Kung-Fu e l’arte di stare cami: i sette principi per l’autocontrollo di Bernhard Moestl

Bernhard Moestl lo abbiamo già conosciuto con la recensione di “Kung-Fu e l’arte di passare all’azione: supera le tue paure, agisci come uno shaolin” che è stata anche recentemente tradotta per Sistema Internazionale per via del grande interesse che ha generato in noi.

Del resto, sapete bene che le scelte che facciamo hanno sempre uno scopo definito e determinato che vogliono intensificare il nostro approccio sistemico alle cose.

 Ebbene, con oggi vi presentiamo un altro libro di Moestl che si intitola “Kung-Fu e l’arte di stare calmi. I 7 principi  Shaolin per l’autocontrollo”, sempre edito dalla Feltrinelli Editore.

Il nostro obiettivo non è certo trasformarci tutti in equivalenti occidentali dei monaci Shaolin, generalmente conosciuti come monaci buddisti cinesi dal grande temperamento fisico, psicologico e filosofico, dalla possente capacità e forza di sacrificio per i loro estenuanti allenamenti che li rendono i sapienti detentori dell’arte del Kung-Fu.

Piuttosto, ci siamo resi conto di quanto Bernhard Moestl, specializzato in consapevolezza e leadership, diventato famoso per le sue conferenze e seminari internazionali e per il suo essere un esperto business coach, in realtà riesca a rendere applicabili i principi appresi in vent’anni di vita vissuta in Asia e a stretto contatto con i monaci Shaolin alla nostra vita di tutti i giorni, rendendoli assolutamente validi sia per la nostra vita strettamente personale che per quella professionale.

Se riflettete, infatti, vi renderete conto di quanto ciò che facciamo sia maggiormente specchio delle aspettative altrui sul nostro conto e, di come, tanto il nostro personale che la nostra vita professionale e lavorativa, sia intrisa della necessità di raggiungere più obiettivi concreti validi per gli altri che per noi. In una situazione del genere, dove siamo letteralmente compressi per il bisogno spasmodico di piacere agli altri,  instauriamo un meccanismo che ci porta a dimenticarci di noi, delle nostre aspettative, dei nostri bisogni e delle nostre emozioni.

Ecco, la valenza di questo libro che oltre ad illustrarci strategie vincenti per far riemergere il nostro reale valore e volere – attenzione, non è solo un gioco di parole -, è quello di farci aprire gli occhi dando il giusto peso a ciò che facciamo e al modo in cui lo facciamo.

Nella vita frenetica che ci ritroviamo a vivere incondizionatamente, anche quando invece avvertiamo la necessità di più tranquillità nel fare ciò che facciamo e non solo per pigrizia, ma proprio per un bisogno intimo e personale, non ci rendiamo conto di quanto tutto possa diventare un nostro nemico: il tempo perchè sfuggente e mai abbastanza, il nostro capo che vuole sempre qualcosa in più rispetto a quello che abbiamo fatto, il collega che siede affianco a noi in ufficio e ci sembra non faccia abbastanza, i nostri hobbies quando vorremmo praticarli ma non riusciamo per colpa di altri, gli amici e i familiari perchè non gli diamo sufficienti attenzioni, e così via….

Fondamentalmente noi non siamo (più) in grado di renderci conto che “se odiamo i nostri nemici concediamo loro un grosso potere sulla nostra vita” di conseguenza, finiamo molto spesso per essere ingurgitati in meccanismi che ci stancano, ci spompano, ci devastano, ci fanno perdere di vista i nostri (veri) obiettivi ma, soprattutto, ci rendono vulnerabili a tutte le emozioni che proviamo.

Se le cose non ci soddisfano, saremo nella migliore delle ipotesi tristi e demotivati e in grado solo di provare emozioni tendenti al negativo, perciò il “fatto che le emozioni rafforzino dentro di noi, senza che noi possiamo evitarlo, fa sì che gli attacchi che sfruttano le nostre emozioni siano particolarmente efficaci e pericolosi”. Di contro, essendo “ogni reazione emotiva spia di una forma di sbilanciamento interiore” già presente in noi, significa che solo vagliando attentamente quello che ci sta intorno e  riequilibrando il nostro modo di essere, di sentire e sentirci, potremmo davvero riuscire ad uscire dal circolo vorticoso che gli altri ci disegnano addosso, perchè “uno dei maggiori pericoli dello squilibrio emotivo è che un’ emozione, quando agisce in modo costante, cambia la persona senza che lei se ne renda conto”.

Dunque, leggere questo libro – con accanto un quaderno e una penna sulla quale appuntare tutti i suggerimenti e le analisi che in cui ci guida l’autore – significherà percorrere quella via che Bernhard Moestl ci mostra e condensa nei sette principi Shaolin per l’autocontrollo, una via da seguire per chi vorrebbe iniziare ad avere il controllo della propria vita, non correndo più il rischio di essere manipolati o dominati dalla quotidianità e dalle emozioni che proviamo per riuscire a raggiungere i nostri obiettivi in modo equilibrato e attraverso un modo di pensare chiaro.

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Kung-Fu y el arte de actuar: supera tus miedos, actúa como un shaolin de Bernhard Moestl


 

En un período como este que todos estamos experimentando, cada uno con sus propias dificultades, sus miedos y la sensación de que sus límites están a punto de hacerse cargo, haciéndonos perder nuestra claridad y nuestra rutina normal, hemos elegido presentar el libro de Bernhard Moestl , “Kung-Ku y el arte de actuar: supera tus miedos, actúa como un shaolin” publicado por Feltrinelli.

Por más que parezca una contradicción o algo extremadamente alejado de nosotros, puedo asegurarles que este libro puede convertirse en un buen ancla de supervivencia pero, sobre todo, una excelente herramienta para poder implementar en nosotros un cambio que nos pueda acompañar por el resto de nuestras vidas y obviamente nos ayudan a superar este momento con serenidad.

Bernhard Moestl, que se especializa en concienciación y liderazgo, se ha hecho famoso por sus conferencias y seminarios internacionales muy seguidos y por ser un experto entrenador de negocios.

