Mauro Ballabeni: “Olivettiani. Un luogo d’incontro”

Orgoglio, passione e dedizione sono i valori che uniscono coloro che hanno avuto la fortuna di partecipare, più o meno attivamente, alla vicenda di Adriano Olivetti.
Il desiderio di ritrovarsi condividere ricordi, qualità ed esperienze ha portato alla nascita del progetto “Olivettiani” che attualmente conta più di un migliaio di adesioni.
Mauro Ballabeni, tra i promotori del comitato organizzatore del progetto, ci racconta, con il contributo di altri “olivettiani”, questa piacevole realtà e alcuni elementi distintivi del piano di lavoro di Adriano Olivetti, arricchiti dalla passione e dalla nostalgia di chi li ha vissuti in prima persona.

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Come nasce il progetto “Olivettiani” e qual è il suo scopo?

 

Nasce dall’incontro di alcuni amici nel 2008, centenario della “fabbrica” di Camillo Olivetti, e dal desiderio di costoro di riunire vecchi colleghi per passare insieme un momento conviviale, per ricordare, per commentare, per ritrovare una nostalgia, per verificare che la vicinanza professionale di alcuni anni fa non solo non è stata dimenticata, ma ha dato vita a una profonda amicizia. Da allora tutti gli anni una nutrita rappresentanza degli iscritti al gruppo “Olivettiani” si ritrova per un momento conviviale, mentre tutti ricevono una newsletter con informazioni e notizie su colleghi e situazioni che si ritiene di interesse comune e rimangono in contatto attraverso il sito, con incontri concordati in varie parti del mondo.

 

Chi sono le persone che fanno parte di questa community?

 

Gente che ha lavorato alla Olivetti, non importa in quale settore (tecnico, progettuale, commerciale, amministrativo). Non importa neppure dove ciascuno abbia lavorato e non importa se non tutti ci riconosciamo, ma sappiamo, quando ci incontriamo, che abbiamo la stessa origine, crediamo in alcuni valori comuni, ci raccontiamo la nostra vita come se fossimo ancora in attività.

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Quali sono le caratteristiche dell’iniziativa “Olivettiani in Business”?

 

“Olivettiani in business” è stato un tentativo di aiutare e collaborare con i colleghi ancora in attività, in particolare di tipo imprenditoriale. Un tentativo di far circolare il loro nome, le loro proposte, i vantaggi che erano in grado di offrire ai vecchi colleghi e una verifica di cosa i vecchi colleghi stessi erano ancora in grado di fare per loro. Ma l’operazione, purtroppo, non ha avuto il successo che speravamo e ormai da qualche tempo è stata accantonata, almeno per il momento.

 

Cosa vi ha reso orgogliosi di aver partecipato alla vicenda olivettiana?

 

Questo punto richiederebbe una risposta lunga una vita! Sinteticamente si tratta di sentire di aver avuto il privilegio di aver lavorato in un ambiente intelligente, dove si poteva continuare a praticare l’intelligenza, come diceva Adriano Olivetti, e di avere collaborato con una azienda all’avanguardia sul piano tecnologico (il primo grande calcolatore elettronico a transistor, il primo personal computer, la prima macchina per scrivere elettronica al mondo sono nate sotto i nostri occhi). Ma anche aver collaborato con un’azienda che ha messo le prime biblioteche in fabbrica, ha organizzato le prime colonie per i figli dei dipendenti, che si mostrava attenta al rapporto con il territorio, costruiva le fabbriche affidando l’opera a grandi architetti con l’impegno che gli operai avessero tanta luce e magari la vista delle montagne, che chiamava le intelligenze a progettare immagini, relazioni, presentazioni, che curava il posto di lavoro dei dipendenti ovunque nel mondo. E ancora, avere lavorato nella prima vera azienda internazionale italiana, globale e dove la formazione a tutti i livelli era un impegno costante che prevedeva l’impiego non solo di tecnici istruttori, ma anche di personalità prestigiose (come le scuole create a Ivrea, Firenze, Haslemere e tutte le altre in giro per il mondo).

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Qual è il ricordo più bello di questa vostra esperienza?

 

I momenti iniziali di lavoro quando, dopo la scuola, si scopriva questo mondo interessante, intelligente e colto, dopo averlo conosciuto sulle riviste e nei libri di Comunità. Ma anche e forse soprattutto gli amici che tali sono stati e tali sono rimasti sempre.

 

In che modo la presenza della cultura e degli intellettuali vicini ad Adriano Olivetti ha influito sulla quotidianità lavorativa della Società?

 

Ha influito molto, perché ha contribuito a creare un ambiente che era unico, diverso dagli ambienti tipici delle industrie italiane dell’epoca. E perché ha costruito dei valori che hanno guidato sempre l’azienda anche dopo la morte di Adriano Olivetti, persino nella gestione di Carlo De Benedetti (dal 1978 in poi) caratterizzata da una forte connotazione gestionale e proiettata al conseguimento degli utili e alla rimunerazione del capitale come strumento per il finanziamento della impresa.

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Cosa rimane oggi del progetto di Adriano Olivetti?

 

Rimane un’esperienza ancora vivida: una storia, dei primati, dei valori, una cultura, la consapevolezza che ci sono strade alternative per fare impresa, per costruire economia e benessere. Anzi che il benessere di tutti i lavoratori non è in contrasto con la possibilità di successo dell’impresa e con la soddisfazione dei clienti.

 

Quali sono i progetti futuri di “Olivettiani. Un luogo di incontro”?

 

Il nostro obiettivo futuro è provare a pensare a come questo bagaglio di umanità, di esperienze, di bellezza, di professionalità può essere trasmesso, può essere consegnato, soprattutto ai giovani. In altri termini, come si può contribuire al futuro del paese mettendo a disposizione il proprio passato.

www.olivettiani.org

 

Cecilia Musulin
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