“La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson

 

Prima di parlare di questo libro davvero simpatico, estremamente calzante ed utile per la vita di tutti i giorni, facciamo un passo indietro.

Cosa è fondamentale perchè un libro prenda vita ed esista materialmente?

Un Autore? Si, sicuramente, ma siamo andati troppo indietro.

Un gruppo di persone disposti a leggerlo, anche solo per prova? Può essere, ma è sempre una cosa successiva….

La Casa editrice! Per un libro serve una Casa Editrice.

Perchè diciamo questo?

Per il semplice fatto che “La saggezza dell’improvvisazione”, scritto da Patricia Ryan Madson docente di recitazione all’università si Stanford in quasi vent’anni di lavoro, lo possiamo avere tra le mani e leggerlo in Italia solo grazie alla Barbi Editori.

Ecco il nostro passo indietro (sto improvvisando come mi ha suggerito il libro di Pat)!!!

Nicola Barbi è un imprenditore, un manager d’azienda, estremamente attento alla cultura della formazione aziendale.

Giorgio Paparelle, viene a conoscenza di questo libro, scrive una lettera direttamente all’autrice chiedendo il permesso di poterlo tradurre in italiano per farlo leggere al paese intero.

Ovviamente Patricia Ryan Madson, seguendo una delle regole dell’improvvisazione, da il suo parere favorevole.

Nicola Barbi, convinto dal consiglio del cugino Giorgio, decide di acquistare i diritti d’autore per quella che sarebbe stata l’edizione italiana. Così, nel 2011 decide di fondare la minuscola casa editrice  Barbi Editori per pubblicare il libro della  Madson.

Già solo la storia di come questo libro sia stato tradotto e pubblicato in Italia, sembra essere frutto di una catena di improvvisazione (senza tralasciare la passione!) che ha portato ad un ottimo risultato.

La saggezza dell’improvvisazione”.

Un testo scorrevole, leggero, ma con la capacità di cambiare le carte in tavola di chi lo legge.

Dopo averlo letto mi sento di definirlo un libro teorico e pratico a differenza di tutti i libri che una persona può scegliere di leggere.

Teorico perchè ovviamente deve essere letto. Pratico per i suoi “Prova questo” sparsi qui e là nelle massime, veri e propri esercizi per migliorare ogni volta una sfaccettatura di noi stessi.

Questo volume illustra infatti quelle che l’autrice definisce proprio “Massime dell’improvvisazione”, cioè un principio ogni volta differente che, attraverso esempi pratici di vita vissuta personali, risultano essere applicabili alla vita di tutti.

In questo modo viene suggerita una chiave di lettura e di azione diversa di tutto ciò che si può fare normalmente, dimostrando come l’arte della improvvisazione diventi un valido aiuto al nostro modo di vivere, affrontare, gestire le cose, disquisendo sugli ostacoli che possono sorgere dal nostro agire e le possibilità per superarli, fornendo anche pratici e  semplici esercizi.

L’improvvisazione viene presentata così ai nostri occhi come uno strumento che, al contrario di quanto si pensi, va usato con il buon senso, capace di rendere la mente elastica e in grado di raggiungere gli obiettivi in modo decisamente differente.

La Madson nel suo libro scrive, e sono sicura di essere stata contagiata da questa idea, che la vita sia frutto tanto di pianificazione quanto di improvvisazione, mettendoci davanti opportunità, domande, problemi ai quali noi dobbiamo reagire in tempo reale, perciò il modo in cui affrontiamo tutto questo complesso di cose, altro non è che una eterna improvvisazione.

Fare un passo improvvisando porterà sempre da qualche parte.

Parlando di improvvisazione nel prologo, mi ha davvero meravigliato come Patricia Ryan Madson abbia tirato in ballo la storia dell’evoluzione umana dandole una interpretazione che non ho mai letto prima e, sorprendentemente, corretta.

Lei scrive che l’improvvisazione è venuta ben prima della pianificazione e che per millenni gli esseri umani hanno vissuto spontaneamente giorno dopo giorno, semplicemente trovando la soluzione ai problemi quotidiani. Ma ad un certo punto è diventato necessario pianificare per poter sopravvivere,  di conseguenza questa evoluzione nella storia dell’uomo ha messo fine all’improvvisazione come principale modus vivendi. Questo perché abbiamo imparato a preoccuparci del futuro favorendo lo sviluppo delle nostre capacità celebrali. 

Siccome siamo diventati degli abili programmatori e pianificatori di tutto ciò che dobbiamo fare, abbiamo perso di vista la semplicità e la bellezza dell’agire, non siamo più pronti a risolvere problemi e non sappiamo più guardare alle cose con occhi nuovi. La realtà si presenta a noi sempre in modo diverso ma noi siamo troppo abituati a viverla in modo meccanico.

Allora ci viene in soccorso l’improvvisazione che, paradossalmente, ci permette di analizzare meglio la realtà che ci circonda, trovando le giuste soluzioni ogni volta che dobbiamo fare qualcosa.

Cosa c’entrano le massime dell’improvvisazione con il mondo del lavoro?

Dovreste sorprendervi, perché in realtà sono perfettamente idonee a suggerirci il (corretto) modo di agire.

Quante volte emerge il concetto di Problem Solving durante un colloquio di lavoro?

Se abbiamo un obiettivo lavorativo da raggiungere, non ci viene chiesto di trovare una soluzione?

Cosa può essere utile per centrare il fulcro di un problema?

Non è forse l’improvvisazione? Si.

Vi chiederete, com’è possibile? Sembrano due cose così distanti…

Invece l’improvvisazione, tecnica teatrale nota fino a qualche tempo fa solo ad attori e artisti,  risulta essere un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane.

Perché?

Lavorare secondo le massime dell’improvvisazione produce dei risultati concreti.

Può connetterci a qualcosa di più grande (un’azienda per esempio), mettendoci in condizione di cogliere in maniera più chiara il nostro ruolo nello schema delle cose.

Genera un impegno molto più attento al procedimento che conduce al risultato, permette di partecipare pienamente a ciò che si fa e alle relazioni che ruotano intorno ad esso.

Il buon improvvisatore è una persona sveglia, non concentrata esclusivamente su di sé, pronta a fare qualcosa per gli altri e a seguire questo suo impulso.

Improvvisare significa accettare dei rischi, concentrarsi sulle cose che sono più importanti e presuppone il saper leggere l’interdipendenza con gli altri esseri umani (i colleghi dell’azienda).

Leggendo questo libro si comprendono una serie di strategie comportamentali sul teamwork, sulla responsabilità, sulle modalità di azione e di controllo, suggerendo come essere accorti a quello che ci circonda e come fare per avere uno spirito costruttivo.

Concetti prettamente aziendali.

Siete ancora convinti che l’improvvisazione è così distante dal mondo del lavoro e soprattutto dal mondo aziendale?

Francesca Tesoro

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“Scusate se esisto”: una commedia italiana che fa riflettere

Come può una commedia diventare spunto di riflessione?

“Scusate se esisto”, di cui parleremo oggi, film di Roberto Milani con Paola Cortellesi e Raoul Bova, riesce pienamente in questo intento.

Tra risate e colpi di scena davvero divertenti, questa pellicola del 2014 prodotta da Fulvio e Federica Lucisano per Italian International Film e Rai Cinema, è un condensato della realtà odierna, mostrando senza mezzi termini le difficoltà del libero professionista, soprattutto quando è donna.

L’architetto Serena Bruno si è laureata a pieni voti dando il massimo negli studi, ha una carriera di successo all’estero, dirige grandi cantieri nella city londinese e parla almeno quattro lingue diverse.

Al termine dell’ultimo progetto di cui è capo, parlando con i colleghi che puntano a mete lontane e in pieno sviluppo, l’architetto Serena Bruno vuole rilanciare una scelta rivoluzionaria e,  tra lo sconcerto generale, decide di tornare in Italia perché ama il suo paese.

Così si ritrova nella periferia della capitale a lavorare contemporaneamente come arredatrice di interni (in un grande magazzino che vende mobili per clienti tutt’altro che raffinati), curatrice dell’edificazione di un mausoleo per la famiglia storica  più influente della zona (la tomba del proprietario di un compro oro che pretende pacchianerie di altri tempi) e come cameriera per continuare a mantenersi dopo aver esaurito i risparmi del lavoro all’estero.

L’incontro con due giovani (ma gentili) ladruncoli che le fregano il vecchio motorino del padre, le fanno scoprire l’edificio del Corviale che diventa il suo più grande progetto.

Sicura di sé e delle sue capacità di architetto, partecipa ad un bando per la riqualificazione del mastodontico complesso di edilizia popolare e al colloquio convince la commissione esaminatrice, non tanto per  le sue idee innovative, quanto per il suo fingersi la segretaria dell’architetto Bruno Serena.

Tra scene tragicomiche, la complicità del proprietario (Raoul Bova) del locale dove lei fa la cameriera, le loro vite che si intrecciano con quelle degli altri protagonisti del film, il mondo  dell’architetto Bruno Serena crolla e  con esso vengono abbattuti di tutti gli stereotipi messi in scena e scoperte tutte le carte in tavola.

