Legge di Bilancio 2018: lavoro e sostegno alle imprese

Nelle pagine digitali di Sistema Generale spesso abbiamo affrontato temi legati al lavoro e, visti i tempi ormai maturi, abbiamo pensato di concentrarci nuovamente su questo aspetto.

Questa volta però lo faremo, dati alla mano e più tecnicamente.

Infatti  dal 1° gennaio di questo anno, è in vigore la Legge di Bilancio 2018, comprensiva del bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e quello pluriennale per il triennio 2018-2020.

Tale combinata legislativa, contempla argomenti che vanno dal lavoro al turismo passando per le politiche volte al sostegno della famiglia e alle imprese.

Durante la conferenza stampa di lancio della nuova manovra di bilancio ad ottobre 2017, il Governo ha presentato la previsione degli investimenti in favore delle politiche per i giovani, specificando l’utilizzo di 300 milioni per il 2018, 800 milioni per il 2019 e 1,2 miliardi nel 2020, prevedendo inoltre come strutturale lo sgravio fissato al 50% per incentivare le occupazioni dei giovani. L’obiettivo è quello di garantire ai giovani la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, dipendente o autonomo che sia, abbreviando il lasso temporale tra il raggiungimento del titolo di studio e il primo impiego, passando per la stabilizzazione dei contratti di apprendistato, senza sottovalutare il passaggio del concetto di “giovane” dagli under 30 agli under 35 (anche se solo per il 2018).

Una previsione importante dunque, per rimettere in piedi il nostro paese permettendo ai giovani di potersi costruire una propria strada lavorativa qui senza il bisogno di emigrare altrove.

Legge di Bilancio 2018 

Prima di tutto, spieghiamo cos’è la legge di bilancio.

Si tratta di un documento contabile preventivo previsto dalla Costituzione all’art.81, con il quale viene comunicato al Parlamento la previsione delle spese pubbliche e delle entrate previste per l’anno successivo, non introduce nuove tasse e spese ma anticipa le coperture finanziarie necessarie per gli interventi legislativi dell’anno successivo.

Ora, analizziamo la Legge di Bilancio 2018 concentrandoci sugli aspetti collegati al mondo del lavoro e delle imprese rimandando, per chi volesse, alla lettura dell’intero testo normativo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Lavoro e Formazione 

Sono riconosciuti sgravi contributivi pari al 50% per i datori di lavoro privati che assumono lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato, per un periodo massimo di trentasei mesi. Tale sgravio che spetta per i giovani non occupati già a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro under 30, si estende anche agli under 35 purchè assunti entro il  31 dicembre 2018.

Lo sgravio contributivo sale al 100% per quei datori di lavoro privati che assumono gli studenti già entrati negli ambienti aziendali grazie all’alternanza scuola-lavoro o ai periodi di apprendistato.

Per  coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali under 40 invece è stato previsto l’esonero contributivo.

Permangono le dispense contributive stabilite nel 2017 per l’assunzione delle donne, dei soggetti over 55 e dei lavoratori in cassa integrazione.

Aspetto di grande novità è poi la previsione delle agevolazioni per favorire l’assunzione di lavoratori in procedura di ricollocazione, per i quali è previsto uno  sgravio contributivo parziale e l’introduzione di incentivi per le cooperative che assumono donne e rifugiati.

Sono inoltre stabiliti la promozione e il coordinamento delle politiche per la formazione, il cofinanziamento del Programma Erasmus, la proroga al 31 dicembre 2019 per l’istituto sperimentale dell’APE volontaria con l’ampliamento dei beneficiari dell’Ape sociale, le assunzioni straordinarie nelle Forze di Polizia e Vigili del fuoco, nonché il rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione.

Sostegno alle Imprese

Con la manovra 2018 vengono destinati 330 milioni di euro per il periodo 2018-2023 al sostegno dei finanziamenti agevolati per gli investimenti delle micro, piccole e medie imprese.

Viene previsto un credito di imposta  del 40% fino a un massimo di 300.000 euro per la formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie rientranti nel Piano Nazionale Impresa 4.0.

E’ istituito il Fondo Imprese Sud dal valore di 150 milioni di euro per la crescita delle piccole e medie imprese e altri duecento milioni di euro sono invece stati destinati alla garanzia del credito gestito dal Medio Credito Centrale – Banca del Mezzogiorno.

Previsto inoltre uno stanziamento per il Fondo per la crescita sostenibile per le grandi imprese in difficoltà finanziarie, con l’intento di fornire un sostegno economico concreto per agevolare la continuazione delle attività produttive e mantenere stabili i livelli occupazionali.

E’ stato poi istituito un Fondo per lo sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività, per finanziare progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia dal valore di 5 milioni di euro per l’anno 2018, 125 milioni di euro per il 2019 e 175 milioni di euro per il 2020. L’Ente Nazionale per il Microcredito sarà beneficiario di un contributo annuale di 600 mila euro a decorrere dal 2018 per la creazione della nuova auto imprenditorialità e del lavoro autonomo per garantire l’accesso agli strumenti di micro finanza. Infine, è stato deciso di rifinanziare con 7 milioni di euro per il periodo  2018-2020 la quota delle risorse stanziate per l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane destinandoli all’Associazione delle camere di commercio italiane all’estero per sostenere la promozione del Made in Italy e attrarre investimenti di partner stranieri.

Insomma, le ottime previsioni per un 2018 favorevole ci sono. Vedremo cosa ci racconteranno i dati di fine anno.

Francesca Tesoro

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Vaccini: tra fake news, realtà e la Legge n.119/2017

Vaccini Si o Vaccini no?

Non serve arrivare in fondo all frase che già si crea scompiglio. Il problema vero è capire cosa significa vaccinarsi, perché è una cosa tanto importante da essere, di contro, manipolata e messa in testa a manifestazioni di pensiero più o meno corrette e facilmente strumentalizzabili. Quanto è vero che i vaccini sono solo business e malefico inganno per alcuni e nuovo antidoto per la sopravvivenza del genere umano per altri?

Proviamo a mettere le cose nero su bianco, parlando di questo argomento con l’obiettività e l’approccio sistemico che ci contraddistingue.

Prima di tutto, ricordiamo(ci) l’importanza della vaccinazione e delle campagne di sensibilizzazione che si sono avute nella storia.

A voler essere precisi, già nell’Antica Grecia, Tucidide, storico dell’epoca, aveva osservato che i sopravvissuti all’epidemia di vaiolo del 429 d.C., erano diventati immuni alle ricadute della stessa  malattia. Nelle zone orientali del mondo, invece si cercava di trovare una soluzioni alle falcidianti epidemie procedendo per tentativi, immunizzando le persone attraverso il contagio con il contatto diretto di soggetti malati nella speranza che poi sopravvivessero gli uni e gli altri, ma senza che tutto ciò avesse  una  struttura  ben delineata.

Bisogna arrivare nella seconda metà del 1700 per incontrare il padre della vaccinazione, Edward Jenner, un medico inglese il quale per primo osservò come i contadini contagiati dalla variante bovina del vaiolo non si ammalavano e non contraevano la versione umana del virus, decisamente più grave. Così nel 1796, Jenner tentò l’immunizzazione di un bambino di otto anni, James Phipps, iniettandogli prima del materiale infetto prelevato precedentemente da una donna ammalata di vaiolo bovino e, mesi dopo, inoculandogli del pus vaioloso umano. Il secondo virus non attecchì e James sopravvisse all’ondata della pestilenza uscendone completamente illeso, divenendo così il primo soggetto vaccinato.

Tre anni più tardi, siamo nel 1799, in Italia, Luigi Sacco medico della Repubblica Cisalpina, vaccinò  prima sé stesso e poi cinque bambini con il vaiolo bovino, verificando l’immunità propria e dei piccoli pazienti al vaiolo umano, proprio come aveva fatto Jenner. Dato il grandioso risultato, in meno di dieci anni furono vaccinati nel Regno d’Italia più di un milione e mezzo di persone. La vaccinazione anti vaiolo fu estesa anche al Regno delle Due Sicilie e, con l’Unità d’Italia, divenne obbligatoria per tutti i nati dal 1888.

Proseguendo, l’ottocento fu il secolo dei grandi progressi sanitari.

Nel 1880, Emil Adolf von Behring, grazie alla collaborazione con il collega giapponese Shibasaburo Kitasato a Berlino, riuscì ad immunizzare da tetano e difterite un animale sfruttando il siero ematico infetto di un altro animale, mettendo in essere una  pratica tanto preventiva quanto curativa (quando le iniezioni avvenivano nella primissima fase sintomatica della malattia).

Nello stesso periodo, il medico tedesco Robert Koch,  riuscì ad individuare la tubercolosi e il colera, mentre tra il 1879 e il 1885 il francese Louis Pasteur, risolse diverse infezioni batteriche (antrace e rabbia) creando vaccini da batteri indeboliti in laboratorio che determinavano l’immunità del corpo umano riducendo le reazioni violente dell’organismo umano a quei determinati batteri.

