Sistema Scuola: Vacanze Studio 2018, quanti studenti vivranno questa esperienza

A luglio dell’anno scorso abbiamo pubblicato un articolo che parlava delle Vacanze Studio dei ragazzi italiani compresi tra gli otto e i diciotto anni. Abbiamo raccontato cosa significa  per i ragazzi vivere questa esperienza e cosa c’è dietro, parlando dell’approccio sistemico che le società devono attuare necessariamente per organizzarle.

 

Quest’anno, a distanza di dieci mesi torniamo a parlare di questo argomento, ma da un altro punto di vista, quello tecnico.

Cosa avviene, infatti, tecnicamente? Come funziona il bando? Quali sono le tempistiche? E i numeri?

Sono queste le domande a cui cercheremo di rispondere, dati alla mano, forniti direttamente dall’analisi dei bandi e delle graduatorie pubbliche e pubblicate sul sito dell’Inps.

Come si arriva alla vacanza studio

Il bando Estate INPSieme 2018, dedicato ai giovani studenti italiani figli di dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali,  della Gestione Dipendenti Pubblici o iscritti alla Gestione Fondo IPOST, anche quest’anno ha riguardato una nutrita fetta della popolazione iscritta alla scuola primaria e secondaria.

Il concorso, sia per il settore Italia che per quello Estero, è stato pubblicato il 18 gennaio, prevedendo nei due bandi le specifiche riguardanti la contribuzione e i requisiti per fare domanda. Dal mese successivo di febbraio fino al 2 marzo le famiglie hanno avuto il tempo di presentare tutta la documentazione necessaria per rientrare in graduatoria.

Sul finire del mese di marzo sono state pubblicate le graduatorie e le famiglie hanno così preso coscienza se i propri figli fossero o meno tra gli studenti che dovevano iniziare a fare le valigie.

Una volta rientrati in graduatoria, gli interessati hanno dovuto rispettare i tempi molto stretti per prendere accordi con le società organizzatrici dei viaggi e preoccuparsi di pagare i versamenti e i saldi per non perdere il beneficio. 

In attesa dei ripescaggi che inizieranno la settimana prossima, andiamo a vedere i numeri di questo concorsone per studenti.

INPSieme, quali numeri? 

Il settore Italia e il settore Estero sono stati interessati da due bandi differenti reperibili sul sito dell’Inps e, per la stagione 2018, sono stati previsti un totale di 36.250 posti suddivisi in 12.820 per l’Italia e 23.430 per l’Estero.

Grandi numeri di certo, ma i numeri di coloro i quali hanno presentato domanda sono ben superiori e per capire bene, converrà usare qualche schema e qualche tabella.

Iniziamo con lo specificare la differenza tra Italia e Estero.

I soggiorni in Italia riguarderanno gli studenti iscritti alla scuola primaria e alle medie che potranno avvalersi di vacanze da otto o quindici giorni.  Avranno lo scopo far acquisire competenze nei settori relativi allo sport, arte, lingua straniera, scienze e tecnologia o ambiente. Questi ambiti possono svolgersi in accoppiamento e devono prevedere almeno dieci ore settimanali di attività specifiche per ogni tema caratterizzante il soggiorno, dovendo includere attività di conoscenza del territorio ospitante. 

Invece, il bando per l’estero è stato previsto per gli studenti iscritti alle scuole superiori, facendo una divisione tra coloro i quali frequentano il primo anno o quelli successivi. In entrambe i casi sono previsti periodi di permanenza di quindici giorni che permettono di raggiungere mete europee o extraeuropee dove poter studiare la lingua ufficiale del paese di destinazione, alloggiando in college o presso famiglie straniere selezionate. A seconda della destinazione e della tipologia di corso di lingua che le famiglie hanno scelto in accordo con le società, si potranno frequentare corsi linguistici con insegnanti madrelingua più o meno intensivi. In casi determinati, oltre al semplice corso di lingua possono essere svolti corsi dedicati per le certificazioni di lingua internazionali o le famose ore dell’alternanza scuola lavoro. Anche in questa tipologia di soggiorni, particolare importanza e attenzione viene posta sulla conoscenza del paese ospitante attraverso attività di interazione ed escursioni e su profili di internazionalità e scambio culturale. 

Se poi, al di là di questi tecnicismi di cui abbiamo scritto fino ad ora,  la vostra curiosità è tutta per i numeri, vi accontentiamo subito e con due semplici schermi di facile lettura: troverete, da sinistra, indicati i posti in totale messi a concorso per ogni bando, la divisione per categoria con indicati i rispettivi posti disponibili ed infine quante persone  sono rientrate in graduatoria per ogni categoria.

Italia

Estero

 

Non c’è bisogno di ulteriore spiegazione sul valore sociale di questi bandi.

Sostanzialmente, uno studente ogni tre ha potuto fare domanda per accedere ai bandi INPSieme.

Statisticamente un terzo di coloro i quali sono in graduatoria, partiranno. 

Per coloro i quali mancavano i requisiti per partecipare al bando, le società hanno previsto la possibilità di partire come aggregati, cioè partire con l’amichetto, il parente o il conoscente che ha beneficiato del contributo Inps al costo dell’intero pacchetto.

Insomma, anche questa prossima estate gli studenti italiani potranno essere classificati come un popol(ett)o viaggiatore.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Università all’estero? Vi racconto la mia esperienza

La scelta di frequentare o completare l’Università all’estero è una tendenza in rapida e recente crescita in Italia: dati del MIUR rivelano come nel 2015 il 3,1% degli studenti italiani abbia intrapreso un percorso universitario oltre confine, a fronte di un 2,9% dell’anno precedente. Nel 2006 la percentuale era dell’1,5%. Secondo la società di consulenza Omni Admissions, il 42% degli studenti che partono hanno scelto il Regno Unito, il 26% gli USA, il 32% un Paese europeo. All’interno di questi dati, diversi sono i profili, l’età e le motivazioni.

Il mio progetto di conseguire un Master nel Regno Unito è giunto in una fase particolare, forse insolita, della mia vita. Non ero una diciottenne fresca di banchi di scuola, piuttosto lontani i ricordi delle versioni di greco e latino, gli struggimenti adolescenziali, quel fecondo caos emotivo e intellettuale che giocava a creare immagini del mio futuro come ombre cinesi.

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Avevo, invece, qualche anno in più speso tra autoconsapevolezza e disillusione. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche e una Specialistica in Relazioni Internazionali alla LUISS, il mio bagaglio di amore per gli studi sociali e internazionalistici, di conoscenze e di incertezza uscivano tutti rafforzati. Cosa ero brava a fare, con cosa mi ero misurata, fuorché digerire stoicamente manuali e sfoggiare analisi di politica internazionale?

Mi sono districata nella giungla degli uffici di supporto alla ricerca di lavoro dell’Università, delle candidature di lavoro, CV e lettere motivazionali per qualche anno, collezionando tre, quattro stage e un breve contratto di consulenza nel settore della Cooperazione Internazionale. Dovunque ho lavorato, la percezione che non ci fosse alcun interesse nel farmi restare oltre il presente contratto. È iniziato un periodo di confusione, progressiva chiusura in me stessa. Congiuntura economica, circostanze socio-culturali del mio paese, seri problemi familiari che mi hanno investito in quegli anni, o semplicemente io che non ero nel posto (settore) giusto? La confusione cresceva, alimentata dal cambiare e cambiare lavoro, che rendeva difficile (impossibile) consolidare competenze e capire cosa volessi, potessi, dare.

Dovevo specializzarmi. L’illuminazione, e la voglia di mettermi in gioco arrivarono nelle lunghe pause di un lavoro meccanico e routinario (facevo nientemeno che i controlli di sicurezza in aeroporto in quel periodo). Sarei ripartita da ciò che ho sempre amato fare: scrivere. La curiosità di varcare i confini, della mia mente, del Paese, di ciò che conoscevo, un partner con la cittadinanza americana. Misi insieme i pezzi di questo puzzle un po’ delirante e feci domanda per il Master in Giornalismo Internazionale della School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra.

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Appena trasferita, mi resi conto dell’unicità di quella scuola, di quanto rappresentasse allo stesso tempo Londra e una finestra speciale sul mondo. Con il mio inglese ancora un po’ incerto, mi trovai immersa in una girandola di visi, colori, accenti, sorrisi. Tutto era nuovo, le ragazze velate in aula, dietro le scrivanie degli uffici amministrativi e in biblioteca. A tanto non avevo mai dato un volto prima. Paesi, culture la cui immagine era unicamente tracciata nella mia testa dalle pennellate monodimensionali e sensazionalistiche dei mass media avevano ora volti e mille storie diverse da raccontare.

La scuola era una potente cassa di risonanza delle ‘storie meno raccontate’: dibattiti, conferenze, proiezioni e concerti, cogestiti da studenti e professori, confluivano tutti nell’obiettivo di scardinare una visione eurocentrica del mondo, di offrirne una più pluralistica, non deformata dai media occidentali; per rifarsi a un gergo molto amato in SOAS, di ‘decolonizzare’ il nostro modo di guardare la realtà.

Ricordo l’approccio didattico, traumatico per me. Piccoli gruppi di studenti sparsi intorno a molti banchi vuoti. Il professore seduto sulla cattedra, cosi vicino, che chiede cosa pensiamo delle letture assegnate per quel giorno. Chiede non le teorie, né se è tutto chiaro. Chiede un dialogo, un contraddittorio sui testi di Barthes, di Gramsci. Ricordo quanto mi sentissi impreparata a esprimere il mio parere a un docente su un piano di parità. Lo stupore e il turbamento di sentire la mente totalmente vuota. L’inibizione, l’insicurezza. La difficoltà linguistica. Il fare incoraggiante e gentile dei professori, le loro risposte pressoché istantanee alle nostre email.

