The Greatest Showman: trasformare un sogno in realtà

 

Connecticut, 1820. Phineas Taylor Barnum (Hugh Jackman) è il figlio del sarto dipendente degli Hallet, ricchissima famiglia del posto che lo ritiene troppo umile e povero per essere l’amico di Charity (Michelle Williams), rampolla della famiglia. Nonostante l’allontanamento della giovane, inviata ad istruirsi in un collegio femminile per nobili, il legame tra Charity e Phineas non si interrompe e, anni dopo, i due scappano insieme per vivere,  liberi ma umilmente e con dignità, nella New York dell’epoca. Barnum, sognatore instancabile e desideroso di dare alla moglie e alle figlie la vita che avevano sempre sognato, quando viene licenziato per il fallimento della compagnia di navigazione per la quale lavora, con uno stratagemma riesce ad acquistare un abbandonato museo diventando proprietario di tutto quello che è custodito al suo interno. Spinto dalla sua bramosia di creare qualcosa di straordinario e dall’entusiasmo infantile delle sue bambine, inizia ad assoldare tutte le persone più strane che incontra, quelle affette da anomalie fisiche e quelle con abilità straordinarie, mettendo su una compagnia – inizialmente – sgangherata, dando vita al Barnum’s Circus. L’iniziale insuccesso della sua impresa, in poco tempo, diventa un fenomeno di straordinaria importanza, che lo porteranno a viaggiare per il mondo e conoscere la famosa cantante lirica dell’epoca che finirà per metterlo nei guai. Come se non bastasse la sua creatura, il Barnum’s Circus, viene preso di mira con ferocia dalla critica e, soprattutto, da una parte della popolazione newyorkese. Dopo un incendio che devasterà il museo e farà credere all’impresario di aver perso tutto, grazie al coraggio e alla lungimiranza del suo socio Phillip Carlyle (Zac Efron) e di tutta la troupe circense che non lo abbandonano, fonderanno il nuovo circo “The Greatest Show on Earth” risorgendo come fenici.

Questa entusiasmante pellicola, a metà tra un musical e un film che rende meravigliose le persone all’epoca ritenute grottesche ed errori della natura, è stato lanciato dalla 20th Century Fox nelle sale nel 2017, scritto e pensato da Jenny Bricks e Bill Condon, diretto da Michael Gracey. Vincitore di numerosi premi nei tre anni successivi per gli straordinari costumi e make-up, nonché per la colonna sonora, per quanto romanzi – e non poco – la vita reale dell’imprenditore circense Phineas T. Barnum, è uno splendido esempio di come nella realtà, senza inganno ma con un pizzico di lungimirante follia, si possa raggiungere davvero quello che si vuole.

Barnum, con la sua capacità di osare e di andare oltre gli ostacoli che lo circondavano – si pensi alla sua estrazione sociale, le banche che non gli davano credito, la popolazione che lo considerava un pazzo spregevole perchè sfruttava persone ghettizzate dalla società dell’epoca – ha dimostrato, in un periodo storico tutt’altro che florido, di potercela fare.

Nonostante si parli di una pellicola cinematografica, a noi piace puntare su tutta una serie di realtà parallele che fanno quasi da sfondo a questa enfatizzata storia reale di un paio di secoli fa, ma che ancora oggi dovrebbero essere sempre in una tasca del nostro bagaglio personale.

In “The Greatest Showman”, ci sono l’amore per quello che si fa e per quello che si vuole creare, c’è il volerci credere profondamente, ci sono l’arte di sapersi inventare e reinventare cavalcando i propri sentimenti più profondi e c’è il coraggio di voler costruire un business diverso, nuovo e fuori dal coro.
C’è la rappresentazione cinematografica di un uomo – ma che in realtà può essere chiunque di noi – che deve creare il giusto equilibrio tra la propria passione e la propria follia – in senso positivo -, la famiglia e le ambizioni personali, la voglia di affermarsi e di riscattarsi dal proprio passato disegnato e scelto per lui da altri.
Ci sono le paure e le ansie personali che si scontrano con le contraddizioni e le mal volenze della società per la quale non si è mai abbastanza e di chi ruota intorno alla persona che è consapevole di voler diventare l’unico artefice del proprio destino.

E per quanto siamo tutti consapevoli che la vita non è come un film e non è  facile rimettersi in piedi in poco meno di due ore di proiezione, ci piacerebbe che da questa recensione rimangano in mente due cose: la prima, che “ognuno di noi è speciale e nessuno è uguale all’altro” e la seconda, non meno importante, che “nessuno ha fatto mai la differenza restando come gli altri”.

E buon 2021, più forti e coraggiosi che mai!

Francesca Tesoro

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“Se vuoi puoi: dieci strategie per ottenere ciò che vuoi nel business e nella vita” di Roberto Cerè

Iniziamo questa recensione con una piccola premessa: come Sistema Generale, ogni cosa che inseriamo e mettiamo a disposizione dei nostri lettori, ha sempre uno scopo ben preciso e, spesso, deriva dalle nostre esperienze personali.
Così, scoperto quasi per caso, oggi abbiamo deciso di proporvi la recensione non di un semplice testo-manuale, ma di farvi conoscere un vero e proprio programma di crescita personale e professionale, nato dalla mente esplosivamente carismatica di Roberto Cerè, intitolato “Se vuoi puoi: dieci strategie per ottenere ciò che vuoi nel business e nella vita” edito dalla Mind Edizioni.

Roberto Cerè, è ormai divenuto famoso, praticamente ovunque, grazie alla sua straordinaria capacità di comunicazione e concretezza, che ha messo la sua professionalità al servizio di chiunque voglia realmente dare una svolta alla propria vita, riprogrammandola da zero se necessario.
È un mental coach, un motivatore psicologico che sa parlare alle persone, mago del marketing e autore di best sellers, creatore di un sistema completo e trasversale, alla portata di tutti, per aiutare le persone a realizzare i loro sogni senza trucchi e magie, semplicemente strapazzandogli il cervello per riportarlo sulla via, vera e concreta, del successo. Non parliamo di un santone o un guru, ma di un uomo reale che ha messo al servizio di chiunque voglia veramente mettersi alla guida della propria vita per ottenere risultati importanti e implementare le competenze professionali. Fondatore e presidente del MICAP – Master Internazionale in Coaching ad Alte Prestazioni –, ha generato due collane editoriali sempre in continua evoluzione, si è laureato a pieni voti in economia aziendale, per molti anni è stato il coach della scuderia Ferrari – motivo per il quale la prefazione di questo libro è proprio di Jean Todt, solitamente restio a queste concessioni- ma anche di altre grandissime aziende prestigiose italiane ed estere.