L’orologio della storia andava inesorabilmente avanti e nel primo novecento in Europa e negli Stati Uniti si susseguirono epidemie di poliomielite che, tra gli anni quaranta e cinquanta, uccideva o – nella migliore delle ipotesi – , lasciava paralizzate circa mezzo milione di persone ogni anno. Così, data la necessità di combattere il dilagare di questa malattia, due grandi scienziati americani decisero di trovare una soluzione scegliendo strade diverse. Il primo fu Jonas Salk che nel 1955 creò  un vaccino da somministrare con iniezione. Il secondo, nel 1957, fu Albert Sabin che riuscì a sintetizzare un vaccino da somministrare per via orale. Tra i due fu ritenuto migliore il secondo e nel 1963 iniziò una campagna di vaccinazione mondiale che ridusse drasticamente i casi di poliomielite nel mondo e permise di debellare la malattia in Europa.

Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso fu poi il momento del primo vaccino contro il morbillo (1963) e a seguire quelli contro parotite (1967) e rosolia (1969). Il microbiologo americano Maurice Hilleman riuscì a combinarli insieme e, nel 1971, diede vita al vaccino conosciuto come trivalente e, negli anni successivi, sviluppò anche quelli contro epatite A, epatite B, varicella, meningite, polmonite e contro il batterio dell’influenza.

Volendo tirare le fila di questa breve sintesi storica, il vaiolo in meno di cento anni fu debellato e dichiarato sconfitto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1979, Pasteur diede vita alle vaccinazioni di massa migliorando decisamente lo stato della salute del mondo occidentale, se non fosse stato per i vaccini antipolio la metà della popolazione sarebbe rimasta uccisa o lesionata a vita, le scoperte vaccinali della metà del novecento continuano a proteggerci nonostante siano passati quasi cinquant’anni.

Allora, perché si discute tanto sui vaccini?

Anche se da molti decenni i vaccini hanno permesso di debellare le malattie e salvare milioni di vite umane, quello che oggi fa la differenza è la disinformazione che serpeggia tra le persone grazie alla rete che non sempre è usata nel modo giusto e che, a detta degli esperti, è tanto pericolosa quanto falsa. Il vero problema sta nel fatto che è (fin troppo) facile “buttare” nella rete fake news dalle quali diventa difficile difendersi, soprattutto quando sono ben costruite e seguono il comune sentire, riuscendo a rendere vero qualcosa che vero non è.

Andrea Grignolio, autore del libro “Chi ha paura dei vaccini?” e docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, intervistato da Valentina Stella, alla domanda su quale fosse il peso di internet circa la disinformazione in materia di vaccini, ha risposto che “tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche”.

In questo mare di disinformazione emerge la figura di Roberto Burioni, professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, divenuto paladino e volto della compagna pro vaccini che quotidianamente combatte con coloro i quali le vaccinazioni “proprio non le vuole capire” – come recita il sottotitolo del suo libro “Il vaccino non è un’opinione” -, nato dall’esigenza di dare un’informazione corretta e comprensibile, basata sulla verità scientifica costituita dai fatti, nonostante la difficoltà di far capire alle persone il metodo scientifico. Divenuto famoso negli ultimi tempi per le sue risposte piccate ma garbate a chi spara falsità sui canali di comunicazione di massa, Burioni spiega molto bene nel suo libro le ragioni scientifiche alla base della necessità di vaccinare i bambini.

Da padre poi sostiene che vaccinare è un atto d’amore nei confronti dei propri figli,  da virologo lo ritiene un atto di protezione individuale e un atto di responsabilità sociale, perché se tutti si vaccinano la nostra comunità non consente la circolazione dei batteri del virus, proteggendo chi non può essere vaccinato. Scegliere di non vaccinare è irrazionale e ingiustificato. Prevenzione è la parola chiave e fondamentale, è l’arma migliore e passa attraverso le campagne di vaccinazione, non dovendo aspettare la recrudescenza di una determinata malattia per tornare a vaccinarsi. Lo stato deve proteggere i più deboli e sta allo stato imporre ai propri cittadini negligenti l’obbligo di farlo per tutelare i singoli e la collettività.

E proprio perchè in rete si ritrovano notizie false e terrificanti, Faq più o meno attendibili, facciamo un elenco delle risposte scientifiche alle contraddizioni più diffuse  sulla questione:

  • Le vaccinazioni non indeboliscono o sovraccaricano il sistema immunitario, anzi lo aiutano e preparano il corpo a gestire un futuro contatto con quella malattia evitando effetti letali, prevenendo le patologie e le complicazioni conseguenti più gravi;
  • Ritardare le vaccinazioni non è un vantaggio, anzi lasciare un bambino scoperto e suscettibile di contrarre malattie può determinare anche effetti letali;
  • I vaccini, in quanto farmaci, possono avere degli effetti indesiderati che sono generalmente lievi, transitori e mai gravi;
  • Ricerche epidemiologiche  hanno smentito nessi di correlazione tra i vaccini e situazioni patologiche, quali allergie, asma, autismo, malattie intestinali infiammatorie, epilessia, sclerosi multipla, morte in culla e diabete;
  • La comune credenza che il vaccino della trivalente causi autismo ha alla base una frode scientifica creata ad arte nel 1998 dal medico che aveva intenzione di brevettare un nuovo tipo di vaccino;
  • Se un determinato vaccino è in commercio è perché ha superato tutti gli step di controllo ed è ritenuto valido prima, durante e dopo tutte le sue fasi di somministrazione, quindi è ritenuto efficace per via del numero di malattie infettive di cui ha frenato l’incidenza;
  • Le aziende farmaceutiche guadagnano molto di più con la vendita e la produzione dei farmaci comuni che con i vaccini, eppure gli anti vaccinisti continuano a sostenere il contrario millantando complotti tra le grandi multinazionali farmaceutiche e gli stati;
  • Per ogni euro speso in vaccini se ne risparmiano almeno trenta in cure e il vero affare per le case farmaceutiche sono gli individui non vaccinati, considerando che nel 2015 il fatturato dipendente dai vaccini è stato pari all’1,4% della spesa farmaceutica italiana;
  • “È stato stimato che se non fosse per le vaccinazioni infantili (contro difterite, pertosse, morbillo, parotite, il vaiolo, e rosolia, nonché la protezione offerta dai vaccini contro il tetano, il colera, la febbre gialla, la poliomielite, l’influenza, l’epatite B, la polmonite batterica , e la rabbia) i tassi di mortalità dell’infanzia probabilmente sarebbero tra il 20 e il 50%. Infatti, nei paesi in cui la vaccinazione non è praticata, i tassi di mortalità tra i neonati ed i bambini piccoli rimangono in quel livello”. (Irwin W. Sherman, Twelve Diseases That Changed Our World, 2007, p. 66);
  • Le sanzioni per genitori che non vaccinano i figli non esistono solo in Italia. Per esempio: Usa, Canada e Giappone proibiscono l’ingresso a scuola dei bambini non immunizzati, l’Australia sottrae gli assegni familiari oltre che l’accesso a una serie di servizi statali a chi non vaccina i figli, la Germania multa fino a 2.500€ i genitori che non immunizzano i minori;
  • Negli altri paesi (non solo europei) i genitori, grazie anche al loro senso di responsabilità, vaccinano spontaneamente i figli e non serve alcuna obbligatorietà da parte dello stato per raggiungere l’immunità di gregge necessaria a fermare il diffondersi delle malattie e a garantire la salute pubblica;
  • Non è vero che in Italia ci sono più vaccini obbligatori che negli altri stati (europei) per puri interessi economici, ma  è stata necessaria l’emanazione del decreto legge n.73/2017 sulle vaccinazioni.

Legge n.119/2017, perché?

A ben vedere la soluzione a questa domanda la si trova nelle prime righe dello schema del Decreto Legge n.73/2017 convertito poi nella legge 119.

Nell’incipit, infatti, viene riportata“la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni dirette a garantite in maniera omogenea sul territorio nazionale le attività dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica e di assicurare il costante mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale; ritenuto altresì necessario garantire il rispetto degli obblighi assunti e delle strategie concordate a livello europeo e internazionale e degli obiettivi comuni fissati nell’area geografica europea”.

Spieghiamo meglio.

Nel nostro paese, dal 2013 si è registrato un calo progressivo del ricorso ai vaccini, arrivando a non garantire più la copertura della soglia minima del 95% della popolazione raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e professore di patologia, ha ricordato come la stessa Oms nel mese di aprile dello scorso anno abbia ammonito il nostro paese per questo calo della copertura vaccinale, dichiarando l’Italia seconda solo alla Romania per i casi registrati di morbillo.

Di conseguenza, è stato necessario emanare un documento legislativo che garantisse il ricorso alle vaccinazioni, aumentandone il numero di quelle obbligatorie, con l’intento e la necessità ulteriore di contrastare la cosiddetta “esitazione vaccinale” che ha spinto  molte persone a non vaccinare i propri figli o se stessi.

Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, riconduce questa tendenza ad una duplice ragione: la prima dipendente dai presunti rischi di danni neurologici e autismo legati alla somministrazione di vaccini – teoria questa già invalidata -, la seconda dovuta alla bassa percezione dei rischi delle malattie avendo dimenticato quanto siano potenzialmente gravi e pericolose.

Il problema però sta nel fatto che se la popolazione non si vaccina e non si mantiene quella soglia raccomandata del 95%, le malattie torneranno a riemergere, con conseguenze estremamente gravi, scegliendo come vittime primarie i soggetti non vaccinati per scelta o per necessità.