Después de vivir en Asia durante muchos años viviendo con monjes Shaolin, hizo de su estilo de vida diario y su forma de pensar una clave aplicable a la vida cotidiana.
Este equipaje de conocimiento ha sido reportado por él mismo en varios libros, cada uno de los cuales se enfoca en un tema específico, convirtiéndose así en una herramienta de implementación completa para aquellos que, por casualidad o voluntariamente, se encontraron leyendo sus escritos.

“Kung-Ku es el arte de actuar: supera tus miedos, actúa como un Shaolin” es el libro que habla y nos muestra la forma de cambiar, que hoy parece más actual que nunca.
En general, estamos atrapados en la sensación de vivir en un mundo demasiado acelerado donde el cambio nos asusta y nos hace vivir con el miedo de no poder seguir el ritmo. En este momento, probablemente, sentimos el mismo miedo debido a la necesidad de vivir ritmos extremadamente lentos y definitivamente fuera de nuestra vida ordinaria (al menos para la mayoría de nosotros).
Entonces este es el momento adecuado para tener este libro en sus manos, leerlo, practicarlo, como sugiere Bernhard Moestl, a través de un cuaderno y un bolígrafo que lo acompañarán durante este proceso de cambio. De hecho, una vez que haya terminado el libro, desplazándose por las páginas del cuaderno que eligió como su compañero de viaje, se dará cuenta de qué camino ha podido configurar respondiendo las preguntas que el mismo autor le ofrecerá mientras lee.

El libro no es un “libro simple como todos los demás”, pero es una herramienta que le permitirá adquirir conciencia de su forma de pensar y que normalmente le impedirá cambiar, mostrándole cómo lidiar con (cualquier) cambio que pueda susto.
Después de todo, incluso si no somos muy conscientes de ello “o somos o somos los arquitectos del cambio” y quienes eligen la segunda posibilidad ciertamente no tendrán toda la eternidad disponible para poner en práctica el cambio que ocurre solo si somos conscientes de que todo comienza desde el momento presente. Esto se debe a que el cambio dura exactamente el momento exacto en el que decides cambiar la forma en que haces algo y no es suficiente por sí solo para determinar el cambio real en nuestra forma de ser o comportarnos con nosotros mismos y con los demás.

Si decides enfrentar este viaje acompañado del libro de Bernhard Moestl y un cuaderno y un bolígrafo, obviamente, podrás cruzar y practicar los ocho pasos y la misma cantidad de capítulos que hablan sobre el cambio y te enseñarán cómo ponerlo en práctica, dándote cuenta de cuánto El tiempo dedicado a ti mismo a través del libro te ha llevado a un nuevo camino.

Será lo desconocido y el autoconocimiento, la autoestima y la identificación de la meta, la identificación del camino y el pleno poder, la implementación y el paso hacia la duración, para acompañarlo en un camino hacia un cambio duradero.

En resumen, “hablar no cocina arroz” y es “mejor tropezar con una nueva manera que quedarse quieto en viejos caminos”, por lo tanto, elija su bolígrafo favorito y su mejor cuaderno. Es tiempo de irse!

Articolo di Francesca Tesoro

Traduzione di Sara Trincali

Please follow and like us:

The Blind Side: dalla strada al successo grazie all’amore di una Donna

Memphis, primi anni duemila. Michael Oher, soprannominato e conosciuto come Big Mike per la sua imponente stazza, è un diciassettenne di colore, figlio della parte più povera e malfamata della città, di un padre sconosciuto e di una madre dedita al crack che, a pochi anni di vita, è stato strappato dalla sua famiglia, vivendo il valzer degli affidamenti ad altre famiglie, dalle quali scappava sempre.
Quando il padre del suo amico, si rende conto delle sue enormi capacità sportive, fa di tutto per farlo ammettere alla Wingate Christian School – dove fa le pulizie – con la complicità del coach Cotton che sposerà la battaglia fino in fondo per farlo ammettere, nonostante il team di insegnanti che decide sulle iscrizioni, non sia favorevole dati i bassi rendimenti scolastici del giovane, la propensione allo studio e il quoziente intellettivo ritenuti troppo bassi rispetto gli standard della scuola.
Mike comincia così a vivere in un ambiente completamente lontano da lui, nel quale fatica ad integrarsi, vuoi per il suo carattere estremamente introverso, vuoi per la situazione che vive, non avendo neanche un posto in cui stare, passando le notti tra la palestra della scuola e una lavanderia a gettoni, con indosso sempre i soliti abiti non avendone altri.
Finchè non comincia a fare amicizia con il piccolo S.J. e, alla vigilia del ringraziamento, viene notato dalla signora Leigh Anne Tuohy, madre di S.J., che decide di portarlo a casa con sé ed ospitarlo.
Da quel momento, Mike ricomincerà a vivere grazie alla famiglia Tuohy che non solo gli darà un tetto sotto il quale dormire, ma diventerà la sua famiglia a tutti gli effetti guidandolo dalla strada al successo, permettendogli di diventare un giocatore di football della NFL.

“The Blind Side” è un film del 2009 di John Lee Hancock, che ha scelto per i ruoli principali Sandra Bullock, Tim McGraw e lo sconosciuto ma mastodontico Quinton Aaron, ed è ispirato alla storia vera del giocatore di football americano Michael Oher. Trasposizione cinematografica del libro “The Blind Side: Evolution of a game” scritto da Michael Lewis appena tre anni prima, è una classica pellicola del filone american-dream. Per la sua storia prettamente statunitense, inizialmente non venne lanciato nel mercato europeo ma solo nei circuiti home video al punto tale che non esistono trailer doppiati ma solo sottotitolati. Nonostante l’errata previsione che non avrebbe avuto successo al di fuori dell’America, in realtà ha sbancato nelle vendite ed ha ottenuto numerose candidature e svariati premi cinematografici e della critica, facendo vincere proprio alla Bullock sia l’Oscar come Migliore attrice protagonista, che il Golden Globe, il Broadcast Film Critics Association Award e lo Screen Actors Guild Award.