Ricordo Elisa, la prof. più amata del mio corso, con cui avevo l’invidiato privilegio di poter parlare a tu per tu in lingua madre. Il suo sguardo gentile, il suo ciuffo di capelli blu. Svolgeva ricerca sull’utilizzo delle tecnologie digitali presso comunità rurali in Cina. Il suo corso, ‘Global Digital Cultures’, ha affrontato una serie di tematiche etiche e culturali legate all’era di Internet e delle moderne tecnologie della comunicazione. Ricordo il suo interesse per le nostre storie, il nostro bagaglio personale di idee e credenze, la sua curiosità e apertura, che contrastavano in modo affascinante con la sua timidezza.

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Ricordo quanto, ai miei occhi di ex-studentessa italiana, sembrasse uno (splendido) film di fantascienza il fatto che la SOAS avesse un intero Dipartimento dedicato al benessere psicologico dello studente. In Regno Unito la salute mentale giovanile e’ una piaga sociale. Ma anche nella mia esperienza e in quelli di molti amici, la vita universitaria si carica spesso di difficoltà e disagio. Nella Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra, in piu’, problemi di integrazione in un paese straniero e nel suo sistema didattico, solitudine e alienazione sono tutt’altro che insoliti per gli studenti.

I motivi sono tanti e ci sono tutti, dunque, eppure a me sembrava fantascienza. Personalmente, ho seguito degli incontri pomeridiani di meditazione, e un singolare workshop di due ore sulla ‘procrastination’ (non potevo credere che qualcuno avesse pensato a un workshop per chi ‘soffrisse’ della tendenza a rimandare gli impegni accademici). Mentre ero in Italia per le vacanze di Natale, sono stata investita da un lutto familiare. In quell’occasione, mandai un’email agli uffici competenti per sapere se era possibile posporre le scadenze di alcuni lavori scritti. L’email di risposta, oltre ad accogliere la mia richiesta, mi informava in modo discreto dei servizi che il Dipartimento di supporto psicologico offriva in circostanze come le mie.

L’esperienza è stata assolutamente unica sotto il profilo umano e intellettuale, e radicalmente diversa da quella italiana. Mi ha offerto prospettive totalmente nuove sulla realtà, e rivelato la conoscenza non come un prodotto finito da esibire, ma come dialogo. Ho toccato con mano un sistema in cui il dubbio, la difficoltà e la crisi sono considerate parti naturale del processo di formazione e come tali sono prese in carico, al fine di non lasciare nessuno indietro.

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Lungi da me disprezzare l’Università del mio Paese, perché è stato grazie a essa e all’intero sistema scolastico italiano che ho affrontato il Master preparata e sicura di alcuni fondamentali strumenti, in particolare della capacità di analizzare e interpretare il mondo. Alla prova dei fatti, durante il Master ho elaborato saggi e un progetto di tesi che univano le mie idee alla capacità di argomentare in modo analitico e coerente, e che per questo sono stati accolti con entusiasmo.

Eppure, non potrò dimenticare lo shock, e la sensazione di inadeguatezza durante molte lezioni, quando, spinta ad offrire idee e spunti personali sulle teorie studiate, ho sentito la mia mente come una tabula rasa. Non solo io. Molti sembravano affetti dalla stessa sindrome (tra di essi, molti studenti orientali, mentre più disinvolti in assoluto apparivano, senza sorpresa, gli statunitensi). Resta un mistero quanto di questo fosse dovuto a timidezza, quanto alla lingua. A me ha fatto pensare a quanto tempo ed energia abbia speso, durante il mio percorso di studi in Italia, nell’imparare a comprendere e riportare teorie e nozioni, e a quante volte sia stata invece spinta, stimolata a darne la mia visione. Quante volte la modalità di valutazione, dalle elementari all’Università, sia stata incentrata sulla verifica della mera comprensione e apprendimento, piuttosto che sulla discussione critica. Nella mia esperienza, il confronto è, purtroppo, impietoso.

Non voglio neppure santificare la mia esperienza qui in Regno Unito. Insospettabilmente, la scuola si è dimostrata farraginosa in più di un’occasione sotto il profilo organizzativo e burocratico. Non tutti i docenti del mio corso, pur affabili e privi della quella tipica autoreferenzialità di casa nostra, si sono dimostrati professionalmente validi. Al momento attuale sono in attesa dei miei ultimi risultati e la SOAS deve ancora passare lo spinoso esame del supporto nella ricerca di lavoro, al cui solo pensiero, ancora una volta, tremo.

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Alcune delle cose che porterò con me di questo anno sono una gioiosa e chiassosa fioritura di nuovi e diversi interessi, vissuti attraverso i legami di amicizia con persone distanti per nazionalità e cultura; la curiosità di mettere in discussione le letture più tradizionali della realtà e di chiedermi, quando ascolto una storia che avviene a migliaia di chilometri da me, se ci sono altri modi di raccontarla.

Forse più di tutto, una prospettiva sulla conoscenza più intimamente connessa con l’apertura e la ricerca, che con il contenuto, meravigliosamente (e ironicamente) riassunta in una frase che Elisa, la professoressa italiana, ci disse a fine corso: “A questo punto della vostra carriera di studi, quello che vi auguro non è di avere le giuste risposte, quanto di farvi le giuste domande.”

Chiara Marandino

 

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Sistema Scuola: le Vacanze Studio all’Estero

Sistema Scuola è molto più di quanto si possa racchiudere concettualmente in due parole e, come sapete, ha l’obiettivo di farci conoscere più da vicino il mondo dell’educazione. Così, abbiamo parlato degli studenti che vivono il mondo della scuola, dei docenti e del personale non docente, fondamentali per far sì che il mondo della scuola funzioni il meglio possibile, abbiamo scritto del metodo Montessori e del suo approccio sistemico all’educazione del fanciullo, abbiamo presentato lo Scautismo che, parallelamente alle istituzioni scolastiche, fornisce una via educativa di crescita.

Oggi scriveremo per voi delle Vacanze Studio all’estero.

Avete mai vissuto una vacanza studio all’estero? Conoscete qualcuno che ha avuto questa possibilità? Se non fosse così, dalla mia camera di un college inglese, vi racconterò cosa sono, cosa significano per i ragazzi e tutto quello che celano agli occhi degli altri.

Le vacanze studio all’estero, possono essere considerate un perfetto esempio di approccio sistemico dal momento che racchiudono in sé una complessità dinamica legata a fattori non certo di poca importanza. Prima di tutto ci sono i ragazzi che vivranno una esperienza di vita lontani da casa con persone che non conoscono, poi ci sono i luoghi, perchè vivere all’estero un determinato periodo di tempo, significa dover riuscire ad integrarsi in contesti sconosciuti, dediti all’internazionalità, seguire nuove regole e conoscere altre realtà, non solo personali o geografiche.

Ci sono persone e società che lavorano assiduamente affinchè tutto segua i piani prefissati e programmati, perchè siano fornite tutte le occasioni necessarie e non solo per rispettare i contratti che ogni anno vengono siglati. C’è una profonda interazione tra soggetti, fisici e non, italiani e stranieri, che costruiscono le vacanze studio servendole ai ragazzi come una porta sul mondo per educare ed educarsi da protagonisti.

Fare una vacanza studio significa entrare in un mondo quasi parallelo, lontani dagli affetti, innestando relazioni con persone che vengono da altre parti del mondo e che hanno vite vissute alle spalle decisamente differenti. Significa frequentare dei corsi di inglese con classi internazionali, dove è richiesto il massimo impegno per seguire le lezioni. Condividere l’appartamento e la mensa, le attività e i singoli momenti del soggiorno con persone di altre culture, facendosi un po’ le ossa per diventare delle persone migliori che sanno viversi e godere ogni minuto della giornata nel rispetto degli altri e delle regole del paese ospitante.

Vivere una vacanza studio in un college significa alzarsi ogni mattina e vivere un turbinio di emozioni da togliere il fiato e non solo perchè i tempi siano particolarmente densi e ravvicinati.

I ragazzi vivono tutto questo, come un bellissimo gioco, ma dietro si nasconde un mondo complesso di coordinazione e organizzazione, programmazione e progettazione, in pieno approccio sistemico appunto.

Chi lavora dietro le quinte di questo sistema educativo parascolastico sa bene che la stagione non inizia quando l’estate è alle porte. Si avvia ben prima, quando bisogna trovare il college adatto, prendere contatti e contrattare con le istituzioni locali, con le compagnie aeree e dei trasporti privati, quando bisogna mettere nero su bianco il progetto scolastico, considerando che i corsi di lingua sono l’ossatura principale delle vacanze studio e devono avere quel qualcosa in più rispetto le lezioni che si potrebbero frequentare comodamente nelle proprie città ad un paio di chilometri da casa. Le vacanze studio risultano essere dunque un sistema decisamente complesso, dove necessariamente bisogna occuparsi, con realistica obiettività, di ogni singolo aspetto senza sottovalutare nulla.

Ci sono le famiglie, che vogliono il meglio per i propri figli e alle quali bisogna fornire tutta l’assistenza necessaria prima, durante e dopo il soggiorno.

Ci sono le persone che lavorano con i ragazzi che devono essere scelte nella massa per le loro competenze, capaci di saper vivere e condividere con i ragazzi una esperienza fuori dal comune, in grado di gestire i partners stranieri e fare in modo che non si verifichi mai un problema e, al suo eventuale materializzarsi, riuscire risolverlo in un batter d’occhio, senza alcuna ricaduta sugli attori principali, i ragazzi.

E quando tutti i pezzi di questo puzzle hanno i propri contorni ben definiti e si incastrano alla perfezione con gli altri, inizia la vacanza studio all’estero, con al centro di tutto i giovani tra i dieci e diciotto anni che ogni estate partono in migliaia, che vivono appieno questa esperienza pervasi da una voglia irrefrenabile di non lasciarsi scappare nessuna occasione.

Quando arrivano li vedi sempre un po’ impauriti e timorosi di non conoscere nessuno, preoccupati di sentire la mancanza di casa, di non capire a sufficienza la lingua, vergognosi in certi casi di partecipare alle attività sportive per non mettersi in mostra.