Purtroppo, le persone non capiscono la validità e la necessità di una cosa di cui non hanno diretta, immediata e tangibile ricaduta sul proprio piccolo,  finchè qualcuno (in questo caso lo Stato) non li obbliga e, perché un obbligo sia valido, sono necessarie altrettante sanzioni.

Solo così può interrompersi quel circolo vizioso di noncuranza verso il bene pubblico che ha poi ricadute sul bene di ogni singolo individuo.

È innegabile che le vaccinazioni, nell’ultimo secolo, hanno migliorato la salute del mondo, abbassando decisamente il numero di morti e forme di disabilità legate a patologie endemiche ed infettive. Grazie alle campagne di vaccinazione è stato possibile, sempre nell’arco di tempo, debellare completamente alcune malattie infettive, mentre altre sono prossime all’eliminazione.

Il mantenimento del successo delle vaccinazioni e di una medio alta salute pubblica passa attraverso il maggior numero possibile di persone vaccinate. Se si abbassasse il livello di attenzione su questo argomento, infatti, si correrebbe il rischio di far riemergere patologie che si credono eliminate a causa dell’abbassamento della soglia della popolazione vaccinata.

Oltretutto, è comprovato che, se la percentuale di persone vaccinate supera la soglia del 95% ed è prossima al 100% un determinato agente infettivo non può più circolare, garantendo così la protezione di tutti, compresi quei soggetti che non possono vaccinarsi per pregresse patologie mediche o per età (Immunità di Gregge).

In conclusione, la vaccinazione non è solo una protezione del singolo, ma risulta essere soprattutto un atto di profondo senso civico che contribuisce a migliorare il livello di salute dell’intera comunità….E ricordatevi che il 10 marzo scade il termine per mettersi in regola e consegnare alle scuole l’idonea documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie, altrimenti niente scuola!

Francesca Tesoro

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“HR Outsourcing” di Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi

Parlando di azienda e impresa, welfare ed evoluzione del sistema imprenditoriale, la nostra attenzione si è concentrata sul libro scritto da Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi, edito dalla Guerini e Associati in collaborazione con la AIDP, Associazione Italiana per la Direzione del Personale, intitolato “HR Outsourcing – L’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane tra rischi e benefici”.

Il volume può essere definito un vero manuale in materia grazie anche al suo altissimo livello tecnico che, attraverso dati empirici e casi specifici frutto di una ricerca articolata, ha messo in luce le motivazioni e gli obiettivi che hanno spinto le aziende a ricorrere alla esternalizzazione delle attività e dei servizi riguardanti il settore HR.

Se il tema dell’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane ha ormai raggiunto una consolidata esperienza e un concreto utilizzo a livello aziendale, mancava nella realtà dei fatti una base teorica che spiegasse il perchè di questa scelta e le conseguenze da essa derivanti, una linea guida che razionalizzasse e focalizzasse le best practices in HR.

Un progetto nato da lontano….

Come scrive Claudio Tronconi (AIDP Lombardia) nell’introduzione, questo progetto è nato diversi anni prima rispetto la materiale pubblicazione.

Nel giugno 2005 Roberto Ferrari, Direttore Area HRM in Outsourcing dell’ISMO (società di formazione e consulenza), partecipa con il suo articolo  “L’outsourcing per la gestione e lo sviluppo dele Risorse Umane” ad un numero della rivista Direzione del Personale.

L’anno seguente, Tronconi e Ferrari si incontrano ad un congresso nazionale della AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale – parlano di quell’articolo e, nella stessa occasione, incontrano Marco Guerci, al tempo assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano.

Sul finire del 2006 Umberto Frigelli, Responsabile del gruppo Ricerca AIDP Lombardia presenta una ricerca sulla “Innovazione per la gestione delle Risorse Umane”.

Nel 2010, viene creato un gruppo di lavoro misto formato da AIDP (Frigelli e Tronconi), ISMO Group (Ferrari ed altri) e il Politecnico di Milano (Guerci) i quali, partendo da un lavoro di analisi della letteratura in materia di allora, hanno definito il campo di ricerca sulla quale avrebbero voluto operare, data la necessità di tracciare un confine delle prassi di gestione delle Risorse Umane nelle aziende. Perciò si sono concentrati sull’Outsourcing come quel processo attraverso il quale le aziende assegnano stabilmente a fornitori esterni la gestione operativa di una o più funzioni che prima erano svolte all’interno delle singole aziende.

Una volta definito questo campo di ricerca, grazie al coinvolgimento di ISMO, sono stati intervistati sette direttori Risorse Umane che avevano già intrapreso e consolidato questo processo per identificare i rischi e i benefici dei processi di Outsourcing ed avere una raccolta di best practices e case studies.

Successivamente, attraverso dei focus group  tra aziende e consulenti interessati a questo tema,  sono state confrontate le opinioni e le situazioni di chi aveva realizzato progetti di Outsourcing per favorire lo scambio di esperienze sugli obiettivi da raggiungere, valutare i benefici e considerare i rischi che si sarebbero dovuti affrontare e, di conseguenza, identificare i fattori critici di successo grazie all’incontro di consulenti differenti tra loro per tipologia ed approccio alla questione.

Infine,  AIDP – storica associazione di Manager con ruoli direttivi, di responsabilità e di consulenza nel settore HR presso privati e istituzioni pubbliche – forte dei suoi tremila soci, ha chiesto ad alcuni di loro, precisamente a centoquindici manager, di esprimere opinioni sul tema attraverso la compilazione di un questionario.

Il 25 novembre 2010, AIDP Lombardia ha organizzato il convegno di presentazione di questa ricerca che, poco dopo, è stata trascritta per intero nel libro di cui stiamo parlando.

….Una ricerca con aspetti teorici, concettuali e pratici….

Il punto nodale di questa ricerca è stato il contributo dell’HR alla competitività delle organizzazioni e le specificità identificate dell’esternalizzazione nel campo delle Risorse Umane, valutando le implicazioni manageriali per le imprese italiane che sono diventate l’obiettivo finale del lavoro.

Perchè questa ricerca fosse valida è stato necessario valutare gli Aspetti Concettuali e Teorici,  affrontati nel capitolo uno. Così, introdotti gli elementi caratterizzanti del fenomeno dell’outsourcing e i benefici derivanti, sono stati analizzati i contesti di diffusione dei processi e delle attività di gestione delle HR, è stato approfondito l’impatto che l’esternalizzazione della gestione HR ha sulle organizzazioni, concentrandosi sulle motivazioni e sulle scelte alla base del make or buy, sui modelli teorici di riferimento e sulle competenze indispensabili per la gestione di questo processo. 

La ricerca sull’HR Outsourcing nelle imprese, come riportato nel secondo capitolo, si è dunque concentrata sulla comprensione delle dinamiche che spingono le aziende ad esternalizzare questo settore, trovando la risposta nella necessità di assecondare e seguire il processo evolutivo che coinvolge le Direzioni Risorse Umane, proiettate ad apportare sempre un contributo strategico senza compromettere l’efficienza e l’efficacia dei propri servizi.

Nell’ultimo capitolo dedicato alle Prospettive emerge ciò che è richiesto alle Direzioni delle Risorse Umane e cioè la capacità di evolvere ad una visione professionale consapevole del business capace di influenzare i comportamenti delle persone, facendo di questi un vincente elemento di strategia aziendale anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti del sistema economico e dell’innovazione tecnologica.

….Per definire Benefici, Rischi  e Obiettivi dell’HR Outsourcing.

Marco Carcano, autore della postfazione, sostiene che questo libro racchiude in sé una buona ricerca per cinque ragioni – e non gli si può dar che ragione – perchè:

    • non ha trascurato gli approfondimenti, soprattutto metodologici, che sono alla base della pratica dell’outsourcing;
    • ha usato una strumentazione di ricerca sociale, attraverso la materiale partecipazione dei soci AIDP, l’utilizzo dei case studies e dei focus group;
    • ha prodotto una base teorica;
    • ha creato un team di lavoro interdisciplinare sia dal punto di vista delle competenze che delle esperienza professionali;
    • nel tempo della ricerca sono stati correttamente distinti gli HR Outsourcing, HR Consulting e Temporary Management.

È stata palesata la necessità di procedere con gradualità e rigore tanto nella fase di impostazione che nella fase di implementazione del processo di HR Outsourcing, fornendo altresì uno sfondo di riferimento circa le relazioni industriali, l’impresa e il lavoro quale elemento che va tutelato anche a fronte della trasformazione del suo ruolo, il tutto in una determinata complessità sistemica.

Dai risultati della ricerca emergono chiaramente i benefici e i rischi dell’HR Outsourcing.

I benefici possono essere classificati:

      • di efficacia quando riguardano la focalizzazione sulle attività strategiche, l’accesso e lo sviluppo di nuove competenze specialistiche ed aggiornate, l’accesso a tecnologie avanzate e l’incremento della flessibilità, senza dimenticare il know-how;
      • di efficienza quando si parla di riduzione dei costi, del time consuming, degli investimenti e della razionalizzazione del personale interno.