“Se vuoi puoi”, come scrive Jean Todt, è un concentrato di concretezza in grado di condurre ed insegnare, chiaramente e in modo preciso, come arrivare a “vincere nel business, nella vita e con sé stessi”. Parliamo di un volume che contiene in sé tutte le caratteristiche e gli strumenti  necessari per crescere professionalmente e personalmente, mostrando e suggerendo come la via della perseveranza e della tenacia, in accoppiata con la chiarezza di obiettivi, la consapevolezza dei propri mezzi e la rapidità decisionale, fanno la differenza.Ma la cosa che personalmente trovo più entusiasmante, è che non parliamo di un semplice libro da leggere. Piuttosto lo definirei un programma da completare, da rendere proprio e nel quale mettere molto di noi per riprogettare la nostra vita. Strutturato in modo crescente, è un viaggio dove l’autore sembra quasi prenderti per mano e, di pagina in pagina, accendere una luce sempre più forte sul nostro mondo personale e che ci circonda, portando ognuno di noi ad analizzarlo, scrivere di esso, disegnarlo ed  immaginarlo intensamente per, alla fine, realizzarlo.
A meno che non vi sentiate arrivati e perfettamente soddisfatti – cosa che, ve lo dico, se lo credete vi state prendendo in giro – questo libro vi aiuterà a cambiare la rotta della vostra vita e del vostro business, facendovi capire cosa mettono in pratica di diverso le persone di successo, insegnandovi ad ottenere quello che realmente volete nella vita, volendolo intensamente, conoscendo le giuste strategie – applicandole – e non semplicemente sognandole.
“Pianifica il futuro”, “Affronta la realtà” e “Decidi e Agisci” sono le tre fasi che scoprirete iniziando questo viaggio, ed ognuna di esse vi svelerà le verità – che probabilmente date per scontato o a cui non avete mai dato peso -, i problemi, – che vi bloccano, vi fregano e vi ancorano ad un palo -, le strategie – per esplodere letteralmente nella vostra nuova vita-.

Decidendo di lanciarvi in questa lettura, scoprirete che è la chiarezza degli obiettivi che distingue i professionisti di successo, i leaders coinvolgenti e le persone realmente felici dalle persone “ordinariamente ordinarie”. Comprenderete in modo analitico ciò che vi sta limitando e ciò che vi sta facilitando, quali sono i vostri conflitti e (ri)scoprirete le potenzialità che vi contraddistinguono. Imparerete che l’azione senza una direzione ben precisa, altro non è che uno spreco di energia e che la passione se non ha una direzione ben precisa, resta e resterà solo confusione.
Costruirete la vostra bussola personale per orientare ed orientarvi nelle decisione future. Riuscirete a trasformare un vostro obiettivo in un risultato reale, capendo cosa e come dovrete decidere ed agire.

Insomma, questo potrebbe non essere un semplice libro, ma il vero e proprio cambiamento di voi stessi e della vostra vita. Magari quello che sogna(va)te da tempo e che non avete mai avuto il coraggio di mettere in atto.

Francesca Tesoro

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Inner Workings: cuore o cervello?

Paul è un uomo single di mezza età che lavora presso la “Boring, Boring & Glum”, svolge un noioso lavoro di immissione dati e ha il cervello costantemente in disaccordo con il cuore su ciò che dovrebbe essere fatto. Il primo comanda tutto il corpo in modo razionale e lo spaventa costantemente dal fare qualsiasi cosa eccitante e rischiosa, domando i desideri richiesti dal suo cuore ogni singolo giorno, il secondo cerca in ogni modo di instradarlo verso ciò che è più affascinante e che desidera veramente, cedendo poi al controllo del cervello.

“Inner Workings”, cortometraggio del 2016, prodotto dai Walt Disney Animation Studios e diretto da Leo Matsuda, è una storia sulle lotte quotidiane tra il nostro cervello estremamente razionale e responsabile e il nostro cuore, prettamente spontaneo. Il personaggio principale del cortometraggio, in realtà, non è Paul ma i suoi organi che ne influenzano l’azione nel corto, l’atmosfera, lo stile e soprattutto i colori e le forme. A ben guardare, nel mondo in cui il cervello si sente a suo agio, rappresentato dall’ufficio, tutto è squadrato, rigido e organizzato, quasi monocromatico e con tratti tutti estremamente tristi. Il mondo del cuore è, al contrario, sinuoso, rumoroso, colorato, divertente e accattivante.
Ma cuore e cervello, com’è normale che sia devono lavorare insieme per aiutare Paul a trovare la felicità e ci riusciranno solo alla fine, dopo diversi tentativi chi di comandare spasmodicamente, chi di rischiare altrettanto freneticamente.

Questo breve film può considerarsi un’esplorazione psicologica di come le nostre paure e la nostra logica, spesso siano in contrasto e, a volte, abbiano  la capacità di trattenerci da ciò di cui abbiamo bisogno. Nei pochi minuti che scorre sullo schermo è assolutamente brillante, rapido e incisivo, ponendo domande e affrontando il divario “cuore o cervello” in modo assolutamente realistico e perfetto.

La Disney nei suoi cortometraggi, ha la capacità di aprire varchi su questioni intrinseche e importanti, adottando sempre uno stile gentile e divertente, facendo riflettere le persone,  senza far venire  meno lo spirito di gioia che da generazioni trasmette in modo trasversale. Sono da considerarsi uno strumento da cui imparare qualcosa di nuovo e, in questo caso, il messaggio più importante è che il nostro cervello – da solo –  non può governare il cuore e viceversa.

Entrambi devono coesistere e far si che ci si comporti in modo naturale. Ogni parte, di noi o del nostro corpo, gioca un suo ruolo fondamentale e ognuno di essi non può materialmente vivere senza l’apporto dell’altro. Non solo dal punto di vista anatomico – che è più che scontato – ma anche e soprattutto dal punto di vista emotivo e psicologico. Infatti, per quanto si venga educati fin da bambini a fare le cose giuste nel modo e nel momento giusto, seguendo più la testa che il cuore, è assolutamente importante ricorcarci e ricordare a chi ci circonda l’importanza di ascoltare anche la parte più istintiva e recondita di noi che, troppo spesso, mettiamo da parte convinti che non ci conduca da nessuna parte.


