout il ragazzo non solo “entra a far parte della grande famiglia degli Scouts”, ma si impegna di fronte al mondo, forte della fiducia che sente riposta in lui e della libertà con cui aderisce a questo ideale, per giocare un ruolo responsabile nella vita, mettendo in gioco il suo onore, pronto a camminare lungo questa strada impegnativa, con la consapevolezza che l’importante non sarà mai l’essere arrivato ma fare del proprio meglio.

“Una volta scout, sempre Scout”

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Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Insegnanti e Territorio

territorio 1Continua la nostra indagine sul campo circa il mondo della scuola come sistema composto da tanti organi che formano un unico corpo che deve essere il più sano e forte possibile. Dopo aver affrontato i punti di vista di studenti, generazioni di insegnanti e personale non docente, torniamo ad ascoltare gli educatori per capire quanto la scuola di oggi, sempre più propensa verso tecnologia e progresso, sia effettivamente integrata e ancorata sul territorio su cui sorge e opera. Come ogni organismo vivente, infatti, non può prescindere dalle condizioni ambientali in cui nasce e proprio a queste deve adattarsi, se vuole vivere ed evolversi, altrettanto dovrebbero fare i singoli istituti scolastici. La conoscenza e la consapevolezza del background che li circonda è fondamentale affinché ogni sistema scuola funzioni e sappia ascoltare e valorizzare ogni suo prezioso componente.

I testimoni di oggi sono Ilaria e Laura, due insegnanti di ruolo di scuola dell’infanzia e primaria nel pieno della loro carriera lavorativa, che operano in due piccole realtà del centro Italia, tra il Lazio e la Toscana, non lontano dai rispettivi Capoluoghi di Regione. Anche questa volta, per garantire la loro riservatezza, le chiameremo con nomi di fantasia, senza specificare luoghi e istituti scolastici di provenienza, riportando, tuttavia, fedelmente, quanto raccontato dalle insegnanti nelle interviste che seguono.

Dalle risposte che Ilaria e Laura hanno dato alle nostre domande si deduce che l’analisi dell’attaccamento effettivo al territorio da parte degli istituti scolastici può essere fatta da due punti di vista: esaminando il fattore ambientale naturale, da una parte, e quello antropico e culturale, dall’altra. I bambini e i ragazzi di oggi, infatti, vengono sensibilizzati dalla scuola, non senza impegno e fatica, a prestare maggiore attenzione e rispetto, sia verso l’ambiente naturale che li circonda e nel quale la loro scuola sorge fisicamente, sia verso il contesto umano che caratterizza le loro origini come cittadini, e quindi studenti, su un determinato territorio. Le principali difficoltà di integrazione verso questi obiettivi, oltre alla solita ingombrante burocrazia, sono non solo le situazioni familiari complicate di molti ragazzi difficili da coinvolgere nelle varie attività, ma anche l’alto numero di studenti provenienti da altri Paesi e quindi portatori di altre culture e tradizioni, presenti in un numero sempre maggiore e che, quindi, non è possibile ignorare. Al di là degli aspetti politici, la vera sfida della scuola del futuro, dunque, in ogni luogo e grado, è proprio far sentire tutti studenti e cittadini allo stesso livello e sullo stesso piano ragazzi che provengono da situazioni molto diverse tra loro e che hanno bisogno, assieme ai loro stessi insegnanti, di percepire la scuola come un faro in mezzo alla nebbia dei nostri tempi difficili.

 

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Ilaria: La scuola è un luogo salubre e sereno in cui i bambini si aprono a nuove esperienze, lontano dai genitori. Imparano a vivere in una nuova “Società”, diversa dalla famiglia. Mi è sempre piaciuto insegnare. Fin da ragazzina aiutavo i miei compagni di scuola a fare i compiti, poi, crescendo, affiancavo i ragazzi nello studio e nella preparazione di interrogazioni ed esami. Lavorare nella fascia d’età 3-6 anni è molto gratificante. Diventi una figura fondamentale per i bambini, quasi una seconda mamma e per me che non sono mai diventata madre… beh, mi riempie il cuore di gioia! Mi sento utile e gratificata; vedo i loro progressi di giorno in giorno, crescono imparando i sani principi che spero li accompagnino per tutta la vita. Spesso però, purtroppo, i bambini, diventando adulti ed entrando in contatto con insegnamenti sbagliati, prendono strade non sempre “raccomandabili”, ma io credo ancora e molto nel mio lavoro e non mollo. Lotterò sempre per insegnare solo “cose giuste e belle”, come dico ai miei bambini, affinché diventino degli adulti sereni ed equilibrati.