Al contrario sono stati definiti come rischi il possibile abbassamento del livello dei servizi che si ricevono se non si contratta primariamente con i partners che andrebbero a gestire il servizio esternalizzato ciò che si vuole, il lasciare spazio ad eventuali comportamenti opportunistici, la perdita di controllo o le aspettative disattese sui processi se non vengono impostate operazioni di double-check con i fornitori e, da ultimo ma non meno importante, le possibili resistenze all’interno delle aziende stesse derivanti dal processo di reengineering che è alla base dell’HR Outsourcing.

Infine, va segnalato un ulteriore aspetto messo in luce da questa analisi. Ciò che infatti è risultato comune e maggiormente sentito dai differenti modelli e settori aziendali che hanno preso parte alla ricerca e che determinano la scelta di ricorrere all’HR Outsourcing, sono stati gli Obiettivi. Non deve certo apparire fuori luogo come il concentrarsi sulle attività strategiche aziendali, la riduzione dei costi, l’accesso a competenze specifiche e la razionalizzazione il personale interno diventino i traguardi da raggiungere nella scelta di percorrere la via dell’esternalizzazione.

Insomma, l’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane, appare una cosa estremamente vantaggiosa sotto diversi profili, ma bisogna preparare tutto alla perfezione, altrimenti si correrebbero solo inutili rischi.

Francesca Tesoro

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“Metodo o Follia?” di Robert Lewis

Se con l’articolo “La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson abbiamo parlato per la prima volta dell’improvvisazione come un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane, oggi parleremo di Robert Lewis e del suo libro “Metodo o Follia?” edito da Dino Audino Editore.

Anche in questo caso, bisogna fare un passo indietro per capire il motivo per cui questo libro ci ha convinto essere uno strumento di formazione.

Partiamo da Robert Lewis, l’autore di questo libro.

Insegnante di recitazione, attore e regista teatrale sia ad Hollywood che Broadway nonché membro del Group Theatre e fondatore dell’Actors Studios, mentore di molti grandi attori, è stato uno dei principali sostenitori e divulgatori del Metodo Stanislavskij.

Questo metodo, ideato da Kostantin Stanislavskij attore, regista, scrittore e teorico teatrale russo all’inizio del ‘900, si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla immedesimazione tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Prevedendo l’esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo, mira alla credibilità scenica, attraverso esercizi che stimolano le emozioni da provare sulla scena per avvalorare il messaggio da trasmettere anche attraverso gli atteggiamenti non verbali.

Così, negli anni cinquanta del secolo scorso, quando questa modalità di recitazione era molto in voga ma oggetto allo stesso tempo di interpretazioni distorte, Robert Lewis tenne otto lezioni-conferenze per attori professionisti, registi ed addetti ai lavori del mondo teatrale per raccontare il Metodo Stanislavskij, fugando tutti gli equivoci che erano sorti intorno ad esso, affrontandolo in modo completo ed esaustivo.

Il libro “Metodo o Follia?” tradotto e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2016, raccoglie tutte queste lezioni e fornisce un grandioso spunto di riflessione per chi già conosce il metodo Stanislavskij e un  buon punto di partenza per chi invece è a digiuno di metodologie e approcci della recitazione.

Quello che emerge da questo volumetto di facile lettura e perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori del mondo teatrale, è che il Metodo è un modo per preparare l’attore a sviluppare nel corso degli anni ed attraverso la pratica una tecnica che gli permetta di sfruttare sul palcoscenico tutte le sue risorse. Il Metodo, è uno strumento per raggiungere uno scopo e la tecnica è il suo mezzo, perchè la sola competenza tecnica non è sufficiente a raggiungere un risultato finale soddisfacente. Un punto cardine del Sistema Stanislavskij  è che per insegnarlo è necessario avere l’allievo al proprio fianco, seguirlo nella sua crescita, mostrargli come si fa, dargli la possibilità di provarlo e fargli capire dove sbaglia. In questo approccio sistemico la cosa importante è che, quando si insegna,  non basta parlare, ma bisogna mostrare, agire, dimostrare, trapassare la propria conoscenza all’altro.

Studiare sé stessi e la propria personalità significa diventare consapevoli delle proprie potenzialità e l’assioma che emerge da questo metodo teatrale è la consecuzione “sentimento-pensiero-parola”.

L’obiettivo che Stanislavskij voleva raggiungere con il suo metodo era quello di favorire una recitazione che fosse il più vera possibile, attraverso l’individuazione delle giuste emozioni da esprimere in modo reale ed equilibrato.

Perchè, dunque, collegare il metodo teatrale e soprattutto il metodo Stanislavskij al mondo aziendale, soprattutto a livello di formazione?

Perchè il teatro è una esperienza totalizzante, che viene vissuta con la testa e con il proprio corpo. Applicare la metodologia teatrale alla formazione aziendale trasforma la formazione stessa in una cosa esperienziale, collegando la mente al corpo e alle emozioni, proprio come indica il metodo Stanislavskij.

La formazione svolta in questo modo, rende  le persone più sicure prima delle proprie intuizioni e poi delle proprie azioni, facendo trasmigrare questa sicurezza dal livello personale a quello aziendale. Immaginazione ed intuizione, creatività e sicurezza, la consapevolezza del proprio ruolo, rinsaldano la personalità  e le motivazioni dei singoli e , conseguentemente, quelle del team con il quale si lavora, riuscendo così a vivere una situazione di equilibrio tra sé stessi e la realtà nella quale si lavora.

Seguendo questi insegnamenti non si renderanno le aziende dei palcoscenici sui quali recitare ogni giorno un semplice ruolo, ma le si faranno teatro di un ottimo lavoro di squadra, perchè quando una compagnia teatrale porta in scena uno spettacolo, tutto riesce perfettamente grazie al lavoro di formazione ed organizzazione che c’è dietro.

Francesca Tesoro

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“La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson

 

Prima di parlare di questo libro davvero simpatico, estremamente calzante ed utile per la vita di tutti i giorni, facciamo un passo indietro.

Cosa è fondamentale perchè un libro prenda vita ed esista materialmente?

Un Autore? Si, sicuramente, ma siamo andati troppo indietro.

Un gruppo di persone disposti a leggerlo, anche solo per prova? Può essere, ma è sempre una cosa successiva….

La Casa editrice! Per un libro serve una Casa Editrice.

Perchè diciamo questo?

Per il semplice fatto che “La saggezza dell’improvvisazione”, scritto da Patricia Ryan Madson docente di recitazione all’università si Stanford in quasi vent’anni di lavoro, lo possiamo avere tra le mani e leggerlo in Italia solo grazie alla Barbi Editori.

Ecco il nostro passo indietro (sto improvvisando come mi ha suggerito il libro di Pat)!!!

Nicola Barbi è un imprenditore, un manager d’azienda, estremamente attento alla cultura della formazione aziendale.

Giorgio Paparelle, viene a conoscenza di questo libro, scrive una lettera direttamente all’autrice chiedendo il permesso di poterlo tradurre in italiano per farlo leggere al paese intero.

Ovviamente Patricia Ryan Madson, seguendo una delle regole dell’improvvisazione, da il suo parere favorevole.

Nicola Barbi, convinto dal consiglio del cugino Giorgio, decide di acquistare i diritti d’autore per quella che sarebbe stata l’edizione italiana. Così, nel 2011 decide di fondare la minuscola casa editrice  Barbi Editori per pubblicare il libro della  Madson.

Già solo la storia di come questo libro sia stato tradotto e pubblicato in Italia, sembra essere frutto di una catena di improvvisazione (senza tralasciare la passione!) che ha portato ad un ottimo risultato.

La saggezza dell’improvvisazione”.

Un testo scorrevole, leggero, ma con la capacità di cambiare le carte in tavola di chi lo legge.

Dopo averlo letto mi sento di definirlo un libro teorico e pratico a differenza di tutti i libri che una persona può scegliere di leggere.

Teorico perchè ovviamente deve essere letto. Pratico per i suoi “Prova questo” sparsi qui e là nelle massime, veri e propri esercizi per migliorare ogni volta una sfaccettatura di noi stessi.

Questo volume illustra infatti quelle che l’autrice definisce proprio “Massime dell’improvvisazione”, cioè un principio ogni volta differente che, attraverso esempi pratici di vita vissuta personali, risultano essere applicabili alla vita di tutti.

In questo modo viene suggerita una chiave di lettura e di azione diversa di tutto ciò che si può fare normalmente, dimostrando come l’arte della improvvisazione diventi un valido aiuto al nostro modo di vivere, affrontare, gestire le cose, disquisendo sugli ostacoli che possono sorgere dal nostro agire e le possibilità per superarli, fornendo anche pratici e  semplici esercizi.

L’improvvisazione viene presentata così ai nostri occhi come uno strumento che, al contrario di quanto si pensi, va usato con il buon senso, capace di rendere la mente elastica e in grado di raggiungere gli obiettivi in modo decisamente differente.

La Madson nel suo libro scrive, e sono sicura di essere stata contagiata da questa idea, che la vita sia frutto tanto di pianificazione quanto di improvvisazione, mettendoci davanti opportunità, domande, problemi ai quali noi dobbiamo reagire in tempo reale, perciò il modo in cui affrontiamo tutto questo complesso di cose, altro non è che una eterna improvvisazione.

Fare un passo improvvisando porterà sempre da qualche parte.