Divenuto uno dei più famosi film e più belli di sempre con al centro il mondo dello sport americano, che per molti diventa la via di uscita dall’emarginazione, è una storia intrisa dei valori universali della famiglia e della solidarietà.
In questo film tutto diventa metafora, dai singoli personaggi all’intera storia, dimostrando come proprio la storia in sé non è per niente scontata e retorica, basti vedere anche solo una volta la scena al ristorante in cui Leigh Anne, a pranzo con le sue amiche ricche, fuga ogni dubbio sulla sua scelta di accogliere un “grande e grosso ragazzo nero sconosciuto in casa sua”. Senza dimenticare le altre figure che ruotano intorno a Mike: S.J. che prima ancora di finire la scuola elementare ne diventa allenatore e manager, la sorella Collins che abbatte qualsiasi distanza sociale nell’interagire con lui, il padre adottivo Sean che si fa mentore non solo con lui ma anche con gli altri figli sul senso di come fare le cose e la magistrale Kathy Bates che interpreta la Signorina Sue che, diventata la sua personal teacher, lo guiderà fino alla fine dell’anno permettendogli di sbancare la soglia per accedere alle selezioni del college.


Leigh Anne non è semplicemente una donna bianca e ricca tutta di un pezzo che vuole dare un senso alla propria vita o essere invadente con il suo modo di fare, ma è una donna tutta di un pezzo che sa come valorizzare al meglio la vita di Mike e le sue straordinarie capacità, come dimostra questo spezzone di una manciata di minuti che vi consiglio di vedere fino in fondo.

Meraviglioso film, commovente fino al midollo, che però nella sua struttura intrisa di amore per il prossimo e, soprattutto, per quel figlio arrivato per caso, diventa un esempio per tutti.
Un esempio di come sarebbe bello se tutti noi nel nostro piccolo riuscissimo a fare del bene agli altri, ognuno nei margini delle proprie possibilità, senza per forza scadere nei soliti retaggi che solo chi è ricco può far del bene agli altri, credendo invece ciecamente in ciò che ci ritroviamo tra le mani per caso o per fortuna.
E ancora una volta, una pellicola cinematografica, ci può far riflettere e ritrovare il giusto greep per quello che ognuno di noi dovrebbe avere: il coraggio di non fermarsi alle apparenze e riuscire ad andare avanti, con testardagine e dedizione, come esempio e come compagno di viaggio che, ovunque arrivi, sarà bellissimo.
Se Mike è passato dalla strada ai campi di football divenendo un atleta di successo non è solo grazie a Leigh Anne e al suo modo caparbio di essere Madre e Donna, ma è anche dovuto alla sua capacità di resistere e di impegnarsi ogni giorno un po’ di più, che ha compreso come “qualunque stupido può avere coraggio ma è l’onore che ti spinge a fare o non fare qualcosa, dipende da chi sei tu e forse da chi hai deciso di essere”, illuminato dall’amore di una famiglia che non aveva mai avuto prima, con l’umiltà e gli occhi di un bambino non più sperduto.

I veri protagonisti della storia

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Il Diritto di Contare: per andare oltre ogni limite imposto dagli altri

 

America, anni sessanta. È il tempo in cui gli americani rincorrono i russi per la conquista dello spazio. Ma è anche il tempo in cui persiste e prosegue la segregazione raziale e la contrapposizione, a qualsiasi livello, dei bianchi e dei neri, uomini e donne.
Al centro Nasa, dove vige il maschilismo più assoluto e la distinzione raziale è più che marcata, tre amiche afroamericane Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson lavorano come calcolatrici, considerate non abbastanza brave e competenti (soprattutto perchè nere) per aspirare a mansioni superiori. Così, grazie alla loro perseveranza e capacità di far valere le loro capacità, riusciranno a raggiungere inimagginabili traguardi. Katherine, straordinaria esperta di geometria analitica verrà trasferita nello Space Task Group e parteciperà in modo risolutivo al calcolo delle traiettorie di quello che sarà il volo di John Glenn, il primo uomo americano in orbita intorno alla terra e poi delle successive missioni Apollo.
Dorothy affronterà il suo supervisore – donna bianca – a viso aperto che la ritiene inferiore solo per motivi raziali diventando a sua volta la prima supervisore afroamericana, gestendo il nuovo IBM di ultima generazione che accantonerà definitivamente lavagne, gessetti e le calcolatrici umane (tutte donne di colore).
Mary testardamente e con la volontà di voler essere un ingegnere come tutti gli altri sarà, non solo, la prima donna a frequentare un corso esclusivamente per uomini bianchi ma anche la prima ingegnere aerospaziale afroamericana, ottenendo la specializzazione necessaria per la promozione e contribuendo in modo determinante alla creazione della capsula del programma Mercury.

Il diritto di contare, film di Theodore Melfi del 2016, nella versione originale ha il titolo di Hidden Figures – figure nascoste – ed è basato sul libro di Margot Lee Shetterly intitolato “Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the Black Women Who Helped Win the Space Race”.
Già questo basterebbe per dare un senso più che profondo a questa pellicola, ma andiamo oltre la “semplice e dirompente” storia che c’è dietro.

Per quanto possa sembrare distante dal nostro modo di vivere oggi, dove tutto sommato siamo abituati a vicendevoli avvicendamenti tra uomini e donne e non ci interroghiamo più sulle difficoltà che ci sono dietro e il sacrificio che ha richiesto a molti o dove, ancora, siamo indifferenti (quasi) all’interrazialità che ci circonda, questo film diventa un fuoco acceso in un deserto buio.

Katherine, Dorothy e Mary con il volto rispettivamente di Taraji P. Henson, Octavia Spencer, e Janelle Monáe, accompagnate sulla scena da Kevin Costner e Kirsten Dunst, danno vita a tante donne e (pochi) uomini che hanno fatto di questa storia un principio per cui combattere, insegnando a farlo, trattenendosi sempre nei confini socialmente ammessi e Concessi ma con il dirompente desiderio e coraggio di infrangerli, a tutti i costi.
Perchè essere una donna in un ambiente esclusivamente maschile che svolge un ruolo socialmente categorizzato per uomini è difficile, ma essere una donna di colore nel periodo in cui le differenze tra bianchi e neri sono ancora troppo marcati e reali e dover combattere per la propria affermazione, è davvero straziante.