Questo film, basato sulla storia vera dell’architetto Guendalina Salimei, ha portato sullo schermo la  reale storia sua e del “Chilometro verde”, un progetto di riqualificazione di questo complesso residenziale popolare nella periferia della capitale.

Parallelamente, anche se frutto della sceneggiatura che ha romanzato il vero, viene raccontato e dimostrato come essere donna in un ambiente prettamente maschile sia complicato e che spesso i talenti italiani, all’estero considerati tesori e spesi nel migliore dei modi, una volta tornati in patria si ritrovano a dover fare i salti mortali non solo per sbarcare il lunario e sopravvivere, ma soprattutto per far valere le proprie capacità.

Serena Bruno rappresenta tutte le donne che alla firma del contratto con il datore di lavoro si trovano a dover sottoscrivere una piccola clausola proforma, “un espediente di natura prettamente precauzionale, giusto in caso di eventi catastrofici, tipo alluvioni, trombe d’aria, meteoriti e gravidanze” che di certo ad un uomo non viene chiesto.

Così, se la considerazione del firmare in anticipo le proprie dimissioni è decisamente ingiusto, bisogna ricordarsi che rappresenta una realtà tristemente vera.

Serena Bruno è la donna che lavora assiduamente al suo progetto, che ha fatto i sopralluoghi al Corviale e parlato con la gente, chiedendo loro cosa volessero, per realizzare più che i suoi sogni, quelli delle persone che vivono lì.

Serena Bruno è la persona che poco prima di entrare a fare il colloquio, ascolta indecisa una altra aspirante architetto, già arresasi al sistema, che le dice come un progetto del genere non lo daranno mai ad una donna. Ed è lì che ha il lampo di genio, fingersi qualcun altro per diventare qualcuno, facendo semplicemente quello che i futuri datori di lavoro si aspettavano, un architetto uomo con una segretaria donna.

Serena Bruno è l’opposto di Michela (Lunetta Savino), la segretaria del capo Ripamonti, ricco egoista, maschilista e sfruttatore (Ennio Fantastichini), per anni asservita e annullata pur di lavorare, convinta che “loro (gli uomini) stanno sotto i riflettori e noi stiamo dietro le quinte” ma in realtà il vero motore dell’impero Ripamonti, colei la quale non dimentica mai nulla ed è sempre sul pezzo.

Serena Bruno fa crollare il sistema. È una donna caparbia e coraggiosa, che ha combattuto, seppur con l’inganno, il maschilismo di una professione e ha abbattuto il muro tra il dover essere agli occhi degli altri  e quello che realmente si è.

Ma il binomio donna-libera professione è così scoraggiante nella realtà?

Ciò che salta agli occhi leggendo i dati delle ultime inchieste e ricerche, è principalmente il discorso economico. Le donne guadagnano meno degli uomini e, a ben ricordare, qualche anno fa fecero anche uno spot in materia.

Ebbene, nel mondo dell’architettura continuano ad esistere condizioni di diseguaglianza lavorativa, professionale ed economica. Perciò se può sembrare  positivo il fatto che  il 42% degli architetti siano donne, registrando un incremento dell’11% dal 1998 ad oggi, bisogna subito fare i conti con la differenza retributiva che, in media, per una donna è inferiore del 57%.

In realtà non c’è da stupirsi e questo problema non riguarda solo il mondo degli architetti,  perché in via generale nel nostro paese la remunerazione fra lavoratrici e lavoratori è inferiore del 10,9%, valore che lievita fino al 36,3% quando si parla dei laureati.

Ma non è solo un discorso economico.

Il rapporto Eurostat del 2015, riportava che il 40% delle donne ritenute inattive nel mondo del lavoro italiano ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario. Appare quindi evidente che a livello professionale, le donne sono sia formate che qualificate per lo svolgimento delle differenti attività lavorative, ma si scontrano con dei preconcetti culturali talmente radicati nel comune sentire da essere difficilmente scardinati.

Ed effettivamente è così, se ci pensate, i ruoli di controllo, amministrazione e gestione sono prevalentemente occupati da uomini. Nelle libere professioni statisticamente ci sono più uomini che donne. Questo perché culturalmente la donna è sempre stata vista più affine ai ruoli lavorativi legati al mondo dell’istruzione e dell’assistenza, tanto medica quanto sociale, che a capo di una azienda o in un cantiere a sporcarsi le mani di malta.

Ancora, la donna è il fulcro della famiglia, è colei che la gestisce, la cresce, è la parte fondamentale per darle vita e spesso questo si scontra con le aspirazioni professionali della donna-(futura)mamma. È culturalmente lei che si è sempre occupata della cura della casa.

Di conseguenza la donna, più dell’uomo, è generalmente portata a fare la scelta tra la propria ambizione professionale e il resto.

Bisogna chiedersi allora se siamo pronti, come sta iniziando a succedere, che i ruoli assumano delle sfumature  meno nette e che ci si possa tranquillamente interscambiare, senza scadere in facili considerazioni di genere.

Sappiate che ad oggi esistono anche uomini casalinghi – per scelta – che si dedicano alla cura della famiglia mentre le consorti si concentrano sul lavoro, senza  che il mondo vada in frantumi.

Francesca Tesoro

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“The Judge”: quando essere un avvocato non è come nei film

Il mondo televisivo ci ha fatto prendere confidenza negli ultimi decenni con moltissime serie e film di successo sul mondo dell’avvocatura e dei tribunali. Alcuni brillanti e di successo, altri scanzonati oppure cinici e spietati. Maggiormente di provenienza americana, basate su fatti più o meno reali, in località geograficamente vere, molto più orientate al modo del crime piuttosto che a quello civile, la rappresentazione cinematografica dell’avvocato non sempre rispecchia la realtà, almeno quella italiana.

Per analizzare queste differenze e dimostrare che essere un avvocato non è come nei film, vi parlerò di un film che sicuramente avete visto: The Judge.


Nell’America dei giorni nostri, un padre e un figlio non hanno rapporti da anni, finché la donna della famiglia, madre per uno e moglie per l’altro, non muore improvvisamente.

Hank Palmer, interpretato da un ottimo Robert Downey Jr. è il figlio. Spregiudicato e disincantato avvocato trasferitosi a Chicago, definito dai colleghi senza il rispetto per la legge, incallito e formidabile difensore dei colpevoli.

Joseph Palmer, al secolo Robert Duvall, è il padre nonché giudice della piccola cittadina di Carlinville in Indiana, che per quarant’anni ne ha amministrato la giustizia con  estrema fermezza.

Sbrigate le formalità del funerale materno, Hank saluta i due fratelli Glen e Dale e decide di tornarsene nell’Illinois dove lo attendono la figlia e il proprio matrimonio in crisi.

Ma prima che il volo possa staccarsi da terra, arriva la telefonata che lo fa tornare indietro.

Il “Giudice”, come tutti chiamano il padre, è stato accusato di omicidio volontario.

Così lo scontro padre-figlio, non solo generazionale ma soprattutto affettivo, si gioca nel processo al primo che non ammette di aver sbagliato, con il secondo che fa di tutto per difenderlo, alla ricerca di una seconda possibilità.

La pellicola, uscita nelle sale nell’ottobre del 2014 e diretto da David Dobkin, è stato il film d’apertura del Toronto International Film Festival dello stesso anno.

Può considerarsi un buon procedural thriller, con scene profonde ed emozionanti dai dialoghi intensi, dove la sottigliezza glaciale di Duvall si alterna con l’ironia, a volte amara, e la velocità tipiche di Downey Jr.

Gli altri attori famosi presenti nel film, a partire da Vincent D’Onofrio, Jeremy Strong e soprattutto Billy Bob Thornton che condurrà l’accusa contro il Giudice, non sono mai un semplice contorno, ma con le particolarità dei loro personaggi, diventano il collante di questa storia appassionante ed appassionata, dove la ragnatela di ricordi e rancori tra i protagonisti finisce per dissolversi…o forse no.

Emblematica è la scena finale dove….No, non è il momento di svelare il finale!

Ma quanti di voi sanno cosa realmente fa un avvocato e cosa significa essere un avvocato?

Da persona che frequenta questo ambiente ormai da diverso tempo, ho capito due cose: la prima, che tutto quello che si studia sui banchi dell’università serve a ben poco nei corridoi di un tribunale, la seconda, forse la più dura da digerire, è che in questo ambiente se vuoi sopravvivere e diventare un bravo professionista, non basta la tua caparbietà e il sacrificio, ma bisogna farsi squali più grandi e prima degli altri per non diventare la preda altrui. Si, è così.

Eppure non bisogna pensare che intraprendere questa professione debba significare per forza trasformarsi in una cattiva persona, ma il sistema italiano di certo non aiuta a svolgere con tranquillità forse uno dei mestieri più belli e sicuramente al servizio degli altri.