Parlando di improvvisazione nel prologo, mi ha davvero meravigliato come Patricia Ryan Madson abbia tirato in ballo la storia dell’evoluzione umana dandole una interpretazione che non ho mai letto prima e, sorprendentemente, corretta.

Lei scrive che l’improvvisazione è venuta ben prima della pianificazione e che per millenni gli esseri umani hanno vissuto spontaneamente giorno dopo giorno, semplicemente trovando la soluzione ai problemi quotidiani. Ma ad un certo punto è diventato necessario pianificare per poter sopravvivere,  di conseguenza questa evoluzione nella storia dell’uomo ha messo fine all’improvvisazione come principale modus vivendi. Questo perché abbiamo imparato a preoccuparci del futuro favorendo lo sviluppo delle nostre capacità celebrali. 

Siccome siamo diventati degli abili programmatori e pianificatori di tutto ciò che dobbiamo fare, abbiamo perso di vista la semplicità e la bellezza dell’agire, non siamo più pronti a risolvere problemi e non sappiamo più guardare alle cose con occhi nuovi. La realtà si presenta a noi sempre in modo diverso ma noi siamo troppo abituati a viverla in modo meccanico.

Allora ci viene in soccorso l’improvvisazione che, paradossalmente, ci permette di analizzare meglio la realtà che ci circonda, trovando le giuste soluzioni ogni volta che dobbiamo fare qualcosa.

Cosa c’entrano le massime dell’improvvisazione con il mondo del lavoro?

Dovreste sorprendervi, perché in realtà sono perfettamente idonee a suggerirci il (corretto) modo di agire.

Quante volte emerge il concetto di Problem Solving durante un colloquio di lavoro?

Se abbiamo un obiettivo lavorativo da raggiungere, non ci viene chiesto di trovare una soluzione?

Cosa può essere utile per centrare il fulcro di un problema?

Non è forse l’improvvisazione? Si.

Vi chiederete, com’è possibile? Sembrano due cose così distanti…

Invece l’improvvisazione, tecnica teatrale nota fino a qualche tempo fa solo ad attori e artisti,  risulta essere un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane.

Perché?

Lavorare secondo le massime dell’improvvisazione produce dei risultati concreti.

Può connetterci a qualcosa di più grande (un’azienda per esempio), mettendoci in condizione di cogliere in maniera più chiara il nostro ruolo nello schema delle cose.

Genera un impegno molto più attento al procedimento che conduce al risultato, permette di partecipare pienamente a ciò che si fa e alle relazioni che ruotano intorno ad esso.

Il buon improvvisatore è una persona sveglia, non concentrata esclusivamente su di sé, pronta a fare qualcosa per gli altri e a seguire questo suo impulso.

Improvvisare significa accettare dei rischi, concentrarsi sulle cose che sono più importanti e presuppone il saper leggere l’interdipendenza con gli altri esseri umani (i colleghi dell’azienda).

Leggendo questo libro si comprendono una serie di strategie comportamentali sul teamwork, sulla responsabilità, sulle modalità di azione e di controllo, suggerendo come essere accorti a quello che ci circonda e come fare per avere uno spirito costruttivo.

Concetti prettamente aziendali.

Siete ancora convinti che l’improvvisazione è così distante dal mondo del lavoro e soprattutto dal mondo aziendale?

Francesca Tesoro

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“Scusate se esisto”: una commedia italiana che fa riflettere

Come può una commedia diventare spunto di riflessione?

“Scusate se esisto”, di cui parleremo oggi, film di Roberto Milani con Paola Cortellesi e Raoul Bova, riesce pienamente in questo intento.

Tra risate e colpi di scena davvero divertenti, questa pellicola del 2014 prodotta da Fulvio e Federica Lucisano per Italian International Film e Rai Cinema, è un condensato della realtà odierna, mostrando senza mezzi termini le difficoltà del libero professionista, soprattutto quando è donna.

L’architetto Serena Bruno si è laureata a pieni voti dando il massimo negli studi, ha una carriera di successo all’estero, dirige grandi cantieri nella city londinese e parla almeno quattro lingue diverse.

Al termine dell’ultimo progetto di cui è capo, parlando con i colleghi che puntano a mete lontane e in pieno sviluppo, l’architetto Serena Bruno vuole rilanciare una scelta rivoluzionaria e,  tra lo sconcerto generale, decide di tornare in Italia perché ama il suo paese.

Così si ritrova nella periferia della capitale a lavorare contemporaneamente come arredatrice di interni (in un grande magazzino che vende mobili per clienti tutt’altro che raffinati), curatrice dell’edificazione di un mausoleo per la famiglia storica  più influente della zona (la tomba del proprietario di un compro oro che pretende pacchianerie di altri tempi) e come cameriera per continuare a mantenersi dopo aver esaurito i risparmi del lavoro all’estero.

L’incontro con due giovani (ma gentili) ladruncoli che le fregano il vecchio motorino del padre, le fanno scoprire l’edificio del Corviale che diventa il suo più grande progetto.

Sicura di sé e delle sue capacità di architetto, partecipa ad un bando per la riqualificazione del mastodontico complesso di edilizia popolare e al colloquio convince la commissione esaminatrice, non tanto per  le sue idee innovative, quanto per il suo fingersi la segretaria dell’architetto Bruno Serena.

Tra scene tragicomiche, la complicità del proprietario (Raoul Bova) del locale dove lei fa la cameriera, le loro vite che si intrecciano con quelle degli altri protagonisti del film, il mondo  dell’architetto Bruno Serena crolla e  con esso vengono abbattuti di tutti gli stereotipi messi in scena e scoperte tutte le carte in tavola.

Questo film, basato sulla storia vera dell’architetto Guendalina Salimei, ha portato sullo schermo la  reale storia sua e del “Chilometro verde”, un progetto di riqualificazione di questo complesso residenziale popolare nella periferia della capitale.

Parallelamente, anche se frutto della sceneggiatura che ha romanzato il vero, viene raccontato e dimostrato come essere donna in un ambiente prettamente maschile sia complicato e che spesso i talenti italiani, all’estero considerati tesori e spesi nel migliore dei modi, una volta tornati in patria si ritrovano a dover fare i salti mortali non solo per sbarcare il lunario e sopravvivere, ma soprattutto per far valere le proprie capacità.

Serena Bruno rappresenta tutte le donne che alla firma del contratto con il datore di lavoro si trovano a dover sottoscrivere una piccola clausola proforma, “un espediente di natura prettamente precauzionale, giusto in caso di eventi catastrofici, tipo alluvioni, trombe d’aria, meteoriti e gravidanze” che di certo ad un uomo non viene chiesto.

Così, se la considerazione del firmare in anticipo le proprie dimissioni è decisamente ingiusto, bisogna ricordarsi che rappresenta una realtà tristemente vera.

Serena Bruno è la donna che lavora assiduamente al suo progetto, che ha fatto i sopralluoghi al Corviale e parlato con la gente, chiedendo loro cosa volessero, per realizzare più che i suoi sogni, quelli delle persone che vivono lì.

Serena Bruno è la persona che poco prima di entrare a fare il colloquio, ascolta indecisa una altra aspirante architetto, già arresasi al sistema, che le dice come un progetto del genere non lo daranno mai ad una donna. Ed è lì che ha il lampo di genio, fingersi qualcun altro per diventare qualcuno, facendo semplicemente quello che i futuri datori di lavoro si aspettavano, un architetto uomo con una segretaria donna.

Serena Bruno è l’opposto di Michela (Lunetta Savino), la segretaria del capo Ripamonti, ricco egoista, maschilista e sfruttatore (Ennio Fantastichini), per anni asservita e annullata pur di lavorare, convinta che “loro (gli uomini) stanno sotto i riflettori e noi stiamo dietro le quinte” ma in realtà il vero motore dell’impero Ripamonti, colei la quale non dimentica mai nulla ed è sempre sul pezzo.

Serena Bruno fa crollare il sistema. È una donna caparbia e coraggiosa, che ha combattuto, seppur con l’inganno, il maschilismo di una professione e ha abbattuto il muro tra il dover essere agli occhi degli altri  e quello che realmente si è.

Ma il binomio donna-libera professione è così scoraggiante nella realtà?

Ciò che salta agli occhi leggendo i dati delle ultime inchieste e ricerche, è principalmente il discorso economico. Le donne guadagnano meno degli uomini e, a ben ricordare, qualche anno fa fecero anche uno spot in materia.

Ebbene, nel mondo dell’architettura continuano ad esistere condizioni di diseguaglianza lavorativa, professionale ed economica. Perciò se può sembrare  positivo il fatto che  il 42% degli architetti siano donne, registrando un incremento dell’11% dal 1998 ad oggi, bisogna subito fare i conti con la differenza retributiva che, in media, per una donna è inferiore del 57%.

In realtà non c’è da stupirsi e questo problema non riguarda solo il mondo degli architetti,  perché in via generale nel nostro paese la remunerazione fra lavoratrici e lavoratori è inferiore del 10,9%, valore che lievita fino al 36,3% quando si parla dei laureati.

Ma non è solo un discorso economico.

Il rapporto Eurostat del 2015, riportava che il 40% delle donne ritenute inattive nel mondo del lavoro italiano ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario. Appare quindi evidente che a livello professionale, le donne sono sia formate che qualificate per lo svolgimento delle differenti attività lavorative, ma si scontrano con dei preconcetti culturali talmente radicati nel comune sentire da essere difficilmente scardinati.