Per quanto possa sembrarci irrisorio oggi, abituati alle parità di genere – anche se troppo spesso poco applicata e riconosciuta-, una donna normalmente deve lavorare il doppio e in quel tempo una donna nera doveva lavorare dieci volte di più per vedersi riconoscere la metà del proprio reale valore. Più o meno è quello che succede ancora oggi, solo che siamo troppo distratti dall’accorgercene e, purtroppo, la linea di demarcazione della disuguaglianza e discriminazione è dissolta dal “solo” colore della pelle.

Nel film si parla di oppressione e segregazione, di categorizzazione e marginalizzazione nel mondo del lavoro, perchè già una donna ingegnere fa uno strano effetto, ma alla donna ingegnere di colore viene detto che non può davvero aspirare ad essere ciò che non può essere perchè è a-normale.
Ognuna delle tre protagoniste lotta non solo per sé ma anche per tutte le altre, riuscendo alla fine a vincere. Vincere non qualcosa di straordinario ma per quello che è giusto e che lo era anche prima, solo troppo nascosto dal pregiudizio e dalla diffidenza.

Allora qual è il senso di questo film?

Essere Donna è meravilgioso, nonostante ci sia da faticare almeno il doppio. E quello che ci insegnano le protagoniste di questo film è che essere sé stessi è la miglior cosa che si può fare per raggiungere non solo i nostri obiettivi, ma per farci tutti strumenti per il meglio, nostro e degli altri.
Puntare al meglio, in ogni situazione e sfruttando a nostro favore qualsiasi cosa ci sia da fare, dimostrando non tanto di esserne in grado, ma esplicitando i nostri talenti e facendo in modo che, senza paura alcuna, le persone che ci stanno intorno non ci guardino tanto per il nostro essere, ma diano il giusto perso alle nostre capacità e ai nostri talenti che poi fanno la differenza. In tutto.

E se per caso vi venisse il dubbio che, in fondo, un film che parla degli anni sessanta è assolutamente lontano dai nostri giorni e dalla storia che quotidianamente viviamo, vi invito caldamente a fare due cose: la prima, oggi più che mai, leggete le notizie di cronaca che arrivano dagli esteri, la seconda, osservatevi intorno in ogni ambito lavorativo o, anche, familiare per rendervi conto di quanto ci siano ancora troppe differenze.

Solo allora capirete il vero senso del sacrificio non solo di queste Donne, ma di tutti coloro – Donne, Uomini, giovani, bambini ed anziani – che hanno sacrificato molto di sè per il bene di tutti in qualsiasi ambito e di quanto, a volte, essere visionari non per forza sia una cosa da sottovalutare (nel giorno in cui si accingeva a partire la prima missione spaziale con una navicella privata abortita per il mal tempo).

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Wonder: il delicato e incisivo coraggio di un Bambino

Augustus “Auggie” Pullman è un bambino di dieci anni che non è mai andato a scuola, istruito e protetto amorevolmente dalla sua famiglia. Ma all’alba della prima media lo aspetta una scelta ardita spinto dall’infinito coraggio dei genitori: andare in una scuola vera, con bambini reali, come un bambino normale.
Auggie è un bambino senazionale, che adora Halloween e sogna di fare l’astronauta, innamorato della scienza, sempre in compagnia del proprio casco da astronauta che lo protegge dal mondo reale e nasconde agli occhi del mondo la sua Sindrome di Treacher Collins. Supportato dalla famiglia prima e, man mano, dai suoi coetanei che si dimostreranno amici veri o ostacoli crudeli, vivrà l’anno più bello della sua vita (e anche di chi gli sta accanto), facendo del proprio meglio per dimostrare l’autentica grandezza del suo essere un bambino come tutti con un immenso carisma e una profonda forza interiore che gli permetteranno di superare ogni ostacolo.

Wonder, film del 2017 con la regia di Stephen Chbosky e con un cast di tutto rispetto che vede tra i protagonisti Owen Wilson e Julia Roberts, tratto da un romanzo di R.B. Palacio, ha ottenuto una candidatura agli Oscar e una ai BAFTA, nonché tre candidature ai Critics Choice Award.

Pellicola a metà tra il drammatico e il family-film, è un delicatissimo ed emozionante feel-good movie sulla tolleranza e sull’umanità, che ci ricorda di praticare la gentilezza ed accogliere le difficoltà di chi ci sta intorno e di noi stessi, in primis. Con toni gentili, scene sempre lineari e mai – soprattutto – propriamente drammatiche ma riconducibili alla vita di tutti noi, Wonder è la storia corale di tanti piccoli eroi.

Un bambino che desidera solo essere considerato un ragazzino di dieci anni come gli altri, ma con la (diversa) capacità di interrogarsi e interrogarci sul valore che diamo alle relazioni e sul nostro modo di guardare gli altri, in grado di affrontare l’ostinato bullismo scolastico che lo fa sentire e lo considera un diverso, l’intreccio delle prime vere amicizie e lo scontro con i primi nemici, mai veramente tali, che si incrontrano nella vita.

Una madre che, prima, mette in stand-by sé stessa per proteggere ed educare suo figlio, per non farlo mai sentire non all’altezza del mondo e nel mondo che lo aspetta oltre la porta, primo ed unico soggetto di tutte le sue illustrazioni e che, poi, di riflesso al coraggio di Auggie, torna a prendere in mano la propria vita terminando il suo – secondo – più grande progetto della vita.

Un padre perdutamente innamorato di suo figlio che con la sua ironia, riesce sempre a mostrare il lato positivo, ad essere il punto di riferimento di tutta la famiglia e il trampolino di lancio della moglie, di Auggie e sua sorella.

Olivia, prima figlia della coppia e sorella paziente, capace di essere sempre spalla e mai peso, costante raffigurazione di esempio e un manipolo di ragazzini, ognuno con le proprie caratteristiche, che mettono in scena la bellezza e la crudeltà del mondo reale e nel quale viviamo, la capacità di comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato ma, allo stesso tempo, in grado di rappresentare la capacità di fare delle scelte.

E per quanto Auggie sia solo un bambino, interpretato dall’irriconoscibile Jacob Tremblay, racchiude in sé la rappresentazione di tutti i sentimenti che normalmente ci attraversano ogni qual volta ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo o, più comunemente, di fronte ad una difficoltà.