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Laura: Oggi la scuola è un grande punto di riferimento per i ragazzi, soprattutto la scuola primaria dove si apprendono le basi. Tutto sembra dissolversi con troppa facilità oggigiorno: gli affetti, le famiglie, tuttavia la scuola resta ancora una struttura presente, per quanto sgangherata. La cittadina in cui lavoro io potrebbe essere vista come una “zona di confine”. L’istituto in cui opero è tra i primi in Italia per numero di stranieri, oltre che di alunni BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) e quindi l’integrazione è per noi una sfida quotidiana e va oltre la didattica. Molti dei nostri bambini trovano stabilità e serenità solo all’interno delle aule, perché fuori le situazioni di vita sono difficili persino per gli adulti che si trovano ad affrontarle. Ho intrapreso questa carriera perché ci ho sempre creduto, anche se inizialmente non ho fatto studi di indirizzo. Quello coi bambini è uno scambio continuo. Noi docenti insegniamo la didattica, ma dai ragazzi impariamo qualcosa di più profondo sulla nostra natura umana, sia nelle classi, sia nei singoli rapporti che si instaurano. È stato proprio questo a spingermi a fare di questa passione una professione, acquisendo tutti i titoli e le competenze che mi avrebbero permesso di sviluppare la mia professionalità. Sono stata precaria per moltissimi anni in scuole private e, oggi che sono docente di ruolo in un istituto statale, ho raggiunto maggiore equilibrio, ma di sicuro ogni giorno a scuola è diverso dall’altro. Quando entri in aula ci sono tante difficoltà da affrontare, è stancante e le delusioni sono quotidiane, ma quel che resta dentro è sempre il riscontro che si ha dai ragazzi, dalle esperienze che si fanno insieme e che si condividono. La delusione più grande però, soprattutto rispetto al “mondo esterno”, è il mancato riconoscimento della nostra figura di insegnanti. In troppi criticano il nostro operato, senza sapere cosa significhi fare il docente. Non ci si improvvisa insegnanti, si studia e ci si tiene continuamente aggiornati, andando anche oltre le nozioni che si passano ai ragazzi. Ma, nonostante ciò, spesso subiamo giudizi ingiusti e ingiustificati che non fanno bene agli studenti e all’intero sistema.

 

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri quotidianamente nel tuo percorso?

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Ilaria: Abbiamo a che fare quotidianamente con tanta burocrazia. Deleghe dei genitori, verbali per i collegi, programmazioni, infortuni, autorizzazioni alle gite, privacy, piano sicurezza, aggiornamento delle graduatorie, ricostruzione della carriera, domande di trasferimento… A volte non mi sembra di fare l’insegnante, ma di lavorare in un ufficio pubblico tra le scartoffie. Un’altra piaga è la continua mancanza di fondi anche per i beni di uso quotidiano (come carta igienica, sapone per le mani, carta assorbente), figuriamoci, poi, per corsi di aggiornamento o materiali di largo consumo quali colori, fogli di carta, materiale didattico in generale, fotocopiatrice, e così via. A tutto ciò si aggiunge una diffusa mancanza di rispetto per il nostro lavoro. Troppo spesso il nostro ruolo è sottovalutato. Chi non fa questo mestiere pensa che noi lavoriamo solo cinque ore al giorno, che abbiamo tanti giorni di ferie, che cantiamo e giochiamo tutta la giornata, insomma che sia una passeggiata. È vero che all’interno del plesso scolastico io sto per cinque ore al giorno, ma a casa lavoro ancora per cercare informazioni e materiali e strutturare le lezioni che affronterò poi in classe. Per quanto riguarda le ferie non possiamo scegliere il periodo per usufruirne e, qualora riuscissimo a prenderle durante l’anno scolastico, (per un massimo di sei giorni), dobbiamo supplicare il Dirigente che ce le accordi e trovare noi stesse una sostituta, perché non devono esserci carichi economici per la scuola.

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Laura: A livello strutturale gli edifici scolastici della nostra zona e dell’Italia intera sono in situazioni disastrose e spesso pericolose. Abbiamo solai che ci crollano in testa, fognature allo stremo e aule senza neppure il necessario. Ma anche tutto ciò che riguarda la didattica e la programmazione non tiene conto realmente delle difficoltà che gli insegnanti hanno in cattedra, ogni giorno. Spesso le problematiche esterne che hanno i ragazzi e le loro famiglie non ti permettono di seguire alla lettera i programmi del Ministero, perché la scuola è vita e deve trasmettere anche i mezzi per affrontare le difficoltà o oltre alle materie di studio. Forse è proprio questo scollamento la maggior criticità dei nostri tempi.

 

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

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Ilaria: Noto che faticosamente la scuola cerca di stare al passo con i tempi, soprattutto nell’aggiornamento degli insegnanti per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ora che mi trovo a lavorare lontano dalla mia città d’origine sto frequentando diversi corsi per la scuola digitale, ma negli anni passati, quando ha lavorato vicino casa, questo non è mai avvenuto. Forse perché dove mi trovo ora si è capito quale sarà il futuro della scuola e si è riusciti a guardare oltre e ad essere più lungimiranti. Ormai i bambini nascono con una mentalità volta all’informatica e al digitale e la scuola dovrebbe utilizzare questo canale informativo per insegnare ai propri alunni.

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Laura: Devo essere sincera: nella mia carriera di insegnante ho visto più passi indietro, che in avanti. Si prova a fare tanto, un po’ di tutto per l’esattezza, ma l’“essenziale” manca sempre e, alla fine, anche quel poco che si è fatto, si dimentica. Un tempo i programmi erano meno corposi, ma si andava di più al cuore dei concetti, senza contare che, i ragazzi di oggi hanno una soglia di attenzione molto più bassa ed è difficile coinvolgerli organizzando in modo sistematico il lavoro con tanti alunni, ognuno con la propria particolarità. Forse sarebbe meglio sfrondare i programmi, lasciando le basi e una più ampia libertà ai docenti di organizzarsi anche in base alle esigenze delle singole classi per non lasciare indietro nessuno. L’informatizzazione c’è, ma non è la LIM, ad esempio, che fa la differenza all’interno delle classi. Ormai tutti i ragazzi hanno uno smartphone a disposizione e spesso sono loro a insegnare qualcosa a noi in questo senso.

 

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di donna e insegnante e perché.