Ed effettivamente è così, se ci pensate, i ruoli di controllo, amministrazione e gestione sono prevalentemente occupati da uomini. Nelle libere professioni statisticamente ci sono più uomini che donne. Questo perché culturalmente la donna è sempre stata vista più affine ai ruoli lavorativi legati al mondo dell’istruzione e dell’assistenza, tanto medica quanto sociale, che a capo di una azienda o in un cantiere a sporcarsi le mani di malta.

Ancora, la donna è il fulcro della famiglia, è colei che la gestisce, la cresce, è la parte fondamentale per darle vita e spesso questo si scontra con le aspirazioni professionali della donna-(futura)mamma. È culturalmente lei che si è sempre occupata della cura della casa.

Di conseguenza la donna, più dell’uomo, è generalmente portata a fare la scelta tra la propria ambizione professionale e il resto.

Bisogna chiedersi allora se siamo pronti, come sta iniziando a succedere, che i ruoli assumano delle sfumature  meno nette e che ci si possa tranquillamente interscambiare, senza scadere in facili considerazioni di genere.

Sappiate che ad oggi esistono anche uomini casalinghi – per scelta – che si dedicano alla cura della famiglia mentre le consorti si concentrano sul lavoro, senza  che il mondo vada in frantumi.

Francesca Tesoro

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“The Judge”: quando essere un avvocato non è come nei film

Il mondo televisivo ci ha fatto prendere confidenza negli ultimi decenni con moltissime serie e film di successo sul mondo dell’avvocatura e dei tribunali. Alcuni brillanti e di successo, altri scanzonati oppure cinici e spietati. Maggiormente di provenienza americana, basate su fatti più o meno reali, in località geograficamente vere, molto più orientate al modo del crime piuttosto che a quello civile, la rappresentazione cinematografica dell’avvocato non sempre rispecchia la realtà, almeno quella italiana.

Per analizzare queste differenze e dimostrare che essere un avvocato non è come nei film, vi parlerò di un film che sicuramente avete visto: The Judge.


Nell’America dei giorni nostri, un padre e un figlio non hanno rapporti da anni, finché la donna della famiglia, madre per uno e moglie per l’altro, non muore improvvisamente.

Hank Palmer, interpretato da un ottimo Robert Downey Jr. è il figlio. Spregiudicato e disincantato avvocato trasferitosi a Chicago, definito dai colleghi senza il rispetto per la legge, incallito e formidabile difensore dei colpevoli.

Joseph Palmer, al secolo Robert Duvall, è il padre nonché giudice della piccola cittadina di Carlinville in Indiana, che per quarant’anni ne ha amministrato la giustizia con  estrema fermezza.

Sbrigate le formalità del funerale materno, Hank saluta i due fratelli Glen e Dale e decide di tornarsene nell’Illinois dove lo attendono la figlia e il proprio matrimonio in crisi.

Ma prima che il volo possa staccarsi da terra, arriva la telefonata che lo fa tornare indietro.

Il “Giudice”, come tutti chiamano il padre, è stato accusato di omicidio volontario.

Così lo scontro padre-figlio, non solo generazionale ma soprattutto affettivo, si gioca nel processo al primo che non ammette di aver sbagliato, con il secondo che fa di tutto per difenderlo, alla ricerca di una seconda possibilità.

La pellicola, uscita nelle sale nell’ottobre del 2014 e diretto da David Dobkin, è stato il film d’apertura del Toronto International Film Festival dello stesso anno.

Può considerarsi un buon procedural thriller, con scene profonde ed emozionanti dai dialoghi intensi, dove la sottigliezza glaciale di Duvall si alterna con l’ironia, a volte amara, e la velocità tipiche di Downey Jr.

Gli altri attori famosi presenti nel film, a partire da Vincent D’Onofrio, Jeremy Strong e soprattutto Billy Bob Thornton che condurrà l’accusa contro il Giudice, non sono mai un semplice contorno, ma con le particolarità dei loro personaggi, diventano il collante di questa storia appassionante ed appassionata, dove la ragnatela di ricordi e rancori tra i protagonisti finisce per dissolversi…o forse no.

Emblematica è la scena finale dove….No, non è il momento di svelare il finale!

Ma quanti di voi sanno cosa realmente fa un avvocato e cosa significa essere un avvocato?

Da persona che frequenta questo ambiente ormai da diverso tempo, ho capito due cose: la prima, che tutto quello che si studia sui banchi dell’università serve a ben poco nei corridoi di un tribunale, la seconda, forse la più dura da digerire, è che in questo ambiente se vuoi sopravvivere e diventare un bravo professionista, non basta la tua caparbietà e il sacrificio, ma bisogna farsi squali più grandi e prima degli altri per non diventare la preda altrui. Si, è così.

Eppure non bisogna pensare che intraprendere questa professione debba significare per forza trasformarsi in una cattiva persona, ma il sistema italiano di certo non aiuta a svolgere con tranquillità forse uno dei mestieri più belli e sicuramente al servizio degli altri.

Tornando alla realtà, sono la prima a immaginarmi ad occhi aperti, seduta sul divano, nei legal drama che mi piace seguire, dove tutto fila sempre liscio, le persone ti ascoltano, i casi sono mediamente di facile e celere risoluzione oltre che affascinanti.

Soprattutto adoro le aule dei tribunali americani, pulite, luminose, ordinate, dove hai tutto il tempo per parlare ed essere ascoltato in un silenzio quasi irreale.

In Italia a volte le aule non sono altro che una stanza disordinata e piena di gente che si accalca in attesa del proprio turno, pronti a scalciare se qualche collega vuole fare il furbo e passare avanti, con il giudice seduto ad una normale scrivania che, con carta e penna, scrive di proprio pugno quanto gli viene detto dagli avvocati, dovendo in certi casi richiamare il silenzio dei colleghi che sono più chiassosi di una scolaresca in gita.

Penso che Essere un avvocato e non fare – mi permetto di dire – è un mestiere molto complicato e, personalmente, non mi basta essere associata ad un solo termine che è (anche) una qualifica professionale oltre che sociale.

Per me l’Avvocato è un machiavellico stratega e burocrate dal volto umano, studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore, paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore. Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Questo significa essere un avvocato.

La traduzione materiale di queste poche righe dense di significato, è quella di chi esce al mattino e arriva alla sera sperando che tutti i suoi orari programmati siano stati rispettati, perché gli orari per l’avvocato non sono mai garantiti.

Machiavellico stratega e burocrate dal volto umano […] paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore.

L’avvocato è prima di tutto una persona che interagisce con il cliente, deve ascoltare l’altro e capire la reale entità del problema e mentre lo si ascolta, già avere davanti a sé la capacità di prospettare soluzioni obiettive, da spiegare chiaramente al cliente ma da non far intuire alla controparte.

Dal cliente bisogna ottenere la fiducia, dalla controparte il rispetto per il proprio operato, sempre leale e mai fatto di inganno.

[…] Studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore[…].

L’avvocato è colui il quale passa le ore a studiare per essere preparato ed aggiornato, perché l’università e i suoi esami, la pratica forense e l’esame di abilitazione non sono mai abbastanza.

È una persona che perde gli occhi tra manuali, codici delle leggi e lo schermo del computer per cercare il cavillo dal quale far scintillare la vittoria per il proprio cliente o per far pendere il convincimento del giudice dalla propria parte.

L’avvocato deve essere un ottimo oratore, di quelli ai quali non si secca mai la bocca, che con caparbietà e semplicità spiega il proprio punto di vista, dimostrando come sia quello della ragione, senza mai alzare il tono della voce.

Allo stesso modo deve sapere scrivere non (solo) con frasi fatte ma mettendoci del proprio perché la lettura del giudice sia semplice, completa,  intuitiva e scorrevole.

[…]Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Perché le giornate di un avvocato sono fatte di frenetiche ed infinite attese tra i corridoi del tribunale mentre si corre da una parte all’altra per tutte le udienze fissate nella stessa giornata, aspettando che la burocrazia faccia il suo corso assecondando rinvii temporali inconcepibili, in attesa del collega di controparte con il quale si cerca di raggiungere un accordo, del cliente che viene e ti confida tutta la sua vita oppure che all’ultimo momento ti fa saltare l’appuntamento, soprattutto quando è il momento di darti i soldi pattuiti per il lavoro svolto.

Essere un avvocato è una bella professione.

Se ti pagano, bellissima. Se ti pagano in anticipo, ottima. Se ti pagano con soldi veri e non in abbracci, polli, cambiali o banconote del monopoli, allora stai sognando.

Essere un avvocato, significa arrivare a sera povero di energie ma felice di aver trovato la giusta soluzione per qualcun altro, anche se, a differenza di quelli che si vedono in televisione, magari ti sono rimasti solo cinque euro nel portafoglio.