Tornando alla realtà, sono la prima a immaginarmi ad occhi aperti, seduta sul divano, nei legal drama che mi piace seguire, dove tutto fila sempre liscio, le persone ti ascoltano, i casi sono mediamente di facile e celere risoluzione oltre che affascinanti.

Soprattutto adoro le aule dei tribunali americani, pulite, luminose, ordinate, dove hai tutto il tempo per parlare ed essere ascoltato in un silenzio quasi irreale.

In Italia a volte le aule non sono altro che una stanza disordinata e piena di gente che si accalca in attesa del proprio turno, pronti a scalciare se qualche collega vuole fare il furbo e passare avanti, con il giudice seduto ad una normale scrivania che, con carta e penna, scrive di proprio pugno quanto gli viene detto dagli avvocati, dovendo in certi casi richiamare il silenzio dei colleghi che sono più chiassosi di una scolaresca in gita.

Penso che Essere un avvocato e non fare – mi permetto di dire – è un mestiere molto complicato e, personalmente, non mi basta essere associata ad un solo termine che è (anche) una qualifica professionale oltre che sociale.

Per me l’Avvocato è un machiavellico stratega e burocrate dal volto umano, studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore, paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore. Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Questo significa essere un avvocato.

La traduzione materiale di queste poche righe dense di significato, è quella di chi esce al mattino e arriva alla sera sperando che tutti i suoi orari programmati siano stati rispettati, perché gli orari per l’avvocato non sono mai garantiti.

Machiavellico stratega e burocrate dal volto umano […] paziente ascoltatore, rispettoso e sagace, obiettivo e non guerrafondaio, abile consigliatore, suggeritore e risolutore.

L’avvocato è prima di tutto una persona che interagisce con il cliente, deve ascoltare l’altro e capire la reale entità del problema e mentre lo si ascolta, già avere davanti a sé la capacità di prospettare soluzioni obiettive, da spiegare chiaramente al cliente ma da non far intuire alla controparte.

Dal cliente bisogna ottenere la fiducia, dalla controparte il rispetto per il proprio operato, sempre leale e mai fatto di inganno.

[…] Studioso e puntuale che non smette mai di aggiornarsi e di formarsi, ottimo oratore e buon scrittore[…].

L’avvocato è colui il quale passa le ore a studiare per essere preparato ed aggiornato, perché l’università e i suoi esami, la pratica forense e l’esame di abilitazione non sono mai abbastanza.

È una persona che perde gli occhi tra manuali, codici delle leggi e lo schermo del computer per cercare il cavillo dal quale far scintillare la vittoria per il proprio cliente o per far pendere il convincimento del giudice dalla propria parte.

L’avvocato deve essere un ottimo oratore, di quelli ai quali non si secca mai la bocca, che con caparbietà e semplicità spiega il proprio punto di vista, dimostrando come sia quello della ragione, senza mai alzare il tono della voce.

Allo stesso modo deve sapere scrivere non (solo) con frasi fatte ma mettendoci del proprio perché la lettura del giudice sia semplice, completa,  intuitiva e scorrevole.

[…]Per essere un avvocato ci vuole dedizione e caparbietà, educazione e perseveranza.

Perché le giornate di un avvocato sono fatte di frenetiche ed infinite attese tra i corridoi del tribunale mentre si corre da una parte all’altra per tutte le udienze fissate nella stessa giornata, aspettando che la burocrazia faccia il suo corso assecondando rinvii temporali inconcepibili, in attesa del collega di controparte con il quale si cerca di raggiungere un accordo, del cliente che viene e ti confida tutta la sua vita oppure che all’ultimo momento ti fa saltare l’appuntamento, soprattutto quando è il momento di darti i soldi pattuiti per il lavoro svolto.

Essere un avvocato è una bella professione.

Se ti pagano, bellissima. Se ti pagano in anticipo, ottima. Se ti pagano con soldi veri e non in abbracci, polli, cambiali o banconote del monopoli, allora stai sognando.

Essere un avvocato, significa arrivare a sera povero di energie ma felice di aver trovato la giusta soluzione per qualcun altro, anche se, a differenza di quelli che si vedono in televisione, magari ti sono rimasti solo cinque euro nel portafoglio.

Per cui, per gli avvocati,  non è come nei film.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: le Vacanze Studio all’Estero

Sistema Scuola è molto più di quanto si possa racchiudere concettualmente in due parole e, come sapete, ha l’obiettivo di farci conoscere più da vicino il mondo dell’educazione. Così, abbiamo parlato degli studenti che vivono il mondo della scuola, dei docenti e del personale non docente, fondamentali per far sì che il mondo della scuola funzioni il meglio possibile, abbiamo scritto del metodo Montessori e del suo approccio sistemico all’educazione del fanciullo, abbiamo presentato lo Scautismo che, parallelamente alle istituzioni scolastiche, fornisce una via educativa di crescita.

Oggi scriveremo per voi delle Vacanze Studio all’estero.

Avete mai vissuto una vacanza studio all’estero? Conoscete qualcuno che ha avuto questa possibilità? Se non fosse così, dalla mia camera di un college inglese, vi racconterò cosa sono, cosa significano per i ragazzi e tutto quello che celano agli occhi degli altri.

Le vacanze studio all’estero, possono essere considerate un perfetto esempio di approccio sistemico dal momento che racchiudono in sé una complessità dinamica legata a fattori non certo di poca importanza. Prima di tutto ci sono i ragazzi che vivranno una esperienza di vita lontani da casa con persone che non conoscono, poi ci sono i luoghi, perchè vivere all’estero un determinato periodo di tempo, significa dover riuscire ad integrarsi in contesti sconosciuti, dediti all’internazionalità, seguire nuove regole e conoscere altre realtà, non solo personali o geografiche.

Ci sono persone e società che lavorano assiduamente affinchè tutto segua i piani prefissati e programmati, perchè siano fornite tutte le occasioni necessarie e non solo per rispettare i contratti che ogni anno vengono siglati. C’è una profonda interazione tra soggetti, fisici e non, italiani e stranieri, che costruiscono le vacanze studio servendole ai ragazzi come una porta sul mondo per educare ed educarsi da protagonisti.

Fare una vacanza studio significa entrare in un mondo quasi parallelo, lontani dagli affetti, innestando relazioni con persone che vengono da altre parti del mondo e che hanno vite vissute alle spalle decisamente differenti. Significa frequentare dei corsi di inglese con classi internazionali, dove è richiesto il massimo impegno per seguire le lezioni. Condividere l’appartamento e la mensa, le attività e i singoli momenti del soggiorno con persone di altre culture, facendosi un po’ le ossa per diventare delle persone migliori che sanno viversi e godere ogni minuto della giornata nel rispetto degli altri e delle regole del paese ospitante.

Vivere una vacanza studio in un college significa alzarsi ogni mattina e vivere un turbinio di emozioni da togliere il fiato e non solo perchè i tempi siano particolarmente densi e ravvicinati.

I ragazzi vivono tutto questo, come un bellissimo gioco, ma dietro si nasconde un mondo complesso di coordinazione e organizzazione, programmazione e progettazione, in pieno approccio sistemico appunto.

Chi lavora dietro le quinte di questo sistema educativo parascolastico sa bene che la stagione non inizia quando l’estate è alle porte. Si avvia ben prima, quando bisogna trovare il college adatto, prendere contatti e contrattare con le istituzioni locali, con le compagnie aeree e dei trasporti privati, quando bisogna mettere nero su bianco il progetto scolastico, considerando che i corsi di lingua sono l’ossatura principale delle vacanze studio e devono avere quel qualcosa in più rispetto le lezioni che si potrebbero frequentare comodamente nelle proprie città ad un paio di chilometri da casa. Le vacanze studio risultano essere dunque un sistema decisamente complesso, dove necessariamente bisogna occuparsi, con realistica obiettività, di ogni singolo aspetto senza sottovalutare nulla.

Ci sono le famiglie, che vogliono il meglio per i propri figli e alle quali bisogna fornire tutta l’assistenza necessaria prima, durante e dopo il soggiorno.

Ci sono le persone che lavorano con i ragazzi che devono essere scelte nella massa per le loro competenze, capaci di saper vivere e condividere con i ragazzi una esperienza fuori dal comune, in grado di gestire i partners stranieri e fare in modo che non si verifichi mai un problema e, al suo eventuale materializzarsi, riuscire risolverlo in un batter d’occhio, senza alcuna ricaduta sugli attori principali, i ragazzi.

E quando tutti i pezzi di questo puzzle hanno i propri contorni ben definiti e si incastrano alla perfezione con gli altri, inizia la vacanza studio all’estero, con al centro di tutto i giovani tra i dieci e diciotto anni che ogni estate partono in migliaia, che vivono appieno questa esperienza pervasi da una voglia irrefrenabile di non lasciarsi scappare nessuna occasione.

Quando arrivano li vedi sempre un po’ impauriti e timorosi di non conoscere nessuno, preoccupati di sentire la mancanza di casa, di non capire a sufficienza la lingua, vergognosi in certi casi di partecipare alle attività sportive per non mettersi in mostra.

