“Las fábricas de bien” de Adriano Olivetti

En el contexto empresarial actual, la figura compleja y polivalente de Adriano Olivetti, con sus acciones civiles, políticas y culturales, es el objeto del redescubrimiento.
Los textos recogidos en “Le Fabbriche di bene”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità son heterogéneos y complementarios. El primero, de 1951, es un resumen del proyecto comunitario, una ilustración de la idea de la convivencia civil de Olivetti; el segundo es un discurso dirigido a los trabajadores de su fábrica después de la Liberación de 1945 y representa la ocasión para reanudar las filas de un proyecto que la Guerra había suspendido pero no interrumpido.
Lo que distingue a Olivetti en el contexto del emprendimiento italiano es el hecho de que no es solo un emprendedor. Su pensamiento, del que surgen los otros componentes de su figura, parte de la fábrica, como un sistema constituido por la interpenetración de la justicia, el progreso y la tolerancia. El libro ilustra el corazón de este sistema que, gracias a sus características, se convierte en una “Comunidad” embajadora de ese alto equilibrio humano que Olivetti considera como el objetivo de su proyecto.
El libro destaca otros aspectos importantes de la concepción olivetiana, como el relacionado con la meritocracia, un tema espinoso y extremadamente tópico. Para el empresario de Ivrea, la transmisión de la riqueza constituye una evidente injusticia social, mientras que “la sumisión de los hombres a otros hombres en virtud del privilegio del nacimiento […] constituye un obstáculo muy serio para el progreso de la industria”. El criterio fundamental para garantizar la máxima eficiencia a la fábrica de la comunidad es la capacitación y el desarrollo de gerentes con cualidades humanas, técnicas y culturales superiores. Según Olivetti, cualquier solución que no otorgue autoridad y responsabilidad a hombres altamente capacitados debe considerarse engañosa.
El ojo con el que el empresario de Ivrea observa la fábrica es capaz de capturar todos los elementos que caracterizan esta estructura: su apariencia externa, la relación con la naturaleza circundante, las personas que la pueblan.
Del libro, todo el esfuerzo que realiza Olivetti para que la evolución y expansión de su fábrica no lo haga similar a las grandes ciudades modernas nacidas de una transformación que ha comprometido la “armonía de la vida” a través del caos creado por su “inextricable”. Enredo”.
El empresario es consciente de que la idea de la gran fábrica trae consigo la destrucción de los contactos humanos y la consideración de cada hombre como un número.
La preocupación de Olivetti, expresada perfectamente por el texto, es asegurarse de que todo lo que ha construido mantenga su lado humano sin olvidar nunca el enfoque de su padre Camillo, quien, al discutir o examinar el régimen de vida o el régimen de fábrica , consideraba a cada trabajador igual a él comportándose como “un hombre frente a un hombre”.

Cecilia Musulin

Traduzione di Sara Trincali

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Mauro Ballabeni: “Olivettiani. Un luogo d’incontro”

Orgoglio, passione e dedizione sono i valori che uniscono coloro che hanno avuto la fortuna di partecipare, più o meno attivamente, alla vicenda di Adriano Olivetti.
Il desiderio di ritrovarsi condividere ricordi, qualità ed esperienze ha portato alla nascita del progetto “Olivettiani” che attualmente conta più di un migliaio di adesioni.
Mauro Ballabeni, tra i promotori del comitato organizzatore del progetto, ci racconta, con il contributo di altri “olivettiani”, questa piacevole realtà e alcuni elementi distintivi del piano di lavoro di Adriano Olivetti, arricchiti dalla passione e dalla nostalgia di chi li ha vissuti in prima persona.

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Come nasce il progetto “Olivettiani” e qual è il suo scopo?

 

Nasce dall’incontro di alcuni amici nel 2008, centenario della “fabbrica” di Camillo Olivetti, e dal desiderio di costoro di riunire vecchi colleghi per passare insieme un momento conviviale, per ricordare, per commentare, per ritrovare una nostalgia, per verificare che la vicinanza professionale di alcuni anni fa non solo non è stata dimenticata, ma ha dato vita a una profonda amicizia. Da allora tutti gli anni una nutrita rappresentanza degli iscritti al gruppo “Olivettiani” si ritrova per un momento conviviale, mentre tutti ricevono una newsletter con informazioni e notizie su colleghi e situazioni che si ritiene di interesse comune e rimangono in contatto attraverso il sito, con incontri concordati in varie parti del mondo.