Invece, nel cortometraggio come nella realtà, quando ascoltiamo il nostro cuore, finiamo per trovare realmente quello che ci manca, fosse anche una cosa razionalmente insignificante che però diventa quella carica e la gioia di continuare ad andare avanti.

Da ultimo, un plauso speciale nella storia di “Inner Workings”, lo merita la vescica! Ma non vi dirò certo il perchè, lasciandovi un ulteriore spunto per vedere questo cortometraggio.

In fondo dura appena sei minuti, quel tanto che basta e che potrebbe farvi mollare tutto e correre fuori a fare, davvero, ciò che in questo momento potrebbe farvi stare alla grande!

Francesca Tesoro

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“Liderazgo emocional” por Daniel Goleman

“Liderazgo Emocional – Una nueva inteligencia para guiarnos más allá de la crisis” publicado por Bur por Daniel Goleman no es un libro que hayamos elegido, al contrario, es más correcto escribir que ser elegido. En primer lugar, la colorida y cautivadora portada lo acercó más a un libro bonito que a uno sobre el tema del líder, su formación, su ser y su aplicación práctica en el mundo empresarial y laboral pero, mucho más en general. , en el circuito de las relaciones grupales.

Probablemente este sentimiento también se derive directamente del autor, Daniel Goleman, periodista estadounidense nacido en 1946, psicólogo especializado en el desarrollo de la personalidad -tema de la que también fue profesor en Harvard-, escritor de temas altisonantes como la neurología y las ciencias del comportamiento para el Nuevo Mundo. York Times y con toda una serie dedicada a la inteligencia emocional y social, la creatividad y el liderazgo, la empatía y la emocionalidad, a las fuerzas que componen y constituyen las cosas y las personas sin caer jamás en lo trascendental incomprensible.

El objetivo principal de este volumen es explicar, en términos sencillos y fluidos de comprensión inmediata, contando aquí y allá anécdotas reales que sucedieron en los altos niveles de las grandes empresas, cómo ser mejores, más eficientes y, por qué no, más queridos “jefes”.

Así, al leer las páginas que se desplazan rápidamente, descubrimos cómo, al manejar los estados de ánimo de quienes trabajan con nosotros, el líder debe ser capaz de incrementar la armonía y el talento de sus colaboradores. La armonía y el talento, por obvios que sean, se presentan y cuentan como elementos fundamentales que subyacen al desarrollo económico y también cultural de las comunidades corporativas y, en un espectro más amplio, de la sociedad. Y Goleman también nos cuenta cómo sacar a relucir estas cualidades de los demás y cómo llevarlas adelante, nos cuenta cómo es un líder, cuáles son sus características, las habilidades que debe poseer e implementar, qué debe evitar y cómo puede hacerse oír mejorando, de esta forma, el éxito no solo del trabajo de uno sino también de todos los que giran en torno a él.

¿Quién es el líder?

El líder decide la estrategia y sabe motivar, triunfa y sabe crear un clima de propósito colectivo construyendo una cultura compartida. Él es quien logra resultados construyendo vínculos emocionales y promoviendo relaciones armoniosas. Un líder, con su democracia, suscita consensos principalmente estimulando la participación, generando un excelente desempeño en los colaboradores y un sentido general de autonomía orientado al objetivo común.

Al lograr encender la pasión de los empleados por su trabajo, el líder debería (ser capaz de) sacar lo mejor de ellos y, para ello, lo único en lo que tiene que trabajar son las emociones. Después de todo, ¿no es cierto que un trabajador que es tratado bien, considerado, animado y cuyos talentos se valoran, que trabaja en un entorno positivo, trabaja mejor? ¡Eso es exactamente cierto! Y la satisfacción de un colaborador con respecto a su trabajo y, en consecuencia, a sus superiores está determinada, en la gran mayoría de los casos, por este mecanismo.

De hecho, el éxito no depende tanto del “qué” sino del “cómo” y, por lo tanto, si un líder no es capaz de estimular las emociones de las personas de su equipo en la dirección correcta de la manera correcta, ciertamente no logrará los resultados deseados o planificados. .

Lo que distingue a los mejores líderes de la multitud es la conciencia del papel decisivo que juegan las emociones en el lugar de trabajo, tanto en términos de resultados tangibles como retornos, evitando que el empleado talentoso elija trabajar para otros, llevándose el know-how. , por ejemplo, en lo que concierne a las relaciones morales, la motivación, el compromiso de cada uno, llegando incluso a los llamados activos intangibles.

Por otro lado, los directivos con poca empatía y una suerte de frialdad emocional son aquellos que tienden a no escuchar, no valoran el talento de sus colaboradores y / o subordinados, no alcanzan los objetivos y, miserablemente, se entregan a sí mismos y a la empresa a la progresiva disminución de beneficios y retornos, en definitiva, a la insatisfacción y, en los casos más extremos, a la quiebra.

¿De qué está hecho el líder?

El primer gran elemento que debe poseer un líder es sin duda la Inteligencia Emocional, sobre la que escribe el propio Goleman. La inteligencia emocional es la capacidad de reconocer, utilizar, comprender y gestionar conscientemente las propias emociones y las de los demás. Autoconciencia, Autorregulación, Empatía y Talento Social, combinados con habilidades técnicas y cognitivas, como la capacidad de escuchar y poseer un razonamiento analítico, la capacidad de trabajar en concierto con los demás y la flexibilidad ante el cambio, son los aspectos a través de los cuales se manifiesta y se pone en práctica.

Al analizar estos elementos, nos damos cuenta de cómo la autoconciencia y la autorregulación tienen que ver con la autogestión, mientras que la empatía y el talento social tienen que ver con la gestión de las relaciones con los demás. Los otros elementos, que para un lector distraído pueden parecer meros corolarios, son en cambio las (excelentes) herramientas para implementar los componentes que conciernen a uno mismo y a los demás.La capacidad de poner en práctica correctamente estos elementos de forma unitaria y equilibrada se convierte en la predisposición a la excelencia en el liderazgo.

Es, en sí mismo, un concepto bastante simple y lógico: en todo grupo humano, ya sea una empresa o un negocio, una pequeña empresa o multinacional, el líder disfruta – y lo hace en mayor medida que todos los demás – del poder influir en las emociones de sus subordinados. En consecuencia, si estos se estimulan hacia el entusiasmo, el grupo dará lo mejor de sí, alternativamente, si en lugar de aliento se elige el camino de la ansiedad, la presión y el resentimiento, el grupo se desfasará completamente, perdiendo en vista de los objetivos y desempeño en el lugar de trabajo o de todas las relaciones entre sujetos, si dicho comportamiento concierne a un grupo que no trabaja.