Poi li vedi crescere e cambiare giorno per giorno, imparano a mettersi in gioco e si fanno trasportare. Vedi adolescenti di diverse nazionalità che, in certi casi con l’aiuto di un traduttore sui loro smartphone, intraprendono chiacchierate con altri coetanei venuti da chissà dove. Si raccontano storie, dialogano dei rispettivi paesi e delle proprie tradizioni. Parlano dei loro sogni e delle loro aspettative, delle loro insicurezze e delle loro paure, masticando una lingua che sono venuti a studiare, farcendolo con errori di pronuncia a tratti divertenti.

Una vacanza studio diventa, inaspettatamente, il terreno su cui fioriscono relazioni internazionali da fare invidia ai capi di stato in lotta tra loro e così vedi i ragazzi, normalmente abituati ad odiare i vicini di confine, giocare con chi politicamente è classificato come un nemico, divertirsi, abbracciarsi, frequentare la stessa classe e mangiare insieme ad un tavolo della mensa. I più grandi li scopri anche parlare delle situazioni politico sociali, intenti nell’immaginare i propri paesi diversi da come sono attualmente, se solo i potenti facessero una cosa piuttosto che un’altra.

Ci si scambia i numeri di telefono, ci si promette di rivedersi e qualcuno ci riesce davvero.

Si stringono in abbracci frenetici quando capiscono che il tempo a loro disposizione sta per finire, prima che ognuno rientri nelle proprie case, magari nell’altro emisfero.

Sanno che forse non potranno più rivedersi, ma sono tutti consapevoli di aver imparato molte più cose in queste due settimane che in un anno di scuola.

Un soggiorno dura due settimane per il tempo della terra, ma sono anni nel tempo del cuore.

Così ogni quindici giorni la macchina riparte, un aereo decolla e atterra a destinazione, i ragazzi arrivano in college che diventerà la loro casa, saranno accolti da chi li attende e li guiderà per i giorni a seguire, conosceranno gente, frequenteranno le lezioni, faranno le diverse attività quotidiane, si divertiranno e si stancheranno durante le escursioni e ogni sera si addormenteranno con il sorriso sulle labbra in vista del giorno successivo, pieno di novità ed emozioni.

Vivere una vacanza all’estero significa partire ragazzi e tornare un po’ più adulti, con amici sparsi nei vari paesi e tante nuove idee su di sé e sugli altri, rendendosi conto di quanto sia vario il mondo, andando oltre lo schermo di un cellulare o di un televisore, imparando a conoscerlo con gli occhi degli altri.

In pieno approccio sistemico.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Scautismo, un movimento che rende i ragazzi protagonisti

Dopo aver analizzato dettagliatamente come è composto il Sistema Scuola  nel nostro Paese, avendo dato voce a ciascuno dei protagonisti che lo vivono quotidianamente, continuiamo il nostro viaggio in questa realtà che abbraccia mondo del lavoro, della cultura e della civiltà nel senso più profondo del termine, esaminando alcuni esempi di sistemi educativi, sia scolastici, sia parascolastici, che mettano al centro i ragazzi e siano caratterizzati da un approccio sistemico collaudato e ben definito.

La prima metodologia alla quale ci siamo dedicati, sempre attuale e innovativa, nonostante le sue origini risalgano ormai ai primi del Novecento, è lo Scautismo, una realtà che, da sempre, si focalizza sullo sviluppo sano ed equilibrato dei ragazzi, sia come singoli individui, sia come componenti di un gruppo forte e coeso.

Premesso che nel mondo ci sono oltre 38 milioni di bambini, ragazzi e adulti, donne e uomini, che, in 216 paesi e territori del mondo sono scout, che cos’è lo Scautismo?

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Si tratta di un movimento educativo non formale, promosso e composto da giovani, che si propone come obiettivo la formazione integrale della persona secondo i principi ed i valori definiti dal suo fondatore Lord Robert Baden-Powell, e risulta essere, ancora oggi, la più numerosa forma di associazionismo trasversale presente al mondo e con la maggior diffusione territoriale.

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La particolarità dello Scautismo è l’essere un vero e proprio stile di vita che impegna i bambini dagli otto anni in poi, promuovendo la loro educazione fino alla maggiore età e oltre, attraverso un metodo che cresce con il crescere del bambino, fatto di fantasia e simbolismo, gioco e condivisione, avventura e vita all’aria aperta, di vita comunitaria e di servizio agli altri, senza mai discostarsi dal principio educativo dell’imparare facendo, della fraternità e dell’essere di esempio agli altri attraverso il trapasso delle nozioni.

Al centro dello Scautismo c’è sempre il ragazzo, che per ogni fase della propria crescita, vive la metodologia scout nel contesto delle unità di appartenenza che rispecchiano la maturità personale e sociale del singolo, calando su di esso gli strumenti appositamente individuati per favorire lo sviluppo psicofisico del singolo in un contesto di vita comunitaria a stretto contatto con gli altri e con la natura, sotto la guida di capi adulti volontari e formati.

Il metodo Scout prevede la divisione in fasce d’età chiamate Branche.

Dagli otto agli undici anni le bambine e i bambini vivono l’appartenenza al Branco o al Cerchio, come Lupetti o Coccinelle dove, attraverso i racconti del Libro della giungla riadattato dallo stesso Baden-Powell o quelli appartenenti al libro Sette Punti Neri scritto da Cristiana Ruschi Del Punta, vivono la loro crescita in un ambiente fantastico che li guida e li conduce all’adolescenza.

Attraverso questi racconti ed il loro simbolismo, vengono forniti al bambino una serie di spunti ed insegnamenti pedagogici che lo accompagnano fino al passaggio nella branca successiva, divenendo e rimanendo una parte fondamentale di sé, ispirandoli ed invogliandoli, seppur nel rispetto della loro età, a porsi come esempio per i più piccoli, a condividere esperienze di vita, a coltivare i propri talenti.

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Dai dodici ai sedici anni le ragazze e i ragazzi vivono l’esperienza del Reparto, come Guide o Esploratori, i quali suddivisi in sottogruppi monosessuali e trasversali chiamati Squadriglie, fanno esperienza di vita comunitaria e a contatto con la natura, in stile avventuroso, specializzandosi secondo le proprie abilità ponendole al servizio di tutti gli altri, secondo i valori della scoperta, dell’essere competenti e responsabili, tanto di sé quanto di chi gli viene affidato.

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Con lo scadere dell’adolescenza, gli Esploratori e le Guide, vengono accolti nel Clan come Rovers e Scolte, creando come amava definirla Baden-Powell “una fraternità all’aria aperta”. I ragazzi divenuti ormai adulti in questa branca sono chiamati a vivere pienamente il servizio verso gli altri, il cammino e la vita di comunità, che li condurrà al momento più importante per uno scout, la Partenza o l’Uscita, che segnano il termine del loro cammino come educandi.

A tale punto della propria vita Scout, il singolo può scegliere liberamente se aderire pienamente al Patto Associativo e diventare a propria volta un educatore, pronto a svolgere il proprio servizio in modo pieno e volontario, oppure può decidere di dedicare la sua vita ad altre forme di volontariato.

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Divenuto ormai adulto, il bambino o il ragazzo che aveva iniziato e decide di continuare a giocare il gioco dello Scautismo, diventa un Capo, ponendo se stesso al servizio della Comunità Capi che lo accoglie e che lo guida nello svolgimento delle attività con i ragazzi e nell’iter di formazione personale, per diventare un capo formato e competente.

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La bellezza dello scautismo sta nel fatto che, pur identica per tutti i ragazzi del mondo, è vissuta nei diversi contesti culturali e religiosi, perché i suoi principi ispiratori restano, nonostante siano passati più di cento anni, universali e sono sintetizzati nella Promessa, nella Legge Scout e nel Motto che rendono milioni di persone Fratelli e Sorelle in tutto il mondo, passando oltre qualsiasi differenza. Attraverso la Promessa e la Legge Scout il ragazzo non solo “entra a far parte della grande famiglia degli Scouts”, ma si impegna di fronte al mondo, forte della fiducia che sente riposta in lui e della libertà con cui aderisce a questo ideale, per giocare un ruolo responsabile nella vita, mettendo in gioco il suo onore, pronto a camminare lungo questa strada impegnativa, con la consapevolezza che l’importante non sarà mai l’essere arrivato ma fare del proprio meglio.

“Una volta scout, sempre Scout”

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Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: anche il personale non docente è fondamentale

Dopo aver affrontato il punto di vista degli studenti e quello degli insegnanti nei precedenti articoli, paragonandoli alle due metà di un cuore, oggi vi mostreremo l’intero corpo della scuola.

Per dare vita a questo articolo, sono personalmente riuscita ad entrare in diverse scuole della mia città, parlato con i diretti interessati e alla fine ne ho scelta una, di cui ovviamente non vi dirò il nome, ma che diventerà lo scenario di questo nostro viaggio virtuale.