 

Chi sono le persone che fanno parte di questa community?

 

Gente che ha lavorato alla Olivetti, non importa in quale settore (tecnico, progettuale, commerciale, amministrativo). Non importa neppure dove ciascuno abbia lavorato e non importa se non tutti ci riconosciamo, ma sappiamo, quando ci incontriamo, che abbiamo la stessa origine, crediamo in alcuni valori comuni, ci raccontiamo la nostra vita come se fossimo ancora in attività.

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Quali sono le caratteristiche dell’iniziativa “Olivettiani in Business”?

 

“Olivettiani in business” è stato un tentativo di aiutare e collaborare con i colleghi ancora in attività, in particolare di tipo imprenditoriale. Un tentativo di far circolare il loro nome, le loro proposte, i vantaggi che erano in grado di offrire ai vecchi colleghi e una verifica di cosa i vecchi colleghi stessi erano ancora in grado di fare per loro. Ma l’operazione, purtroppo, non ha avuto il successo che speravamo e ormai da qualche tempo è stata accantonata, almeno per il momento.

 

Cosa vi ha reso orgogliosi di aver partecipato alla vicenda olivettiana?

 

Questo punto richiederebbe una risposta lunga una vita! Sinteticamente si tratta di sentire di aver avuto il privilegio di aver lavorato in un ambiente intelligente, dove si poteva continuare a praticare l’intelligenza, come diceva Adriano Olivetti, e di avere collaborato con una azienda all’avanguardia sul piano tecnologico (il primo grande calcolatore elettronico a transistor, il primo personal computer, la prima macchina per scrivere elettronica al mondo sono nate sotto i nostri occhi). Ma anche aver collaborato con un’azienda che ha messo le prime biblioteche in fabbrica, ha organizzato le prime colonie per i figli dei dipendenti, che si mostrava attenta al rapporto con il territorio, costruiva le fabbriche affidando l’opera a grandi architetti con l’impegno che gli operai avessero tanta luce e magari la vista delle montagne, che chiamava le intelligenze a progettare immagini, relazioni, presentazioni, che curava il posto di lavoro dei dipendenti ovunque nel mondo. E ancora, avere lavorato nella prima vera azienda internazionale italiana, globale e dove la formazione a tutti i livelli era un impegno costante che prevedeva l’impiego non solo di tecnici istruttori, ma anche di personalità prestigiose (come le scuole create a Ivrea, Firenze, Haslemere e tutte le altre in giro per il mondo).

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Qual è il ricordo più bello di questa vostra esperienza?

 

I momenti iniziali di lavoro quando, dopo la scuola, si scopriva questo mondo interessante, intelligente e colto, dopo averlo conosciuto sulle riviste e nei libri di Comunità. Ma anche e forse soprattutto gli amici che tali sono stati e tali sono rimasti sempre.

 

In che modo la presenza della cultura e degli intellettuali vicini ad Adriano Olivetti ha influito sulla quotidianità lavorativa della Società?

 

Ha influito molto, perché ha contribuito a creare un ambiente che era unico, diverso dagli ambienti tipici delle industrie italiane dell’epoca. E perché ha costruito dei valori che hanno guidato sempre l’azienda anche dopo la morte di Adriano Olivetti, persino nella gestione di Carlo De Benedetti (dal 1978 in poi) caratterizzata da una forte connotazione gestionale e proiettata al conseguimento degli utili e alla rimunerazione del capitale come strumento per il finanziamento della impresa.

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Cosa rimane oggi del progetto di Adriano Olivetti?

 

Rimane un’esperienza ancora vivida: una storia, dei primati, dei valori, una cultura, la consapevolezza che ci sono strade alternative per fare impresa, per costruire economia e benessere. Anzi che il benessere di tutti i lavoratori non è in contrasto con la possibilità di successo dell’impresa e con la soddisfazione dei clienti.

 

Quali sono i progetti futuri di “Olivettiani. Un luogo di incontro”?