Poi li vedi crescere e cambiare giorno per giorno, imparano a mettersi in gioco e si fanno trasportare. Vedi adolescenti di diverse nazionalità che, in certi casi con l’aiuto di un traduttore sui loro smartphone, intraprendono chiacchierate con altri coetanei venuti da chissà dove. Si raccontano storie, dialogano dei rispettivi paesi e delle proprie tradizioni. Parlano dei loro sogni e delle loro aspettative, delle loro insicurezze e delle loro paure, masticando una lingua che sono venuti a studiare, farcendolo con errori di pronuncia a tratti divertenti.

Una vacanza studio diventa, inaspettatamente, il terreno su cui fioriscono relazioni internazionali da fare invidia ai capi di stato in lotta tra loro e così vedi i ragazzi, normalmente abituati ad odiare i vicini di confine, giocare con chi politicamente è classificato come un nemico, divertirsi, abbracciarsi, frequentare la stessa classe e mangiare insieme ad un tavolo della mensa. I più grandi li scopri anche parlare delle situazioni politico sociali, intenti nell’immaginare i propri paesi diversi da come sono attualmente, se solo i potenti facessero una cosa piuttosto che un’altra.

Ci si scambia i numeri di telefono, ci si promette di rivedersi e qualcuno ci riesce davvero.

Si stringono in abbracci frenetici quando capiscono che il tempo a loro disposizione sta per finire, prima che ognuno rientri nelle proprie case, magari nell’altro emisfero.

Sanno che forse non potranno più rivedersi, ma sono tutti consapevoli di aver imparato molte più cose in queste due settimane che in un anno di scuola.

Un soggiorno dura due settimane per il tempo della terra, ma sono anni nel tempo del cuore.

Così ogni quindici giorni la macchina riparte, un aereo decolla e atterra a destinazione, i ragazzi arrivano in college che diventerà la loro casa, saranno accolti da chi li attende e li guiderà per i giorni a seguire, conosceranno gente, frequenteranno le lezioni, faranno le diverse attività quotidiane, si divertiranno e si stancheranno durante le escursioni e ogni sera si addormenteranno con il sorriso sulle labbra in vista del giorno successivo, pieno di novità ed emozioni.

Vivere una vacanza all’estero significa partire ragazzi e tornare un po’ più adulti, con amici sparsi nei vari paesi e tante nuove idee su di sé e sugli altri, rendendosi conto di quanto sia vario il mondo, andando oltre lo schermo di un cellulare o di un televisore, imparando a conoscerlo con gli occhi degli altri.

In pieno approccio sistemico.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: il Metodo Montessori

montessori1Dopo aver girato il mondo analizzando come è nato e come funziona lo Scautismo, torniamo momentaneamente sui banchi di scuola per capire meglio in cosa consiste il Metodo Montessori, un vero e proprio approccio sistemico all’educazione del fanciullo tutt’oggi innovativo e che mette al centro il ragazzo con le sue potenzialità, esigenze e attitudini.

Tra le prime donne medico in Italia, Maria Montessori è stata pioniera in molti campi, a cominciare dalla sua vita professionale, sempre protesa verso l’innovazione e libera da aspettative e pregiudizi, fino alla sua vita privata, all’insegna del progresso e dell’emancipazione femminile.

montessori2Il suo interesse per l’educazione dei bambini, a partire da quelli più disagiati, nasce proprio grazie al suo ruolo di scienziata, tanto che il metodo scientifico, fatto di evidenze riconoscibili a tutti e sperimentabili su larga scala, la guiderà sempre anche nelle sue scelte di educatrice, portando al successo in tutto il mondo il suo approccio educativo, ancora oggi tra i più ammirati anche all’estero.

Sfrondato e alleggerito dai limiti del tempo trascorso, infatti, il metodo Montessori è tuttora tra i più utilizzati al mondo, anche e soprattutto nelle scuole del Nord Europa, spesso più all’avanguardia delle nostre. Sono numerosissime le scuole dell’infanzia, primarie, secondarie e perfino le università che abbracciano questo metodo in tutto o in parte, o che ad esso si ispirano per la strutturazione degli ambienti didattici o dei programmi di studio.

montessori3Il primo passo per l’applicazione del metodo sta proprio nella costruzione dell’ambiente che circonda il fanciullo nel quale tutto è all’insegna della natura e della naturalezza, ma nulla è lasciato al caso. È significativo, infatti, che il nido e la scuola dell’infanzia ideata da Maria Montessori sia stata chiamata Casa dei Bambini, proprio per indicare un ambiente nel quale il bambino è il vero padrone in grado di muoversi in autonomia in base ai suoi tempi e ai suoi interessi e l’adulto educatore è soltanto una figura di supporto e, quando necessario, di supervisione.

L’ambiente di apprendimento Montessori è caratterizzato da materiali e attività ideate per stimolare e favorire l’interesse dei ragazzi in ogni materia e in ogni campo, permettendo prima di tutto ai bambini di dedicarsi individualmente ai compiti che loro stessi scelgono, favorendo l’auto-correzione degli errori e unendo l’aspetto meramente cognitivo dello studio con quello fisico e più strettamente pratico legato all’attività che si sta svolgendo, in modo equilibrato. Solo così il fanciullo scopre le proprie potenzialità e propensioni, autodisciplinandosi, perché tutto attorno a lui è costruito a sua misura, e mettendosi alla prova nella concentrazione e nell’impegno prima individuale e, successivamente, di gruppo classe.

montessori4Il pensiero pedagogico di Maria Montessori raccomanda, dunque, di creare un ambiente scientificamente idoneo a favorire non solo lo sviluppo cognitivo del bambino, dal punto di vista didattico, ma anche le sue abilità sociali e morali. Proprio per questo è importante che non solo le aule, ma l’intero edificio scolastico siano accoglienti e confortevoli, per far comprendere ai ragazzi che è possibile apprendere con piacere, senza ricorrere né a punizioni, né a premi. Ogni progresso, così come ogni battuta d’arresto, fanno parte di un percorso ben preciso e ben chiaro nella mente degli educatori che dovrebbero guidare tenendo per mano e non trascinando, rispettando così i tempi e l’individualità del singolo. L’obiettivo è favorire l’equilibrio mente-corpo, la creatività, la curiosità e l’intelligenza intesa nel senso etimologico del termine come capacità di leggere dentro le cose, facendole proprie.

I docenti, quindi, anche in qualità di lavoratori, sono guida ed esempio per i bambini. Sono presenti per semplificare e non per complicare concetti ed esercizi e danno l’esempio di autocontrollo, autodisciplina ed ascolto aperto dei loro ragazzi. Mostrano l’utilizzo dei materiali e spiegano, ponendo gli allievi di fronte alla possibilità di una vera e propria relazione educativa e non di un rapporto a senso unico tra insegnante e alunno.

montessori5Sono proprio questi i concetti base che caratterizzano l’approccio sistemico del metodo Montessori: scienza, equilibrio, autoregolazione. Relazione tra ambienti, persone e materie di studio nel rispetto delle individualità che compongono il gruppo. Concetti che favoriscono il fanciullo nel suo cammino verso l’età adulta e nella scoperta di se stesso in qualità di animale sociale e che dovrebbero rispecchiare i futuri equilibri degli ambienti di lavoro a favore della produttività, del progresso e dell’amore per la civiltà.

www.fondazionemontessori.it

Alessandra Rinaldi

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Sistema Scuola: Scautismo, un movimento che rende i ragazzi protagonisti

Dopo aver analizzato dettagliatamente come è composto il Sistema Scuola  nel nostro Paese, avendo dato voce a ciascuno dei protagonisti che lo vivono quotidianamente, continuiamo il nostro viaggio in questa realtà che abbraccia mondo del lavoro, della cultura e della civiltà nel senso più profondo del termine, esaminando alcuni esempi di sistemi educativi, sia scolastici, sia parascolastici, che mettano al centro i ragazzi e siano caratterizzati da un approccio sistemico collaudato e ben definito.

La prima metodologia alla quale ci siamo dedicati, sempre attuale e innovativa, nonostante le sue origini risalgano ormai ai primi del Novecento, è lo Scautismo, una realtà che, da sempre, si focalizza sullo sviluppo sano ed equilibrato dei ragazzi, sia come singoli individui, sia come componenti di un gruppo forte e coeso.

Premesso che nel mondo ci sono oltre 38 milioni di bambini, ragazzi e adulti, donne e uomini, che, in 216 paesi e territori del mondo sono scout, che cos’è lo Scautismo?

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Si tratta di un movimento educativo non formale, promosso e composto da giovani, che si propone come obiettivo la formazione integrale della persona secondo i principi ed i valori definiti dal suo fondatore Lord Robert Baden-Powell, e risulta essere, ancora oggi, la più numerosa forma di associazionismo trasversale presente al mondo e con la maggior diffusione territoriale.

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La particolarità dello Scautismo è l’essere un vero e proprio stile di vita che impegna i bambini dagli otto anni in poi, promuovendo la loro educazione fino alla maggiore età e oltre, attraverso un metodo che cresce con il crescere del bambino, fatto di fantasia e simbolismo, gioco e condivisione, avventura e vita all’aria aperta, di vita comunitaria e di servizio agli altri, senza mai discostarsi dal principio educativo dell’imparare facendo, della fraternità e dell’essere di esempio agli altri attraverso il trapasso delle nozioni.

Al centro dello Scautismo c’è sempre il ragazzo, che per ogni fase della propria crescita, vive la metodologia scout nel contesto delle unità di appartenenza che rispecchiano la maturità personale e sociale del singolo, calando su di esso gli strumenti appositamente individuati per favorire lo sviluppo psicofisico del singolo in un contesto di vita comunitaria a stretto contatto con gli altri e con la natura, sotto la guida di capi adulti volontari e formati.

Il metodo Scout prevede la divisione in fasce d’età chiamate Branche.

Dagli otto agli undici anni le bambine e i bambini vivono l’appartenenza al Branco o al Cerchio, come Lupetti o Coccinelle dove, attraverso i racconti del Libro della giungla riadattato dallo stesso Baden-Powell o quelli appartenenti al libro Sette Punti Neri scritto da Cristiana Ruschi Del Punta, vivono la loro crescita in un ambiente fantastico che li guida e li conduce all’adolescenza.