Aunque puede ser relativamente reciente la idea de que la inteligencia emocional, que ve sus primeras teorizaciones a mediados de los noventa del siglo pasado, tiene grandes ventajas en términos de costos y beneficios, es ahora un hecho cuando, Con las estadísticas en la mano, se observa que la mayoría de los gerentes que realizan su trabajo con el corazón en lugar de con la cabeza – ¡sin perderlo por supuesto! – tienen más éxito. Sintonizar con los sentimientos de las personas con las que trabajas te permite gestionar situaciones de dificultad y conflicto, incluso latentes, sin que se salgan de las manos y alcancen niveles incontrolables. Aunque en la mente de la mayoría, el concepto de liderazgo está conectado con la idea de dominación y superioridad, en la realidad de la gestión de cualquier grupo, es por el contrario el arte de persuadir a otros para que cooperen en vista de un objetivo común.

Las habilidades de un líder

Aunque todo pueda parecer ahumado y aleatorio, lo que escribe Goleman es por el contrario muy concreto y tangible y, después de leer el libro con mucha atención, intentaré esbozar las habilidades que un líder debe poseer directamente, dejándote las ganas de lea el apéndice del libro donde encontrará la explicación clara y concisa de cada habilidad.

En cualquier caso y sea cual sea el área en la que quieras convertirte en Líder, sigue el ejemplo de este excelente volumen y verás que las cosas saldrán de la mejor manera.

Articolo di Francesca Tesoro

Traduzione di Sara Trincali

 

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L’arte della felicità: una pillola di speranza per tutti noi

 

Napoli, Sergio è un uomo di mezza età che fa il tassista e, nelle giornate piovose che si susseguono, incontra personaggi di ogni tipo, ognuno dei quali gli racconta la propria storia e il proprio punto di vista sulla vita. Tutti eccessivamente disparati, tutti allo stesso modo dispersi nelle loro vite infelici. Il sottofondo alle sue corse è una trasmissione radiofonica dal nome anacronistico “L’arte della felicità” che spinge le persone a interrogarsi sul reale valore di questo senimento sempre più messo da parte. E tra un cliente sbruffone rispetto la vita e una donna distratta che lo colpirà nell’anima, i frammenti del passato vissuti con il fratello che ha seguito la propria idea di felicità, Sergio si rende sempre più conto che lui quel lavoro non lo vuole proprio fare e che non lo rende felice. Ma alla fine, anche sulla sua vita e sulla splendida città, torna a splendere il sole.

“L’arte della felicità” è un lungometraggio d’animazione per adulti di Alessandro Rak e Luciano Stella, uscito nelle sale nel 2013 e distribuito da Cinecittà Luce. Ha ottenuto una candidatura ai Nastri d’Argento e una ai David di Donatello, vincendo il premio migliore opera prima al Raindance Film Festival di Londra e la Animation Section dell’International Film Festival of India, il premio per Miglior Film italiano a Venezia 70 e il premio FEDIC.
É un sorprendente fumetto, prodotto dalla Mad Entertainment – una giovane factory napoletana dove convergono esperienze e competenze professionali diversissime – che ha confezionato un film di animazione delicato e sincero su quello che, seppur in modo differente, stiamo vivendo in questo periodo.
Sergio, che quotidianamente peregrina fisicamente nella sua città, vive metaforicamente un viaggio parallelo alla ricerca della propria personale felicità, in perenne conflitto con le scelte che ha fatto nel passato. Nonostante il rancore che trasuda e impregna il suo vecchio taxi, i frammenti delle conversazioni avute con i propri passeggeri e i flash back del suo passato, diventano un altissimo spirito di speranza per Sergio, che deciderà di rimettere in discussione sé stesso e le sue scelte.


Un film-cartone, dal disegno asciutto e con scene che sanno di preapocalittico, può diventare in questo periodo di estrema incertezza, una buona e sostanziosa pillola di speranza.
Quasi come Sergio, anche noi che proprio in questo ultimo periodo ci ritroviamo a dover necessariamente elaborare ciò che ci succede intorno, facciamo quasi fatica a scoprire dove si annidi la speranza che al momento sembra nascosta.
Speranza potrebbe essere la parola chiave di questo lungometraggio, speranza di vedere finalmente un raggio di sole che esca dallo schermo e ci colpisca, ricordandoci che mai tutto è perduto e che si può sempre tornare indietro, riacciuffando le occasioni che crediamo perdute e i treni ormai passati.
Sergio, è un po’ come tutti noi, incastrato in qualcosa che lo fa vagare senza meta rimpiangendo ciò che non ha più, distraendolo da quello che invece gli accade di bello e sorprendente.

Oggi più che mai, “la gente ha perso la speranza ed è rassegnata, come se il mondo non gli appartenesse e neanche il futuro” anche perchè abbiamo perso la capacità di comprendere che “il problema dell’infelicità è che non ha ragioni, non ha motivi. Non ha proprio niente da dire l’infelicità”.
Oltretutto, “finché i musicisti non scendono dai taxi, finché i poeti servono ai tavoli, finché gli uomini migliori lavorano al soldo di quelli peggiori…la strada corre dritta verso l’apocalisse” ed è esattamente per questo che ognuno di noi, nel suo piccolo, dovrebbe armarsi di quel poco di coraggio che potrebbe stare in una tasca e poter vivere felice. Perchè si può essere felici anche quando non si può prevedere alcun futuro e c’è sempre una seconda occasione, per tutti.
Oggi più che mai.

Francesca Tesoro

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“La Fisica dell’Anima” di Fabio Marchesi

Avete mai pensato di poter leggere un libro per conoscere e comprendere  la vostra natura umana, interrogandola, trovando anche gli strumenti per fare della vostra mente il vero motore?
In realtà, se avessero fatto a me questa domanda, avrei risposto di no e che era impossibile.
Invece, leggendo “La Fisica dell’Anima” di Fabio Marchesi edito dalla casa editrice Tecniche Nuove, ci si trova tra le mani un indispensabile strumento applicabile contemporaneamente alla propria crescita personale e a quella professionale.