 

Il nostro obiettivo futuro è provare a pensare a come questo bagaglio di umanità, di esperienze, di bellezza, di professionalità può essere trasmesso, può essere consegnato, soprattutto ai giovani. In altri termini, come si può contribuire al futuro del paese mettendo a disposizione il proprio passato.

www.olivettiani.org

 

Cecilia Musulin
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“Adriano Olivetti. La forza di un sogno”

Luca Zingaretti si è calato nei panni dell’ingegnere Adriano Olivetti ripercorrendo alcune tappe fondamentali della sua vita raccontate nella Fiction “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”,  prodotta da Rai Fiction e Casanova Multimedia e andata in onda su Rai Uno il 28 e 29 ottobre 2013, con un cast d’eccezione, composto, oltre che dall’attore romano, da Stefania Rocca, Massimo Poggio, Francesca Cavallin e da Francesco Pannofino.

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La regia della miniserie è di Michele Soavi, nipote di Olivetti. Questo aspetto è significativo, perché ha conferito al racconto un valore aggiunto: l’affetto per il protagonista che traspare attraverso le varie vicende che si susseguono. Tale elemento, però ha anche portato verso l’estremizzazione del comportamento del personaggio rendendolo quasi idilliaco. Persino di fronte all’allontanamento della moglie Paola, che gli confessa di voler andare a vivere con Carlo Levi di cui si era innamorata, Adriano reagisce forse troppo pacatamente.

Risulta chiaro, in ogni caso, l’intento di voler trasmettere al pubblico l’ottimismo dell’imprenditore, convinto di poter trovare sempre una soluzione per raggiungere i suoi obiettivi mai strettamente legati ai suoi interessi personali.

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Nella miniserie vengono enfatizzati gli ideali olivettiani, come nel caso del progetto “La natura entra in fabbrica” che Adriano sviluppa mentre suo padre è ancora in vita e che riprenderà in seguito durante la costruzione della fabbrica di Pozzuoli. Tale progetto ha lo scopo di aprire delle vetrate nelle pareti dell’edificio per far entrare la luce e creare contatto fra i lavoratori e la natura, in modo tale che la bellezza, aspetto fondamentale per l’imprenditore, faccia quotidianamente parte delle loro vite anche durante le ore di lavoro. Un elemento a cui è stato dato meno spazio nella fiction, invece, è la presenza dei numerosi intellettuali che presero parte, seppure in modo collaterale, al percorso olivettiano del dopoguerra.

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La fiction disegna un vero e proprio percorso che nasce dalla fedele riproduzione delle affermazioni di Camillo Olivetti, che distoglie il figlio dal licenziare i lavoratori ritenendolo responsabile delle loro vite, fino al progetto conclusivo di Adriano legato all’immagine di un albero: il tronco, costituito dalla fabbrica, diffonde cultura, bellezza e valori spirituali verso i rami, rappresentati dalle Comunità olivettiane sorte in tutto il nord Italia.

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“Adriano Olivetti. La forza di un sogno” mette in scena il cuore dell’utopia di Olivetti legata alla volontà di rendere la fabbrica un modello, uno stile di vita da cui parta la riforma dell’intera società italiana. Questo aspetto centrale viene avvolto da elementi legati al contesto della fiction, come il rapporto con il capitano italo – statunitense che aggiunge un pizzico di atmosfera poliziesca o la morte del protagonista avvolta da un velo di mistero e suggestione.

Cecilia Musulin

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“Il mondo che nasce” di Adriano Olivetti

Adriano Olivetti è stato uno dei cardini della storia italiana del secondo dopoguerra. Il suo eclettismo lo ha avvicinato all’urbanistica, alla psicologia, alla sociologia e alla cultura nelle sue diverse forme. La sua “fabbrica di mattoni rossi”, che nasce come microcosmo, diventa parte di un progetto più ampio, la Comunità, e in seguito di una visione profetica che arriva a coinvolgere il concetto universale di civiltà. Tale visione emerge da una lettura d’insieme di alcuni scritti dell’imprenditore di Ivrea raccolti nel volume Il mondo che nasce”, Edizioni di Comunità, a cura di Alberto Saibene.

La base costitutiva della civiltà, secondo Olivetti, è formata dalle quattro forze essenziali dello spirito: Verità, Giustizia, Bellezza e Amore. L’assenza anche di uno solo di questi quattro elementi determina la mancata esistenza della civiltà. Questa concezione olivettiana, epurata dalla componente religiosa legata alla volontà di affermazione della civiltà cristiana e contestualizzata nella realtà attuale, potrebbe, e forse dovrebbe, essere considerata come un insieme di valori a cui fare riferimento.
Olivetti scrive:

“Nessuno rinuncerebbe alla nuova civiltà, a quest’epoca del cemento armato, dei motori, degli antibiotici, della radio e della televisione. Nessuno tornerebbe indietro, non dico di secoli, ma nemmeno di cinquant’anni. Mancava la luce elettrica, le malattie infettive mietevano le giovani vite […] insomma la condizione umana era estremamente più dura di oggi. E il mondo va verso giorni più radiosi e più felici, ma a una sola condizione: che le immense forze materiali messe oggi a disposizione dell’uomo siano rivolte a finalità, a mete spirituali. Altrimenti la potenza degli atomi, anziché costruire la nuova civiltà, potrebbe con i suoi missili radiocomandati e le sue bombe all’idrogeno distruggerla per sempre.”