Il terrore di iniziare, il coraggio di lasciare e di lasciarsi andare, il bisogno ancestrale di sentirsi protetti, la capacità di adattarsi e di resistere, la volontà e il desiderio di essere sé stessi senza mai confondersi tra gli altri, la tenacia e la resilienza di andare avanti nonostante tutto, il sacrificio per arrivare alla conquista dei nostri obiettivi, la bellezza di assaporare il successo, nostro e di chi ci sta accanto, in ogni situazione e ad ogni costo.

Auggie è senza dubbio un guerriero che ci insegna come la più grande opera di bene che si può fare, è nel giusto uso della forza e che se non ci piace quello che vediamo, dobbiamo solo cambiare il modo di osservare.

Senza dubbio un film da vedere, insieme, in famiglia, istruttivo, emozionante. Delicatamente incisivo per renderci migliori.

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

“Messaggio per un’aquila che si crede un pollo” di Anthony De Mello

Anthony De Mello, indiano di nascita, ha girato il mondo unendosi alla congregazione dei Gesuiti a neanche sedici anni, insegnando e studiando in diversi paesi, riuscendo così a coniugare ed allargare smisuratamente i propri orizzonti. Diventato successivamente psicoterapeuta negli Stati Uniti, ha dedicato la sua vita ad aiutare gli altri nel ritrovare energia nel quotidiano, ottimismo per il futuro, coraggio e conferendo un giusto valore alle difficoltà quotidiane. Integrando la sua formazione profondamente cristiana con le discipline orientali e gli studi psicologici, è diventato un maestro del pensiero positivo, considerato e seguito anche a molti anni dalla sua scomparsa, grazie alle innumerevoli pubblicazioni divenute, in brevissimo tempo, best sellers.

Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, edito dalla Pickwick, è uno dei suoi libri più famosi, scritto in modo immediato ed umoristico, scorrevole ma mai banale, alterna a contenuti intrisi di grandi valori, storielle rappresentative della realtà e di come reagiamo ad essa, pillole di fiducia e di saggezza per migliorare sé stessi, aforismi di illuminanti per dimostrarci che il cambiamento è davvero possibile.

Probabilmente la forma delle sue opere è il fattore vincente, avendo (quasi) sempre la forma di brevi storie che contengono elementi profondamente validi ed integrati con la sapienza orientale e che possono aiutare il lettore a raggiungere il dominio di sé, rompendo i legami che ci impediscono di essere (veramente) liberi, insegnadoci in un certo qual senso ad affrontare serenamente i diversi eventi favorevoli e, ancor più, quelli avversi della vita.

Strutturato in una sequela di brevi capitoli con la forma di racconti ognuno dei quali incentrato su una determinata riflessione, l’intero libro conduce chi legge in un percorso di consapevolezza, mirando alla comprensione di sé e di quello che ci circonda, senza avere mai la pretesa di dare per assoluto ciò che, giustamente, può essere corretto per alcuni e non per altri.


Se nelle prime pagine potrebbe succedere di non capire realmente a cosa Anthony De Mello si riferisca quando parla del fatto che la maggiorparte delle persone è come intrappolata in un sonno perenne che non permette di comprendere la bellezza e lo splendore dell’esistenza umana, lasciandosi trasportare dalla lettura nei meandri di questo “percorso” si arriva ad assaporare quel messaggio di consapevolezza professato dall’autore.

Ognuno di noi ha in sé una luce che ci rende migliori di quanto pensiamo e viviamo quotidianamente, una luce che va trovata in certi casi o (ri)scoperta in altri ma che, in entrambe le situazioni, va tenuta accesa e messa a frutto, perchè “Non siete voi a cambiarvi: non è il me che cambia il me. Il cambiamento avviene attraverso di voi, in voi. Penso che sia il modo più adeguato di esprimere quest’idea. Voi vedete il cambiamento avvenire dentro di voi, attraverso di voi: nella vostra consapevolezza, esso si verifica. Non siete voi a farlo. Se siete voi a cambiare, è un cattivo segno: non durerà”. […] Assaggiare e sentire la verità, non conoscerla, ma assaggiarla e sentirla, percepirla. Quando la si percepisce, si cambia. Quando la si conosce solo nella propria testa, non si cambia”.


Questo libro, del resto, non va considerato come un oracolo nel quale trovare tutte le soluzioni possibili ed immaginabili per la nostra vita ma, piuttosto, va interpretato come uno strumento di consapevolezza per sé stessi al solo fine di comprendere in maniera non definitiva ma, sicuramente, migliore il modo in cui pensiamo ed agiamo troppo spesso influenzati dal bisogno di vincere che ci toglie la nostra abilità, esattamente come l’arciere di cui parla De Mello.

Conoscete la storia dell’arciere? “Quando l’arciere tira senza ambire a un premio particolare, ha tutte le sue capacità; quando tira per vincere una fibbia d’ottone, è già nervoso; quando tira per un trofeo dorato, diventa cieco, vede due bersagli, e perde la testa. Le sue capacità non sono andate perdute, ma il premio lo turba. Per lui è importante! Pensa più a vincere che a tirare, e il bisogno di vincere gli toglie la sua abilità”.

E non sorprendetevi, ma se ci riflettete, è esattamente così.

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Brunello Cucinelli e la sua lettera sulle rondini

Brunello Cucinelli è un imprenditore umbro lungimirante, figlio di una famiglia contadina che non ha mai dimenticato gli insegnamenti di quando era ragazzo e “attento osservatore del mondo”, capace di creare dal nulla la sua azienda di maglieria, divenuta poi mondiale, disegnando una idea di business incentrata sulla “dignità morale ed economica dell’uomo”.
Ha fatto di Solomeo, piccolo borgo medioevale quasi abbandonato e spopolato in provincia di Perugia, l’oggetto dei suoi sogni e il (suo) grande laboratorio dei successi di imprenditore e di umanista. Lo ha restaurato, l’ ha fatto rinascere e reso fruibile liberamente ai suoi cittadini, realizzando parchi immensamente belli, recuperando tutto ciò che era abbandonato e in disuso per dargli una nuova vita, restituendo alla terra il suo valore e facendo della bellezza e del rispetto umano il cardine di quel posto, creando e diffondendo l’idea di un nuovo “Capitalismo Umanistico”, risollevando la filiera lavorativa del luogo fornendo impiego a più di trecento laboratori artigianali delle vicinanze.