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Ilaria: Ci sono così tanti episodi che mi sono rimasi nel cuore, che sarebbe difficile sceglierne solo uno. Sarebbe un torto a tutti quei bambini che, ognuno a loro modo, hanno contribuito alla mia crescita come insegnante ed educatrice. Naturalmente ci sono anche ricordi spiacevoli, momenti di difficoltà, spesso legati alla precarietà di questo mestiere, ma a restare maggiormente impressi sono sempre i sorrisi dei bambini.

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Laura: C’è un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso e che ancora porto nel cuore. Il primo anno, nell’istituto in cui mi trovo adesso, ho avuto una quinta classe molto problematica. C’era una bambina, Anna, che piangeva tutti i giorni in classe e non c’era verso di capirne il motivo. Verso la fine del primo quadrimestre abbiamo capito che la mamma stava male e il papà non riusciva a prendersi giorni di ferie per accudirla, così lei rimaneva spesso sola con questa mamma allettata e sotto farmaci. Verso la fine dell’anno l’intera famiglia ha deciso di trasferirsi per cercare l’aiuto dei parenti lontani. Il giorno dopo che Anna è partita ho trovato nel mio registro un bigliettino a forma di cuore con scritto: “Grazie di avermi ascoltata” e mi sono commossa. Mi era sembrato di non essere riuscita a fare molto per lei, ma anche quel poco evidentemente era stato importante.

 

La scuola in cui operi è ben inserita nel contesto territoriale in cui si trova? Secondo te riesce a rispondere alle esigenze dei ragazzi e dei colleghi insegnanti legate al territorio di appartenenza? Quali sono le iniziative che agevolano l’interazione tra scuola e territorio nella vostra regione?

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Ilaria: La scuola in cui opero è ben inserita nel territorio in cui si trova. Frequentemente il Comune organizza eventi e attività che coinvolgono scuole e famiglie. Tutti i mesi, ad esempio, la biblioteca comunale presenta iniziative davvero molto interessanti per fasce d’età e gratuite o con una piccola offerta e sappiamo quanto sia importante avvicinare i ragazzi alla lettura. Si tratta sempre di eventi cittadini legati alla stagionalità, presentazioni di libri, organizzazioni di convegni, tavole rotonde e così via. Il tutto per sensibilizzare i ragazzi al rispetto del territorio da tutti i punti di vista e alla conoscenza della loro cultura e tradizione.

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Laura: Nel nostro istituto ciò che fa veramente la differenza nell’integrazione territoriale è il lavoro “sul campo” dei docenti. Abbiamo dedicato ore e ore a parlare coi bambini, spiegando loro che tutti hanno gli stessi diritti, anche se hanno una religione o tradizioni diverse e questo significa educare alla convivenza civile e vivere a pieno il proprio territorio, rispettandolo e valorizzandolo. Se facciamo dieci moltiplicazioni in meno chissenefrega! Tutti lavoriamo per l’inserimento sociale dei ragazzi e siamo uniti in questo. Arrivano anche alcune iniziative dal Ministero che potrebbero agevolare questi processi, ma non sono sempre di grande valore e questo è un gran peccato. Molto è lasciato alla nostra iniziativa e alla nostra sensibilità di insegnanti e ci sentiamo poco supportati in questo.

Alessandra Rinaldi

 

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Sistema Scuola: anche il personale non docente è fondamentale

Dopo aver affrontato il punto di vista degli studenti e quello degli insegnanti nei precedenti articoli, paragonandoli alle due metà di un cuore, oggi vi mostreremo l’intero corpo della scuola.

Per dare vita a questo articolo, sono personalmente riuscita ad entrare in diverse scuole della mia città, parlato con i diretti interessati e alla fine ne ho scelta una, di cui ovviamente non vi dirò il nome, ma che diventerà lo scenario di questo nostro viaggio virtuale.

La cosa che più mi ha sorpreso parlando con le persone che ho incontrato è che tutti avevano l’idea della scuola come una piramide che contenesse più o meno tutti i settori, ognuno dei quali preordinato o sottoposto ad un altro. In realtà, parlando loro ho esplicitato una visione di scuola differente, più simile ad un puzzle e vi spiego anche perché.

Per quanto possa essere giusta l’idea gerarchica insita in una istituzione scolastica, credo più nella parità di ogni singolo “pezzo” che combinato con gli altri, crei un unico disegno. Ovviamente tutti noi abbiamo familiarità con i puzzle e siamo consapevoli che se mancasse anche un solo pezzettino, per quanto la mente umana sia perfetta e riesca a soccombere a quella mancanza visuale, resterebbe un vuoto.

Partiamo dal presupposto che se dicessi scuola, chi legge penserebbe immediatamente all’edificio scolastico e poi ai corridoi, agli odori, al brusio o agli schiamazzi, alle persone che ha incontrato almeno una volta nella propria vita solcando l’ingresso.

Ma la scuola, non è solo l’edificio nel quale abbiamo vissuto diversi anni, non è fatto solo di studenti o di professori. È composto da tutta una serie di altre persone ed “aree” che sono necessarie al buon funzionamento di tutto il sistema e senza ogni singolo ricompreso in queste aree, le cose non funzionerebbero davvero.

Abbiamo parlato di aree, ma quali sono?

Il sistema scuola di ogni singolo istituto funziona perché c’è una combine tra l’area amministrativa, l’area organizzativa, l’area didattica e il Dirigente Scolastico.