L’imprenditore aveva capito che la società si stava dirigendo verso la supremazia della logica meccanica e verso la progressiva distruzione dei valori umani, perciò aveva cercato di ricostruire le basi della civiltà partendo dalla sua fabbrica che avrebbe funzionato da modello per la creazione della Comunità, secondo un progetto illustrato puntualmente all’interno di questo libro.

Nel pensiero olivettiano la Comunità oppone la cultura, il rispetto e la giustizia alla logica del profitto.

Leggendo questo libro e pensando al mondo di oggi, ognuno di noi può comprendere quanto suonino profetiche le parole di Olivetti. In una società in cui le aziende faticano a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, che rende troppo rapidamente obsoleta ogni innovazione, dove la competizione spinge all’esasperazione, l’uomo sembra aver dimenticato gli “impulsi spirituali” di cui parla l’imprenditore di Ivrea.

La civiltà deve essere ricostruita e la logica del massimo profitto dovrebbe essere quantomeno affiancata dal buon senso che riconduca verso una società “a misura d’uomo”.

Il punto di vista olivettiano, sviluppato nel secondo dopoguerra, può essere ancora applicato alla situazione attuale. Questo significa che l’evoluzione letta dall’imprenditore è progredita ma il baratro non è stato ancora raggiunto, dunque:

“La civiltà occidentale si trova oggi, nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva.”

Cecilia Musulin

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“L’Italia di Adriano Olivetti” di Alberto Saibene

olivetti-saibene-coverQuella che Adriano Olivetti cerca di costruire negli anni Cinquanta, dopo il dramma della Seconda guerra mondiale, è un’Italia nuova, un’Italia che guarda a un futuro migliore.

Il percorso dell’imprenditore di Ivrea è lungo e non privo di difficoltà, la sua vita intensa ed emozionante. Alberto Saibene, storico della cultura e curatore delle antologie di scritti di Olivetti, la racconta ne “L’Italia di Adriano Olivetti”, Edizioni di Comunità.

L’intento dell’autore non è quello di scrivere la biografia di Adriano o raccontare la storia della sua fabbrica, ma ricostruire l’esperienza olivettiana con un ritmo senza ordine, attraverso un testo pieno di dettagli, vicende, ritratti e numerosi personaggi che si alternano formano una cornice ricca ed eterogenea.

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Il libro di Saibene è diviso in capitoli tematici che approfondiscono singoli aspetti della vita dell’imprenditore di Ivrea, come quello dedicato a Fortini e Pampaloni, allontanati dalle divergenze politiche e personali ma uniti dalla collaborazione con Adriano.

In particolare Pampaloni comincia il suo percorso come responsabile della biblioteca di fabbrica. In seguito la sua carriera si evolve rapidamente e il suo legame con Olivetti si rafforza profondamente, tanto che Saibene ricorda come la sigla “Spa” della società venisse ironicamente declinata in “Se Pampaloni Acconsente”.

Lo sfondo politico e culturale dell’Italia olivettiana costituisce un’ambientazione vivace in cui le vicende e i personaggi si susseguono creando un intreccio ampio e articolato.

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Particolarmente interessante è il capitolo intitolato “Ernst Bernhard e Adriano Olivetti: una traccia”. Il contatto fra i due sembra sia nato grazie al contributo di un’altra importante figura del panorama culturale italiano: Roberto, per gli amici Bobi, Bazlen. Nato a Trieste nel 1902 è stato uno dei primi scopritori di Svevo e amico, fra gli altri, di Eugenio Montale. Grazie a questo legame anche Olivetti viene coinvolto nel vortice della psicoanalisi che ruota attorno all’ambiente letterario del Novecento.