La cosa che più mi ha sorpreso parlando con le persone che ho incontrato è che tutti avevano l’idea della scuola come una piramide che contenesse più o meno tutti i settori, ognuno dei quali preordinato o sottoposto ad un altro. In realtà, parlando loro ho esplicitato una visione di scuola differente, più simile ad un puzzle e vi spiego anche perché.

Per quanto possa essere giusta l’idea gerarchica insita in una istituzione scolastica, credo più nella parità di ogni singolo “pezzo” che combinato con gli altri, crei un unico disegno. Ovviamente tutti noi abbiamo familiarità con i puzzle e siamo consapevoli che se mancasse anche un solo pezzettino, per quanto la mente umana sia perfetta e riesca a soccombere a quella mancanza visuale, resterebbe un vuoto.

Partiamo dal presupposto che se dicessi scuola, chi legge penserebbe immediatamente all’edificio scolastico e poi ai corridoi, agli odori, al brusio o agli schiamazzi, alle persone che ha incontrato almeno una volta nella propria vita solcando l’ingresso.

Ma la scuola, non è solo l’edificio nel quale abbiamo vissuto diversi anni, non è fatto solo di studenti o di professori. È composto da tutta una serie di altre persone ed “aree” che sono necessarie al buon funzionamento di tutto il sistema e senza ogni singolo ricompreso in queste aree, le cose non funzionerebbero davvero.

Abbiamo parlato di aree, ma quali sono?

Il sistema scuola di ogni singolo istituto funziona perché c’è una combine tra l’area amministrativa, l’area organizzativa, l’area didattica e il Dirigente Scolastico.

II Dirigente Scolastico è una figura scolastica di spicco. È colui che gestisce in maniera unitaria l’istituzione scolastica, ha il compito di promuovere e sviluppare l’autonomia gestionale e didattica, è garante del diritto all’apprendimento degli alunni, della libertà di insegnamento dei docenti ed anche della libertà di scelta educativa delle famiglie. Essendo il  legale rappresentante dell’istituzione scolastica, è responsabile della sua gestione, delle sue risorse finanziarie e di quelle strumentali, nonchè dei risultati del servizio ed è titolare delle relazioni sindacali. Dirige, coordina e valorizza le risorse umane, organizza l’attività scolastica secondo i criteri di efficienza e di efficacia formative.

L’area amministrativa è composta da:

  • il Direttore dei Servizi Generali Amministrativi il quale svolge e sovraintende i servizi generali amministrativo-contabili, curandone l’organizzazione, ricoprendo funzioni di coordinamento, promozione delle attività e verifica dei risultati da raggiungere;
  • l’Assistente Tecnico, figura di supporto trasversale e  necessaria ai docenti e agli studenti;
  • l’Assistente Amministrativo, che con la propria professionalità collabora nella conduzione della scuola, svolgendo tutto quanto ciò di amministrativo e contabile è previsto, sia dal punto di vista delle relazioni interne che esterne;
  • il Collaboratore Scolastico, con compiti di accoglienza e di sorveglianza nei confronti degli alunni, addetto ai servizi generali e alla gestione degli spazi scolastici, senza dimenticare la dimensione di collaborazione con i docenti.

L’area didattica è composta primariamente dallo staff del Dirigente Scolastico, che ha il compito di coadiuvarlo nella gestione e nella organizzazione del sistema scolastico interno. A questi si affiancano tutti i componenti del personale docente, suddivisi nei vari dipartimenti, alcuni con compiti di coordinamento degli stessi, comprendendo, laddove previsti, anche i referenti responsabili dei progetti legati alla alternanza scuola lavoro.

L’area organizzativa è invece composta da:

  • referenti per i progetti riguardanti gli studenti sia dal punto di vista esterno che interno, stabiliti di volta in volta nei progetti dell’offerta formativa;
  • referenti che si preoccupano di gestire l’orientamento degli studenti e delle famiglie tanto in entrata quanto in uscita;
  • referenti con il compito di organizzare e seguire il recupero e il potenziamento scolastico;
  • referenti del settore legato alla prevenzione e protezione di tutti i soggetti scolastici;
  • dal Consiglio di Istituto, organo collegiale obbligatorio che rappresenta tutte le componenti dell’Istituto e cioè docenti, studenti, genitori e personale non docente. Può essere parificato ad un vero e proprio consiglio di amministrazione che provvede a stabilire, deliberare ed adottare il programma annuale, i mezzi finanziari  per il funzionamento amministrativo e didattico, si preoccupa dell’adozione e delle modifiche del regolamento interno dell’istituto.

Insomma, credere che la scuola sia fatta solo di studenti e professori diventa davvero riduttivo.

La scuola è un microcosmo dove si vivono relazioni paritarie e non, dove i giovani studenti imparano ad essere uomini e donne scegliendo cosa fare del proprio futuro, è un luogo dove si incontrano tante figure professionali collaterali, ognuna delle quali fondamentale perché l’ingranaggio non si blocchi.

A questo ci avevate mai pensato?

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: cosa ne pensano gli studenti


Con questo primo articolo inauguriamo il percorso legato al Sistema Scuola, un filone per fornire una nuova panoramica su un argomento che, generalmente, si dà per scontato.

Ognuno di noi ha dovuto frequentare almeno la scuola dell’obbligo e i più fortunati, ammettiamolo, hanno anche potuto proseguire gli studi nei livelli di istruzione superiori e universitari, riuscendo così a percorrere le strade che più gli si addicevano.

Il “Sistema Scuola” è fatto di tanti e diversi elementi, istituzionali e umani. A partire dagli allievi, fino ai livelli amministrativi, il nostro intento è quello di dare voce a ognuno di loro, creando un quadro che rappresenti tutti i pezzi di questo fantastico mosaico per dimostrare che, solo se tutte le tessere sono in armonia tra loro, la scuola potrà essere, oggi come in futuro, un vero e proprio sistema aperto alle contaminazioni e al cambiamento.

Cosa diamo per scontato?

Il termine scuola deriva dal latino schola che, a sua volta, deriva dal greco scholè. Questa parola identificava il tempo concesso allo studio, al ragionamento e agli insegnamenti che venivano impartiti nelle ore in cui era permesso riposare dalle quotidiane attività lavorative.

Con il passare del tempo, l’evoluzione della Storia ha permesso di identificare con i medesimi termini i luoghi fisici in cui i docenti e gli allievi si incontrano e dove gli uni insegnano agli altri quanto di conosciuto e ritenuto necessario in base ai diversi periodi storici.

L’accezione moderna di scuola è riconducibile all’opera di Carlo Magno il quale, con la Schola Palatina di Aquisgrana, delineò un primo nucleo di scuola pubblica, immaginando nell’educazione intellettuale, morale e religiosa dei popoli barbari che componevano il suo regno un elemento di unità.

A dirla tutta, però, nelle fonti storiche sono riportate esperienze scolastiche già dai tempi degli egizi e successivamente in tutte le società organizzate.

Ovviamente non bisogna pensare al “sistema scolastico” di allora e che ha attraversato la storia con la mente di oggi, come bisogna considerare che nei tempi passati gli “alunni” erano solo i destinati a posizioni amministrative o di governo.

Perciò, con l’evolversi del tempo e lo sviluppo delle varie civiltà che si sono susseguite nel tempo, è stata costruita l’idea di scuola che andava da sistemi di istruzione per le elité, molto basici e tecnici, alle organizzazioni articolate e organizzate dei giorni nostri, aperte a tutti.

Insomma, il sistema scuola è giustamente mutato nella storia e, ringraziando il caso o chi per esso, se siamo nati in questi due ultimi secoli e nella parte fortunata del mondo, abbiamo potuto studiare, migliorare noi stessi e diventare quel che siamo.

I giovani e la scuola di oggi 

Siamo nel 2017 e, nessuno lo può mettere in dubbio, oggi la scuola è cambiata.

Pubblica, paritaria o privata, ciò che conta è la possibilità che viene data ai nostri figli di frequentare ambienti fatti di professionisti in grado di insegnare loro quello che è successo nel tempo, le basi della nostra cultura moderna, fino ai calcoli matematici più impensabili. I veri protagonisti del mondo della scuola sono prima di tutto loro, i ragazzi che dai sei anni, mese in più mese in meno, entrano in questo mondo per vivere un periodo di crescita e sviluppo che li porta alla terza media e all’esame di maturità. I più volenterosi e fortunati, proseguono gli studi e frequentano con successo le università, riuscendo in molti casi ad eccellere anche nel futuro mondo professionale.

Ma i bambini e i ragazzi come vivono e come vedono la scuola?

Parafrasando la regola delle 5 W del giornalismo, abbiamo fatto una indagine molto semplice e intervistato cinque di loro per sapere cosa ne pensano.

I cinque intervistati, che rimarranno anonimi per ragioni di riservatezza, rappresentano uno spaccato equilibrato per quanto riguarda la provenienza, l’età e il sesso, iscritti regolarmente dalla scuola  elementare all’università.