Fabio Marchesi è uno scienziato, ricercatore indipendente membro della New York Academy of Sciences, appassionato e conoscitore di fisica quantistica e filosofia ermetica che, da informatico ed ingegnere, ha sempre cercato il modo di integrare la scienza con la spiritualità. Ha svolto ricerche puntando ad una scienza che coinvolgesse anche gli aspetti spirituali della realtà, con il solo scopo di trovare la massima felicità individuale e collettiva. Divenuto talmente famoso per questa sua ardita ricerca, è stato considerato visionario da molti, ma chiamato alle Nazioni Unite per esporre le sue teorie.

L’autore, enuclea e spiega nel suo testo come applicare quegli stessi principi della fisica quantistica alla vita quotidiana, creando, come è stato definito da molti, un trampolino verso il proprio personale infinito, da scoprire e da attraversare, per migliorare sé stessi in primis e poi coloro i quali ci circondano, con il solo scopo di fornirci un metodo per acquisire consapevolezza di sè e del mondo circostante.
Leggendo i concetti scientifici spiegati con semplicità ma di immediata comprensione, scritti con estrema bravura e luciditá, capiamo come sia necessario integrare noi stessi con ciò che ci circonda, predisponendo la nostra mente al salto evolutivo che ognuno di noi dovrebbe poter fare per non soccombere.

Questo libro è “un’opera coraggiosa e illuminante, che offre una nuova prospettiva da cui interpretare la realtà, grazie alla quale ogni esperienza umana, felice o impegnativa, trova nuove lucide e sorprendenti spiegazioni oltre ogni fatalismo”.
Non parliamo di un manuale new age o di un qualcosa estremamente lontano da noi, ma di un nuovo modo di interpretare e concepire la realtà con vantaggi, individuali e collettivi, applicabili nella nostra vita quotidiana e nel nostro sviluppo professionale e che Fabio Marchesi riesce a spiegare partendo dalle “sensazionali scoperte in campo quantistico avvenute nel secolo scorso che hanno permesso un impressionante progresso tecnologico”. Se infatti ognuno di noi, nelle realtà in cui è abituato a vivere e operare, riuscisse ad espandersi oltre lo “scontato”, potrebbe finalmente convincersi e riuscire a comprendere seriamente come le ambizioni, gli intenti e i desideri possono realizzarsi, veramente.

Del resto, non è con la sola razionalità, ma con stupore e meraviglia che si può giungere all’essenza delle cose e scoprire quanto sia più facile creare la nostra felicità.
Trovo estremamente vero il concetto che noi, in quanto esseri umani, siamo stati tutti educati all’obbedienza e alla paura, figli di una consapevolezza – non nostra naturalmente ma che ci è stata inculcata – che siamo incapaci di fare da soli qualsiasi cosa ma, allo stesso tempo, di essere tutti separati da tutti e gli uni in competizione con gli altri. Insomma, siamo entrati a far parte di un sistema che è di per sé strutturato per creare conflitti e infelicità.
Se invece, cominciassimo a cambiare il nostro modo di pensare e di pensarci, riusciremo a comprendere come, essendo tasselli di un tutto più grande e – per ora – ancora invisibile ai nostri occhi, riusciremo a sentirci maggiormente integrati e facenti parte di una realtà sistemica dove ognuno, con il proprio piccolo apporto, potrebbe fare grandi cose per tutti.

Credo che la parola migliore per definire non solo questo libro, ma il percorso che ci spinge a intraprendere è CORAGGIO.

Coraggio di iniziare a leggere un libro del genere, coraggio per aprire la propria mente, coraggio per comprendere quello che siamo e quello che dovremmo cominciare a fare per migliorare noi stessi e il mondo che ci circonda, coraggio per partire verso la nostra migliore versione di sé stessi.
Perchè “indipendentemente dal successo che una persona sembra o no avere, ciò che differenzia maggiormente le persone felici da quelle infelici risiede nella loro consapevolezza e coraggio. Per portare la propria consapevolezza oltre ciò che gli altri ritengono normale, possibile e impossibile, facile e difficile, giusto e sbagliato, bene e male, serve coraggio. Serve coraggio per seguire le proprie intuizioni, soprattutto quando per farlo bisogna disobbedire alle aspettative di altri. E ci vuole coraggio per scegliere quello che si vuole e per difenderlo e realizzarlo anche quando è diverso da quello che vogliono gli altri.”

Francesca Tesoro

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“Intelligenza Emotiva” di Daniel Goleman: un nuovo linguaggio delle emozioni

Di Daniel Goleman, giornalista americano classe 1946, psicologo specializzato nello sviluppo della personalità – materia di cui è stato anche professore ad Harvard -, scrittore di temi altisonanti quali la neurologia e le scienze comportamentali per il New York Times e con all’attivo una intera collana dedicata all’intelligenza emotiva e sociale, alla creatività e alla leadership, all’empatia e all’emotività, alle forze che compongono e costituiscono le cose e le persone senza scadere mai nel trascendentale incomprensibile, avevamo già recensito “Leadership Emotiva” qualche tempo fa.

Oggi aggiungiamo un nuovo tassello parlandovi di un altro suo libro, divenuto best seller e strumento di formazione trasversale sia per area geografica che per categorie professionali.
“Intelligenza Emotiva” edito dalla Best Bur è un volume scritto nel 1995 e pubblicato in America nello stesso anno che, dopo aver travalicato i confini nazionali e nel giro di un anno essere stato pubblicato praticamente ovunque, è rimasto profondamente attuale.

Scritto quando  la società civile americana viveva una devastante crisi sociale, con aumento della frequenza dei crimini violenti, dei suicidi e dell’abuso di droghe che trasversalmente coinvolgeva uomini donne giovani e adulti, questo scrittore ha messo nero su bianco quello che oggi, nonostante siano passati tanti anni, può essere definito un ottimo manuale per guarire (anche) quei mali sociali, prestando una maggiore attenzione alla competenza sociale ed emozionale delle persone.

Il suo enorme successo è stato dettato dalla capacità di questo scrittore di enucleare principi molto semplici e attuabili che riguardavano l’alfabetizzazione emozionale e che sono stati offerti strategicamente al mondo scolastico americano per interrompere la deriva sociale che si stava registrando credendo, come  è stato, che insegnando questi “sani principi” agli studenti, ne avrebbe giovato anche la società adulta indirettamente all’inizio e direttamente nel momento in cui quegli stessi studenti sarebbero diventati i nuovi adulti della società.

Per quanto azzardata poteva sembrare questa scelta, nella relatà dei fatti, il programma di alfabetizzazione emozionale diede immediatamente effettivi risultati tangibili e duraturi nel mondo studentesco, riuscendo ad elevare negli studenti la qualità e la capacità di affrontare i  turbamenti, di ascoltare o di concentrarsi, di tenere a freno gli impulsi, di sentirsi responsabili del proprio lavoro o di curare l’apprendimento.