Cesare Musatti fu per un breve periodo psicanalista dell’imprenditore di Ivrea, prima che quest’ultimo scegliesse di proseguire le sue sedute a Roma con Ernst Bernhard, “ottima e cara persona più affine […] alla mentalità di Adriano”.

Dai ricordi di Musatti emerge un aspetto che cattura l’attenzione del lettore: “Adriano aveva il terrore di suo padre e delle scenate che gli faceva in presenza degli operai quando trovava qualcosa fuori posto […]. C’era dunque, questa frattura nella vita di Adriano Olivetti. Un grande affetto per il padre ma una grande soggezione nei suoi confronti: perché Camillo era un uomo molto più energico di lui”.

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Le parole di Musatti sottolineano quanto Camillo apparisse autorevole agli occhi di Adriano e fanno emergere il dubbio che talvolta la sua autorevolezza sfociasse in autorità.

Il libro di Saibene porta a scoprire piccoli dettagli, talvolta del tutto inaspettati e inediti, della vita dell’imprenditore di Ivrea. L’effetto è quello di aumentare la curiosità del lettore che cercherà di ricostruire nella sua mente un’Italia attraversata da fervori politici e culturali che hanno portato con sé, seppure silenziosamente, un frammento dell’utopia olivettiana.

Cecilia Musulin

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“Ai lavoratori” di Adriano Olivetti

 

La semplicità e la determinazione con cui Adriano Olivetti comunica con operai e impiegati della sua società sono pienamente espresse dal testo “Ai lavoratori”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità in cui sono racchiusi due discorsi: quello di Ivrea del 1954 e quello di Pozzuoli del 1955 tenuto per l’inaugurazione del nuovo stabilimento.

Olivetti parla di comune partecipazione alla vita di fabbrica, di finalità morali del lavoro, di impresa che crede nell’umanità del lavoratore. Il suo discorso non ha lo scopo di fargli indossare i panni dell’imprenditore amico degli impiegati ma piuttosto di presentarlo come un dirigente cosciente delle sue responsabilità e deciso a farvi fronte.

Parallelamente all’impegno di creare occupazione per cercare di avvicinare le condizioni lavorative del Sud a quelle del Nord, Olivetti persegue altri obiettivi i cui principi emergono dalle pagine su cui sono trascritti i suoi discorsi. L’architettura della fabbrica di Pozzuoli era studiata, pur rispettando le necessità tecniche produttive, come se fosse un edificio di alto pregio residenziale con i suoi reparti inondati dalla luce, impreziositi dalla vista del mare e dal contorno di fontane e spazi verdi. Tutto ciò non escludeva la presenza di mense, biblioteche, colonie, servizi sociali identici a quelli di Ivrea per qualità ed estensione.

Un aspetto interessante messo in luce da questo libro è l’abilità con cui Olivetti adatta agli interlocutori le modalità di approccio e i temi trattati. Infatti l’imprenditore è consapevole che i lavoratori di Pozzuoli possano essere intimoriti dal progresso industriale, che ha interessato quasi esclusivamente il Nord della penisola italiana e risulta per loro sconosciuto, e dunque concentra il suo discorso sulle qualità degli uomini del Sud ancora legati alla terra e custodi “di una riserva di intenso calore umano”.

Olivetti è attento a sottolineare come, al meglio delle sue possibilità, abbia fatto in modo che nella fabbrica sorta a Pozzuoli i lavoratori percepiscano il rispetto per la natura e la bellezza e trovino qualcosa che possa colpire, seppure quasi inavvertitamente, il loro animo.

Ciò che resta impresso dopo la lettura di questi testi, grazie ai quali si ha la sensazione di sentire fluire le parole direttamente dalla voce di Olivetti, è che la principale preoccupazione dell’imprenditore sia quella di non perdere mai l’attenzione e il rispetto per la vita e la dignità dei lavoratori. Il fine ultimo del suo operato è costruire una fabbrica che sia non solo “a misura d’uomo” ma che sia percepita essa stessa come un essere vivente animato da molteplici impulsi.

La realizzazione del progetto olivettiano implica molti sforzi ma, ancora una volta, resta il ricordo e la guida del padre Camillo con le sue precise indicazioni: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione di nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.

Cecilia Musulin

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“Le fabbriche di bene” di Adriano Olivetti

Nel contesto imprenditoriale attuale la complessa e polivalente figura di Adriano Olivetti, con le sue azioni civili, politiche e culturali, è oggetto di riscoperta.