Le domande sono state molto semplici e dirette:

1. Cosa significa per te la scuola?

2. Cosa cambieresti e perché?

3. Come vivi la scuola?

4. Cosa ti ha insegnato?

5. Cosa ti piace della scuola?

Le risposte sono riportate in base all’ordine scolastico ed è indicata genericamente la scuola frequentata e un nome di fantasia.

Adele frequenta la scuola elementare.

Crede che la scuola sia un luogo per in contrarsi e per imparare, anche se ha già capito che è proprio in quell’ambiente che si iniziano ad avere i primi scontri con la realtà. Le piace fare i compiti ma preferirebbe svolgerli a scuola il pomeriggio con i compagni e le insegnanti, piuttosto che a casa, dovendo rinunciare ad altre attività pomeridiane. Il suo ambiente scolastico è variegato e lo vive in serenità, riuscendo ad intrattenere rapporti ed amicizie praticamente con tutti. Proprio tra i banchi  di scuola ha imparato a gestire i rapporti con gli altri, oltre che ad apprendere ogni giorno molte delle cose che oggi sa di sapere, dall’educazione alle materie.

Bruno frequenta la scuola media.

Ritiene la scuola un luogo dove si va per imparare prima di tutto ma anche dove fare nuove amicizie e divertirsi con gli amici. Se potesse cambierebbe il rapporto tra gli insegnanti e gli alunni, credendo che la troppa formalità limiti la voglia di ascoltare. Vive la scuola in maniera seria, fa i compiti, segue le lezioni con interesse, ma come può preferisce decisamente interagire con gli altri compagni e divertirsi con gli amici ai quali è molto legato. Grazie alla scuola ha imparato a relazionarsi con gli altri e sono stati proprio gli altri a fargli tornare la voglia di andare a scuola quando qualcosa non andava.

Caterina frequenta il bienno della scuola superiore.

Per lei la scuola è una fonte di istruzione, un luogo dove si impara a studiare, si apprendono argomenti, ma soprattutto è un luogo dove ci si confronta con gli altri. È un posto che forma culturalmente e moralmente. Preferirebbe intensificare le attività pratiche, dato che rispetto ad altre scuole nel mondo siamo molto legati alla teoria più che alla pratica, vorrebbe fare più ore di laboratorio e dare più spazio alla storia dell’arte che ritiene importante per il nostro paese. Le farebbe piacere che la scuola valorizzasse maggiormente ciò che le sta attorno. I ragazzi dovrebbero essere maggiormente considerati dalle “autorità” come il dirigente scolastico e dagli insegnanti perchè le cose vadano meglio. Vive la scuola con impegno ed è costante nel rendimento scolastico, mantenendo uno spirito adatto per imparare e per convivere con il gruppo classe e con i professori. Ha imparato molte cose e molte altre ne imparerà, perchè la scuola fornisce degli insegnamenti legati alla cultura ma anche alla  morale. Della scuola le piace la pluralità di indirizzi di studio adatti a tutti, lasciando così la libertà di essere ciò che si vuole diventare.

Daniele frequenta il trienno della scuola superiore.

La scuola per lui significa Istruzione. Dopo la famiglia pensa sia l’istituzione che dovrebbe guidare i giovani nelle proprie scelte di vita e del futuro. Vede la scuola come un luogo per ritrovare i compagni e condividere con loro opinioni diverse. Cambierebbe il modo di fare le lezioni, vorrebbe un mondo scolastico pronto a coinvolgere i ragazzi e non renderli semplici auditori. Riferisce che l’alternanza scuola-lavoro non è più lo specchio di ciò che si studia nelle ore scolastiche, restando quasi dei binari paralleli. Vive la scuola molto serenamente, la percepisce come un ambiente piacevole anche e soprattutto perchè ha potuto scegliere in libertà un indirizzo scolastico molto vicino alle sue passioni, nonostante senta avvicinarsi l’ansia per gli esami di maturità. E’ consapevole che dalla scuola ha imparato principalmente che le proprie idee, giuste o sbagliate che siano, vanno condivise e discusse insieme, apprezzando il duro impegno che viene svolto dai professori per indirizzare i giovani verso le loro scelte.

Elena frequenta l’università.

Prima di tutto si ritiene una persona fortunata perchè non tutti hanno la sua stessa possibilità di frequentare l’università, vista come una grande opportunità di crescita e formazione personale. Soffre il fatto che i professori incontrati nel suo percorso universitario, in alcuni casi, non abbiano dato lo stesso peso agli insegnamenti stessi e alle prove in itinere che sono programmate. Riconosce nell’università un percorso di studio sicuramente difficile che crea in lei l’ansia di fronteggiare le varie prove, laddove alcuni docenti non considerano gli sforzi degli studenti. Sicuramente per lei l’università è un luogo dove nulla è dovuto ed è consapevole che per raggiungere tutti i traguardi del percorso bisogna impegnarsi. Apprezza l’ambiente studentesco e il dialogo aperto con i professori, quando questi sono disposti a concederlo, senza nascondersi dietro troppi formalismi.

Adele, Bruno, Caterina, Daniele ed Elena esistono realmente, come realmente vivono il mondo scolastico, unendolo con le proprie esperienze di vita, le città in cui abitano, le passioni che gli attraversano le vene.

Sono ragazzi che hanno ben chiaro cosa significa la scuola e il viverla in tutti i suoi aspetti.

Sono ragazzi fortunati, liberi di poter pensare, di poter svolgere i loro compiti, certi che un giorno metteranno a frutto quanto imparato, cosa questa non scontata.

Ringraziamo questi ragazzi e le famiglie per averci concesso il privilegio di chiacchierare con loro e di averci mostrato un volto nuovo del Sistema Scuola. Il volto del futuro.

Francesca Tesoro

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Voucher Lavoro: come sono nati, cosa sono e che fine faranno

Il recente annuncio dell’abolizione dei voucher lavoro, ha fatto notizia nell’ultimo mese. Vediamo in questo articolo come sono nati, che scopo avevano e qual è stato il loro decorso, per avere le idee chiare in vista della loro revoca definitiva.

Il voucher lavoro è stato introdotto per la prima volta nella normativa italiana con la legge numero 30 del 2003, meglio conosciuta con il nome di Riforma Biagi.

Lo scopo era quello di regolamentare il lavoro accessorio, fatto di prestazioni occasionali e svolte in modo saltuario, conferendo così una tutela ai rapporti non regolamentati dagli ordinari contratti di lavoro. In via secondaria, voleva essere uno strumento per l’emersione e il contrasto del cosiddetto lavoro nero, andando a proteggere in questo modo le categorie di lavoratori ritenute più deboli.

Nella realtà dei fatti però non si sono verificati gli effetti desiderati e negli anni successivi numerose sono state le modifiche, non solo del sistema basato sui voucher, ma anche dell’intera materia legata al diritto del lavoro.

Per quanto riguarda i buoni lavoro, le prime modifiche furono apportate dalla legge numero 33/2009 che, a partire dal successivo 2010, estese l’uso di questo strumento retributivo a tutti i soggetti.

In seguito, con la legge numero 92/2012 detta Riforma Fornero, fu imposto il vincolo economico di cinquemila euro annui per ogni singolo lavoratore, mentre con la successiva legge di conversione del Decreto Lavoro, la numero 99/2013, è stata esteso l’impiego dei buoni lavoro a  diversi settori.

In seguito all’emanazione del Jobs Act, il limite economico è stato innalzato a settemila euro ed è stata inserita contestualmente la tracciabilità dei voucher, impedendone un uso fraudolento, con  l’obbligo del committente di comunicare la richiesta di lavoro.

Infine, sempre con il decreto legislativo numero 81/2015, l’uso dei voucher è stato esteso al settore dell’industria e dell’artigianato, includendo così ogni ambito produttivo ad eccezione del personale in appalto di opere e servizi.


Ma cosa sono tecnicamente?


Che siano cartacei o telematici, i voucher sono dei buoni prepagati con un valore nominale di 10€, 20€ e 50€, acquistati dal datore di lavoro preventivamente registrato al sistema INPS e versati al soggetto lavoratore al termine della prestazione lavorativa. Tali buoni lavoro, attraverso una determinata ma semplice procedura, devono essere riscossi dal lavoratore non oltre i ventiquattro mesi dall’emissione del voucher stesso.

Il valore nominale del buono comprende al suo interno la contribuzione previdenziale a favore della gestione separata INPS del 13%, la contribuzione a favore dell’INAIL del 7% per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, il compenso spettante all’INPS del 5% in quanto concessionario per la gestione del servizio.

Appare evidente che, a fronte dei valori nominali, cambia quello netto che spetterà al lavoratore. Infatti il valore dei voucher da 10 euro è pari a 7,50 euro, da 20 euro è uguale a 15 euro e a quello da 50 euro corrisponde il pagamento di  37,50 euro.

Se il voucher può sembrare una certezza per il lavoratore di ricevere il giusto pagamento spettante per l’attività prestata e per il datore di lavoro la rassicurazione di aver adempiuto agli obblighi contributivi e previdenziali, bisogna valutare il risvolto della medaglia, più per il primo che per il secondo.