Per cui, per gli avvocati,  non è come nei film.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: le Vacanze Studio all’Estero

Sistema Scuola è molto più di quanto si possa racchiudere concettualmente in due parole e, come sapete, ha l’obiettivo di farci conoscere più da vicino il mondo dell’educazione. Così, abbiamo parlato degli studenti che vivono il mondo della scuola, dei docenti e del personale non docente, fondamentali per far sì che il mondo della scuola funzioni il meglio possibile, abbiamo scritto del metodo Montessori e del suo approccio sistemico all’educazione del fanciullo, abbiamo presentato lo Scautismo che, parallelamente alle istituzioni scolastiche, fornisce una via educativa di crescita.

Oggi scriveremo per voi delle Vacanze Studio all’estero.

Avete mai vissuto una vacanza studio all’estero? Conoscete qualcuno che ha avuto questa possibilità? Se non fosse così, dalla mia camera di un college inglese, vi racconterò cosa sono, cosa significano per i ragazzi e tutto quello che celano agli occhi degli altri.

Le vacanze studio all’estero, possono essere considerate un perfetto esempio di approccio sistemico dal momento che racchiudono in sé una complessità dinamica legata a fattori non certo di poca importanza. Prima di tutto ci sono i ragazzi che vivranno una esperienza di vita lontani da casa con persone che non conoscono, poi ci sono i luoghi, perchè vivere all’estero un determinato periodo di tempo, significa dover riuscire ad integrarsi in contesti sconosciuti, dediti all’internazionalità, seguire nuove regole e conoscere altre realtà, non solo personali o geografiche.

Ci sono persone e società che lavorano assiduamente affinchè tutto segua i piani prefissati e programmati, perchè siano fornite tutte le occasioni necessarie e non solo per rispettare i contratti che ogni anno vengono siglati. C’è una profonda interazione tra soggetti, fisici e non, italiani e stranieri, che costruiscono le vacanze studio servendole ai ragazzi come una porta sul mondo per educare ed educarsi da protagonisti.

Fare una vacanza studio significa entrare in un mondo quasi parallelo, lontani dagli affetti, innestando relazioni con persone che vengono da altre parti del mondo e che hanno vite vissute alle spalle decisamente differenti. Significa frequentare dei corsi di inglese con classi internazionali, dove è richiesto il massimo impegno per seguire le lezioni. Condividere l’appartamento e la mensa, le attività e i singoli momenti del soggiorno con persone di altre culture, facendosi un po’ le ossa per diventare delle persone migliori che sanno viversi e godere ogni minuto della giornata nel rispetto degli altri e delle regole del paese ospitante.

Vivere una vacanza studio in un college significa alzarsi ogni mattina e vivere un turbinio di emozioni da togliere il fiato e non solo perchè i tempi siano particolarmente densi e ravvicinati.

I ragazzi vivono tutto questo, come un bellissimo gioco, ma dietro si nasconde un mondo complesso di coordinazione e organizzazione, programmazione e progettazione, in pieno approccio sistemico appunto.

Chi lavora dietro le quinte di questo sistema educativo parascolastico sa bene che la stagione non inizia quando l’estate è alle porte. Si avvia ben prima, quando bisogna trovare il college adatto, prendere contatti e contrattare con le istituzioni locali, con le compagnie aeree e dei trasporti privati, quando bisogna mettere nero su bianco il progetto scolastico, considerando che i corsi di lingua sono l’ossatura principale delle vacanze studio e devono avere quel qualcosa in più rispetto le lezioni che si potrebbero frequentare comodamente nelle proprie città ad un paio di chilometri da casa. Le vacanze studio risultano essere dunque un sistema decisamente complesso, dove necessariamente bisogna occuparsi, con realistica obiettività, di ogni singolo aspetto senza sottovalutare nulla.

Ci sono le famiglie, che vogliono il meglio per i propri figli e alle quali bisogna fornire tutta l’assistenza necessaria prima, durante e dopo il soggiorno.

Ci sono le persone che lavorano con i ragazzi che devono essere scelte nella massa per le loro competenze, capaci di saper vivere e condividere con i ragazzi una esperienza fuori dal comune, in grado di gestire i partners stranieri e fare in modo che non si verifichi mai un problema e, al suo eventuale materializzarsi, riuscire risolverlo in un batter d’occhio, senza alcuna ricaduta sugli attori principali, i ragazzi.

E quando tutti i pezzi di questo puzzle hanno i propri contorni ben definiti e si incastrano alla perfezione con gli altri, inizia la vacanza studio all’estero, con al centro di tutto i giovani tra i dieci e diciotto anni che ogni estate partono in migliaia, che vivono appieno questa esperienza pervasi da una voglia irrefrenabile di non lasciarsi scappare nessuna occasione.

Quando arrivano li vedi sempre un po’ impauriti e timorosi di non conoscere nessuno, preoccupati di sentire la mancanza di casa, di non capire a sufficienza la lingua, vergognosi in certi casi di partecipare alle attività sportive per non mettersi in mostra.

Poi li vedi crescere e cambiare giorno per giorno, imparano a mettersi in gioco e si fanno trasportare. Vedi adolescenti di diverse nazionalità che, in certi casi con l’aiuto di un traduttore sui loro smartphone, intraprendono chiacchierate con altri coetanei venuti da chissà dove. Si raccontano storie, dialogano dei rispettivi paesi e delle proprie tradizioni. Parlano dei loro sogni e delle loro aspettative, delle loro insicurezze e delle loro paure, masticando una lingua che sono venuti a studiare, farcendolo con errori di pronuncia a tratti divertenti.

Una vacanza studio diventa, inaspettatamente, il terreno su cui fioriscono relazioni internazionali da fare invidia ai capi di stato in lotta tra loro e così vedi i ragazzi, normalmente abituati ad odiare i vicini di confine, giocare con chi politicamente è classificato come un nemico, divertirsi, abbracciarsi, frequentare la stessa classe e mangiare insieme ad un tavolo della mensa. I più grandi li scopri anche parlare delle situazioni politico sociali, intenti nell’immaginare i propri paesi diversi da come sono attualmente, se solo i potenti facessero una cosa piuttosto che un’altra.

Ci si scambia i numeri di telefono, ci si promette di rivedersi e qualcuno ci riesce davvero.

Si stringono in abbracci frenetici quando capiscono che il tempo a loro disposizione sta per finire, prima che ognuno rientri nelle proprie case, magari nell’altro emisfero.

Sanno che forse non potranno più rivedersi, ma sono tutti consapevoli di aver imparato molte più cose in queste due settimane che in un anno di scuola.

Un soggiorno dura due settimane per il tempo della terra, ma sono anni nel tempo del cuore.

Così ogni quindici giorni la macchina riparte, un aereo decolla e atterra a destinazione, i ragazzi arrivano in college che diventerà la loro casa, saranno accolti da chi li attende e li guiderà per i giorni a seguire, conosceranno gente, frequenteranno le lezioni, faranno le diverse attività quotidiane, si divertiranno e si stancheranno durante le escursioni e ogni sera si addormenteranno con il sorriso sulle labbra in vista del giorno successivo, pieno di novità ed emozioni.

Vivere una vacanza all’estero significa partire ragazzi e tornare un po’ più adulti, con amici sparsi nei vari paesi e tante nuove idee su di sé e sugli altri, rendendosi conto di quanto sia vario il mondo, andando oltre lo schermo di un cellulare o di un televisore, imparando a conoscerlo con gli occhi degli altri.

In pieno approccio sistemico.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Scautismo, un movimento che rende i ragazzi protagonisti

Dopo aver analizzato dettagliatamente come è composto il Sistema Scuola  nel nostro Paese, avendo dato voce a ciascuno dei protagonisti che lo vivono quotidianamente, continuiamo il nostro viaggio in questa realtà che abbraccia mondo del lavoro, della cultura e della civiltà nel senso più profondo del termine, esaminando alcuni esempi di sistemi educativi, sia scolastici, sia parascolastici, che mettano al centro i ragazzi e siano caratterizzati da un approccio sistemico collaudato e ben definito.

La prima metodologia alla quale ci siamo dedicati, sempre attuale e innovativa, nonostante le sue origini risalgano ormai ai primi del Novecento, è lo Scautismo, una realtà che, da sempre, si focalizza sullo sviluppo sano ed equilibrato dei ragazzi, sia come singoli individui, sia come componenti di un gruppo forte e coeso.

Premesso che nel mondo ci sono oltre 38 milioni di bambini, ragazzi e adulti, donne e uomini, che, in 216 paesi e territori del mondo sono scout, che cos’è lo Scautismo?

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Si tratta di un movimento educativo non formale, promosso e composto da giovani, che si propone come obiettivo la formazione integrale della persona secondo i principi ed i valori definiti dal suo fondatore Lord Robert Baden-Powell, e risulta essere, ancora oggi, la più numerosa forma di associazionismo trasversale presente al mondo e con la maggior diffusione territoriale.

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La particolarità dello Scautismo è l’essere un vero e proprio stile di vita che impegna i bambini dagli otto anni in poi, promuovendo la loro educazione fino alla maggiore età e oltre, attraverso un metodo che cresce con il crescere del bambino, fatto di fantasia e simbolismo, gioco e condivisione, avventura e vita all’aria aperta, di vita comunitaria e di servizio agli altri, senza mai discostarsi dal principio educativo dell’imparare facendo, della fraternità e dell’essere di esempio agli altri attraverso il trapasso delle nozioni.