I testi raccolti ne “Le fabbriche di bene”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità sono eterogenei e complementari. Il primo, del 1951, è una sintesi del progetto di Comunità, l’illustrazione dell’idea olivettiana di convivenza civile; il secondo è un discorso rivolto ai lavoratori della sua fabbrica in seguito alla Liberazione del 1945 e rappresenta l’occasione per riprendere le fila di un progetto che la Guerra aveva sospeso ma non interrotto.

Ciò che distingue Olivetti nel contesto dell’imprenditoria italiana è il fatto di non essere solo un imprenditore. Il suo pensiero, da cui scaturiscono le altre componenti della sua figura, prende avvio dalla fabbrica intesa come un sistema costituito dalla compenetrazione di giustizia, progresso e tolleranza. Nel libro viene illustrato il cuore di tale sistema che grazie alle sue caratteristiche diventa una “Comunità” ambasciatrice di quell’alto equilibrio umano che Olivetti considera come obiettivo del suo progetto.

Il libro mette in luce altri importanti aspetti della concezione olivettiana come quello relativo alla meritocrazia, tema spinoso ed estremamente attuale. Per l’imprenditore di Ivrea la trasmissione della ricchezza costituisce un’ingiustizia sociale evidente, mentre “la sottomissione di uomini ad altri uomini in virtù del privilegio di nascita costituisce […] un ostacolo gravissimo al progredire dell’industria”. Il criterio fondante per assicurare alla fabbrica comunitaria la massima efficienza è la formazione e valorizzazione di dirigenti dotati di qualità umane, tecniche e culturali superiori. Ogni soluzione che non dia autorità e responsabilità a uomini di altissima preparazione, secondo Olivetti, è da considerarsi ingannevole.

L’occhio con cui l’imprenditore di Ivrea osserva la fabbrica è capace di catturare tutti gli elementi che caratterizzano tale struttura: il suo aspetto esteriore, il rapporto con la natura circostante, le persone che la popolano.

Dal libro traspare tutto lo sforzo che Olivetti compie affinché l’evoluzione e l’espansione della sua fabbrica non la renda simile alle grandi città moderne nate da una trasformazione che ha compromesso l’“armonia di vita” attraverso il caos creato dal loro “inestricabile groviglio”.

L’imprenditore è consapevole che l’idea della grande fabbrica porti con sé la distruzione dei contatti umani e la considerazione di ogni uomo come un numero.

La preoccupazione di Olivetti, perfettamente espressa dal testo, è fare in modo che tutto ciò che ha costruito mantenga il suo lato umano senza dimenticare mai l’approccio di suo padre Camillo che, nel discutere o esaminare il regime di vita o il regime di fabbrica, considerava ciascun lavoratore pari a lui comportandosi come “un uomo di fronte a un uomo”.

Cecilia Musulin

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“Adriano Olivetti. La biografia” di Valerio Ochetto

“Si può essere imprenditore e rivoluzionario?”

A distanza di 57 anni dalla scomparsa di Adriano Olivetti, avvenuta il 27 febbraio del 1960, questa domanda risuona ancora estremamente attuale.

Adriano stesso ha cercato una risposta impegnandosi per tutta la vita ad agire sulla società attraverso la sua fabbrica e la sua figura di “uomo”, prima ancora che di capitalista.

È proprio sul lato umano di Olivetti che si concentra il libro “Adriano Olivetti. La biografia” Valerio Ochetto, Edizioni di Comunità.

Il racconto dell’autore comincia con la descrizione dell’ambiente familiare in cui il padre Camillo, memore delle costrizioni del collegio, cerca di prolungare il più possibile il contatto dei figli con la natura. In casa le regole sono molte ma piuttosto aperte per i tempi.

L’esperienza da cui prende avvio la filosofia olivettiana è il viaggio in America: in Adriano nasce la convinzione che il segreto dell’industria americana non stia negli uomini “ma nella struttura della organizzazione e nel rigore dei metodi”.

L’intento di Ochetto sembra essere quello di ricostruire la figura di Adriano Olivetti attraverso i suoi molteplici interessi ed esperienze che lo hanno portato ad essere un uomo impegnato in diversi ambiti, come quello urbanistico e quello letterario.

Gli ambiziosi progetti hanno avvicinato Adriano a molti personaggi noti che con le loro parole ne raccontano le abitudini e ne descrivono le caratteristiche.