Destinatario negli anni di svariati e straordinari riconoscimenti nazionali e internazionali – parliamo della nomina a Cavaliere del Lavoro e di quella di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana, della Laurea ad honorem in Filosofia ed Etica delle relazioni umane e del Global Economy Prize per aver saputo “impersonare perfettamente la figura del Mercante Onorevole ”- è rimbalzato sulle pagine internet in questi giorni per aver scritto una bellissima lettera intrisa di speranza sul ritorno delle rondini che abbiamo deciso di pubblicare e riportare in versione integrale perchè “abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo […] fatto di sensibilità, di consepevolezza, di dignità serena”.

“Solomeo, 17 marzo 2020

Chi manda le rondini? Quasi sempre, quando mi trovo fuori per lavoro, durante i primi giorni di marzo, telefono a casa, e chiedo se le rondini sono tornate a Solomeo. Lo chiedo per due ragioni: perché le ho amate fin da piccolo, e perché a volte, ho sentito dire, in alcuni paesi non tornano; magari non ci si trovano più bene, e questo mi dà un poco di timore.

Così anche in questi tempi già da qualche giorno avevo cominciato ad aspettarle, perché ci puoi rimettere l’orologio: quando è verso il quindici di marzo eccole di nuovo, con il loro gioioso garrire e armonioso volteggiare. E infatti ieri, d’improvviso, sono arrivate. Mentre ero già seduto nello studio dell’antico castello, a tu per tu con i miei pensieri mattutini, le vedo, già in pieno fervore per la caccia agli insetti, andare e venire laboriose di sotto le gronde del tetto, dove le accolgo come uno dei doni più belli del Creato. Ogni anno mi rallegro delle rondini, ma in questi momenti un po’ meno facili mi è sembrato di vedere in loro il simbolo della rinascita.

Qualche giorno fa pensavo a noi tutti come a dei naviganti. Mi piace questa immagine, perché così vedeva Dante gli uomini che attraversano la vita. In questi momenti percepiamo ancor di più la nostra natura di marinai, che come Ulisse si legano all’albero se c’è tempesta, e come Cristoforo Colombo scrutano l’orizzonte alla ricerca dei primi uccelli, divini messaggeri della madre terra.

Ogni bravo navigante sa che una barca più leggera si governa più facilmente; oggi, seguendo le regole di chi ha la responsabilità della nostra salute, ci siamo alleggeriti di tante piccole consuetudini che magari credevamo indispensabili ad un lieto vivere. Però quanto è sorprendente accorgersi che in fondo ci sentiamo più lievi, in famiglia, tra noi, una vita d’altri tempi armoniosi. Mi piacerebbe che tutti imparassimo a vedere anche nelle cose dolorose quel tanto di gioia che c’è.

Nella sofferenza di oggi vi è anche il bene della reazione morale che ci renderà migliori, e può darsi che domani, quando il ricordo scivolerà via insieme alla sofferenza, ripensando a questi giorni, rifletteremo, con Aristotele, che anche le calamità hanno un’anima e possono divenire maestre di vita saggia.

Amabilissimi amici naviganti, che insieme a me avete visto nascere ed animate ogni giorno con il vostro temperamento geniale la bella realtà della nostra impresa, mi piacerebbe che riusciste a governare la barra del vostro vascello, proprio come io da ragazzetto riuscivo a tener diritta la stegola dell’aratro, con mio padre che felice ammirava quei solchi dritti, incantato dalla loro bellezza.

Mi piacerebbe che riconoscendo la verità dei provvedimenti prescritti dai nostri stimatissimi responsabili dell’attuale crisi, persone di Scienza, di Governo, Strutture Sanitarie, li osservaste con disciplina paziente. Mi piacerebbe che foste consapevoli ma non apprensivi; vorrei che in voi la certezza del ritorno alla vita di sempre fosse viva.

Ci sono stati, in ogni parte del mondo, tempi e accadimenti ben più penosi di quelli attuali; però sono tutti trascorsi. Passano le grigie nuvole e lasciano al cielo, di nuovo libero, lo spazio per accogliere le rondini; e vedete, noi non sappiamo chi le mandi, ma eccole, le rondini sono già arrivate.

Brunello”

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Kung-Ku e l’arte di passare all’azione: supera le tue paure, agisci come uno shaolin di Bernhard Moestl

In un periodo come questo che tutti stiamo vivendo, ognuno con le proprie difficoltà, le proprie paure e la sensazione che i propri limiti stiano per prendere il sopravvento facendoci perdere la lucidità e la nostra normale routine, abbiamo scelto di presentarvi il libro di Bernhard Moestl, “Kung-Ku e l’arte di passare all’azione: supera le tue paure, agisci come uno shaolin” edito dalla Feltrinelli.

Per quanto possa sembrarvi un controsenso o qualcosa di estremamente lontano da noi, vi posso assicurare che questo libro può diventare una buona àncora di sopravvivenza ma soprattutto un ottimo strumento per riuscire ad attuare in noi un cambiamento che potrebbe accompagnarci per il resto della nostra vita e, ovviamente, aiutarci a superare con serenità questo momento.

Bernhard Moestl, specializzato in consapevolezza e leadership, è diventato famoso per le sue conferenze e seminari internazionali, seguitissimi, e per il suo essere un esperto business coach.
Dopo aver vissuto per molti anni in Asia convivendo con i monaci Shaolin, ha fatto del loro stile di vita quotidiano e del loro modo di pensare una chiave applicabile alla vita di tutti i giorni.
Questo suo bagaglio di conoscenza è stato da lui stesso riportato in diversi libri, ognuno dei quali si concentra su un argomento specifico, diventando così uno strumento di piena attuazione per chi, per caso o volontariamente, si è ritrovato a leggere i suoi scritti.