Attraverso questi racconti ed il loro simbolismo, vengono forniti al bambino una serie di spunti ed insegnamenti pedagogici che lo accompagnano fino al passaggio nella branca successiva, divenendo e rimanendo una parte fondamentale di sé, ispirandoli ed invogliandoli, seppur nel rispetto della loro età, a porsi come esempio per i più piccoli, a condividere esperienze di vita, a coltivare i propri talenti.

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Dai dodici ai sedici anni le ragazze e i ragazzi vivono l’esperienza del Reparto, come Guide o Esploratori, i quali suddivisi in sottogruppi monosessuali e trasversali chiamati Squadriglie, fanno esperienza di vita comunitaria e a contatto con la natura, in stile avventuroso, specializzandosi secondo le proprie abilità ponendole al servizio di tutti gli altri, secondo i valori della scoperta, dell’essere competenti e responsabili, tanto di sé quanto di chi gli viene affidato.

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Con lo scadere dell’adolescenza, gli Esploratori e le Guide, vengono accolti nel Clan come Rovers e Scolte, creando come amava definirla Baden-Powell “una fraternità all’aria aperta”. I ragazzi divenuti ormai adulti in questa branca sono chiamati a vivere pienamente il servizio verso gli altri, il cammino e la vita di comunità, che li condurrà al momento più importante per uno scout, la Partenza o l’Uscita, che segnano il termine del loro cammino come educandi.

A tale punto della propria vita Scout, il singolo può scegliere liberamente se aderire pienamente al Patto Associativo e diventare a propria volta un educatore, pronto a svolgere il proprio servizio in modo pieno e volontario, oppure può decidere di dedicare la sua vita ad altre forme di volontariato.

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Divenuto ormai adulto, il bambino o il ragazzo che aveva iniziato e decide di continuare a giocare il gioco dello Scautismo, diventa un Capo, ponendo se stesso al servizio della Comunità Capi che lo accoglie e che lo guida nello svolgimento delle attività con i ragazzi e nell’iter di formazione personale, per diventare un capo formato e competente.

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La bellezza dello scautismo sta nel fatto che, pur identica per tutti i ragazzi del mondo, è vissuta nei diversi contesti culturali e religiosi, perché i suoi principi ispiratori restano, nonostante siano passati più di cento anni, universali e sono sintetizzati nella Promessa, nella Legge Scout e nel Motto che rendono milioni di persone Fratelli e Sorelle in tutto il mondo, passando oltre qualsiasi differenza. Attraverso la Promessa e la Legge Scout il ragazzo non solo “entra a far parte della grande famiglia degli Scouts”, ma si impegna di fronte al mondo, forte della fiducia che sente riposta in lui e della libertà con cui aderisce a questo ideale, per giocare un ruolo responsabile nella vita, mettendo in gioco il suo onore, pronto a camminare lungo questa strada impegnativa, con la consapevolezza che l’importante non sarà mai l’essere arrivato ma fare del proprio meglio.

“Una volta scout, sempre Scout”

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Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Insegnanti e Territorio

territorio 1Continua la nostra indagine sul campo circa il mondo della scuola come sistema composto da tanti organi che formano un unico corpo che deve essere il più sano e forte possibile. Dopo aver affrontato i punti di vista di studenti, generazioni di insegnanti e personale non docente, torniamo ad ascoltare gli educatori per capire quanto la scuola di oggi, sempre più propensa verso tecnologia e progresso, sia effettivamente integrata e ancorata sul territorio su cui sorge e opera. Come ogni organismo vivente, infatti, non può prescindere dalle condizioni ambientali in cui nasce e proprio a queste deve adattarsi, se vuole vivere ed evolversi, altrettanto dovrebbero fare i singoli istituti scolastici. La conoscenza e la consapevolezza del background che li circonda è fondamentale affinché ogni sistema scuola funzioni e sappia ascoltare e valorizzare ogni suo prezioso componente.

I testimoni di oggi sono Ilaria e Laura, due insegnanti di ruolo di scuola dell’infanzia e primaria nel pieno della loro carriera lavorativa, che operano in due piccole realtà del centro Italia, tra il Lazio e la Toscana, non lontano dai rispettivi Capoluoghi di Regione. Anche questa volta, per garantire la loro riservatezza, le chiameremo con nomi di fantasia, senza specificare luoghi e istituti scolastici di provenienza, riportando, tuttavia, fedelmente, quanto raccontato dalle insegnanti nelle interviste che seguono.

Dalle risposte che Ilaria e Laura hanno dato alle nostre domande si deduce che l’analisi dell’attaccamento effettivo al territorio da parte degli istituti scolastici può essere fatta da due punti di vista: esaminando il fattore ambientale naturale, da una parte, e quello antropico e culturale, dall’altra. I bambini e i ragazzi di oggi, infatti, vengono sensibilizzati dalla scuola, non senza impegno e fatica, a prestare maggiore attenzione e rispetto, sia verso l’ambiente naturale che li circonda e nel quale la loro scuola sorge fisicamente, sia verso il contesto umano che caratterizza le loro origini come cittadini, e quindi studenti, su un determinato territorio. Le principali difficoltà di integrazione verso questi obiettivi, oltre alla solita ingombrante burocrazia, sono non solo le situazioni familiari complicate di molti ragazzi difficili da coinvolgere nelle varie attività, ma anche l’alto numero di studenti provenienti da altri Paesi e quindi portatori di altre culture e tradizioni, presenti in un numero sempre maggiore e che, quindi, non è possibile ignorare. Al di là degli aspetti politici, la vera sfida della scuola del futuro, dunque, in ogni luogo e grado, è proprio far sentire tutti studenti e cittadini allo stesso livello e sullo stesso piano ragazzi che provengono da situazioni molto diverse tra loro e che hanno bisogno, assieme ai loro stessi insegnanti, di percepire la scuola come un faro in mezzo alla nebbia dei nostri tempi difficili.

 

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Ilaria: La scuola è un luogo salubre e sereno in cui i bambini si aprono a nuove esperienze, lontano dai genitori. Imparano a vivere in una nuova “Società”, diversa dalla famiglia. Mi è sempre piaciuto insegnare. Fin da ragazzina aiutavo i miei compagni di scuola a fare i compiti, poi, crescendo, affiancavo i ragazzi nello studio e nella preparazione di interrogazioni ed esami. Lavorare nella fascia d’età 3-6 anni è molto gratificante. Diventi una figura fondamentale per i bambini, quasi una seconda mamma e per me che non sono mai diventata madre… beh, mi riempie il cuore di gioia! Mi sento utile e gratificata; vedo i loro progressi di giorno in giorno, crescono imparando i sani principi che spero li accompagnino per tutta la vita. Spesso però, purtroppo, i bambini, diventando adulti ed entrando in contatto con insegnamenti sbagliati, prendono strade non sempre “raccomandabili”, ma io credo ancora e molto nel mio lavoro e non mollo. Lotterò sempre per insegnare solo “cose giuste e belle”, come dico ai miei bambini, affinché diventino degli adulti sereni ed equilibrati.

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Laura: Oggi la scuola è un grande punto di riferimento per i ragazzi, soprattutto la scuola primaria dove si apprendono le basi. Tutto sembra dissolversi con troppa facilità oggigiorno: gli affetti, le famiglie, tuttavia la scuola resta ancora una struttura presente, per quanto sgangherata. La cittadina in cui lavoro io potrebbe essere vista come una “zona di confine”. L’istituto in cui opero è tra i primi in Italia per numero di stranieri, oltre che di alunni BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) e quindi l’integrazione è per noi una sfida quotidiana e va oltre la didattica. Molti dei nostri bambini trovano stabilità e serenità solo all’interno delle aule, perché fuori le situazioni di vita sono difficili persino per gli adulti che si trovano ad affrontarle. Ho intrapreso questa carriera perché ci ho sempre creduto, anche se inizialmente non ho fatto studi di indirizzo. Quello coi bambini è uno scambio continuo. Noi docenti insegniamo la didattica, ma dai ragazzi impariamo qualcosa di più profondo sulla nostra natura umana, sia nelle classi, sia nei singoli rapporti che si instaurano. È stato proprio questo a spingermi a fare di questa passione una professione, acquisendo tutti i titoli e le competenze che mi avrebbero permesso di sviluppare la mia professionalità. Sono stata precaria per moltissimi anni in scuole private e, oggi che sono docente di ruolo in un istituto statale, ho raggiunto maggiore equilibrio, ma di sicuro ogni giorno a scuola è diverso dall’altro. Quando entri in aula ci sono tante difficoltà da affrontare, è stancante e le delusioni sono quotidiane, ma quel che resta dentro è sempre il riscontro che si ha dai ragazzi, dalle esperienze che si fanno insieme e che si condividono. La delusione più grande però, soprattutto rispetto al “mondo esterno”, è il mancato riconoscimento della nostra figura di insegnanti. In troppi criticano il nostro operato, senza sapere cosa significhi fare il docente. Non ci si improvvisa insegnanti, si studia e ci si tiene continuamente aggiornati, andando anche oltre le nozioni che si passano ai ragazzi. Ma, nonostante ciò, spesso subiamo giudizi ingiusti e ingiustificati che non fanno bene agli studenti e all’intero sistema.

 

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri quotidianamente nel tuo percorso?