Divenuto un pilastro fondamentale, non solo oltreoceano, del mondo dell’insegnamento – al punto che  è attualmente una delle materie di esame nei percorsi formativi dei docenti – rapidamente si è capito che l’Intelligenza Emotiva avrebbe potuto modificare in meglio anche i settori aziendali e manageriali.

Ebbene, ma se vi chiedessi di definire l’intelligenza emotiva, lo sapreste fare?
Come è stata definita dallo stesso autore l’“Intelligenza Emotiva” è quella particolare forma di intelligenza che ha consentito ai nostri lontani progenitori di sopravvivere in un ambiente ostile e di elaborare le strategie che sono alla base dell’evoluzione umana, e che può aiutare tutti noi ad affrontare un mondo sempre più complesso, violento, difficile da decifrare. L’intelligenza emotiva consente di governare le emozioni e guidarle nelle direzioni più vantaggiose; è la capacità di capire sentimenti degli altri al di là delle parole; spinge alla ricerca di benefici duraturi piuttosto che al soddisfacimento degli appetiti più immediati”.

Stiamo parlando sostanzialmente di un nuovo linguaggio delle emozioni che si può apprendere e perfezionare imparando a coltivare e riconoscere le emozioni proprie e quelle degli altri. È un qualcosa che, nella realtà dei fatti, dovrebbe essere insegnata nei bambini fin da piccoli perchè l’intelligenza emotiva può semplicisiticamente essere ricondotta al concetto elementare del “corretto uso delle emozioni” che rappresentano un fattore determinante anche per il raggiungimento dei successi personali e professionali di ogni persona. La capacità, infatti, di saper utilizzare correttamente le proprie emozioni, sapendole identificare, comprenderle, gestire, è indubbiamente lo strumento fondamentale per affrontare in modo nettamente migliore la propria vita, tanto personale quanto professionale.

Vi siete mai chiesti come le nostre emozioni possano influenzare i nostri percorsi, le nostre reazioni, al punto tale da ostacolarci completamente nella nostra capacità di agire o di decidere lucidamente? Per quanto possa essere difficile da accettare una cosa del genere, è davvero così.

Leggendo questo libro, ogni lettore può portarsi a casa tre grandi lezioni – di cui ovviamente non vi scriverò tutto, altrimenti non sarebbe abbastanza divertente per voi leggere Goleman-.

La prima: “L’autoconsapevolezza – in altre parole la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta – è la chiave di volta dell’intelligenza emotiva”. Tradotto, l’intelligenza emotiva si basa sull’abilità di essere consapevole di sé stessi ed essere in grado di auto-equilibrarsi. Questo perchè ci sono sotanzialmente due aspetti fondamentali da considerare per essere emotivamente intelligenti: uno è essere consapevole della propria emotività essendo in grado di riconoscere e classificare le proprie emozioni, l’altra è la capacità di autocontrollarsi e regolarsi. Semplice a dirsi, può sembrare anche tautologico, ma se ci pensate è come iniziare a correre una maratona con un paio di infradito ai piedi. Comincereste a correre la maratona di New York con delle ciabatte ai piedi? Necessariamente dovreste cambiare qualcosa, o no?

La seconda: “Le persone competenti sul piano emozionale – quelle che sanno controllare i propri sentimenti, leggere quelli degli altri e trattarli efficacemente – si trovano avvantaggiate in tutti i campi della vita, sia nelle relazioni intime che nel cogliere le regole implicite che portano al successo”. Non è vero come è comunemente creduto che la cosa importate per avere successo nella vita è un quoziente intellettivo altamente performante e fatto di un numero stratosferico, al contrario, il raggiungimento della felicità è direttamente collegato alla propria intelligenza emotiva, questo perchè è in base a come noi gestiamo il nostro sé e mobilitiamo le nostre emozioni positive che ci proiettano verso un obiettivo.

La terza: “Se vuoi migliorare la tua intelligenza emotiva devi allenarti severamente a essere sempre ottimista coltivando il pensiero positivo in tutto quello che fai”.
Insomma, allenandosi duramente su questo aspetto – e su tutti gli altri, sia chiaro – sarà possibile sviluppare quella resilienza che caratterizza le persone dotate di un’elevata intelligenza emotiva.

Le persone emotivamente intelligenti, sono coloro che praticano nella vita di tutti i giorni autocontrollo, entusiasmo, perseveranza e automotivazione, creando un sistema di autoconsapevolezza delle proprie emozioni e del proprio modo di pensare.
L’autoconsapevolezza viene definita dallo stesso Goleman come quella “capacità di motivare sé stessi, persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni, di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione, di modulare i propri stati d’animo, evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, di essere empatici e di sperare”.

Davvero, reimpostare questi aspetti nella propria vita significa migliorarla drasticamente? Decisamente si. Per ogni aspetto di cui abbiamo parlato, ci sono risvolti estremamente positivi che proviamo a sintetizzare in questo rapidissimo schema.

Alla AUTOCONSAPEVOLEZZA EMOZIONALE corrispondono la  migliore capacità di riconoscere e denominare le nostre emozioni, di comprendere le cause dei sentimenti, di riconoscere la differenza tra sentimenti e azioni.

Dal CONTROLLO DELLE EMOZIONI discendono la sopportazione della frustrazione, il controllo della collera, la capacità di esprimerle, affrontare lo stress, abbassando il senso di solitudine e ansia nei rapporti sociali.

INDIRIZZARE LE EMOZIONI IN SENSO PRODUTTIVO significa condensare un  maggior senso di responsabilità, capacità di concentrarsi sul compito che si ha di fronte e di fare attenzione, avere minor impulsività e maggiore autocontrollo, migliorando i risultati delle proprie prove.

Tutto questo, si condensa nella GESTIONE DEI RAPPORTI, riuscendo  ad avere una capacità di analizzare e comprendere i rapporti, risolvere i conflitti e negoziare i contrasti, acquisendo una maggior sicurezza di sé e nelle proprie capacità di comunicazione, raggiungendo un maggior livello di simpatia e socievolezza, abbassando l’individualismo e aumentando la collaborazione in gruppo, attraverso lo spirito di condivisione, di collaborazione e di disponibilità a rendersi utili agli altri, determinando nella maggior democrazia nel trattare con gli altri.