Al centro dello Scautismo c’è sempre il ragazzo, che per ogni fase della propria crescita, vive la metodologia scout nel contesto delle unità di appartenenza che rispecchiano la maturità personale e sociale del singolo, calando su di esso gli strumenti appositamente individuati per favorire lo sviluppo psicofisico del singolo in un contesto di vita comunitaria a stretto contatto con gli altri e con la natura, sotto la guida di capi adulti volontari e formati.

Il metodo Scout prevede la divisione in fasce d’età chiamate Branche.

Dagli otto agli undici anni le bambine e i bambini vivono l’appartenenza al Branco o al Cerchio, come Lupetti o Coccinelle dove, attraverso i racconti del Libro della giungla riadattato dallo stesso Baden-Powell o quelli appartenenti al libro Sette Punti Neri scritto da Cristiana Ruschi Del Punta, vivono la loro crescita in un ambiente fantastico che li guida e li conduce all’adolescenza.

Attraverso questi racconti ed il loro simbolismo, vengono forniti al bambino una serie di spunti ed insegnamenti pedagogici che lo accompagnano fino al passaggio nella branca successiva, divenendo e rimanendo una parte fondamentale di sé, ispirandoli ed invogliandoli, seppur nel rispetto della loro età, a porsi come esempio per i più piccoli, a condividere esperienze di vita, a coltivare i propri talenti.

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Dai dodici ai sedici anni le ragazze e i ragazzi vivono l’esperienza del Reparto, come Guide o Esploratori, i quali suddivisi in sottogruppi monosessuali e trasversali chiamati Squadriglie, fanno esperienza di vita comunitaria e a contatto con la natura, in stile avventuroso, specializzandosi secondo le proprie abilità ponendole al servizio di tutti gli altri, secondo i valori della scoperta, dell’essere competenti e responsabili, tanto di sé quanto di chi gli viene affidato.

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Con lo scadere dell’adolescenza, gli Esploratori e le Guide, vengono accolti nel Clan come Rovers e Scolte, creando come amava definirla Baden-Powell “una fraternità all’aria aperta”. I ragazzi divenuti ormai adulti in questa branca sono chiamati a vivere pienamente il servizio verso gli altri, il cammino e la vita di comunità, che li condurrà al momento più importante per uno scout, la Partenza o l’Uscita, che segnano il termine del loro cammino come educandi.

A tale punto della propria vita Scout, il singolo può scegliere liberamente se aderire pienamente al Patto Associativo e diventare a propria volta un educatore, pronto a svolgere il proprio servizio in modo pieno e volontario, oppure può decidere di dedicare la sua vita ad altre forme di volontariato.

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Divenuto ormai adulto, il bambino o il ragazzo che aveva iniziato e decide di continuare a giocare il gioco dello Scautismo, diventa un Capo, ponendo se stesso al servizio della Comunità Capi che lo accoglie e che lo guida nello svolgimento delle attività con i ragazzi e nell’iter di formazione personale, per diventare un capo formato e competente.

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La bellezza dello scautismo sta nel fatto che, pur identica per tutti i ragazzi del mondo, è vissuta nei diversi contesti culturali e religiosi, perché i suoi principi ispiratori restano, nonostante siano passati più di cento anni, universali e sono sintetizzati nella Promessa, nella Legge Scout e nel Motto che rendono milioni di persone Fratelli e Sorelle in tutto il mondo, passando oltre qualsiasi differenza. Attraverso la Promessa e la Legge Scout il ragazzo non solo “entra a far parte della grande famiglia degli Scouts”, ma si impegna di fronte al mondo, forte della fiducia che sente riposta in lui e della libertà con cui aderisce a questo ideale, per giocare un ruolo responsabile nella vita, mettendo in gioco il suo onore, pronto a camminare lungo questa strada impegnativa, con la consapevolezza che l’importante non sarà mai l’essere arrivato ma fare del proprio meglio.

“Una volta scout, sempre Scout”

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Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: anche il personale non docente è fondamentale

Dopo aver affrontato il punto di vista degli studenti e quello degli insegnanti nei precedenti articoli, paragonandoli alle due metà di un cuore, oggi vi mostreremo l’intero corpo della scuola.

Per dare vita a questo articolo, sono personalmente riuscita ad entrare in diverse scuole della mia città, parlato con i diretti interessati e alla fine ne ho scelta una, di cui ovviamente non vi dirò il nome, ma che diventerà lo scenario di questo nostro viaggio virtuale.

La cosa che più mi ha sorpreso parlando con le persone che ho incontrato è che tutti avevano l’idea della scuola come una piramide che contenesse più o meno tutti i settori, ognuno dei quali preordinato o sottoposto ad un altro. In realtà, parlando loro ho esplicitato una visione di scuola differente, più simile ad un puzzle e vi spiego anche perché.

Per quanto possa essere giusta l’idea gerarchica insita in una istituzione scolastica, credo più nella parità di ogni singolo “pezzo” che combinato con gli altri, crei un unico disegno. Ovviamente tutti noi abbiamo familiarità con i puzzle e siamo consapevoli che se mancasse anche un solo pezzettino, per quanto la mente umana sia perfetta e riesca a soccombere a quella mancanza visuale, resterebbe un vuoto.

Partiamo dal presupposto che se dicessi scuola, chi legge penserebbe immediatamente all’edificio scolastico e poi ai corridoi, agli odori, al brusio o agli schiamazzi, alle persone che ha incontrato almeno una volta nella propria vita solcando l’ingresso.

Ma la scuola, non è solo l’edificio nel quale abbiamo vissuto diversi anni, non è fatto solo di studenti o di professori. È composto da tutta una serie di altre persone ed “aree” che sono necessarie al buon funzionamento di tutto il sistema e senza ogni singolo ricompreso in queste aree, le cose non funzionerebbero davvero.

Abbiamo parlato di aree, ma quali sono?

Il sistema scuola di ogni singolo istituto funziona perché c’è una combine tra l’area amministrativa, l’area organizzativa, l’area didattica e il Dirigente Scolastico.

II Dirigente Scolastico è una figura scolastica di spicco. È colui che gestisce in maniera unitaria l’istituzione scolastica, ha il compito di promuovere e sviluppare l’autonomia gestionale e didattica, è garante del diritto all’apprendimento degli alunni, della libertà di insegnamento dei docenti ed anche della libertà di scelta educativa delle famiglie. Essendo il  legale rappresentante dell’istituzione scolastica, è responsabile della sua gestione, delle sue risorse finanziarie e di quelle strumentali, nonchè dei risultati del servizio ed è titolare delle relazioni sindacali. Dirige, coordina e valorizza le risorse umane, organizza l’attività scolastica secondo i criteri di efficienza e di efficacia formative.

L’area amministrativa è composta da:

  • il Direttore dei Servizi Generali Amministrativi il quale svolge e sovraintende i servizi generali amministrativo-contabili, curandone l’organizzazione, ricoprendo funzioni di coordinamento, promozione delle attività e verifica dei risultati da raggiungere;
  • l’Assistente Tecnico, figura di supporto trasversale e  necessaria ai docenti e agli studenti;
  • l’Assistente Amministrativo, che con la propria professionalità collabora nella conduzione della scuola, svolgendo tutto quanto ciò di amministrativo e contabile è previsto, sia dal punto di vista delle relazioni interne che esterne;
  • il Collaboratore Scolastico, con compiti di accoglienza e di sorveglianza nei confronti degli alunni, addetto ai servizi generali e alla gestione degli spazi scolastici, senza dimenticare la dimensione di collaborazione con i docenti.

L’area didattica è composta primariamente dallo staff del Dirigente Scolastico, che ha il compito di coadiuvarlo nella gestione e nella organizzazione del sistema scolastico interno. A questi si affiancano tutti i componenti del personale docente, suddivisi nei vari dipartimenti, alcuni con compiti di coordinamento degli stessi, comprendendo, laddove previsti, anche i referenti responsabili dei progetti legati alla alternanza scuola lavoro.

L’area organizzativa è invece composta da:

  • referenti per i progetti riguardanti gli studenti sia dal punto di vista esterno che interno, stabiliti di volta in volta nei progetti dell’offerta formativa;
  • referenti che si preoccupano di gestire l’orientamento degli studenti e delle famiglie tanto in entrata quanto in uscita;
  • referenti con il compito di organizzare e seguire il recupero e il potenziamento scolastico;
  • referenti del settore legato alla prevenzione e protezione di tutti i soggetti scolastici;
  • dal Consiglio di Istituto, organo collegiale obbligatorio che rappresenta tutte le componenti dell’Istituto e cioè docenti, studenti, genitori e personale non docente. Può essere parificato ad un vero e proprio consiglio di amministrazione che provvede a stabilire, deliberare ed adottare il programma annuale, i mezzi finanziari  per il funzionamento amministrativo e didattico, si preoccupa dell’adozione e delle modifiche del regolamento interno dell’istituto.

Insomma, credere che la scuola sia fatta solo di studenti e professori diventa davvero riduttivo.

La scuola è un microcosmo dove si vivono relazioni paritarie e non, dove i giovani studenti imparano ad essere uomini e donne scegliendo cosa fare del proprio futuro, è un luogo dove si incontrano tante figure professionali collaterali, ognuna delle quali fondamentale perché l’ingranaggio non si blocchi.

A questo ci avevate mai pensato?

Francesca Tesoro

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