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Ilaria: Abbiamo a che fare quotidianamente con tanta burocrazia. Deleghe dei genitori, verbali per i collegi, programmazioni, infortuni, autorizzazioni alle gite, privacy, piano sicurezza, aggiornamento delle graduatorie, ricostruzione della carriera, domande di trasferimento… A volte non mi sembra di fare l’insegnante, ma di lavorare in un ufficio pubblico tra le scartoffie. Un’altra piaga è la continua mancanza di fondi anche per i beni di uso quotidiano (come carta igienica, sapone per le mani, carta assorbente), figuriamoci, poi, per corsi di aggiornamento o materiali di largo consumo quali colori, fogli di carta, materiale didattico in generale, fotocopiatrice, e così via. A tutto ciò si aggiunge una diffusa mancanza di rispetto per il nostro lavoro. Troppo spesso il nostro ruolo è sottovalutato. Chi non fa questo mestiere pensa che noi lavoriamo solo cinque ore al giorno, che abbiamo tanti giorni di ferie, che cantiamo e giochiamo tutta la giornata, insomma che sia una passeggiata. È vero che all’interno del plesso scolastico io sto per cinque ore al giorno, ma a casa lavoro ancora per cercare informazioni e materiali e strutturare le lezioni che affronterò poi in classe. Per quanto riguarda le ferie non possiamo scegliere il periodo per usufruirne e, qualora riuscissimo a prenderle durante l’anno scolastico, (per un massimo di sei giorni), dobbiamo supplicare il Dirigente che ce le accordi e trovare noi stesse una sostituta, perché non devono esserci carichi economici per la scuola.

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Laura: A livello strutturale gli edifici scolastici della nostra zona e dell’Italia intera sono in situazioni disastrose e spesso pericolose. Abbiamo solai che ci crollano in testa, fognature allo stremo e aule senza neppure il necessario. Ma anche tutto ciò che riguarda la didattica e la programmazione non tiene conto realmente delle difficoltà che gli insegnanti hanno in cattedra, ogni giorno. Spesso le problematiche esterne che hanno i ragazzi e le loro famiglie non ti permettono di seguire alla lettera i programmi del Ministero, perché la scuola è vita e deve trasmettere anche i mezzi per affrontare le difficoltà o oltre alle materie di studio. Forse è proprio questo scollamento la maggior criticità dei nostri tempi.

 

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

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Ilaria: Noto che faticosamente la scuola cerca di stare al passo con i tempi, soprattutto nell’aggiornamento degli insegnanti per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ora che mi trovo a lavorare lontano dalla mia città d’origine sto frequentando diversi corsi per la scuola digitale, ma negli anni passati, quando ha lavorato vicino casa, questo non è mai avvenuto. Forse perché dove mi trovo ora si è capito quale sarà il futuro della scuola e si è riusciti a guardare oltre e ad essere più lungimiranti. Ormai i bambini nascono con una mentalità volta all’informatica e al digitale e la scuola dovrebbe utilizzare questo canale informativo per insegnare ai propri alunni.

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Laura: Devo essere sincera: nella mia carriera di insegnante ho visto più passi indietro, che in avanti. Si prova a fare tanto, un po’ di tutto per l’esattezza, ma l’“essenziale” manca sempre e, alla fine, anche quel poco che si è fatto, si dimentica. Un tempo i programmi erano meno corposi, ma si andava di più al cuore dei concetti, senza contare che, i ragazzi di oggi hanno una soglia di attenzione molto più bassa ed è difficile coinvolgerli organizzando in modo sistematico il lavoro con tanti alunni, ognuno con la propria particolarità. Forse sarebbe meglio sfrondare i programmi, lasciando le basi e una più ampia libertà ai docenti di organizzarsi anche in base alle esigenze delle singole classi per non lasciare indietro nessuno. L’informatizzazione c’è, ma non è la LIM, ad esempio, che fa la differenza all’interno delle classi. Ormai tutti i ragazzi hanno uno smartphone a disposizione e spesso sono loro a insegnare qualcosa a noi in questo senso.

 

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di donna e insegnante e perché.

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Ilaria: Ci sono così tanti episodi che mi sono rimasi nel cuore, che sarebbe difficile sceglierne solo uno. Sarebbe un torto a tutti quei bambini che, ognuno a loro modo, hanno contribuito alla mia crescita come insegnante ed educatrice. Naturalmente ci sono anche ricordi spiacevoli, momenti di difficoltà, spesso legati alla precarietà di questo mestiere, ma a restare maggiormente impressi sono sempre i sorrisi dei bambini.

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Laura: C’è un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso e che ancora porto nel cuore. Il primo anno, nell’istituto in cui mi trovo adesso, ho avuto una quinta classe molto problematica. C’era una bambina, Anna, che piangeva tutti i giorni in classe e non c’era verso di capirne il motivo. Verso la fine del primo quadrimestre abbiamo capito che la mamma stava male e il papà non riusciva a prendersi giorni di ferie per accudirla, così lei rimaneva spesso sola con questa mamma allettata e sotto farmaci. Verso la fine dell’anno l’intera famiglia ha deciso di trasferirsi per cercare l’aiuto dei parenti lontani. Il giorno dopo che Anna è partita ho trovato nel mio registro un bigliettino a forma di cuore con scritto: “Grazie di avermi ascoltata” e mi sono commossa. Mi era sembrato di non essere riuscita a fare molto per lei, ma anche quel poco evidentemente era stato importante.

 

La scuola in cui operi è ben inserita nel contesto territoriale in cui si trova? Secondo te riesce a rispondere alle esigenze dei ragazzi e dei colleghi insegnanti legate al territorio di appartenenza? Quali sono le iniziative che agevolano l’interazione tra scuola e territorio nella vostra regione?

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Ilaria: La scuola in cui opero è ben inserita nel territorio in cui si trova. Frequentemente il Comune organizza eventi e attività che coinvolgono scuole e famiglie. Tutti i mesi, ad esempio, la biblioteca comunale presenta iniziative davvero molto interessanti per fasce d’età e gratuite o con una piccola offerta e sappiamo quanto sia importante avvicinare i ragazzi alla lettura. Si tratta sempre di eventi cittadini legati alla stagionalità, presentazioni di libri, organizzazioni di convegni, tavole rotonde e così via. Il tutto per sensibilizzare i ragazzi al rispetto del territorio da tutti i punti di vista e alla conoscenza della loro cultura e tradizione.

territorio 11

Laura: Nel nostro istituto ciò che fa veramente la differenza nell’integrazione territoriale è il lavoro “sul campo” dei docenti. Abbiamo dedicato ore e ore a parlare coi bambini, spiegando loro che tutti hanno gli stessi diritti, anche se hanno una religione o tradizioni diverse e questo significa educare alla convivenza civile e vivere a pieno il proprio territorio, rispettandolo e valorizzandolo. Se facciamo dieci moltiplicazioni in meno chissenefrega! Tutti lavoriamo per l’inserimento sociale dei ragazzi e siamo uniti in questo. Arrivano anche alcune iniziative dal Ministero che potrebbero agevolare questi processi, ma non sono sempre di grande valore e questo è un gran peccato. Molto è lasciato alla nostra iniziativa e alla nostra sensibilità di insegnanti e ci sentiamo poco supportati in questo.

Alessandra Rinaldi

 

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Sistema Scuola: anche il personale non docente è fondamentale

Dopo aver affrontato il punto di vista degli studenti e quello degli insegnanti nei precedenti articoli, paragonandoli alle due metà di un cuore, oggi vi mostreremo l’intero corpo della scuola.

Per dare vita a questo articolo, sono personalmente riuscita ad entrare in diverse scuole della mia città, parlato con i diretti interessati e alla fine ne ho scelta una, di cui ovviamente non vi dirò il nome, ma che diventerà lo scenario di questo nostro viaggio virtuale.

La cosa che più mi ha sorpreso parlando con le persone che ho incontrato è che tutti avevano l’idea della scuola come una piramide che contenesse più o meno tutti i settori, ognuno dei quali preordinato o sottoposto ad un altro. In realtà, parlando loro ho esplicitato una visione di scuola differente, più simile ad un puzzle e vi spiego anche perché.

Per quanto possa essere giusta l’idea gerarchica insita in una istituzione scolastica, credo più nella parità di ogni singolo “pezzo” che combinato con gli altri, crei un unico disegno. Ovviamente tutti noi abbiamo familiarità con i puzzle e siamo consapevoli che se mancasse anche un solo pezzettino, per quanto la mente umana sia perfetta e riesca a soccombere a quella mancanza visuale, resterebbe un vuoto.

Partiamo dal presupposto che se dicessi scuola, chi legge penserebbe immediatamente all’edificio scolastico e poi ai corridoi, agli odori, al brusio o agli schiamazzi, alle persone che ha incontrato almeno una volta nella propria vita solcando l’ingresso.

Ma la scuola, non è solo l’edificio nel quale abbiamo vissuto diversi anni, non è fatto solo di studenti o di professori. È composto da tutta una serie di altre persone ed “aree” che sono necessarie al buon funzionamento di tutto il sistema e senza ogni singolo ricompreso in queste aree, le cose non funzionerebbero davvero.

Abbiamo parlato di aree, ma quali sono?

Il sistema scuola di ogni singolo istituto funziona perché c’è una combine tra l’area amministrativa, l’area organizzativa, l’area didattica e il Dirigente Scolastico.

II Dirigente Scolastico è una figura scolastica di spicco. È colui che gestisce in maniera unitaria l’istituzione scolastica, ha il compito di promuovere e sviluppare l’autonomia gestionale e didattica, è garante del diritto all’apprendimento degli alunni, della libertà di insegnamento dei docenti ed anche della libertà di scelta educativa delle famiglie. Essendo il  legale rappresentante dell’istituzione scolastica, è responsabile della sua gestione, delle sue risorse finanziarie e di quelle strumentali, nonchè dei risultati del servizio ed è titolare delle relazioni sindacali. Dirige, coordina e valorizza le risorse umane, organizza l’attività scolastica secondo i criteri di efficienza e di efficacia formative.

L’area amministrativa è composta da:

  • il Direttore dei Servizi Generali Amministrativi il quale svolge e sovraintende i servizi generali amministrativo-contabili, curandone l’organizzazione, ricoprendo funzioni di coordinamento, promozione delle attività e verifica dei risultati da raggiungere;
  • l’Assistente Tecnico, figura di supporto trasversale e  necessaria ai docenti e agli studenti;
  • l’Assistente Amministrativo, che con la propria professionalità collabora nella conduzione della scuola, svolgendo tutto quanto ciò di amministrativo e contabile è previsto, sia dal punto di vista delle relazioni interne che esterne;
  • il Collaboratore Scolastico, con compiti di accoglienza e di sorveglianza nei confronti degli alunni, addetto ai servizi generali e alla gestione degli spazi scolastici, senza dimenticare la dimensione di collaborazione con i docenti.