Infatti, il lavoratore retribuito con i voucher non matura il trattamento di fine rapporto né le ferie, non ha diritto alle indennità di malattia o maternità, né tantomeno ha diritto agli assegni familiari. Di contro, se il lavoratore percepisce i cosiddetti ammortizzatori sociali, in particolare la NaspI (indennità di disoccupazione involontaria), può essere impiegato saltuariamente ed essere retribuito con i voucher per un reddito non superiore ai tremila euro netti annui, senza il rischio di perdere il diritto all’indennità.

In siffatto sistema, l’unica tutela ulteriore per il lavoratore è ravvisabile nel fatto che se il datore di lavoro impiega e quindi retribuisce un importo superiore a quelli previsti dalla legge, scatterebbe la trasformazione del rapporto da saltuario ad indeterminato.

Ovviamente, per il committente questo rischio è facilmente arginabile potendo far redigere una specifica dichiarazione sostitutiva al prestatore di lavoro per attestare il non superamento dei limiti di legge.

Che fine faranno?

Se questo strumento sembrava essere diventato un nuovo modello contrattuale non regolarizzato, visto l’ampio uso che ne è stato fatto, in realtà a distanza di poco tempo dalla sua introduzione e la sua entrata a regime, ha già visto un punto di fine.

Infatti, a seguito della approvazione del decreto numero 25 del 2017 è stata ufficializzata l’abolizione dei voucher lavoro e in sostanza sono stati aboliti tutti i riferimenti normativi contenuti nel Jobs Act, facendo venire meno la regolamentazione del lavoro accessorio e dunque anche il sistema dei voucher che ad esso erano collegati.

Il termine ultimo per acquistarli è stato fissato al 17 marzo e quelli già acquistati o conferiti ai lavoratori potranno essere utilizzati fino al 31 dicembre 2017, pertanto fino a questa data non cambierà molto sull’uso dei voucher. Ma dopo?

Per ora non è dato saperlo, in considerazione del fatto che il decreto legge  numero 25/2017 dovrà essere convertito dal Parlamento entro il 17 maggio 2017 e che ancora non appare chiaro quale tipo di novità saranno inserite per regolamentare il lavoro occasionale e colmare il vuoto normativo che si è venuto a creare.

Come diceva Gustave Flaubert,  “in fin dei conti il lavoro è ancora il mezzo migliore di far passare la vita”, nonostante non ci sia alcuna certezza sui suoi mutamenti futuri, almeno normativi.

Francesca Tesoro

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“Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari

 

Primavera del 1979, precisamente 23 marzo, Centro Sociale di Arezzo.

Gianni Rodari incontra alcuni alunni di quinta elementare e prima media per parlare con loro, vivere a pieno la loro fantasia stimolandola attraverso il dialogo e dare vita a quello che sarebbe stato un capitolo del futuro libro Esercizi di fantasia.

Poco dopo, però, il famoso scrittore  morì e il suo divertente lavoro si credeva perduto.

Grazie alla Editori Riuniti invece, prima nel 1981 e poi nel marzo 2006 è stato pubblicato, con la prefazione di Tullio De Mauro e a cura di Filippo Nibbi, il libro Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari.

Questo volume non è un classico libro, ma la memoria trascritta su carta di alcuni eventi che si dimostrano profondamente attuali.

Subito dopo la prefazione di Tullio De Mauro, è Filippo Nibbi che ci spiega il perché di questo libro, raccontando il lascito dell’insegnamento di Rodari. Troviamo poi i veri e propri  Esercizi di fantasia, che riportano i dialoghi divertenti e divertiti avvenuti durante l’incontro del 23 marzo al Centro Sociale di Arezzo. Seguono infine la materializzazione di quanto imparato dagli insegnati in quell’occasione con una esperienza condotta dall’insegnante Giuliana Signorini e la trascrizione di due conferenze tenute dallo stesso Rodari nel febbraio 1979 e nel gennaio 1980.

Il lettore che si affianca a questo volume si immerge in un brillante salto indietro nel tempo e, scorrendo le pagine, vive l’incontro, riuscendo a comprendere e a seguire la nascita e la elaborazione che sorge e si sviluppa nelle parole che rimbalzano tra Rodari e i bambini allora presenti.

In quella che fu una costruzione collettiva si alterna la creazione poetica e dinamica con l’ispirazione, la scoperta, la decisione e la scelta che i ragazzi pongono in essere con lo stesso Rodari, liberi di librarsi nei meandri della fantasia.

Attraverso giochi linguistici, le parole scritte su foglietti di carta diventano velocemente, con l’aiuto dei bambini stessi, filastrocche o storielle assurde e surreali, ma vere, come solo un bambino può essere.

Ciò che fece Gianni Rodari altro non fu che lavorare con i ragazzi, come ogni animatore-educatore dovrebbe (saper) fare, cedendo ai bambini il centro della scena, preoccupandosi di assecondarli e guidarli in questi esercizi di fantasia.

Tutto quanto riportato in questo libro è una traduzione magistrale di momenti ed immagini dinamiche e materiali, che hanno reso quel momento di condivisione un momento di vita e non un semplice evento scolastico.

Il  modus operandi di Rodari, secondo la maestra Graziani presente all’incontro, era un ottimo strumento per sviluppare le capacità logiche dei bambini, per creare il gruppo, facendo socializzare gli alunni, rendendoli una unità stabile e non una semplice attività volta alla creazione di storie.

Questo strumento di interazione tra e con i ragazzi, poteva essere facilmente riadattato al modo di fare scuola ed effettivamente, come lo stesso Nibbi racconta nelle pagine successive, quello che gli insegnanti impararono durante quell’incontro, divenne un progetto didattico.

Nibbi scrive infatti che, una volta tornati a scuola e raccolte le impressioni degli alunni rimasti molto entusiasti dalla capacità di Rodari di travalicare lo stereotipo e gli schemi del classico insegnante, quella modalità operativa fu tradotta in un progetto didattico di scuola media, prevedendo una esperienza sistematica, articolata e specifica.

Questa intuizione divenne allora lo strumento di un fare scuola in modo diverso, nuovo e coinvolgente che riuscì ad abbattere le difficoltà dei singoli alunni, diventando un motivo di inclusione di tutti e di collaborazione tra le varie materie.

Si passò dai semplici giochi letterali alla creazione di un vero e proprio sistema che riusciva a compenetrare la logica e l’intuizione, l’apprendimento e l’espressione, la partecipazione materiale e quella fantastica, animando ed aumentando la crescita culturale dei ragazzi.

In tutto questo processo, l’immaginazione aveva stimolato l’educazione, riuscendo a rendere parte attiva anche gli alunni svogliati e i ragazzi con particolari difficoltà.

Insomma, Gianni Rodari aveva giocato con i ragazzi e suggerito ai docenti presenti un modo nuovo di insegnare. Gli stessi docenti si fecero partecipanti di quel “gioco” e riportarono nelle loro aule quello che avevano appreso.

A dir la verità l’incontro avrebbe dovuto avere un seguito, molto atteso tanto dagli alunni quanto dai professori, che però non ci fu a causa della morte dello scrittore.

Quando i ragazzi che avevano vissuto quell’esperienza, furono invitati dalla maestra Giuliana a mettere per iscritto la loro memoria sull’autore scomparso, ne uscirono delle frasi bellissime.

Frasi che, anche se scritte da ragazzi ormai in seconda media, rappresentavano pienamente quello che Rodari aveva in testa: i bambini al centro di tutto, l’importante uso della fantasia, la bellezza e l’importanza dell’essere felici.

“Rodari da ogni parola sapeva ricavare una vera e simpatica storia… con lui i ragazzi erano come degli autori”.

“Fu una grandissima conoscenza per noi, quella mattina, perchè lui ci insegnò ad esprimerci con tanta fantasia”.

“Diceva che la scuola è meglio farla ridendo che piangendo”.

Nonostante tutto quanto scritto sia avvenuto negli anni ottanta che sembrano così lontani da noi, leggendo questo libro ci si accorge, paradossalmente, di quanto sia attuale ciò che disse Gianni Rodari nella conferenza tenutasi a Bari nel gennaio 1980, riportata nel volume al capitolo: “Quello che i bambini insegnano ai grandi”.

I bambini secondo Gianni Rodari hanno la capacità di mettere in movimento la loro realtà, la loro esperienza e le loro idee giocando con la fantasia, perché il bambino è un giocatore ed è abituato a fare tutto attraverso il gioco.

Il bambino è una personalità completa ed aperta in tutte le direzioni prima che la sua socializzazione e la sua educazione lo adattino alla società in cui cresce, puntando solo sulle qualità che servono  a questo adattamento, rendendo disagiato quello che invece non accetta che il mondo lo voglia solo per una sua parte e non per tutto quello che può essere.

L’espressione della personalità è un corollario basilare per essere dei bambini felici e degli adulti migliori, evitando di diventare infelici quando siamo costretti ad impegnare solo una parte di noi stessi, dovendo “nascondere” il nostro io completo di fronte ad una società che non ci accetterebbe nella nostra completezza.