“Kung-Ku e l’arte di passare all’azione: supera le tue paure, agisci come uno shaolin” è il libro che parla e ci indica la via del cambiamento, che oggi appare attuale come non mai.
Generalemnte, siamo incastrati nella sensazione di vivere in un mondo eccessivamente accelerato dove il cambiamento ci spaventa e ci fa convivere con la paura di non riuscire a stare al (suo) passo. In questo momento, probabilmente, sentiamo la stessa paura dovuta invece alla necessità di vivere ritmi estremamenti lenti e decisamente fuori dalla nostra ordinaria vita (almeno per la maggiorparte di noi).
Allora questo è il momento giusto in cui avere questo libro tra le mani, leggerlo, praticarlo – come suggerisce Bernhard Moestl- attraverso un quaderno e una penna che vi accompagnino durante questo processo di cambiamento. Effettivamente, una volta terminato il libro, scorrendo le pagine del quaderno che avrete scelto come compagno di viaggio, vi renderete conto di quale percorso sarete riusciti a mettere in piedi rispondendo alle domande che lo stesso autore vi proporrà durante la lettura.

Il libro del resto non è un “semplice libro come tutti gli gli altri” ma è uno strumento che vi permetterà di acquisire consapevolezza del modo di pensare e che, normalmente, vi trattiene dal cambiare, mostrandovi come affrontare (ogni) cambiamento che vi potrebbe spaventare.
In fondo, anche se non ne siamo profondamente consapevoli “o subiamo o siamo gli artefici del cambiamento” e chi sceglierà la seconda possibilità non avrà di certo a disposizione tutta l’eternità per mettere in pratica il cambiamento che si realizza solo se siamo consapevoli che tutto parte dal momento presente. Questo perchè il cambiamento dura esattamente l’istante esatto in cui decidertete di cambiare il modo di fare qualcosa e non è sufficiente da solo a determinare il reale cambiamento nel nostro modo di essere o comportarci con noi stessi e con gli altri.

Se deciderete di affrontare questo viaggio accompagnati dal libro di Bernhard Moestl e da un quaderno ed una penna, ovviamente, riuscirete ad attraversare e praticare gli otto passi e gli altrettanti capitoli che parlano del cambiamento e vi insegneranno a metterlo in pratica, rendendovi conto di quanto il tempo dedicato a voi stessi attraverso il libro, vi abbia portato su una nuova strada.
Saranno l’ignoto e la conoscenza di sé, l’autostima e l’individuazione dell’obiettivo, l’identificazione della strada e il pieno potere, l’attuazione e il passo verso la durata, ad accompagnarvi in un cammino verso un cambiamento duraturo.


Insomma, “parlare non cuoce il riso” ed è “meglio inciampare un po’ lungo una via nuova che restare fermi su vecchi sentieri”, quindi, scegliete la vostra penna preferita e il vostro quaderno migliore. È ora di partire!!

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

E poi c’è Katherine: perchè non è mai tardi per cambiare

Nel 1991 è diventata la prima conduttrice donna di un talk show serale sulla rete nazionale, ha condotto più di seimila episodi vincendo 43 Emmy Awards per la prima serata, dimostrando di essere il punto di riferimento televisivo in quanto eccellenza senza compromessi. Questa è Katherine Newbury, la leggenda della televisione americana.

Ma cosa si nasconde dietro la leggenda?
Una donna estremamente sicura di sé, che dispoticamente dirige il suo staff composto di soli uomini, senza neanche ricordarne i nomi e che, fondamentalmente, non si preoccupa neanche di incontrarli o di farli accedere allo stage durante le riprese.
Ma Katherine, che è stata una delle rare eccezioni di donne che sono riuscite a fare carriera nel mondo prettamente maschile dei late talk show, per via della sua inflessibilità, della sua durezza e del suo non mettersi in discussione, viene tacciata di misogenia e si scontra, dopo trent’anni di successo, con la minaccia di essere cacciata dal suo stesso show per via degli ascolti in drastico calo.
Così, per far resuscitare gli ascolti bassi da troppo tempo ma soprattutto per non perdere il suo show, decide di tornare a lottare per non essere sostituita.

Chiede al suo assistente di ricercare un nuovo autore da assumere, necessariamente donna, e nella drammatica frenesia del momento lascia che il suo storico braccio destro, scelga tra i tanti e tutti ugualmente poco papabili al ruolo Molly Patel, una ragazza di origini indiane che da sempre ha sognato di lavorare al Tonight with Katherine Newbury e di fare la giornalista ma nel mentre proviene da un impianto chimico, arrivata fin lì per aver vinto un concorso letterario che metteva in palio l’incontro con un dirigente d’azienda a scelta.

Sarà proprio la giovane Molly con il suo esempio di perseveranza e positiva testardaggine ad aiutare la ostica ed irremovibile Katherine e ad attuare tutti i cambiamenti necessari, per farla tornare sulla cresta dell’onda e del successo.

Katherine Newbury, interpretata dalla magnifica Emma Thompson, e Molly Patel, che ha il volto della giovane attrice Mindy Kaling conosciuta dal mondo per la serie The Mindy Project, rappresentano pienamente uno spaccato reale tutto al femminile.
Contrapposte simpaticamente, Katherine è un volto storico della televisione che non si è mai smossa dal suo modo di essere e di comportarsi, sicura di sé e delle proprie capacità, che si è trasformata in qualcuno di intellettualmente superiore e un po’ snob, certa che nessuno possa indicarle un’altra via solo per via del suo essere Unica Donna in un mondo di maschi.
Molly è una grande sognatrice che fa di tutto per seguire i suoi sogni, che viene dal basso e lascia andare il suo lavoro certo per seguire la propria passione e che, soprattutto, ha avuto il coraggio di osare creandosi una progettazione mentale che è riuscita a mettere in pratica.

La passione per ciò che si fa, alla base di tuta la storia, è ciò che accomuna le due donne così diverse per età, cultura ed esperienza, etnia ed estrazione sociale, decisamente così distanti per il proprio modo di essere, di vedere e di vivere il mondo.