L’area didattica è composta primariamente dallo staff del Dirigente Scolastico, che ha il compito di coadiuvarlo nella gestione e nella organizzazione del sistema scolastico interno. A questi si affiancano tutti i componenti del personale docente, suddivisi nei vari dipartimenti, alcuni con compiti di coordinamento degli stessi, comprendendo, laddove previsti, anche i referenti responsabili dei progetti legati alla alternanza scuola lavoro.

L’area organizzativa è invece composta da:

  • referenti per i progetti riguardanti gli studenti sia dal punto di vista esterno che interno, stabiliti di volta in volta nei progetti dell’offerta formativa;
  • referenti che si preoccupano di gestire l’orientamento degli studenti e delle famiglie tanto in entrata quanto in uscita;
  • referenti con il compito di organizzare e seguire il recupero e il potenziamento scolastico;
  • referenti del settore legato alla prevenzione e protezione di tutti i soggetti scolastici;
  • dal Consiglio di Istituto, organo collegiale obbligatorio che rappresenta tutte le componenti dell’Istituto e cioè docenti, studenti, genitori e personale non docente. Può essere parificato ad un vero e proprio consiglio di amministrazione che provvede a stabilire, deliberare ed adottare il programma annuale, i mezzi finanziari  per il funzionamento amministrativo e didattico, si preoccupa dell’adozione e delle modifiche del regolamento interno dell’istituto.

Insomma, credere che la scuola sia fatta solo di studenti e professori diventa davvero riduttivo.

La scuola è un microcosmo dove si vivono relazioni paritarie e non, dove i giovani studenti imparano ad essere uomini e donne scegliendo cosa fare del proprio futuro, è un luogo dove si incontrano tante figure professionali collaterali, ognuna delle quali fondamentale perché l’ingranaggio non si blocchi.

A questo ci avevate mai pensato?

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Generazioni di Insegnanti a confronto

socrateDopo aver approfondito il punto di vista degli studenti, continuiamo l’analisi del Sistema Scuola. Sviscereremo l’altra metà del cuore di questo microcosmo così complesso, eppure sottovalutato, sia dalla società civile, sia dal mondo del lavoro, quasi come se, oltre ai titoli di studio, non fosse necessario coltivare l’impatto che la scuola ha sulla nostra realtà politica, nel senso etimologico del termine polis. Accanto agli alunni, infatti, il ruolo di attori all’interno delle scuole è svolto dai docenti, da sempre non solo esperti conoscitori delle varie materie oggetto di studio, ma anche pedagoghi ed educatori a tutto tondo, in grado, come diceva Socrate, di far partorire le anime degli allievi, assecondandone le inclinazioni naturali per esaltarne le propensioni.
Se quello dell’insegnante è un compito non facile dalla notte dei tempi, come è cambiato il suo ruolo nel nostro Paese dal Dopoguerra a oggi? In una scuola pubblica che, da un lato garantisce un massiccio accesso all’istruzione, ma, dall’altro soffre ancora di una forte dispersione degli allievi, sempre meno motivati, e di una crescente diminuzione dell’autostima degli insegnanti, costretti ad anni di precariato prima di raggiungere la stabilità, cosa è cambiato tra una generazione di docenti e l’altra?
A raccontarci il loro punto di vista saranno Giovanni ed Emma, nomi di fantasia, ma veri padre e figlia, entrambi insegnanti di materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e primaria, ma in epoche storiche ed economiche decisamente differenti. Giovanni è ormai in pensione da molti anni, mentre sua figlia Emma è attualmente nel pieno della sua attività lavorativa. Entrambi hanno ricoperto e stanno ricoprendo il proprio ruolo nel nord Italia, anche se le radici della loro famiglia appartengono al sud e sono stati protagonisti di una storia di emigrazione e integrazione simile a tante altre nel nostro Paese durante il secolo scorso.
Di seguito saranno gli stessi Giovanni ed Emma a esporre in prima persona le loro opinioni, rispondendo separatamente alle medesime domande della nostra intervista. Ciò che se ne deduce è che solo il confronto costruttivo può aprire strade apparentemente nascoste e costruire ponti là dove i percorsi sembrano irrimediabilmente interrotti, al fine di rafforzare l’approccio sistemico anche nella fragile scuola di oggi.

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti ha dato/ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

 generazioni1
Giovanni: Ho intrapreso il mestiere di insegnante sin dalla Maturità. Dopo la Licenza Media Inferiore avevo già scelto la scuola superiore che mi avrebbe permesso di avere il titolo per svolgere questa attività, insegnando la materia che mi ero prefissato. Ho avuto moltissime soddisfazioni da questa scelta di vita, specialmente dal rapporto coi ragazzi sempre amichevole e paritario. Parlavamo, scherzavamo quando le circostanze lo permettevano ed eravamo seri quando c’era bisogno di impegnarsi, ma senza mai perdere il sorriso. Spesso mi stupiva la loro maturità dimostrata anche in situazioni di difficoltà e ho imparato molto da loro. Non sempre le strutture scolastiche erano idonee o pronte ad affrontare i problemi quotidiani dei ragazzi, ma, forse proprio quella povertà di mezzi, ci univa a livello umano e ci permetteva di andare oltre, raggiungendo il cuore delle cose con una determinazione che forse oggi si sta perdendo.
generazioni2
Emma: La scuola è passione, pura passione. Ho intrapreso questo percorso immaginandomi insegnante fin da giovanissima. Accudire, stabilire relazioni, condurre menti attraverso percorsi fantastici alla scoperta dell’universo attorno e del proprio interiore mi è sempre sembrato il compito più misterioso e utile che si potesse affrontare.
Ho amato studiare la psicologia e la pedagogia e ho viaggiato attraverso l’aritmetica razionale per imparare a smontare e a rimontare i concetti astratti e tradurli in stimoli concreti.
La scuola, per me, rappresenta l’opportunità fondamentale e il diritto più civile alla base di ogni società. L’occasione di sviluppo più democratica mai pensata: espressione di crescita e progresso, un diritto ed un dovere, ma anche fonte di speranza per ogni tipo di cultura e di religione.
La mia soddisfazione più grande sta nel poter constatare la gioia con cui i miei alunni vengono a scuola. Scorgere l’espressione di serenità sul loro volto al loro arrivo, nel momento in cui mi seguono in un lavoro e perfino nel momento in cui sono messi alla prova; ricevere i loro continui messaggi d’amore e affetto e raccogliere le loro confidenze; sapere di essere un punto di riferimento affettivo: queste sono solo alcune delle soddisfazioni che mi muovono e mi sostengono ogni giorno. Punto di partenza e punto di arrivo.
Poter constatare progressi anche nei ragazzi che partono svantaggiati non ha prezzo. E vedere un gruppo di ragazzi che si autoregola nel rispetto reciproco e nel rispetto altrui, perché consapevoli e non perché timorosi di castigo rappresenta il successo di cui essere più orgogliosi.
A proposito di speranza, la scuola talvolta ne disattende alcune. Chiariamo però: scuola non è una entità a sé e singola. Scuola è un complesso sistema fatto di famiglie, educatori e organi territoriali.
In questo insieme articolato e delicato di speranze talvolta se ne disattende qualcuna: a cominciare dal rapporto di sinergia e corresponsabilità che dovrebbe instaurarsi in modo attivo e costruttivo tra l’istituzione scolastica e la famiglia.
Troppo spesso trovo che la famiglia concepisca la scuola quale unico luogo deputato e delegato alla crescita dei suoi minori. A volte il genitore, pur nutrendo grandi aspettative ed attese, si colloca all’esterno del percorso, con atteggiamento a priori sospettoso e percependo se stesso al di fuori, come se il processo educativo e scolastico del figlio non lo riguardasse in quanto a responsabilità.
Un’altra sinergia attesa in un sistema scolastico, ma non sempre corrisposta in misura consona, è quella che dovrebbe stabilirsi con gli organi territoriali e i committenti politici in fatto d’attenzione e di cura, specie quando si parla di fondi e finanze. Ma questo è un discorso che porta lontano, ai vertici. La spaccatura tra chi lavora e chi legifera, tra la scuola vera e chi si occupa di introdurre variazioni e riforme è sempre più grande. E non vi è una concreta condivisione di intendi e orizzonti. L’insegnante non viene quasi mai interpellato, eppure è colui che vive le situazioni nel concreto ogni giorno. Colui il quale dovrebbe avere competenza per esprimere un’attenta analisi sui bisogni e proporre soluzioni.
L’insegnante ha frequentemente l’impressione di essere rimasto l’unico e l’ultimo soggetto a rendersi conto di quanto investire in cultura ed educazione sia alla base di ogni piramide.
Tutto ciò che è scuola, educazione, cultura e formazione, dovrebbe essere interesse di ogni cittadino. Non solo del docente affaticato, del genitore accanito o dello studente in formazione. Anche perché queste tre componenti formano un insieme molto vasto della popolazione. Come può non essere argomento e dibattito comune? Noi insegnanti siamo una categoria in continuo divenire e sempre sotto osservazione. Il ruolo dell’insegnante non è un ruolo lavorativo in senso unico. La prestazione che è richiesta all’educatore include una sovra-mansione: il coinvolgimento emotivo-affettivo nel processo di crescita di un altro individuo. Così come un medico o un infermiere è coinvolto in un processo di malattia o guarigione del suo paziente, allo stesso modo un educatore è coinvolto attivamente nell’evoluzione fisica, cognitiva e prima ancora emotiva ed affettiva del suo allievo: il mio lavoro è relazione.
Questo è al contempo l’aspetto più gratificante e più faticoso, sicuramente il più significativo, del mio compito. Cosa c’è di oggettivo in una relazione uno a uno? E cosa vi è di oggettivo in una relazione uno a molti? Lo scoglio duro del sistema scuola è la valutazione dei bambini. Sulla quale, però, per quanto mi riguarda, si dovrebbe aprire un lungo capitolo a parte. Anzi, un’enciclopedia in più volumi! Una cosa è certa: i bambini ci osservano. E ci valutano. I genitori ci osservano. E ci valutano. I colleghi stessi ci osservano. E ci valutano, direttamente o indirettamente.