Ochetto ricorda come Alberto Carocci lo definisca “l’uomo più originale che io abbia conosciuto e che poteva apparire il più banale” o come Geno Pampaloni chiami “dirigismo estetico” il ruolo che Olivetti sente come un dovere, una vocazione legata alla figura del manager che, partendo dalla fabbrica, deve investire e migliorare l’intera società.

Ciò che colpisce di questo libro è la profondità con cui l’autore racconta la vita di Adriano Olivetti, quasi come fosse vista attraverso gli occhi di un familiare, svelandone non solo i punti di forza ma anche le debolezze.

Olivetti è un uomo che “non ha né la passione né la qualità del finanziere”.

Olivetti è colui che vede la sua fabbrica come un organismo vivente, animato dalle continue trasformazioni e dal contributo degli intellettuali assunti in fabbrica con l’intento di creare il rapporto intellettuale – industria compatibile con la duplice natura di Adriano: capitalista e riformatore sociale.

“Adriano Olivetti. La biografia” è un libro che permette di arrivare al cuore della vita dell’imprenditore di Ivrea, il lettore viene coinvolto nel vortice degli interessi e delle aspettative di questo personaggio che appare più come un intellettuale engagé che come uomo d’affari.

Non a caso il libro è pubblicato dalla casa editrice fondata dallo stesso Adriano.

Cecilia Musulin

 

 

 

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“Welfare aziendale in un gioco in cui nessuno perde e tutti guadagnano” a cura di Bruno Di Cola, Nicola Ferrigni e Mauro Pacetti

«Più denaro in busta paga o servizi all’individuo e alle famiglie?». Dare una risposta a questa domanda è l’obiettivo che Bruno di Cola, Nicola Ferrigni e Mauro Pacetti si pongono nel testo intitolato “Welfare aziendale in un gioco in cui nessuno perde e tutti guadagnano”, Gangemi, in cui viene illustrata e approfondita la ricerca condotta dalla Uilcom nel 2013.

Il campione intervistato è considerevolmente ampio ed eterogeneo, operante in molteplici e diversi settori e i risultati sono presentati in modo meticoloso e funzionale: la classificazione avviene in base al sesso, alla classe d’età e all’area geografica di provenienza degli intervistati.

L’analisi dei dati risulta fluida grazie alla divisione in capitoli tematici e brevi paragrafi che mantengono viva l’attenzione del lettore, differenziando di volta in volta gli argomenti commentati, mentre la lettura è accompagnata dalle immagini, dai grafici e dai titoli coloratissimi che offrono brevi ma piacevoli pause.

L’indagine della Uilcom rivela uno scenario in cui le aziende si muovono a fatica nel quadro delle politiche di welfare aziendale, mostrando difficoltà a integrare il cosiddetto welfare di primo livello, quello pubblico.

Le performance peggiori coinvolgono gli aspetti legati al telelavoro e ai turni agevolati: oltre la metà del campione, infatti, dichiara l’assenza di tali facilitazioni all’interno dell’azienda.

Di Cola, Ferrigni e Pacetti scelgono di dedicare al punto di vista femminile un intero capitolo che, coerentemente con lo spirito eclettico e colorato del testo, si intitola: “chi dice donna dice… welfare?”. L’ironia del titolo contribuisce ad ammorbidire un argomento piuttosto spigoloso, infatti la disparità di genere che le donne vivono ancora all’interno dei luoghi di lavoro, soprattutto per ciò che riguarda i percorsi di carriera, è una realtà ancora difficile da contrastare. Il 60,1% della componente femminile intervistata ritiene che la donna sia costretta a rinunciare o a rimandare la maternità per il lavoro. Il lavoro delle donne, considerato accessorio fino ad alcuni decenni fa, è oggi indispensabile per garantire un reddito sufficiente al nucleo familiare, oltre che per ottenere l’indipendenza economica, ma spesso accade che le lavoratrici madri siano ritenute inaffidabili a causa delle assenze legate alla cura della famiglia e dunque escluse da percorsi formativi e di carriera.

I curatori del testo sottolineano come un buon sistema di welfare aziendale fornirebbe un determinante contributo alla riduzione delle disparità di genere, offrendo alle lavoratrici un’azione concreta ponendo le basi per una reale condizione di pari opportunità, oltre che per un concreto sostegno alle cure familiari.