II Dirigente Scolastico è una figura scolastica di spicco. È colui che gestisce in maniera unitaria l’istituzione scolastica, ha il compito di promuovere e sviluppare l’autonomia gestionale e didattica, è garante del diritto all’apprendimento degli alunni, della libertà di insegnamento dei docenti ed anche della libertà di scelta educativa delle famiglie. Essendo il  legale rappresentante dell’istituzione scolastica, è responsabile della sua gestione, delle sue risorse finanziarie e di quelle strumentali, nonchè dei risultati del servizio ed è titolare delle relazioni sindacali. Dirige, coordina e valorizza le risorse umane, organizza l’attività scolastica secondo i criteri di efficienza e di efficacia formative.

L’area amministrativa è composta da:

  • il Direttore dei Servizi Generali Amministrativi il quale svolge e sovraintende i servizi generali amministrativo-contabili, curandone l’organizzazione, ricoprendo funzioni di coordinamento, promozione delle attività e verifica dei risultati da raggiungere;
  • l’Assistente Tecnico, figura di supporto trasversale e  necessaria ai docenti e agli studenti;
  • l’Assistente Amministrativo, che con la propria professionalità collabora nella conduzione della scuola, svolgendo tutto quanto ciò di amministrativo e contabile è previsto, sia dal punto di vista delle relazioni interne che esterne;
  • il Collaboratore Scolastico, con compiti di accoglienza e di sorveglianza nei confronti degli alunni, addetto ai servizi generali e alla gestione degli spazi scolastici, senza dimenticare la dimensione di collaborazione con i docenti.

L’area didattica è composta primariamente dallo staff del Dirigente Scolastico, che ha il compito di coadiuvarlo nella gestione e nella organizzazione del sistema scolastico interno. A questi si affiancano tutti i componenti del personale docente, suddivisi nei vari dipartimenti, alcuni con compiti di coordinamento degli stessi, comprendendo, laddove previsti, anche i referenti responsabili dei progetti legati alla alternanza scuola lavoro.

L’area organizzativa è invece composta da:

  • referenti per i progetti riguardanti gli studenti sia dal punto di vista esterno che interno, stabiliti di volta in volta nei progetti dell’offerta formativa;
  • referenti che si preoccupano di gestire l’orientamento degli studenti e delle famiglie tanto in entrata quanto in uscita;
  • referenti con il compito di organizzare e seguire il recupero e il potenziamento scolastico;
  • referenti del settore legato alla prevenzione e protezione di tutti i soggetti scolastici;
  • dal Consiglio di Istituto, organo collegiale obbligatorio che rappresenta tutte le componenti dell’Istituto e cioè docenti, studenti, genitori e personale non docente. Può essere parificato ad un vero e proprio consiglio di amministrazione che provvede a stabilire, deliberare ed adottare il programma annuale, i mezzi finanziari  per il funzionamento amministrativo e didattico, si preoccupa dell’adozione e delle modifiche del regolamento interno dell’istituto.

Insomma, credere che la scuola sia fatta solo di studenti e professori diventa davvero riduttivo.

La scuola è un microcosmo dove si vivono relazioni paritarie e non, dove i giovani studenti imparano ad essere uomini e donne scegliendo cosa fare del proprio futuro, è un luogo dove si incontrano tante figure professionali collaterali, ognuna delle quali fondamentale perché l’ingranaggio non si blocchi.

A questo ci avevate mai pensato?

Francesca Tesoro

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Mauro Ballabeni: “Olivettiani. Un luogo d’incontro”

Orgoglio, passione e dedizione sono i valori che uniscono coloro che hanno avuto la fortuna di partecipare, più o meno attivamente, alla vicenda di Adriano Olivetti.
Il desiderio di ritrovarsi condividere ricordi, qualità ed esperienze ha portato alla nascita del progetto “Olivettiani” che attualmente conta più di un migliaio di adesioni.
Mauro Ballabeni, tra i promotori del comitato organizzatore del progetto, ci racconta, con il contributo di altri “olivettiani”, questa piacevole realtà e alcuni elementi distintivi del piano di lavoro di Adriano Olivetti, arricchiti dalla passione e dalla nostalgia di chi li ha vissuti in prima persona.

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Come nasce il progetto “Olivettiani” e qual è il suo scopo?

 

Nasce dall’incontro di alcuni amici nel 2008, centenario della “fabbrica” di Camillo Olivetti, e dal desiderio di costoro di riunire vecchi colleghi per passare insieme un momento conviviale, per ricordare, per commentare, per ritrovare una nostalgia, per verificare che la vicinanza professionale di alcuni anni fa non solo non è stata dimenticata, ma ha dato vita a una profonda amicizia. Da allora tutti gli anni una nutrita rappresentanza degli iscritti al gruppo “Olivettiani” si ritrova per un momento conviviale, mentre tutti ricevono una newsletter con informazioni e notizie su colleghi e situazioni che si ritiene di interesse comune e rimangono in contatto attraverso il sito, con incontri concordati in varie parti del mondo.

 

Chi sono le persone che fanno parte di questa community?

 

Gente che ha lavorato alla Olivetti, non importa in quale settore (tecnico, progettuale, commerciale, amministrativo). Non importa neppure dove ciascuno abbia lavorato e non importa se non tutti ci riconosciamo, ma sappiamo, quando ci incontriamo, che abbiamo la stessa origine, crediamo in alcuni valori comuni, ci raccontiamo la nostra vita come se fossimo ancora in attività.

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Quali sono le caratteristiche dell’iniziativa “Olivettiani in Business”?