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri/hai incontrato quotidianamente nel tuo percorso?

 generazioni3
Giovanni: I principali disagi li ho riscontrati sempre a causa di scelte politiche azzardate fatte dai vertici e che poi si ripercuotevano nella gestione quotidiana delle classi. Non tutte le riforme fatte in ambito scolastico hanno avuto, infatti, i risultati sperati e spesso hanno portato a dei peggioramenti. Anche per quel che riguarda i programmi di studio è capitato che, per rispondere a provvedimenti ministeriali, ho dovuto fare delle modifiche durante gli anni scolastici e rimodulare il tutto assieme al Collegio docenti, cosa che non è mai semplice quando si ha a che fare con ragazzi dinamici spesso difficili da tenere sui banchi. Le carenze strutturali ci sono sempre state purtroppo, ma forse ai miei tempi c’era una maggiore capacità di andare al cuore dei problemi, tralasciando il superfluo quando necessario e questa abilità ci portava a fare di necessità virtù.
generazioni4
Emma: Le difficoltà che come maestra incontro oggi quotidianamente sono tante. Per quanto concerne l’organizzazione e la gestione, riscontro tuttora un eccesso di burocrazia e formalità. Si parla di dematerializzazione per ridurre carta e snellire procedure, ma in molti casi si tratta solo di aver convertito le continue e innumerevoli richieste di formalizzazione di atti, procedure e documenti in formato digitale, o addirittura sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
Le segreterie didattiche sono sommerse di lavoro all’insegna delle formalità, dei protocolli e dei continui cambiamenti che devono andare a regime subito e non riescono a gestire poi le comunicazioni di base per l’organizzazione di fatti semplici e contingenti.
Inoltre, sarà forse scontato, ma voglio sottolineare anche in quale stato di degrado e decadimento strutturale molte delle nostre scuole versino. Calcinacci, pioggia che filtra, muffe, mancanza di carta igienica, guasti vari e assenza di dispositivi informatici in misura congrua e persino carenza di materiale di facile consumo che spesso portiamo da casa sono tutti sintomi di una crisi che riguarda le risorse destinate all’istruzione di base pubblica.
Gestire i ragazzi oggi è molto complicato. Perché bambini, preadolescenti e adolescenti oggi rappresentano un insieme generazionale che per la prima volta vive temi e questioni delicate e complesse che i genitori stessi affrontano per la prima volta, ritrovandosi anche piuttosto impreparati. Anche io sono mamma di due bambine che hanno la stessa età dei miei alunni e da genitore mi rendo conto di quali cambiamenti epocali stiamo vivendo nel rapporto genitore-figlio e nel mestiere del genitore a causa delle caratteristiche sociali e culturali della nostra società attuale. Per quanto riguarda le famiglie alle spalle dei bambini che arrivano nelle nostre scuole, gli educatori concordano nel rilevare le medesime carenze educative e i punti cardinali di un problema genitoriale di fondo. Per molti genitori l’amore passa dall’iperprotezione, da un lato, e dalle aspettative ultracompetitive e di perfezione, dall’altro. La scuola è diventata, dunque, l’organo deputato a farsi carico da solo delle emergenze sociali di oggi.

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

 generazioni5
Giovanni: La materia che io ho insegnato è stata l’Educazione Artistica. Inizialmente si trattava di una materia esclusivamente pratica, considerata la Cenerentola dell’orario scolastico degli studenti, perché considerata erroneamente poco impegnativa. Tuttavia ricordo con piacere quando, negli anni Settanta o giù di lì, venne introdotto anche lo studio della Storia dell’Arte, fondamentale in un Paese ricco di monumenti e opere d’arte come il nostro. Credo che questo sia stato uno dei principali cambiamenti in meglio ai quali ho assistito nella mia carriera dal punto di vista didattico, anche perché permetteva a noi insegnanti di portare i ragazzi fuori dalle aule e di far visitare loro mostre e siti archeologici, mettendoci in discussione in prima persona e permettendoci di conoscere meglio l’indole dei nostri allievi.
Oggi che non ho più esperienza diretta conosco la scuola attraverso i commenti di chi la vive ogni giorno, a prescindere da quale lato della cattedra si trovi, e devo ammettere che io mi troverei a disagio. Nessuno più ti domanda: “Cosa hai insegnato? Cosa hai trasmesso oggi ai tuoi ragazzi?”. Conta solo che tutto sia registrato, compilato, trasmesso per lo più utilizzando il computer. Ai miei tempi avevamo un registraccio di carta che serviva a malapena per fare l’appello, le cose importanti le tenevamo a mente!
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Emma: Il corpo docenti che conosco e di cui ho esperienza è caratterizzato da versatilità, motivazione, tenacia e dalla capacità di rigenerarsi continuamente. La scuola è Ricerca e Azione, cioè Ricerc-azione! Questa è una parola inventata forse, ma anche una prospettiva augurabile.
Da qualche anno l’insegnante motivato e attento è circondato e raggiunto da nuovi stimoli e da svariate proposte di formazione atte a superare le difficoltà concrete e ideologiche e a dotare i docenti di nuovi strumenti, di nuovi linguaggi, adatti ai cambiamenti e al passo coi tempi.
Io per esempio da qualche anno apprezzo l’uso della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e dei contenuti multimediali correlati per la strutturazione di lezioni dinamiche e accattivanti. La LIM è, a mio avviso, uno strumento dalle innumerevoli potenzialità, capace di aiutare a costruire ambienti di apprendimento stimolanti ed inclusivi. Rispecchia e si avvicina molto al linguaggio “per immagini” e al contatto diretto e immediato con i contenuti che caratterizza le generazioni attuali di studenti, anche i più piccoli.
Sono poi entrata a far parte del Team digitale del mio istituto e sto seguendo i corsi per la formazione previsti nel Programma Operativo Nazionale (PON) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”, finanziato dai Fondi Strutturali Europei che contiene le priorità strategiche del settore istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.
Sono inoltre molto incline ad una scuola fatta di attività esperienziali e scoperte sul territorio e nella natura, in grado di stabilire un positivo e coerente contatto tra i ragazzi e la realtà in modo semplice ed efficace che vengono promosse e sostenute ogni volta che si può.
Queste sono le carte che la scuola che conosco si sta giocando. E spero che il movimento di scambio e di apertura continui, pur senza stravolgere e scardinare in negativo quelle che sono le basi fondamentali e costituenti di un sistema scolastico pubblico, efficiente, riconosciuto e garantito.
La forza della scuola primaria è la cultura della condivisione, dello scambio, della cooperazione, all’insegna dell’innovazione tecnologica, dell’inclusività e dell’esperienza.

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di uomo/donna e insegnante e perché.

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Giovanni: Un aneddoto che ricordo con forte emozione riguarda una sessione di esami di Licenza. Non avevamo un laboratorio attrezzato per determinati progetti pratici, ma questo non ha fermato i ragazzi che, presi dall’entusiasmo, si sono industriati e sono riusciti a creare perfino delle sculture in gesso, meravigliando l’intera commissione per la spontaneità e l’intraprendenza dimostrata.
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Emma: Talvolta mi capita di incrociare dei signori con barba e prole al seguito che con vociona di uomo mi dicono: “Ciao, maestra!” e i loro occhi si illuminano in un sorriso che torna fanciullo e spensierato, pieni di affetto e gratitudine. In quel momento volo indietro nel tempo a ritrovar quello sguardo e in un batter di ciglio eccolo là: nome e cognome, classe, anno e la sua personalità riaffiorano come non fosse mai trascorso del tempo.

Dai un suggerimento agli insegnanti che, oggi e domani, si apprestano a entrare nel mondo della scuola.

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Giovanni: Quando, ormai anni fa, ho saputo che mia figlia Emma avrebbe, in un certo senso, seguito le mie orme e si sarebbe cimentata in questo mestiere ho pensato che, nonostante le piccole o grandi difficoltà quotidiane, quello dell’insegnante resta sempre il lavoro più creativo che ci sia. È una professione che ti aiuta a dare un’occhiata al futuro ancor prima che si realizzi, attraverso gli occhi delle nuove leve. Quel che conta è, innanzitutto, aiutare i ragazzi a diventare cittadini consapevoli.
Ciò che vorrei consigliare agli insegnanti di oggi è, quindi, dare più importanza alla didattica e meno alla burocrazia. È dalla didattica che nasce l’essere umano e non dalla burocrazia del Ministero. Ho nostalgia della scuola, perché era un ambiente vivo dove non ho mai pensato di confrontarmi con dei bambini, ma con i cittadini di domani. E molti oggi hanno i capelli bianchi come me.
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Emma: Le esperienze d’osservazione reciproca tra insegnanti sono state utilizzate con grandi guadagni in molte scuole. Queste sarebbero da estendere e sostenere, ma le scelte politiche e le condizioni organizzative attuali stanno cancellando la possibilità di queste fertili occasioni di riflessione e apprendimento dall’esperienza.
Il neo immesso in servizio porta con sé sicuramente un grande bagaglio di conoscenze teoriche e nozioni. Forse, a mio avviso, ciò che può delinearsi come un gap ancora troppo netto è la linea che separa sapere da saper fare. E anche quella buona dose di problem solving che si apprende con l’esperienza e con l’esempio pratico delle colleghe più esperte. Insomma, come in tutte le situazioni un conto è la teoria, altro conto è la pratica. A volte ho visto approdare alla mia non facile realtà scolastica giovani supplenti indottrinati e carichi di entusiasmo giovanile. E mentre io li vivevo come nuova fonte di vitalità e di cambiamento, pozzi a cui attingere, loro non avevano la medesima umiltà di comprendere che osservare il veterano in trasferta poteva essere una chance. Spesso chi è in servizio da anni compie una sorta di vera e propria scuola di scuola. Che non è solo un gioco di parole. Ad ogni modo invito i docenti tutti, nuovi e veterani, a porsi sempre e costantemente delle domande e soprattutto a porre quelle giuste.