Insomma, una volta letto questo libro, si è tecnicamente pronti per iniziare questo allenamento e intraprendere la giusta strada verso la nostra felicità! E indubbiamente, verso un nuovo tipo di successo!!

Francesca Tesoro

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Sorry we missed you: l’altra faccia della gig economy

Newcastle, Inghilterra. Rick – Kris Hitchen – e Abby Turner – Debbie Honeywood – colpiti come molti dal crollo economico della prima decade del secolo, si ritrovano a svolgere lavori estremamente precari e sottopagati che finiscono per occupargli l’intero giorno e prosciugare tutte le energie. Per non far mancare nulla ai due figli, Sebastian e Liza, ma soprattutto per tornare a credere di poter costruire un futuro per la famiglia e per i ragazzi e  sentirsi finalmente indipendenti, decidono di dare una svolta alla lorao vita.
Abby vende la propria macchina perchè Rick riesca a comprare un furgone che lo renda il padrone del proprio destino, convinti che il sacrificio del momento in due anni gli permetterà di acquistare la loro casa e poter mandare i figli all’università. I risvolti di questa scelta, però, comprometteranno la serenità familiare.

“Sorry We Missed You”, film di Ken Loach sceneggiato in coppia con l’amico Paul Laverty, è uscito nelle sale a gennaio del 2020 dopo essere stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2019, dichiarato il Miglior Film Europeo al Festival di San Sebastian ed aver ottenuto una candidatura ai premi Bafta.
É un film crudo e drammatico, non per la storia in sé ma per la capacità di riprodurre esattamente e fedelmente – oltre che con struggente empatia – la storia di molti lavoratori dei giorni d’oggi incastrati nel nuovo precariato travestito da lavoro autonomo.

Questa pellicola fa scorrere sullo schermo una famiglia “ordinaria” con  due genitori compressi letteralmente dai loro rispettivi lavori e i due figli, un adolescente irrequieto che vuole combattere ciò che vive e una undicenne che con la sua sensibilità cerca di tenere stretta a sé la propria famiglia. Ma dietro questa storia si cela la rappresentazione più attuale della Gig Economy, che al giorno d’oggi è diventata permeante e talmente consuetudinaria da non essere neanche più percepita, ed è la nuova forma di organizzazione dell’economia digitale e del lavoro che pervade la vita di molti lavoratori.


Questo modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo piuttosto che sulle prestazioni lavorative stabili e continuative caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali, in realtà è nata per quei mestieri che una persona potrebbe (voler) svolgere a tempo perso, come se fosse un secondo lavoro per occupare il tempo di uno studente universitario. Invece è ormai diventato un nuovo metodo di lavoro standardizzato e non più a tempo perso, sempre più parcellizzato e affidato a lavoratori freelance, non più gestito da un capo o da un coordinatore di area o settore “vero e umano”, ma da piattaforme sempre più digitali che usano algoritmi sempre più veloci e maggiormente canalizzati, al punto da far diventare le persone dei veri e propri lavoratori alle dipendenze di datori  sempre più virtuali e che richiedono di svolgere le attività lavorative freneticamente, senza soste, senza tutele, ipercontrollati.
Durante le riprese di un precedente film, il regista e lo sceneggiatore di questa pellicola, hanno cominciato ad interrogarsi su qualcosa che vedevano ronzargli intorno, cercando di capire cosa c’era davvero dietro chi consegnava pasti sul set o si preoccupava di fargli da autista a prezzi economicamente più vantagiosi.

Così è nato questo film, parlando con i fattorini – che ricevono anche una menzione nei titoli di coda -, girato in ordine cronologico e senza un copione che permettesse di prevedere il finale, per renderlo il più naturale e vero possibile, facendo calare gli attori non solo nel ruolo che stavano interpretando, ma catapultandoli letteralmente e materialmente nelle vite di Ricky, Abbie, Liza e Sebastian.

Nonostante l’età avanzata che lo vorrebbero serenamente in pensione, Ken Loach con il suo stile graffiante e spietato ancora una volta ha cesellato i ritratti dell’emergenza sociale della working class britannica ed europea, rendendo questo film un faro su quello che è diventato il mondo del lavoro e dei lavoratori nella nostra società contemporanea.
Il messaggio che questo film vuole lanciare, non è tanto una denuncia verso i grandi e meno grandi sistemi automatizzati che ormai siamo normalmente abituati ad usare per soddisfare una voglia di cibo fuori orario o un risparmio spasmodico per l’acquisto di un prodotto qualsiasi, ma una riflessione più profonda che ognuno dovrebbe fare e che riguarda la sostenibilità di questo metodo economico e delle ricadute dello spacchettamento dell’essere umano che necessariamente deve soccombere ad un sistema frenetico.
Per quanto un film debba avere nella maggior parte dei casi l’obiettivo di farci ridere, divertire, dimenticare la realtà che ci circonda, il merito di questa pellicola sta nell’effetto contrario. Il suo ruolo infatti è quello di farci comprendere come singoli, l’importanza che il lavoro ha e deve avere per ogni persona e come società. Di contro, dovrebbe farci ricordare che dietro ogni situazione lavorativa c’è una persona e che come tale merita di essere rispettata. Per cui, c’è quasi da sperare che alla prossima consegna mancata al vostro indirizzo abbiate visto questo film, anche se in Italia, non viene lasciato il bigliettino con la scritta “Sorry We Missed You”.

Francesca Tesoro

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Punto: aprire la mente e chiudere con le stronzate di Costantino della Gherardesca

 

Come sopravvivere all’estate, soprattutto una come quella di quest’anno?
 Sfogliando qualcosa di ironico e beffardo ma realistico, (altamente) dissacrante senza mai essere offensivo, simpaticamente sopra le righe, per leggere di ciò che ci circonda e di come sopravvivergli.
  Questo è “Punto: aprire la mente e chiudere con le stronzate” primo libro di Costantino Della Gherardesca, edito dalla Rizzoli Lizard, pubblicato nel 2017.

Cinque capitoli, apparentemente dissociati dalla concezione in cui siamo abituati a vivere ogni giorno, attraverso i quali si capisce come sia più importante e necessario “Non seguire i tuoi sogni” e “Diffida(re) della semplicità”.
Scorrendo le pagine di questo libro ci si rende conto di quanto sia liberatorio “Non cercare consensi” riuscendo ad “Evita(re) la realtà”, perchè “Mentire è un atto civile”.
Le regole contenute in questo libro, esilarante parodia del manuale spirituale anni novanta ed attraverso il quale riusciamo a ritrovare consigli sul come vivere al meglio la nostra vita, servono a solcare una linea in piena controtendenza rispetto ai risaputi luoghi comuni e al conformismo dilagante che, grazie ai vari format social, si  sono impadroniti della nostra vita, diventando, grazie all’irriverente Costantino Della Gherardesca, proposte per uscire da un momento storico fatto di crisi economica e paura.