 

“Olivettiani in business” è stato un tentativo di aiutare e collaborare con i colleghi ancora in attività, in particolare di tipo imprenditoriale. Un tentativo di far circolare il loro nome, le loro proposte, i vantaggi che erano in grado di offrire ai vecchi colleghi e una verifica di cosa i vecchi colleghi stessi erano ancora in grado di fare per loro. Ma l’operazione, purtroppo, non ha avuto il successo che speravamo e ormai da qualche tempo è stata accantonata, almeno per il momento.

 

Cosa vi ha reso orgogliosi di aver partecipato alla vicenda olivettiana?

 

Questo punto richiederebbe una risposta lunga una vita! Sinteticamente si tratta di sentire di aver avuto il privilegio di aver lavorato in un ambiente intelligente, dove si poteva continuare a praticare l’intelligenza, come diceva Adriano Olivetti, e di avere collaborato con una azienda all’avanguardia sul piano tecnologico (il primo grande calcolatore elettronico a transistor, il primo personal computer, la prima macchina per scrivere elettronica al mondo sono nate sotto i nostri occhi). Ma anche aver collaborato con un’azienda che ha messo le prime biblioteche in fabbrica, ha organizzato le prime colonie per i figli dei dipendenti, che si mostrava attenta al rapporto con il territorio, costruiva le fabbriche affidando l’opera a grandi architetti con l’impegno che gli operai avessero tanta luce e magari la vista delle montagne, che chiamava le intelligenze a progettare immagini, relazioni, presentazioni, che curava il posto di lavoro dei dipendenti ovunque nel mondo. E ancora, avere lavorato nella prima vera azienda internazionale italiana, globale e dove la formazione a tutti i livelli era un impegno costante che prevedeva l’impiego non solo di tecnici istruttori, ma anche di personalità prestigiose (come le scuole create a Ivrea, Firenze, Haslemere e tutte le altre in giro per il mondo).

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Qual è il ricordo più bello di questa vostra esperienza?

 

I momenti iniziali di lavoro quando, dopo la scuola, si scopriva questo mondo interessante, intelligente e colto, dopo averlo conosciuto sulle riviste e nei libri di Comunità. Ma anche e forse soprattutto gli amici che tali sono stati e tali sono rimasti sempre.

 

In che modo la presenza della cultura e degli intellettuali vicini ad Adriano Olivetti ha influito sulla quotidianità lavorativa della Società?

 

Ha influito molto, perché ha contribuito a creare un ambiente che era unico, diverso dagli ambienti tipici delle industrie italiane dell’epoca. E perché ha costruito dei valori che hanno guidato sempre l’azienda anche dopo la morte di Adriano Olivetti, persino nella gestione di Carlo De Benedetti (dal 1978 in poi) caratterizzata da una forte connotazione gestionale e proiettata al conseguimento degli utili e alla rimunerazione del capitale come strumento per il finanziamento della impresa.

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Cosa rimane oggi del progetto di Adriano Olivetti?

 

Rimane un’esperienza ancora vivida: una storia, dei primati, dei valori, una cultura, la consapevolezza che ci sono strade alternative per fare impresa, per costruire economia e benessere. Anzi che il benessere di tutti i lavoratori non è in contrasto con la possibilità di successo dell’impresa e con la soddisfazione dei clienti.

 

Quali sono i progetti futuri di “Olivettiani. Un luogo di incontro”?

 

Il nostro obiettivo futuro è provare a pensare a come questo bagaglio di umanità, di esperienze, di bellezza, di professionalità può essere trasmesso, può essere consegnato, soprattutto ai giovani. In altri termini, come si può contribuire al futuro del paese mettendo a disposizione il proprio passato.

www.olivettiani.org

 

Cecilia Musulin
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Sistema Scuola: Generazioni di Insegnanti a confronto

socrateDopo aver approfondito il punto di vista degli studenti, continuiamo l’analisi del Sistema Scuola. Sviscereremo l’altra metà del cuore di questo microcosmo così complesso, eppure sottovalutato, sia dalla società civile, sia dal mondo del lavoro, quasi come se, oltre ai titoli di studio, non fosse necessario coltivare l’impatto che la scuola ha sulla nostra realtà politica, nel senso etimologico del termine polis. Accanto agli alunni, infatti, il ruolo di attori all’interno delle scuole è svolto dai docenti, da sempre non solo esperti conoscitori delle varie materie oggetto di studio, ma anche pedagoghi ed educatori a tutto tondo, in grado, come diceva Socrate, di far partorire le anime degli allievi, assecondandone le inclinazioni naturali per esaltarne le propensioni.
Se quello dell’insegnante è un compito non facile dalla notte dei tempi, come è cambiato il suo ruolo nel nostro Paese dal Dopoguerra a oggi? In una scuola pubblica che, da un lato garantisce un massiccio accesso all’istruzione, ma, dall’altro soffre ancora di una forte dispersione degli allievi, sempre meno motivati, e di una crescente diminuzione dell’autostima degli insegnanti, costretti ad anni di precariato prima di raggiungere la stabilità, cosa è cambiato tra una generazione di docenti e l’altra?
A raccontarci il loro punto di vista saranno Giovanni ed Emma, nomi di fantasia, ma veri padre e figlia, entrambi insegnanti di materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e primaria, ma in epoche storiche ed economiche decisamente differenti. Giovanni è ormai in pensione da molti anni, mentre sua figlia Emma è attualmente nel pieno della sua attività lavorativa. Entrambi hanno ricoperto e stanno ricoprendo il proprio ruolo nel nord Italia, anche se le radici della loro famiglia appartengono al sud e sono stati protagonisti di una storia di emigrazione e integrazione simile a tante altre nel nostro Paese durante il secolo scorso.
Di seguito saranno gli stessi Giovanni ed Emma a esporre in prima persona le loro opinioni, rispondendo separatamente alle medesime domande della nostra intervista. Ciò che se ne deduce è che solo il confronto costruttivo può aprire strade apparentemente nascoste e costruire ponti là dove i percorsi sembrano irrimediabilmente interrotti, al fine di rafforzare l’approccio sistemico anche nella fragile scuola di oggi.