Nel volume è presentato il fenomeno nei suoi tratti generali, vengono approfonditi i singoli aspetti attraverso i vari capitoli tematici, si spiega come il sistema di welfare possa diventare un elemento strategico per la conciliazione e, allo stesso tempo, lo strumento più efficace per aumentare l’occupazione femminile e migliorare la qualità del lavoro di donne e uomini.

In conclusione, il libro di Di Cola, Ferrigni e Pacetti è da considerarsi uno strumento utilissimo per informarsi sul mondo del welfare aziendale.

Cecilia Musulin

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“Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori” di Luca Pesenti

Negli ultimi anni si sta addensando un crescente consenso circa l’idea che l’impresa possa funzionare in modo più efficiente se riesce a “leggere” i bisogni che emergono intorno e dentro il suo perimetro. Tale sillogismo parte dalla considerazione che il lavoratore diviene il punto di congiunzione più rilevante tra l’azienda e il mondo esterno, ovvero il primo stakeholder di cui ogni impresa dovrebbe prendersi cura. Questo è il principale concetto espresso da Luca Pesenti nel suo libro “Il welfare in azienda, imprese smart e benessere dei lavoratori”, Vita e Pensiero.

L’autore, attraverso un’interessante sintesi di dati relativi alla situazione italiana e alla sua comparazione con quella di altri paesi europei, mostra come nel nostro Paese non si sia verificato il processo di innovazione e ricalibratura delle politiche capace di adeguarle alle nuove esigenze.

Il sistema di welfare italiano si conferma inadeguato a fronteggiare i nuovi rischi legati all’indebolimento del modello di benessere sociale e alla crisi della crescita economica.

Perciò, mentre aumentano i bisogni, il sistema economico crea sempre meno ricchezza e, di conseguenza, sempre meno risorse spendibili dal sistema welfare per far fronte ai nuovi bisogni.

Nel definire puntualmente tutte le caratteristiche del contesto in cui il nuovo welfare aziendale si sviluppa, Pesenti cita alcuni autori che si concentrano su tematiche e concetti innovativi creando i presupposti per dirottare il welfare aziendale verso nuove e inaspettate direzioni. È il caso, ad esempio, del tema dell’Industry 4.0 su cui si orientano Annalisa Magone e Tatiana Mazali raccontando le interrelazioni fra uomo e macchina, tipiche dell’ambiente cyber-fisico e capaci di aumentare il grado di innovazione e diminuire i costi di produzione.

Il libro di Pesenti è caratterizzato da uno stile ampio e discorsivo in cui i frequenti tecnicismi inducono il lettore a soffermarsi con attenzione sugli argomenti che si susseguono e, allo stesso tempo, conferiscono al testo un taglio piuttosto specialistico. Questo aspetto è sapientemente bilanciato dall’autore attraverso un capitolo dedicato alle fasi necessarie per la realizzazione di un piano di welfare.

Spesso i libri offrono spunti teorici che richiedono ulteriori approfondimenti operativi.

Il testo di Pesenti invece si presenta come uno strumento di orientamento, quasi una guida, che spiega in modo schematico ma esaustivo tutti i passaggi da realizzare e le variabili a essi collegate.

Una costante del libro è il riferimento all’importanza dell’analisi dei bisogni, all’ascolto della popolazione aziendale come prerequisito fondamentale per l’elaborazione di un buon piano di welfare.

Si tratta di un tema molto sentito perché nelle future imprese smart, caratterizzate da ampie basi tecnologiche che richiedono la massima specializzazione delle professioni, le condizioni complessive di benessere del lavoratore diventeranno sempre più rilevanti per le sorti dell’impresa stessa. In quest’ottica Pesenti sostiene che un presupposto importante per l’efficace realizzazione di questa nuova tipologia aziendale sia la capacità di costruire piattaforme definite smart welfare. Si tratterrebbe di un welfare intelligente disegnato a partire dai reali bisogni della popolazione aziendale, personalizzato e non standardizzato.

La prospettiva di un vero e proprio menu di servizi fra cui i lavoratori possano scegliere quelli più adatti alle loro esigenze, appare molto allettante ma ancora piuttosto utopistica, considerando che le ricerche mostrano una scarsa attenzione per la lettura dei bisogni, effettuata solo dal 23,8% delle aziende che offrono uno o più servizi di welfare ai propri dipendenti.

Il libro di Pesenti costituisce una base, un solido punto di partenza per innescare il processo che potrebbe trasformare l’utopia in realtà.

Cecilia Musulin

 

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