Un testo sfrontato e semplice al tempo stesso, capace di far materialmente riflettere su ciò che ci circonda quando riusciamo ad interpretarlo con attenzione, senza però mai perdere il sorriso e dimenticare quella capacità ironica che ognuno di noi dovrebbe avere sempre e praticare almeno una volta (al giorno) nella vita.

Tra aneddoti divertenti, sprazzi autobiografici, tanta (ma tantissima) autoironia, confessioni di sfrenata sincerità e divertentissimi ritratti di personalità intoccabili della cultura e della politica contemporanea italiana ed estera, le pagine colorate, doppie e consistenti, custodite in un cartonato di altri tempi, si fanno letteralmente cavalcare in un men che non si dica dall’inizio alla fine, godendo così dei capitoli ma soprattutto delle “Rotazioni rapide” (di cui non vi dirò altro per incrementare il vostro smisurato senso di curiosità).

Reso ancora più completo ed eccezionale dalle illustrazioni di Ciro Fanelli, questo libro sarebbe davvero da leggere in leggerezza e tranquillità se non fosse che di fondo, tra una risata e uno sberleffo, riesce a far intravedere delle amare verità che dovremmo tener sempre presenti.
Insomma, “una filosofia di vita in cinque punti per sbarazzarsi di tabù millenari e imparare ad amare senza imbarazzo le differenze, il progresso e – soprattutto – i soldi. Una satira feroce e paradossale, a metà strada tra il manifesto politico e il manuale di auto-aiuto, che segna l’esordio letterario di un autore spietato, in particolar modo con se stesso” scritto con l’ironia che contraddistingue Costantino Della Gherardesca, definito come punta di diamante della nuova televisione italiana e che  ancora una volta, dimostra di saperne più di un qualsiasi viceministro e sottosegretario di stato (tradotto un vice del ministro degli esteri).

Francesca Tesoro

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La Religione del Lusso: un brillante manuale di resistenza

 

“La Religione del Lusso”, edito dalla Rizzoli Lizard ed uscito poco più di tre settimane fa, è un brillante manuale di resistenza in grado di proporre soluzioni rivoluzionarie, facendoci riflettere – almeno un po’ – sulle cause del difficile momento che stiamo attraversando, inteso anche come specchio sui singoli dei mali della società, senza mai diventare pesante.
Costantino Della Gherardesca, cinico, ironico, irriverente, eccentrico, editorialista per diverse testate giornalistiche, presentatore tra i più eclettici e preparati del panorama nazionale, non solo dal punto di vista strettamente televisivo ma anche culturale, conosciuto dai più grazie al format di Pechino Express – prima come partecipante poi come conduttore – di cui è diventato volto d’eccellenza (al punto che quando si vociferò della sua sostituzione alla guida del programma, si scatenò una bagarre sulla rete), nonché altamente performante per la sua capacità di passare elasticamente da un format televisivo all’altro, è l’autore di questo libro profondo, tanto nelle riflessioni che nei racconti.


Organizzato come un trattato filosofico simpaticamente impertinente, accompagnato dalle illustrazioni di Ciro Fanelli – giovane artista e tatuatore-, questo volume affronta temi che spaziano dall’arte all’economia, dai viaggi alla politica nazionale ed estera, riuscendo ad identificare e ben spiegare quello stato di erosione psicologica nel quale versiamo trasversalmente ed inesorabilmente tutti noi, imprigionati dalle regole e dal moralismo che ci circondano.

Nell’irriverenza delle sue pagine, è indubbia la presenza di un altissimo senso di speranza che Costantino vuole trasmettere con l’intento, nel suo piccolo, di voler spingere l’individuo ad avere la qualità più preziosa e più stimabile di tutte: il coraggio. Infatti, a ben riflettere e a meno che non si disponga di una lampada magica e un genio prêt-à-porter, bisogna essere consapevoli che ogni persona deve combattere per il proprio futuro. E per farlo diventa importante, se non indispensabile, conoscere la storia per decodificare il presente e le persone che non la conoscono sono incapaci di farlo.
È altrettanto indubbio che nella vita si debbano affrontare molti ostacoli imposti continuamente dalla società, anche per ottenere cose semplicissime e se una persona è infelice e frustrata, trova meno tempo per coltivare i propri desideri e le proprie passioni.

Questo libro, seppur con uno stampo comico, è intriso di critica culturale che, attenzione(!), non va intesa come critica fine a sé stessa, ma diventa una chiave di lettura del tutto.
Il lusso, di cui si legge, non è uno status simbol, ma è prima di tutto una questione di spazio per vivere fuori dall’ordinario, per superare la noia e per trovare il bello laddove gli altri non lo cercherebbero mai. Le molte icone del nostro tempo e della storia recente di cui l’autore scrive nel testo, ci offrono una visione del (nostro) mondo affascinante e diversa, alcuni addirittura da considerarsi precursori del e nel loro tempo di cose diventate quasi ordinarie e (stra)conosciute al giorno d’oggi.
Un modo di guardare alla società, all’arte, all’econonomia senza nostalgia né chiusure mentali per dare spazio ai diritti degli altri e soprattutto a noi stessi, attraversando ed analizzando ironicamente una serie di argomenti che sembrano completamente distanti tra loro ma invece profondamente legati al nostro essere quel che siamo in questo determinato momento storico.

Costantino Della Gherardesca ci dice che “La religione del lusso è essenzialmente il culto della scoperta, a partire da quella di sè stessi” e “il lusso non ha nulla a che vedere con gli yacht, i privée e le macchine d’oro: è istruzione, studio, viaggi, scambio culturale. È un’idea di globalizzazione mutuata da un solido individualismo” ma con una base fatta “dalla conoscenza e dal rispetto del diverso”.
Ancor più illuminante risulta l’inciso secondo il quale “Il passato non va imitato o copiato malamente, ma studiato e reinterpretato perchè la filologia deve sempre cedere il passo alla funzionalità e fermarsi e chiudersi al resto del mondo” e come singoli o come nazione, “è un lusso che proprio non possiamo permetterci”.

Francesca Tesoro

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