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti ha dato/ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Giovanni: Ho intrapreso il mestiere di insegnante sin dalla Maturità. Dopo la Licenza Media Inferiore avevo già scelto la scuola superiore che mi avrebbe permesso di avere il titolo per svolgere questa attività, insegnando la materia che mi ero prefissato. Ho avuto moltissime soddisfazioni da questa scelta di vita, specialmente dal rapporto coi ragazzi sempre amichevole e paritario. Parlavamo, scherzavamo quando le circostanze lo permettevano ed eravamo seri quando c’era bisogno di impegnarsi, ma senza mai perdere il sorriso. Spesso mi stupiva la loro maturità dimostrata anche in situazioni di difficoltà e ho imparato molto da loro. Non sempre le strutture scolastiche erano idonee o pronte ad affrontare i problemi quotidiani dei ragazzi, ma, forse proprio quella povertà di mezzi, ci univa a livello umano e ci permetteva di andare oltre, raggiungendo il cuore delle cose con una determinazione che forse oggi si sta perdendo.
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Emma: La scuola è passione, pura passione. Ho intrapreso questo percorso immaginandomi insegnante fin da giovanissima. Accudire, stabilire relazioni, condurre menti attraverso percorsi fantastici alla scoperta dell’universo attorno e del proprio interiore mi è sempre sembrato il compito più misterioso e utile che si potesse affrontare.
Ho amato studiare la psicologia e la pedagogia e ho viaggiato attraverso l’aritmetica razionale per imparare a smontare e a rimontare i concetti astratti e tradurli in stimoli concreti.
La scuola, per me, rappresenta l’opportunità fondamentale e il diritto più civile alla base di ogni società. L’occasione di sviluppo più democratica mai pensata: espressione di crescita e progresso, un diritto ed un dovere, ma anche fonte di speranza per ogni tipo di cultura e di religione.
La mia soddisfazione più grande sta nel poter constatare la gioia con cui i miei alunni vengono a scuola. Scorgere l’espressione di serenità sul loro volto al loro arrivo, nel momento in cui mi seguono in un lavoro e perfino nel momento in cui sono messi alla prova; ricevere i loro continui messaggi d’amore e affetto e raccogliere le loro confidenze; sapere di essere un punto di riferimento affettivo: queste sono solo alcune delle soddisfazioni che mi muovono e mi sostengono ogni giorno. Punto di partenza e punto di arrivo.
Poter constatare progressi anche nei ragazzi che partono svantaggiati non ha prezzo. E vedere un gruppo di ragazzi che si autoregola nel rispetto reciproco e nel rispetto altrui, perché consapevoli e non perché timorosi di castigo rappresenta il successo di cui essere più orgogliosi.
A proposito di speranza, la scuola talvolta ne disattende alcune. Chiariamo però: scuola non è una entità a sé e singola. Scuola è un complesso sistema fatto di famiglie, educatori e organi territoriali.
In questo insieme articolato e delicato di speranze talvolta se ne disattende qualcuna: a cominciare dal rapporto di sinergia e corresponsabilità che dovrebbe instaurarsi in modo attivo e costruttivo tra l’istituzione scolastica e la famiglia.
Troppo spesso trovo che la famiglia concepisca la scuola quale unico luogo deputato e delegato alla crescita dei suoi minori. A volte il genitore, pur nutrendo grandi aspettative ed attese, si colloca all’esterno del percorso, con atteggiamento a priori sospettoso e percependo se stesso al di fuori, come se il processo educativo e scolastico del figlio non lo riguardasse in quanto a responsabilità.
Un’altra sinergia attesa in un sistema scolastico, ma non sempre corrisposta in misura consona, è quella che dovrebbe stabilirsi con gli organi territoriali e i committenti politici in fatto d’attenzione e di cura, specie quando si parla di fondi e finanze. Ma questo è un discorso che porta lontano, ai vertici. La spaccatura tra chi lavora e chi legifera, tra la scuola vera e chi si occupa di introdurre variazioni e riforme è sempre più grande. E non vi è una concreta condivisione di intendi e orizzonti. L’insegnante non viene quasi mai interpellato, eppure è colui che vive le situazioni nel concreto ogni giorno. Colui il quale dovrebbe avere competenza per esprimere un’attenta analisi sui bisogni e proporre soluzioni.
L’insegnante ha frequentemente l’impressione di essere rimasto l’unico e l’ultimo soggetto a rendersi conto di quanto investire in cultura ed educazione sia alla base di ogni piramide.
Tutto ciò che è scuola, educazione, cultura e formazione, dovrebbe essere interesse di ogni cittadino. Non solo del docente affaticato, del genitore accanito o dello studente in formazione. Anche perché queste tre componenti formano un insieme molto vasto della popolazione. Come può non essere argomento e dibattito comune? Noi insegnanti siamo una categoria in continuo divenire e sempre sotto osservazione. Il ruolo dell’insegnante non è un ruolo lavorativo in senso unico. La prestazione che è richiesta all’educatore include una sovra-mansione: il coinvolgimento emotivo-affettivo nel processo di crescita di un altro individuo. Così come un medico o un infermiere è coinvolto in un processo di malattia o guarigione del suo paziente, allo stesso modo un educatore è coinvolto attivamente nell’evoluzione fisica, cognitiva e prima ancora emotiva ed affettiva del suo allievo: il mio lavoro è relazione.
Questo è al contempo l’aspetto più gratificante e più faticoso, sicuramente il più significativo, del mio compito. Cosa c’è di oggettivo in una relazione uno a uno? E cosa vi è di oggettivo in una relazione uno a molti? Lo scoglio duro del sistema scuola è la valutazione dei bambini. Sulla quale, però, per quanto mi riguarda, si dovrebbe aprire un lungo capitolo a parte. Anzi, un’enciclopedia in più volumi! Una cosa è certa: i bambini ci osservano. E ci valutano. I genitori ci osservano. E ci valutano. I colleghi stessi ci osservano. E ci valutano, direttamente o indirettamente.

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri/hai incontrato quotidianamente nel tuo percorso?

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Giovanni: I principali disagi li ho riscontrati sempre a causa di scelte politiche azzardate fatte dai vertici e che poi si ripercuotevano nella gestione quotidiana delle classi. Non tutte le riforme fatte in ambito scolastico hanno avuto, infatti, i risultati sperati e spesso hanno portato a dei peggioramenti. Anche per quel che riguarda i programmi di studio è capitato che, per rispondere a provvedimenti ministeriali, ho dovuto fare delle modifiche durante gli anni scolastici e rimodulare il tutto assieme al Collegio docenti, cosa che non è mai semplice quando si ha a che fare con ragazzi dinamici spesso difficili da tenere sui banchi. Le carenze strutturali ci sono sempre state purtroppo, ma forse ai miei tempi c’era una maggiore capacità di andare al cuore dei problemi, tralasciando il superfluo quando necessario e questa abilità ci portava a fare di necessità virtù.
generazioni4
Emma: Le difficoltà che come maestra incontro oggi quotidianamente sono tante. Per quanto concerne l’organizzazione e la gestione, riscontro tuttora un eccesso di burocrazia e formalità. Si parla di dematerializzazione per ridurre carta e snellire procedure, ma in molti casi si tratta solo di aver convertito le continue e innumerevoli richieste di formalizzazione di atti, procedure e documenti in formato digitale, o addirittura sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
Le segreterie didattiche sono sommerse di lavoro all’insegna delle formalità, dei protocolli e dei continui cambiamenti che devono andare a regime subito e non riescono a gestire poi le comunicazioni di base per l’organizzazione di fatti semplici e contingenti.
Inoltre, sarà forse scontato, ma voglio sottolineare anche in quale stato di degrado e decadimento strutturale molte delle nostre scuole versino. Calcinacci, pioggia che filtra, muffe, mancanza di carta igienica, guasti vari e assenza di dispositivi informatici in misura congrua e persino carenza di materiale di facile consumo che spesso portiamo da casa sono tutti sintomi di una crisi che riguarda le risorse destinate all’istruzione di base pubblica.
Gestire i ragazzi oggi è molto complicato. Perché bambini, preadolescenti e adolescenti oggi rappresentano un insieme generazionale che per la prima volta vive temi e questioni delicate e complesse che i genitori stessi affrontano per la prima volta, ritrovandosi anche piuttosto impreparati. Anche io sono mamma di due bambine che hanno la stessa età dei miei alunni e da genitore mi rendo conto di quali cambiamenti epocali stiamo vivendo nel rapporto genitore-figlio e nel mestiere del genitore a causa delle caratteristiche sociali e culturali della nostra società attuale. Per quanto riguarda le famiglie alle spalle dei bambini che arrivano nelle nostre scuole, gli educatori concordano nel rilevare le medesime carenze educative e i punti cardinali di un problema genitoriale di fondo. Per molti genitori l’amore passa dall’iperprotezione, da un lato, e dalle aspettative ultracompetitive e di perfezione, dall’altro. La scuola è diventata, dunque, l’organo deputato a farsi carico da solo delle emergenze sociali di oggi.