È questo senza dubbio l’insegnamento più bello lasciato da Gianni Rodari, anche e soprattutto grazie a questo libro, che ci permette di aprire un nuovo filone dedicato al mondo della scuola, insegnandoci come l’approccio sistemico non sia una cosa adatta e adattabile solo al mondo aziendale, ma anche al mondo dell’educazione.

Francesca Tesoro

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“L’alfabeto del leader” di Paolo Iacci

Paolo Iacci, autore di numerosi volumi di management e sviluppo delle risorse umane, professore dell’Università Statale di Milano, grazie alla casa editrice Guerini Next, ci regala un fantastico volume dal titolo “L’alfabeto del leader”.

Questo sorprendente libro, con una struttura piacevolmente schematica, mette nero su bianco concetti che diventano l’abbecedario di chi è o potrebbe ritrovarsi a capo di aziende e personale, qualsiasi siano le dimensioni dell’una e dell’altro.

Il lettore, quasi disarmato dalla semplicità di ciò che legge, si ritrova a comprendere concetti prettamente manageriali che non avrebbe mai osato capire, soprattutto se chi legge non è un manager né tantomeno è avvezzo alle linee politico-organizzative del fare impresa.

Decisamente uno scrittore fuori dal comune Paolo Iacci che, con singolare bravura, sfrutta le lettere dell’alfabeto come ossatura del volume rendendole i titoli di ogni capitolo, secondo il normale ordine conosciuto dai bambini fin dalla prima elementare.

Così, partendo dalla A ed arrivando alla Z, vengono enucleati attraverso favole,  storielle semiserie, leggende, massime e stralci di opere scritte in epoche diverse da autori diversissimi tra loro, quei concetti manageriali che dovrebbero essere conosciuti da tutte le classi dirigenti.

Iacci, usando questi stratagemmi, riesce a delineare in modo inesorabile la realtà aziendale, organizzativa e sociale di chi dovrebbe dirigerle.

Come scrive Gianfranco Rebora nella prefazione, l’autore “sa essere pungente, mordente, incisivo, ma riesce a svolgere questo ruolo con la leggerezza dell’ironia evitando la trappola del moralismo”.

In questo libro è il Manager al centro di tutto e diviene un condensato di concetti ad esso collegati.

“M come Merketing”

Si crede generalmente che il marketing sia una cosa strettamente moderna, legata al nuovo modo di fare impresa, ma in realtà non è così.

Uno dei primi casi di marketing, ci racconta Iacci, è stato quello della diffusione della patata originaria dell’America che quando fu importata dai Conquistadores in Europa non era per niente ben vista, per tutta una serie di motivazioni che io stessa ho scoperto leggendo il libro.

Ebbene,  ci vollero quasi duecento anni, ma da quando nel 1767 fu organizzata una grandiosa cena regale alla reggia di Versailles tutta a base di patate, alla presenza di nobili e illustri ospiti internazionali che nel frattempo erano stati istruiti per adornare se stessi e le proprie casate con i fiori di patata, questo tubero bitorzoluto fu sdoganato al punto tale che i raccolti furono depredati dalle folle. Il gioco era fatto.

“A come AAA (Classe Dirigente Cercasi)”

La sferzante ironia di Achille Campanile delle sue «Tragedie in due battute», uno stralcio del Libro dell’Inquietudine di Pessoa e il ritratto di Telemaco fatto da Recalcati, diventano gli strumenti per descrivere il sentimento delle imprese italiane. Al di là di ogni metafora, le nostre imprese sono alla ricerca di una classe dirigente capace, coraggiosa e progettuale che abbia l’autorevolezza di padri (i manager)  disposti ad assumersi la responsabilità del futuro dei propri figli (l’azienda).

“N come Navi (scuola)”

Questo è il capitolo che mi è piaciuto di più e mi permetto – l’autore non me ne voglia- di riportare per intero la storia che lo apre, anche se apparentemente sembra distaccato dal titolo.

Lo sciacallo, ritenuto un animale squallido perchè si nutre di carcasse altrui, ha fatto scuola sulla pelle del leopardo.

Il sillogismo tra questa storiella presa dal trattato di Artha Shastra sull’arte di governare e le navi scuola, è perfetto.

Iacci riconosce che uno dei problemi della società aziendale italiana è proprio la mancanza di queste così dette navi scuola che insegnino ai più giovani cosa significa e come deve essere un manager. Una volta, scrive l’autore nel proseguo del capitolo, l’azienda forgiava il proprio manager con uno stile talmente riconoscibile e inconfondibile che guardando la persona si capiva subito chi lo aveva cresciuto professionalmente. Oggi, la mancanza di questa volontà, diventa una debolezza tanto del pensiero manageriale italiano che del sistema produttivo ed economico, perdendo così la capacità di sedimentare il pensiero strategico e funzionale che – una volta – portava al successo le imprese italiane.

“A come AAA (Classe Dirigente Cercasi)”


Lo scrivano Bartleby di Herman Melville, ad un certo punto della sua vita professionale nello studio del notaio dove esercitava, ad ogni richiesta che gli veniva fatta, inizia a rispondere categoricamente, in modo assoluto e con ferma gentilezza «Preferire di no». Praticamente come dare un rifiuto assoluto e definitivo senza ulteriore possibilità di cambiare la cosa.

Bene, questa è in estrema sintesi l’aria che talvolta si ritrova nelle imprese italiane dove, tralasciando anche la crisi che può aver dato il colpo di grazia, c’è un profondo estraniamento umano tra i vari settori che compongono l’impresa stessa. Allora, se non c’è un riconoscimento profondo tra il lavoratore e la ”istituzione azienda” – e viceversa -, come si può pensare che ognuno possa considerarsi come unico e insostituibile per il successo di tutti?

“G come Governance”

Iacci parla di quattro leggi: la Legge di Murphy,  la Legge di Parkinson,  il Principio di Peter e le Leggi di Cipolla.

Non ho certo l’intenzione di svelarvi quale di queste leggi sia di chi, ma vi lascio con il dubbio di verificare personalmente come queste stesse leggi abbiano precisi e quotidiani riscontri in ogni organizzazione, nonostante siano considerati idioti passatempi quando invece hanno una sorprendente valenza e applicazione pratica. Soprattutto nelle aziende.

“E come Eudemonia”

Ammetto di essermi sentita un po’ ignorante leggendo questo libro, perché io, che ho frequentato il liceo classico, non avevo idea di cosa fosse l’Eudemonia.

Vi tolgo dall’imbarazzo e vi dico subito che, con questo termine, nella antica filosofia greca veniva indicata la condizione della ricerca della felicità quale fondamento dell’etica  e fine ultimo dell’esperienza umana.

Sapevate anche che questo concetto è espresso in maniera indiretta e in modo perfetto nella fiaba di Italo Calvino intitolata «La camicia dell’uomo contento»? Leggetela, è all’inizio di questo capitolo.

Filosofia greca e fiaba di calvino per dire cosa? Che gli imprenditori di oggi, arrivati ad un certo punto si fermano, vivendo di rendita e credendo di aver raggiunto il massimo. É l’inizio del declino e della perdita. Dovremmo essere tutti un po’ più “Eudomoniomici”.

“R come Retribuzioni”

Anche qui ho scoperto una storia che ignoravo, scritta da Jorge Luis Borges, tratta da L’Aleph, che parla di un re babilonese che chiamò alla sua corte i migliori maghi e architetti per costruire un labirinto talmente complesso che avrebbe convinto gli uomini prudenti a non sfidarlo. Allora un re degli arabi, dopo averlo provato si sentì talmente offeso e confuso da implorare l’intervento divino per salvarsi, dopo di che saccheggiò il regno di Babilonia e fece prigioniero il ‘collega reale’ per poi abbandonarlo nel proprio deserto.

Poco più avanti Iacci scrive che la storia di questi labirinti rappresenta una morale presente ed applicabile a moltissimi ambiti della nostra vita, individuale e sociale.

Così viene costruito e magistralmente spiegato il sillogismo di tutto ciò che ruota intorno alle retribuzioni, ai pericoli della stabilità dei conti aziendali, alle alluvioni normative in materia e a quei pochi punti fermi ancora presenti, nella speranza che le nuove impostazioni retributive  possano, si spera, ridare credibilità al ceto manageriale.

Ecco, sfruttando le sole parole che compongono la parola Manager, vi ho dimostrato la bravura di Paolo Iacci nel riuscire a veicolare, con il suo approccio interpretativo, i comportamenti diffusi nella quotidianità delle realtà aziendali, criticandoli e suggerendo, per ognuno di essi, una visione differente, trasformandoli in insegnamenti pratici di grande attualità.

In fondo Paolo Iacci, usa l’alfabeto e delle favolesche – più o meno – similitudini per arrivare ad un risultato preciso: spiegare quando e perché le imprese non funzionano.

Senza dimenticare, ovviamente, di dare qua e là suggerimenti semi seri che se correttamente interpretati, diventano una soluzione per il manager.

Ecco dunque, il Compendio semiserio per manager colti.

Francesca Tesoro

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