Alessandra Rinaldi
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Sistema Scuola: cosa ne pensano gli studenti


Con questo primo articolo inauguriamo il percorso legato al Sistema Scuola, un filone per fornire una nuova panoramica su un argomento che, generalmente, si dà per scontato.

Ognuno di noi ha dovuto frequentare almeno la scuola dell’obbligo e i più fortunati, ammettiamolo, hanno anche potuto proseguire gli studi nei livelli di istruzione superiori e universitari, riuscendo così a percorrere le strade che più gli si addicevano.

Il “Sistema Scuola” è fatto di tanti e diversi elementi, istituzionali e umani. A partire dagli allievi, fino ai livelli amministrativi, il nostro intento è quello di dare voce a ognuno di loro, creando un quadro che rappresenti tutti i pezzi di questo fantastico mosaico per dimostrare che, solo se tutte le tessere sono in armonia tra loro, la scuola potrà essere, oggi come in futuro, un vero e proprio sistema aperto alle contaminazioni e al cambiamento.

Cosa diamo per scontato?

Il termine scuola deriva dal latino schola che, a sua volta, deriva dal greco scholè. Questa parola identificava il tempo concesso allo studio, al ragionamento e agli insegnamenti che venivano impartiti nelle ore in cui era permesso riposare dalle quotidiane attività lavorative.

Con il passare del tempo, l’evoluzione della Storia ha permesso di identificare con i medesimi termini i luoghi fisici in cui i docenti e gli allievi si incontrano e dove gli uni insegnano agli altri quanto di conosciuto e ritenuto necessario in base ai diversi periodi storici.

L’accezione moderna di scuola è riconducibile all’opera di Carlo Magno il quale, con la Schola Palatina di Aquisgrana, delineò un primo nucleo di scuola pubblica, immaginando nell’educazione intellettuale, morale e religiosa dei popoli barbari che componevano il suo regno un elemento di unità.

A dirla tutta, però, nelle fonti storiche sono riportate esperienze scolastiche già dai tempi degli egizi e successivamente in tutte le società organizzate.

Ovviamente non bisogna pensare al “sistema scolastico” di allora e che ha attraversato la storia con la mente di oggi, come bisogna considerare che nei tempi passati gli “alunni” erano solo i destinati a posizioni amministrative o di governo.

Perciò, con l’evolversi del tempo e lo sviluppo delle varie civiltà che si sono susseguite nel tempo, è stata costruita l’idea di scuola che andava da sistemi di istruzione per le elité, molto basici e tecnici, alle organizzazioni articolate e organizzate dei giorni nostri, aperte a tutti.

Insomma, il sistema scuola è giustamente mutato nella storia e, ringraziando il caso o chi per esso, se siamo nati in questi due ultimi secoli e nella parte fortunata del mondo, abbiamo potuto studiare, migliorare noi stessi e diventare quel che siamo.

I giovani e la scuola di oggi 

Siamo nel 2017 e, nessuno lo può mettere in dubbio, oggi la scuola è cambiata.

Pubblica, paritaria o privata, ciò che conta è la possibilità che viene data ai nostri figli di frequentare ambienti fatti di professionisti in grado di insegnare loro quello che è successo nel tempo, le basi della nostra cultura moderna, fino ai calcoli matematici più impensabili. I veri protagonisti del mondo della scuola sono prima di tutto loro, i ragazzi che dai sei anni, mese in più mese in meno, entrano in questo mondo per vivere un periodo di crescita e sviluppo che li porta alla terza media e all’esame di maturità. I più volenterosi e fortunati, proseguono gli studi e frequentano con successo le università, riuscendo in molti casi ad eccellere anche nel futuro mondo professionale.

Ma i bambini e i ragazzi come vivono e come vedono la scuola?

Parafrasando la regola delle 5 W del giornalismo, abbiamo fatto una indagine molto semplice e intervistato cinque di loro per sapere cosa ne pensano.

I cinque intervistati, che rimarranno anonimi per ragioni di riservatezza, rappresentano uno spaccato equilibrato per quanto riguarda la provenienza, l’età e il sesso, iscritti regolarmente dalla scuola  elementare all’università.

Le domande sono state molto semplici e dirette:

1. Cosa significa per te la scuola?

2. Cosa cambieresti e perché?

3. Come vivi la scuola?

4. Cosa ti ha insegnato?

5. Cosa ti piace della scuola?

Le risposte sono riportate in base all’ordine scolastico ed è indicata genericamente la scuola frequentata e un nome di fantasia.

Adele frequenta la scuola elementare.

Crede che la scuola sia un luogo per in contrarsi e per imparare, anche se ha già capito che è proprio in quell’ambiente che si iniziano ad avere i primi scontri con la realtà. Le piace fare i compiti ma preferirebbe svolgerli a scuola il pomeriggio con i compagni e le insegnanti, piuttosto che a casa, dovendo rinunciare ad altre attività pomeridiane. Il suo ambiente scolastico è variegato e lo vive in serenità, riuscendo ad intrattenere rapporti ed amicizie praticamente con tutti. Proprio tra i banchi  di scuola ha imparato a gestire i rapporti con gli altri, oltre che ad apprendere ogni giorno molte delle cose che oggi sa di sapere, dall’educazione alle materie.

Bruno frequenta la scuola media.

Ritiene la scuola un luogo dove si va per imparare prima di tutto ma anche dove fare nuove amicizie e divertirsi con gli amici. Se potesse cambierebbe il rapporto tra gli insegnanti e gli alunni, credendo che la troppa formalità limiti la voglia di ascoltare. Vive la scuola in maniera seria, fa i compiti, segue le lezioni con interesse, ma come può preferisce decisamente interagire con gli altri compagni e divertirsi con gli amici ai quali è molto legato. Grazie alla scuola ha imparato a relazionarsi con gli altri e sono stati proprio gli altri a fargli tornare la voglia di andare a scuola quando qualcosa non andava.

Caterina frequenta il bienno della scuola superiore.

Per lei la scuola è una fonte di istruzione, un luogo dove si impara a studiare, si apprendono argomenti, ma soprattutto è un luogo dove ci si confronta con gli altri. È un posto che forma culturalmente e moralmente. Preferirebbe intensificare le attività pratiche, dato che rispetto ad altre scuole nel mondo siamo molto legati alla teoria più che alla pratica, vorrebbe fare più ore di laboratorio e dare più spazio alla storia dell’arte che ritiene importante per il nostro paese. Le farebbe piacere che la scuola valorizzasse maggiormente ciò che le sta attorno. I ragazzi dovrebbero essere maggiormente considerati dalle “autorità” come il dirigente scolastico e dagli insegnanti perchè le cose vadano meglio. Vive la scuola con impegno ed è costante nel rendimento scolastico, mantenendo uno spirito adatto per imparare e per convivere con il gruppo classe e con i professori. Ha imparato molte cose e molte altre ne imparerà, perchè la scuola fornisce degli insegnamenti legati alla cultura ma anche alla  morale. Della scuola le piace la pluralità di indirizzi di studio adatti a tutti, lasciando così la libertà di essere ciò che si vuole diventare.

Daniele frequenta il trienno della scuola superiore.

La scuola per lui significa Istruzione. Dopo la famiglia pensa sia l’istituzione che dovrebbe guidare i giovani nelle proprie scelte di vita e del futuro. Vede la scuola come un luogo per ritrovare i compagni e condividere con loro opinioni diverse. Cambierebbe il modo di fare le lezioni, vorrebbe un mondo scolastico pronto a coinvolgere i ragazzi e non renderli semplici auditori. Riferisce che l’alternanza scuola-lavoro non è più lo specchio di ciò che si studia nelle ore scolastiche, restando quasi dei binari paralleli. Vive la scuola molto serenamente, la percepisce come un ambiente piacevole anche e soprattutto perchè ha potuto scegliere in libertà un indirizzo scolastico molto vicino alle sue passioni, nonostante senta avvicinarsi l’ansia per gli esami di maturità. E’ consapevole che dalla scuola ha imparato principalmente che le proprie idee, giuste o sbagliate che siano, vanno condivise e discusse insieme, apprezzando il duro impegno che viene svolto dai professori per indirizzare i giovani verso le loro scelte.

Elena frequenta l’università.

Prima di tutto si ritiene una persona fortunata perchè non tutti hanno la sua stessa possibilità di frequentare l’università, vista come una grande opportunità di crescita e formazione personale. Soffre il fatto che i professori incontrati nel suo percorso universitario, in alcuni casi, non abbiano dato lo stesso peso agli insegnamenti stessi e alle prove in itinere che sono programmate. Riconosce nell’università un percorso di studio sicuramente difficile che crea in lei l’ansia di fronteggiare le varie prove, laddove alcuni docenti non considerano gli sforzi degli studenti. Sicuramente per lei l’università è un luogo dove nulla è dovuto ed è consapevole che per raggiungere tutti i traguardi del percorso bisogna impegnarsi. Apprezza l’ambiente studentesco e il dialogo aperto con i professori, quando questi sono disposti a concederlo, senza nascondersi dietro troppi formalismi.

Adele, Bruno, Caterina, Daniele ed Elena esistono realmente, come realmente vivono il mondo scolastico, unendolo con le proprie esperienze di vita, le città in cui abitano, le passioni che gli attraversano le vene.

Sono ragazzi che hanno ben chiaro cosa significa la scuola e il viverla in tutti i suoi aspetti.

Sono ragazzi fortunati, liberi di poter pensare, di poter svolgere i loro compiti, certi che un giorno metteranno a frutto quanto imparato, cosa questa non scontata.

Ringraziamo questi ragazzi e le famiglie per averci concesso il privilegio di chiacchierare con loro e di averci mostrato un volto nuovo del Sistema Scuola. Il volto del futuro.

Francesca Tesoro

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