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

 generazioni5
Giovanni: La materia che io ho insegnato è stata l’Educazione Artistica. Inizialmente si trattava di una materia esclusivamente pratica, considerata la Cenerentola dell’orario scolastico degli studenti, perché considerata erroneamente poco impegnativa. Tuttavia ricordo con piacere quando, negli anni Settanta o giù di lì, venne introdotto anche lo studio della Storia dell’Arte, fondamentale in un Paese ricco di monumenti e opere d’arte come il nostro. Credo che questo sia stato uno dei principali cambiamenti in meglio ai quali ho assistito nella mia carriera dal punto di vista didattico, anche perché permetteva a noi insegnanti di portare i ragazzi fuori dalle aule e di far visitare loro mostre e siti archeologici, mettendoci in discussione in prima persona e permettendoci di conoscere meglio l’indole dei nostri allievi.
Oggi che non ho più esperienza diretta conosco la scuola attraverso i commenti di chi la vive ogni giorno, a prescindere da quale lato della cattedra si trovi, e devo ammettere che io mi troverei a disagio. Nessuno più ti domanda: “Cosa hai insegnato? Cosa hai trasmesso oggi ai tuoi ragazzi?”. Conta solo che tutto sia registrato, compilato, trasmesso per lo più utilizzando il computer. Ai miei tempi avevamo un registraccio di carta che serviva a malapena per fare l’appello, le cose importanti le tenevamo a mente!
generazioni6
Emma: Il corpo docenti che conosco e di cui ho esperienza è caratterizzato da versatilità, motivazione, tenacia e dalla capacità di rigenerarsi continuamente. La scuola è Ricerca e Azione, cioè Ricerc-azione! Questa è una parola inventata forse, ma anche una prospettiva augurabile.
Da qualche anno l’insegnante motivato e attento è circondato e raggiunto da nuovi stimoli e da svariate proposte di formazione atte a superare le difficoltà concrete e ideologiche e a dotare i docenti di nuovi strumenti, di nuovi linguaggi, adatti ai cambiamenti e al passo coi tempi.
Io per esempio da qualche anno apprezzo l’uso della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e dei contenuti multimediali correlati per la strutturazione di lezioni dinamiche e accattivanti. La LIM è, a mio avviso, uno strumento dalle innumerevoli potenzialità, capace di aiutare a costruire ambienti di apprendimento stimolanti ed inclusivi. Rispecchia e si avvicina molto al linguaggio “per immagini” e al contatto diretto e immediato con i contenuti che caratterizza le generazioni attuali di studenti, anche i più piccoli.
Sono poi entrata a far parte del Team digitale del mio istituto e sto seguendo i corsi per la formazione previsti nel Programma Operativo Nazionale (PON) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”, finanziato dai Fondi Strutturali Europei che contiene le priorità strategiche del settore istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.
Sono inoltre molto incline ad una scuola fatta di attività esperienziali e scoperte sul territorio e nella natura, in grado di stabilire un positivo e coerente contatto tra i ragazzi e la realtà in modo semplice ed efficace che vengono promosse e sostenute ogni volta che si può.
Queste sono le carte che la scuola che conosco si sta giocando. E spero che il movimento di scambio e di apertura continui, pur senza stravolgere e scardinare in negativo quelle che sono le basi fondamentali e costituenti di un sistema scolastico pubblico, efficiente, riconosciuto e garantito.
La forza della scuola primaria è la cultura della condivisione, dello scambio, della cooperazione, all’insegna dell’innovazione tecnologica, dell’inclusività e dell’esperienza.

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di uomo/donna e insegnante e perché.

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Giovanni: Un aneddoto che ricordo con forte emozione riguarda una sessione di esami di Licenza. Non avevamo un laboratorio attrezzato per determinati progetti pratici, ma questo non ha fermato i ragazzi che, presi dall’entusiasmo, si sono industriati e sono riusciti a creare perfino delle sculture in gesso, meravigliando l’intera commissione per la spontaneità e l’intraprendenza dimostrata.
generazioni8
Emma: Talvolta mi capita di incrociare dei signori con barba e prole al seguito che con vociona di uomo mi dicono: “Ciao, maestra!” e i loro occhi si illuminano in un sorriso che torna fanciullo e spensierato, pieni di affetto e gratitudine. In quel momento volo indietro nel tempo a ritrovar quello sguardo e in un batter di ciglio eccolo là: nome e cognome, classe, anno e la sua personalità riaffiorano come non fosse mai trascorso del tempo.

Dai un suggerimento agli insegnanti che, oggi e domani, si apprestano a entrare nel mondo della scuola.

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Giovanni: Quando, ormai anni fa, ho saputo che mia figlia Emma avrebbe, in un certo senso, seguito le mie orme e si sarebbe cimentata in questo mestiere ho pensato che, nonostante le piccole o grandi difficoltà quotidiane, quello dell’insegnante resta sempre il lavoro più creativo che ci sia. È una professione che ti aiuta a dare un’occhiata al futuro ancor prima che si realizzi, attraverso gli occhi delle nuove leve. Quel che conta è, innanzitutto, aiutare i ragazzi a diventare cittadini consapevoli.
Ciò che vorrei consigliare agli insegnanti di oggi è, quindi, dare più importanza alla didattica e meno alla burocrazia. È dalla didattica che nasce l’essere umano e non dalla burocrazia del Ministero. Ho nostalgia della scuola, perché era un ambiente vivo dove non ho mai pensato di confrontarmi con dei bambini, ma con i cittadini di domani. E molti oggi hanno i capelli bianchi come me.
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Emma: Le esperienze d’osservazione reciproca tra insegnanti sono state utilizzate con grandi guadagni in molte scuole. Queste sarebbero da estendere e sostenere, ma le scelte politiche e le condizioni organizzative attuali stanno cancellando la possibilità di queste fertili occasioni di riflessione e apprendimento dall’esperienza.
Il neo immesso in servizio porta con sé sicuramente un grande bagaglio di conoscenze teoriche e nozioni. Forse, a mio avviso, ciò che può delinearsi come un gap ancora troppo netto è la linea che separa sapere da saper fare. E anche quella buona dose di problem solving che si apprende con l’esperienza e con l’esempio pratico delle colleghe più esperte. Insomma, come in tutte le situazioni un conto è la teoria, altro conto è la pratica. A volte ho visto approdare alla mia non facile realtà scolastica giovani supplenti indottrinati e carichi di entusiasmo giovanile. E mentre io li vivevo come nuova fonte di vitalità e di cambiamento, pozzi a cui attingere, loro non avevano la medesima umiltà di comprendere che osservare il veterano in trasferta poteva essere una chance. Spesso chi è in servizio da anni compie una sorta di vera e propria scuola di scuola. Che non è solo un gioco di parole. Ad ogni modo invito i docenti tutti, nuovi e veterani, a porsi sempre e costantemente delle domande e soprattutto a porre quelle giuste.

Alessandra Rinaldi
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