Film molto bello lanciato dalla Adler Entertaiment, scritto e diretto dalla regista di origini indiane Nisha Ganatra, con la componente femminile molto copiosa anche nel dietro le quinte, rappresenta l’impegno e la perseveranza di chi ci ha veremente creduto e crede talmente tanto in sé stessi e in quello che si vuole fare e diventare da essere disposta a cambiare, anche a costo di modificare profondamente il proprio modo di essere, pur di non perdere tutto ciò che si è duramente conquistato con il tempo e la fatica.
Con una grande dose di comicità, a tratti elegante, molte volte di gusto, in altri frangenti delicatamente amara, questa pellicola affronta temi davvero profondi legati al sessimo e a tutte le forme di discriminazione che si possono incontrare nel mondo del lavoro e nella vita comune. Con la straordinaria interpretazione di tutti gli attori, ma soprattutto del duetto Thompson-Kaling, si riesce ad assaporare e comprendere con gusto la bellezza dello scambio reciproco delle competenze tra generazioni, l’abbattimento delle barriere nell’ambito lavorativo ed anche il farsi travolgere dalla positività, riuscendo a puntare sul coraggio, l’onestà e il cuore di chi ci sta affianco.
Perchè in fondo, non è mai troppo tardi per cambiare!

Francesca Tesoro

Please follow and like us:

Siamo Fottuti ma forse c’è ancora una speranza di Mark Manson

Mark Manson è un americano di trentacinque anni, è un consulente per lo sviluppo personale, imprenditore e blogger di successo che nell’arco di tre anni ha scritto altrettanti libri balzati tutti nella top ten dei bestsellers del New York Times. Perciò non potevamo non recensire il suo ultimo libro uscito in Italia proprio l’anno scorso intitolato “Siamo Fottuti ma forse c’è ancora una speranza” edito dalla Newton Compton Editori per la collana dei Grandi Manuali Newton.

Con una scrittura decisamente irriverente, ma al tempo stesso divertente e davvero interessante, Mark Manson si interroga sulla felicità e il benessere in modi creativi e inaspettati, rendendo il proprio libro davvero adatto a qualsiasi tipo di lettore. Nonostante la leggerezza con cui è scritto, però, questo volume affronta temi profondi e figli del nostro tempo e, tra storielle simpatiche ed accenni a vicende storiche decisamente importanti, si interroga su quale possa essere la reale direzione che abbiamo intrapreso e soprattutto come possiamo (o dovremmo) prenderci cura di noi stessi e degli altri.

L’analisi che emerge dalla penna di Manson è cristallina. Infatti è un dato di fatto che viviamo in un tempo storicamente positivo, da un certo punto di vista il migliore dalla nascita del genere umano, essendo più liberi, più sani e più ricchi di chiunque ci abbia preceduto. Di contro, il problema sembrerebbe nascosto dietro il livello molto alto di accesso alla tecnologia, istruzione e comunicazione che abbiamo guadagnato e che ci ha allontanto inesorabilmente dalla leggerezza e pragmaticità dei nostri antenati. Di conseguenza, lo standard della felicità umana si è abbassato notevolmente, siamo tutti iperstressati, ansiosi, depressi nel nostro piccolo della vita quotidiana e viviamo a livello globale una situazione in cui il cambiamento climatico sta mutando gli equilibri della vita sul pianeta, la politica economica dei diversi Stati sta miseramente naufragando e, ognuno di noi e a qualsiasi livello, è attorniato da leoni da tastiera che non fanno che insultare tutto e tutti indifferentemente o, peggio, nella vita reale ci ritroviamo tra persone che farebbero di tutto per passare sopra il cadavere di qualcun altro, magari proprio il nostro.

La scomoda verità è che alla nostra cultura e alla nostra società, incastrata in questi meccanismi tutta’altro che positivi, serve speranza quanto l’acqua ad un pesce, perchè è un po’ il nostro carburante. E quando la speranza va in crisi, ci sembra di perdere il nostro scopo nella vita. Il problema vero di tutto questo circolo vizioso è che per creare e coltivare la speranza ci vogliono tre cose: il controllo, che ci illude di avere tutto il nostro destino nelle nostre mani, i valori, che ci spingono a creare qualcosa di importante per cui vale la pena combattere ogni giorno, la comunità, che, facendoci sentire parte di qualche cosa con i nostri stessi valori, ci spinge ad andare avanti per ottenere determinate cose in comune. La perdita anche solo uno di questi elementi, spinge le persone a perdere la speranza, creando meccanismi di crisi, facendoci dimenticare il quesito principale sul quale ognuno di noi dovrebbe interrograsi: cosa sta succedendo al mondo da farci stare peggio anche se la situazione è nettamente migliorata rispetto il passato?

Io che ho letto questo libro nell’arco di qualche giorno, presa dalla furia di capire cosa potesse portare Isaac Newton a prendersi uno sganassone a sette anni perchè fissava la luce del sole per capire di cosa fosse fatta, o come potessi realizzare tutti i miei sogni e fondare la mia religione personale, leggendo di filosofi odiati al liceo che in realtà grazie a Manson si sono rivelati dei geni sublimi, interrogandomi sulla reale formula dell’umanità scoprendo (miseramente) che l’adulto è in grado di accantonare il piacere per i principi (convincendomi così che ogni tanto devo riattivare il bambino che è in me) e che in fondo c’è un’economia delle sensazioni e che – udite, udite!- sono i sentimenti a muovere il mondo, direi che – si!- questo libro va proprio letto, perchè farebbe bene ad ognuno di voi.

Il libro è pieno di spunti decisamente interessanti di riflessione e approfondimento su come vivere serenamente nonostante i paradossi della vita. Dovrebbe essere considerato un consiglio a vivere una vita e un mondo migliore, cosa necessaria in questo momento di distrazione dai veri valori che dovremmo fare nostri, mettendoci in discussione e strappando più di qualche risata riuscendo a fornire al lettore una sorta di antidoto alla nostra era di malessere spirituale cronicizzato.

Siamo Fottuti ma forse c’è ancora una speranza” è decisamente un libro illuminante che tutti noi dobbiamo leggere prima di gettare la spugna, perchè con la sua schiettezza intelligente e accessibile ci ricorda di rilassarci, di non sudare le piccole cose e di mantenere viva la speranza per un mondo migliore.

Francesca Tesoro

Please follow and like us: