“Simone Weil Umanizzare il lavoro” di Maria Forte


Quale può essere il legame tra la filosofia e il mondo del lavoro? E come può una filosofa dell’inizio del 900 parlare del”umanizzazione del lavoro, trovando una perfetta applicazione nei giorni nostri? Per quanto possa sembrarvi ardito, le risposte a queste domande le troviamo nel libro “Simone Weil Umanizzare il lavoro” scritto con passione dall’autrice Maria Forte, edito dalla Pazzini Editore.

Maria Forte è una docente di storia e filosofia di un noto liceo di Latina, ha insegnato presso l’Istituto di Scienze religiose “Paolo VI” e si interessa della formazione dei docenti.

Simon Weil invece è una scrittrice e pensatrice francese del primo novecento, che si definiva «professoressa girovaga tra la classe operaia», docente di filosofia anch’essa che, nel pieno dell’avanzamento dei totalitarismi in Europa, decise di vivere sulla propria pelle la condizione della classe operaia di allora, sperimentandone l’oppressione sociale.

Il pensiero di Weil era già arrivato in Italia a metà dello scorso secolo grazie ad Adriano Olivetti e Franco Fortini che avevano cominciato a tradurre i suoi scritti, creando un legame invisibile ma indissolubile tra lei e il pensiero innovativo ed umano dell’azienda di cui Olivetti è stato artefice.

A cavallo tra il 1935 e il 1935 Simone Weil abbandona gli studi e diventa operaia in diverse fabbriche francesi e da questa esperienza nascono una serie di scritti dai quali emerge tutta la profondità della sua esperienza lavorativa. Il suo intento era quello di “coniugare pensiero e azione, formazione intellettuale e impegno a favore degli oppressi”, rendendosi così conto di come fare l’operaio significava essere schiavi e vivere una condizione di schiavitù – non solo morale – agli occhi del resto della società.

La Forte pone al centro di questo libro il tema del lavoro e il pensiero di Simone Weil, dimostrando come l’esperienza della fabbrica sia diventata una vera e propria ricerca socio-antropologica vissuta in prima persona dalla filosofa francese. Attraverso gli anni passati fianco a fianco agli operai, inglobata in tempi serratissimi, azioni ripetitive e disumanizzazione dell’uomo, la Weil vive un personale periodo di evoluzione intellettuale e spirituale che l’hanno portata a cambiare tutta la sua prospettiva sulle cose e  il senso della vita. 

E per quanto possa sembrare lontano da noi, le riflessioni di allora e la puntuale analisi e contestualizzazione dell’autrice, fanno di questo libro uno spaccato dei tempi moderni.

Nei capitoli del volume vengono affrontati il tema dello sradicamento dell’operaio, un estraneo servilmente legato al denaro che diventa merce per garantire la sopravvivenza, costretto in un sistema che è privo e lo priva di umanità, appiattendolo.

La Weil comprende come la via per il riscatto non sia quella degli scioperi o delle rivoluzioni ma sia la salute morale degli operai, consapevoli  della loro dignità umana, in grado di pensare ed agire.

Emerge la delusione della filosofa francese nei confronti della politica, dei partiti rivoluzionari e dei sindacati che non fanno nulla per liberare gli operai dalla condizione di oppressione, lasciati in una sorta di torpore spirituale. Ed altrettanto forte affiora l’idea che l’unica strada efficace e radicale per risollevare la condizione operaia è l’operazione culturale e l’educazione alla Bellezza, unica cosa che può arrivare al cuore del problema, liberando gli operai dal pensiero e dal senso di inferiorità derivante dalla subordinazione e dalla povertà. 

Maria Forte riporta ai giorni nostri la ricerca della libertà autentica in alternativa all’oppressione di cui la Weil aveva scritto nel ’34, costituita dal rapporto tra pensiero e azione, perché “disporre delle proprie azione non significa agire in modo arbitrario, ma pensare il proprio agire”.

L’uomo viene spronato ad essere fautore della propria esistenza, in quanto capace di creare ed essere intelligente che non deve soccombere alle macchine automatiche. Il lavoro (libero) deve trovare le sue radici nella ricerca e nello studio, in un equilibrio tra lo spirito (umano), l’oggetto e la collettività da cui tutto dipende che, per quanto sia immateriale, diventa l’agente di sopraffazione più potente.

Il  Pensare è l’elemento cardine, dove manca si genera l’oppressione, il suo esercizio diviene antidoto alla dominazione e all’oppressione, perché se gli individui pensano mentre agiscono, la società sarà meno cattiva e questo non può essere affidato solo alle persone di buona volontà, perché questo sillogismo deve essere un approccio sistemico condotto dalla ragione e allargato a tutti.

Il lavoro è una via di accesso privilegiata nel mondo, la cultura, la scienza e la tecnica non possono rimanere pure astrazioni e deve essere esso stesso considerato come un valore umano, portatore sano di dignità che rende l’uomo libero e consapevole.

Per Simone Weil contra l’uomo, concretizzazione di dignità e diritti, consapevole del suo esistere come singolo e nella collettività, interprete dei processi che lo circondano e non mero strumento, educato al bello e capace di pensare ed agire.

Oggi come allora, l’umanizzazione del lavoro è tornato ad essere un tema di cui parlare, di fronte le nuove forme di schiavitù (non solo lavorative) che attanagliano la società, per la necessità di rivendicare quei diritti fondamentali dei lavoratori che oggi più che mai conosciamo e a volte facciamo finta di ignorare, convinti che non ci riguardino direttamente. 

E non crediate che tutto questo sia “solo” filosofia.

Pensateci la prossima volta che ordinerete un oggetto on-line, una pizza via app o comprerete un pomodoro al supermercato.

Francesca Tesoro

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Made in Italy: rappresentazione della precarietà

 

Che vi piaccia oppure no, che ascoltiate la sua musica o meno, Luciano Ligabue all’inizio di quest’anno ha presentato al mondo cinematografico il suo terzo film. Dopo Radio Freccia e Da Zero a Dieci, è arrivato il tempo di Made in Italy.

Pellicola,  prodotta dalla Fandango, distribuita dalla Medusa, nata nelle more dell’omonimo e precedente (concept) album del 2016, ha avuto la capacità di infrangere un tabù, raccogliendo quattro candidature ai Nastri d’Argento e vincendone uno, incassando tre milioni di euro nelle sole prime due settimane di programmazione.

Girato in poco più di un mese nell’estate del 2017 e arrivato nelle sale a gennaio, è un film crudo e vero che, con estrema schiettezza, inquadra e porta sugli schermi il disagio della precarietà di un uomo di mezza età.

Riko (Stefano Accorsi), cinquantenne della provincia emiliana è un uomo che ha sempre vissuto seguendo gli schemi preordinati della società al ritmo del tempo. Ha una moglie (Kasia Smutniak) che ama nonostante le reciproche scappatelle, ha un figlio che sarà il primo della famiglia ad andare all’università, ha un lavoro che non ama fare ma che fa bene perchè è comunque il suo lavoro ed era il lavoro di suo padre e prima ancora del nonno, come la casa in cui abita e che non potrà più mantenere. È un uomo attaccato in modo viscerale al suo paese, al suo gruppo di amici, alla sua realtà, fin quando anche lui non viene toccato dai tagli al personale nel salumificio in cui lavora e la sua crisi di mezza età diventa una crisi esistenziale molto più profonda e lacerante. 

Stefano Accorsi, è molto bravo ad impersonificare questo personaggio che, a detta dello stesso Ligabue, rappresenta un uomo attaccato alla vita, al suo mondo fatto di amici, casa e famiglia, al paese provinciale, stufo della sua ripetitività e delle ingiustizie quotidiane che riceve, che subisce la stanchezza esistenziale generalizzata e generazionale. Tratti questi che emergono continuamente nelle scene dei film e rappresentano il pensiero di ognuno di noi.

Riko, altro non è che la rappresentazione di una storia specifica che racconta lo spaccato della società odierna legato alla precarietà del mondo del lavoro e delle persone di mezza età che vivono questa tragedia nella loro vita. E con loro, le famiglie.

Perchè quando un uomo perde il suo lavoro, di conseguenza, perde la propria identità, diventando fragile e sentendosi inutile, fino a quando non prende coraggio e decide di cambiare – anche se poi nella realtà non succede così tanto spesso quanto si creda-.

Made in Italy è un film sentimentale,  perchè racconta il punto di vista di un uomo semplice, un qualunque operaio radicato nel suo paese e nel suo amore familiare che, per quanto distorto, lo caratterizza, finchè non decide di cambiare ed emigrare altrove, per salvare più che sé stesso il proprio matrimonio, la propria casa, la propria identità e dignità, per rispondere a quell’esigenza di cambiamento che ha come punto di svolta un evento drammatico prima e l’arrivo di un nuovo figlio immediatamente dopo.

Allo stesso tempo questo film è la fotografia dell’Italia contemporanea, assuefatta al un non prendersi le proprie responsabilità da una parte e all’essere abituati a subire dall’altra.

Gli attori (Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Tobia De Angelis, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi), guidati dal regista e dalle canzoni dell’album, mettono in scena il paese di oggi, rappresentando egregiamente uno spaccato della società, completa di tutti gli aspetti umani e materiali che normalmente viviamo nel nostro mondo normale. Un mondo bello agli occhi di tutti, ma che diventa cupo e triste agli occhi di chi è precario lavorativamente e corre il rischio di perdere tutto, compromettendo quanto si è costruito nel tempo. Negli occhi di Riko/Accorsi si legge la disperazione dell’essersi perso, la necessità di ritrovarsi, la volontà di volersi ribellare, l’amore di una moglie che fa di tutto per farlo tornare alla vita vera, il capannello degli amici intorno, ognuno con le proprie normali difficoltà.

Quando si entra in una spirale di terrorizzante senso di perdita, l’unica via per salvarsi diventa il cambiamento e se non si può cambiare nel proprio paese, si prova oltreconfine, nonostante le persone ti continuino a chiedere cosa ci fai lì?

Allora si ricomincia a vivere, ripercorrendo le tappe belle della propria vita per riprendere il controllo che si era perso, cambiando nel modo in cui prima non si era immaginato, risvegliandosi convinti di fare qualcosa che prima non si avrebbe avuto il coraggio di fare, ricostruendo quello che si era perso.

E per quanto non si possa dire che la vita è come un film, almeno per un momento possiamo vivere l’idea di ritrovare la stessa speranza di Riko nel riprendere il proprio controllo, per stare bene.

Francesca Tesoro

 

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Sistema Scuola: Alternanza scuola – lavoro, cos’è e come funziona

All’alba di un nuovo anno scolastico, parliamo dell’Alternanza scuola – lavoro in considerazione del fatto che migliaia di studenti si troveranno a viverla durante i prossimi mesi e con loro, i genitori.

Cos’è?

Parliamo di una attività didattica obbligatoria innovativa ed esperienziale dedicata agli studenti iscritti alla terza, quarta e quinta classe delle scuole superiori.

Regolata dalla legge n. 107/2015, meglio conosciuta come la Buona Scuola, ha l’intento di abbattere la distanza tra le scuole superiori e il mondo di lavoro, con lo scopo principale di “far provare” agli studenti il mondo del lavoro al quale si affacceranno dopo il liceo, qualsiasi esso sia. 

Infatti, per far orientare gli studenti rispetto gli ambiti lavorativi di competenza, i vari percorsi, seppur differenziati in base all’indirizzo dell’istituto, sono stati previsti sia per i licei convenzionali che per gli istituti tecnici e professionali.

Inizialmente dedicata agli studenti frequentanti il terzo anno nell’anno scolastico 2015/16, è stata estesa l’anno successivo agli studenti del quarto anno, per riguardare infine tutti quelli iscritti al triennio delle superiori a partire dall’anno 2017/18.

Ciò che differenzia maggiormente la tipologia dell’alternanza scuola-lavoro è la totalità di ore da svolgere durante il triennio: duecento ore per i primi, almeno quattrocento per i secondi.

Ciò che li accomuna sono i periodi in cui può essere svolta e il dove, oltre il fatto che, in modo assolutamente categorico, non determina il sorgere di un rapporto di lavoro tra studente ospitato e partner ospitante.

Che sia durante l’anno, nel periodo generalmente di vacanza o in quelli della normale sospensione didattica, in Italia o all’estero, l’alternanza scuola lavoro può essere svolta con le aziende del terzo settore o con gli ordini professionali,  con  gli istituti pubblici e privati operanti nei settori del patrimonio e delle attività culturali, ambientali artistiche e musicali, nonché con enti di volontariato o di promozione sportiva no profit. 

A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 é istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura un Registro nazionale delle imprese scuola lavoro  per cercare i soggetti che offrono  percorsi di alternanza scuola-lavoro ed apprendistato.

Perchè il sistema fosse completo e totalmente regolamentato, nel dicembre 2017 è stato emanato il Regolamento che definisce la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro con lo scopo principale di informare correttamente studenti e genitori, nel rispetto del dialogo costruttivo e di condivisione che deve essere alla base del rapporto scuola-famiglia.

Questa carta dei diritti e dei doveri prevede che ai ragazzi venga destinato un ambiente di formazione adeguato e sicuro, che miri alla crescita del singolo in modo coerente con il percorso scolastico intrapreso, affiancati da tutor destinati a seguirli durante tutto il periodo e sotto la vigilanza delle commissioni istituite presso ogni ufficio scolastico.

Infine è stato predisposto e previsto tutto l’ambito delle valutazioni di efficacia dell’intero percorso di alternanza scuola lavoro, svolto dallo studente interessato, dal dirigente scolastico che avalla il progetto, dalla commissione scolastica che garantisce e segue il percorso.

Come funziona?

L’alternanza scuola lavoro è un percorso fatto di tappe che lo studente affronta come singolo oppure come gruppo classe. 

Entrambe le tipologie hanno lo scopo di simulare la situazione lavorativa nel suo contesto originario ma, mentre nel primo sarà il singolo a vivere l’esperienza in tutte le sue sfaccettature, nei progetti destinati al gruppo classe ognuno può vivere una esperienza differente contribuendo al raggiungimento di un obiettivo finale comune legato al territorio.

Prima di tutto bisogna scegliere un percorso personalizzato che introdurrà i soggetti in una azienda o in un ente con l’ausilio di un tutor scolastico, il quale seguirà le successive fasi dell’esperienza. 

Scelto il percorso avviene l’incontro  materiale con l’azienda o con l’ente, affinchè lo studente prenda consapevolezza della scelta e sia pronto ad iniziare il percorso, anche e soprattutto dopo aver conosciuto il tutor aziendale o dell’ente. 

La terza fase riguarda invece il così detto piano formativo attraverso cui i vari soggetti coinvolti  stipulano e firmano il progetto dell’alternanza scuola lavoro per il suo svolgimento.

L’ultima fase, non meno importante, è quella della Valutazione finale sia per lo studente che per l’azienda. Il primo sarà valutato dalla scuola e dall’azienda che emetteranno un giudizio  sull’esperienza complessiva dello studente, rilasciando il Certificato delle competenze. La seconda, a sua volta, sarà valutata dalla scuola e dallo studente che dovrà certificare la reale formazione ricevuta.

I primi dati ufficiali

A maggio 2018 è stato rilasciato dal Miur il primo report ufficiale con la raccolta dei dati dell’alternanza scuola-lavoro per l’anno 2016/17 che ha toccato le scuole pubbliche e paritarie italiane, escludendo quelle della Valle d’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano perchè non gestite dall’Anagrafe Nazionale degli Studenti. 

E dunque: 

nell’anno scolastico 2016/17 seimila scuole hanno svolto progetti di Alternanza scuola- lavoro;

più del 94% delle scuole statali in ogni regione ha attivato tali progetti;

76.246 progetti hanno coinvolto 937.976 studenti del triennio, nonostante  l’obbligatorietà non fosse entrata completamente a regime;

Lombardia, Piemonte e Lazio detengono il maggior numero di progetti di alternanza scuola lavoro attivati, mentre in  Molise e  in Umbria sono stati registrati i valori più bassi;

più dell’88% dei progetti hanno una durata annuale e i percorsi sono stati attivati per il 55% nei licei, per il 30% nei tecnici ed il restante 15% negli istituti professionali.

Insomma, un ottimo primo rapporto per questo progetto formativo di massa andato completamente a regime durante il passato anno scolastico, nonostante con l’avvento del nuovo governo si sia parlato di modifiche alla buona scuola.

Vedremo cosa cambierà e, nel frattempo, buon ritorno sui banchi a tutti gli studenti e ai professori, nuovi e vecchi.

Francesca Tesoro

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“Destini e Declini” di Romano Benini

Romano Benini, autore, giornalista economico e docente di politiche del lavoro, aveva già catturato l’attenzione di Sistema Generale quando abbiamo recensito il libro dal titolo “Il fattore umano” nel quale, a quattro mani con Maurizio Sorcioni, ci spiegavano la crisi economica e le ragioni che avevano determinato le difficoltà nel mondo del lavoro.

Nel libro che presentiamo oggi invece,  “Destini e Declini”, pubblicato sempre dalla Donzelli Editore,  questa volta leggiamo una appassionata, intrigante ed affascinante analisi della crisi, non solo economica, dell’Unione Europea.

Vi chiederete, come fa un libro che parla di crisi ad essere definito così positivamente?

Per il parallelismo svelato già dal sottotitolo “L’Europa di oggi come l’Impero romano?”

Benini in modo puntuale ed accurato espone la  crescita e la crisi del continente europeo di oggi instaurando un parallelismo con l’Impero romano, evidenziando dei tratti comuni, nonostante la grande differenza temporale. 

Per quanto possa sembrare strano, è una operazione ben riuscita. 

Analizzando il fastoso passato dell’Impero, culla di straordinari avanzamenti storici e burocratici,  l’autore espone, sempre con una scrittura accessibile, gli avvenimenti recenti di una Europa in difficoltà e spiega cos’è la crisi e il motivo per cui può diventare essa stessa prima declino e poi vera e propria decadenza.

Per prevenire questo assioma declino-decadenza, Benini ne indaga il suo funzionamento, i suoi fattori scatenanti, il significato a livello sociale, perché, come dice lui stesso nell’Introduzione, misurare il mondo europeo attraverso la sua storia e il confronto tra le storie diverse dei popoli che ne fanno parte, serve a rintracciare l’identità e la vocazione europea che al giorno d’oggi sembra essere offuscata dagli eventi materiali ed economici.

Di per sé le crisi sono frutto della difficoltà di affrontare e superare un momento di passaggio e, com’è stato per l’Impero romano, così lo è per l’Europa dei giorni nostri.

Perché il parallelismo con l’Impero romano?

Tanto storicamente quanto di fatto è l’unica grande esperienza sovranazionale del continente che abitiamo e, nel paradosso della distanza temporale, ci sono degli avvenimenti che possono essere messi a confronto e usati come lezione per il nostro prossimo futuro europeo.

Pensiamo all’esempio che riporta lo stesso scrittore: la crisi dell’Impero romano ha le sue radici nell’incapacità di gestire le ondate migratorie dei visigoti che cercavano di invadere massivamente i territori imperiali volendo diventare romani.

Allo stesso modo, la crisi economico-politica dell’Unione Europea è iniziata con il cambio di millennio che ha progressivamente indebolito la nostra identità comune culminata, nel 2008, con la crisi prettamente economica che ha ulteriormente allontanato le nazioni e i popoli tra loro, i quali hanno anche subito il fatto di non essere stati protagonisti di una politica fiscale ed economica condivisa e coordinata anche e soprattutto alla luce dei forti flussi migratori provenienti dai continenti confinanti.

Questo allontanamento ha determinato una successiva crisi di identità europea, facilmente identificabile  con l’emergere del populismo, dei partiti xenofobi, delle ostilità tra i vari paesi. A questi elementi bisogna necessariamente anche affiancare il fatto che in siffatta situazione  sono venute meno anche quelle competenze europee che creavano un valore aggiunto. All’indebolimento delle competenze, dell’identità socio-culturale, del sentirsi integrati in qualcosa di superiore -l’Essere Europa, appunto-, lo stato di crisi è avanzato a dismisura.

Ripercorrere la crisi, il declino e la decadenza che  l’Europa ha già conosciuto durante l’epoca romana,  ci aiuta a capire e chiarire il nostro presente, illuminando e  offrendo nuove strade da percorrere.

In questo contesto di analisi, un  primo passo importante è quello di capire cosa sono realmente la crisi, il declino e la decadenza e quali sono i loro parametri di riferimento.

La crisi è una fase di passaggio e di trasformazione, la perdita di ricchezza umana e sociale che immediatamente si identifica con quella economica, rappresentata dalla perdita di ricchezza e di opportunità ed è per questo motivo che il suo modello di riferimento diventa il capitale economico.

Il declino riguarda la perdita dei legami sociali, della conoscenza e delle relazioni che a loro volta determinano un venir meno della capacità di reagire e quando non si riesce a gestire una singola difficoltà, un problema diventa più invasivo e generale, in grado di aggredire tutto quanto è stato costruito fino ad un determinato momento. Per questa ricostruzione, il parametro di riferimento del declino  diventa quello sociale e culturale: sentendosi meno forti di prima, si perde fiducia, sicurezza e senso del futuro.

La decadenza, infine, è il sintomo del declino divenuto irreversibile e si ha quando diviene ormai difficile e molto complicato, se non impossibile, rideterminare la connessione tra reddito, capacità e conoscenza. Quando la convinzione di costruire il proprio futuro insieme agli altri si trasforma nell’idea opposta che per il proprio futuro si debba per forza di cose andare contro gli altri,  viene meno l’identità comune e di conseguenza ci si chiude e si diventa diffidenti, trasformando tutto ciò che è al di fuori di noi stessi un potenziale nemico. Alla decadenza consegue la disgregazione, come  un vero e proprio processo degenerativo.

In realtà i fattori della crisi, del declino e della decadenza di cui si parla Benini, non sono estrapolati dal solo confronto con la Roma e l’Europa di secoli fa, ma a ben vedere, emergono da un documento ufficiale della Commissione Europea che diventa la chiave di lettura di questo parallelismo storico. Il documento di cui riportiamo noi e di cui l’autore fa una ottima analisi, è il RCI (Regional Competitiveness Index), ovvero il rapporto ufficiale con cui viene misurata la capacità dei singoli paesi europei. Il quando che emerge dal RCI è disarmante. 

Tra i paesi della UE ci sono palesi ed enormi differenze che spesso travalicano i confini nazionali in senso opposto riguardando anche singole regioni degli stati stessi, evidenziando come la fragilità dell’identità economica sociale e culturale sia stata determinata dall’assenza di politiche economiche, culturali e sociali e dal contestuale fallimento delle misure introdotte dal 1999 al 2014 per favorire la coesione tra gli stati. Nonostante i risultati della nuova scommessa di integrazione che riguarda la fascia temporale 2014-2020 non siano ancora evincibili, è chiaro che la mancanza di regole e prospettive comuni sono un fattore costante e che le cose non andranno tanto meglio rispetto ad oggi se non verrà attutato un vero e proprio cambio di rotta. 

Ma l’autore non vuole disegnare solo un quadro a tinte fosche, anzi, nelle pagine di questo libro davvero interessante, ipotizza anche quale sia la via per superare la crisi socio-economico-culturare di cui siamo tutti testimoni.

Quale antidoto al “Destino e al Declino”?

Provate ad immaginare, cos’è che crea l’apertura mentale verso qualcosa di nuovo senza il bisogno di averne paura?

È la formazione che deve partire dal mondo della scuola, dal mondo dell’innovazione che, partendo dai livelli più semplici della società deve creare una nuova forma di relazione. La formazione è la via di fuga da questa crisi perdurante e radicata perché esclusivamente attraverso essa si può (ri)organizzare una Europa sociale per creare una educazione, una integrazione un senso comune e l’apertura verso gli altri, siano essi cittadini europei di nascita, di derivazione o per accoglienza.

Come i romani riuscirono a riemergere dalla crisi nello stesso modo riportando il proprio Impero ai fasti precedenti, così l’Europa di oggi deve ripartire dal basso per costruire nuovamente le identità perdute e questo lo si può fare solo in un modo.

Attraverso la Formazione.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Vacanze Studio 2018, quanti studenti vivranno questa esperienza

A luglio dell’anno scorso abbiamo pubblicato un articolo che parlava delle Vacanze Studio dei ragazzi italiani compresi tra gli otto e i diciotto anni. Abbiamo raccontato cosa significa  per i ragazzi vivere questa esperienza e cosa c’è dietro, parlando dell’approccio sistemico che le società devono attuare necessariamente per organizzarle.

 

Quest’anno, a distanza di dieci mesi torniamo a parlare di questo argomento, ma da un altro punto di vista, quello tecnico.

Cosa avviene, infatti, tecnicamente? Come funziona il bando? Quali sono le tempistiche? E i numeri?

Sono queste le domande a cui cercheremo di rispondere, dati alla mano, forniti direttamente dall’analisi dei bandi e delle graduatorie pubbliche e pubblicate sul sito dell’Inps.

Come si arriva alla vacanza studio

Il bando Estate INPSieme 2018, dedicato ai giovani studenti italiani figli di dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali,  della Gestione Dipendenti Pubblici o iscritti alla Gestione Fondo IPOST, anche quest’anno ha riguardato una nutrita fetta della popolazione iscritta alla scuola primaria e secondaria.

Il concorso, sia per il settore Italia che per quello Estero, è stato pubblicato il 18 gennaio, prevedendo nei due bandi le specifiche riguardanti la contribuzione e i requisiti per fare domanda. Dal mese successivo di febbraio fino al 2 marzo le famiglie hanno avuto il tempo di presentare tutta la documentazione necessaria per rientrare in graduatoria.

Sul finire del mese di marzo sono state pubblicate le graduatorie e le famiglie hanno così preso coscienza se i propri figli fossero o meno tra gli studenti che dovevano iniziare a fare le valigie.

Una volta rientrati in graduatoria, gli interessati hanno dovuto rispettare i tempi molto stretti per prendere accordi con le società organizzatrici dei viaggi e preoccuparsi di pagare i versamenti e i saldi per non perdere il beneficio. 

In attesa dei ripescaggi che inizieranno la settimana prossima, andiamo a vedere i numeri di questo concorsone per studenti.

INPSieme, quali numeri? 

Il settore Italia e il settore Estero sono stati interessati da due bandi differenti reperibili sul sito dell’Inps e, per la stagione 2018, sono stati previsti un totale di 36.250 posti suddivisi in 12.820 per l’Italia e 23.430 per l’Estero.

Grandi numeri di certo, ma i numeri di coloro i quali hanno presentato domanda sono ben superiori e per capire bene, converrà usare qualche schema e qualche tabella.

Iniziamo con lo specificare la differenza tra Italia e Estero.

I soggiorni in Italia riguarderanno gli studenti iscritti alla scuola primaria e alle medie che potranno avvalersi di vacanze da otto o quindici giorni.  Avranno lo scopo far acquisire competenze nei settori relativi allo sport, arte, lingua straniera, scienze e tecnologia o ambiente. Questi ambiti possono svolgersi in accoppiamento e devono prevedere almeno dieci ore settimanali di attività specifiche per ogni tema caratterizzante il soggiorno, dovendo includere attività di conoscenza del territorio ospitante. 

Invece, il bando per l’estero è stato previsto per gli studenti iscritti alle scuole superiori, facendo una divisione tra coloro i quali frequentano il primo anno o quelli successivi. In entrambe i casi sono previsti periodi di permanenza di quindici giorni che permettono di raggiungere mete europee o extraeuropee dove poter studiare la lingua ufficiale del paese di destinazione, alloggiando in college o presso famiglie straniere selezionate. A seconda della destinazione e della tipologia di corso di lingua che le famiglie hanno scelto in accordo con le società, si potranno frequentare corsi linguistici con insegnanti madrelingua più o meno intensivi. In casi determinati, oltre al semplice corso di lingua possono essere svolti corsi dedicati per le certificazioni di lingua internazionali o le famose ore dell’alternanza scuola lavoro. Anche in questa tipologia di soggiorni, particolare importanza e attenzione viene posta sulla conoscenza del paese ospitante attraverso attività di interazione ed escursioni e su profili di internazionalità e scambio culturale. 

Se poi, al di là di questi tecnicismi di cui abbiamo scritto fino ad ora,  la vostra curiosità è tutta per i numeri, vi accontentiamo subito e con due semplici schermi di facile lettura: troverete, da sinistra, indicati i posti in totale messi a concorso per ogni bando, la divisione per categoria con indicati i rispettivi posti disponibili ed infine quante persone  sono rientrate in graduatoria per ogni categoria.

Italia

Estero

 

Non c’è bisogno di ulteriore spiegazione sul valore sociale di questi bandi.

Sostanzialmente, uno studente ogni tre ha potuto fare domanda per accedere ai bandi INPSieme.

Statisticamente un terzo di coloro i quali sono in graduatoria, partiranno. 

Per coloro i quali mancavano i requisiti per partecipare al bando, le società hanno previsto la possibilità di partire come aggregati, cioè partire con l’amichetto, il parente o il conoscente che ha beneficiato del contributo Inps al costo dell’intero pacchetto.

Insomma, anche questa prossima estate gli studenti italiani potranno essere classificati come un popol(ett)o viaggiatore.

Francesca Tesoro

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“Lo stagista inaspettato”: perché il lato umano è sempre la carta vincente

Robert De Niro e Anne Hathaway, diretti da Nancy Meyers, recitano fianco a fianco in questa classica commedia hollywoodiana datata 2015 sul mondo degli affari, frizzante e ironica, gradevole e sorprendentemente convincente.

Se non avete visto questo ve lo raccontiamo senza svelarvi immediatamente i ruoli.

Un’azienda e-commerce di abbigliamento promuove un programma per assumere nuovi stagisti. Una persona risponde ed entra in queso mondo aziendale frenetico e caotico, fatto di giovani e tecnologie avanzate, divenendo lo stagista personale del capo dell’azienda in questione.

Il boss è molto impegnato ed è totalizzato dalla sua azienda che ha ritmi estremamente veloci, al punto da tralasciare la propria vita privata e la famiglia.

Lo stagista è una persona di vecchio stampo, che ama vestirsi bene e con attenzione per fare colpo in un  ambiente super casual. Crede di dover imparare molto e decide con umiltà di (ri)cominciare dalla gavetta. Il suo arrivo nella nuova azienda desta qualche perplessità, non è ritenuto all’altezza ed è visto più come un freno che come un’opportunità, facendo oltretutto parte di un progetto al quale nessuno aveva creduto, soprattutto l’azienda.

Con il tempo però le cose cambiano.

I colleghi lo considerano, gli chiedono consigli, cercano di imitarlo, vogliono imparare da lui. Il capo si rende conto della grandiosa importanza di avere uno stagista che spinge ognuno dei colleghi a dare il meglio di sé,  ad andare oltre gli schermi dei computers per sentirsi coinvolti nel loro lavoro, anche dal punto di vista personale. Insomma, lo stagista diventa il punto di riferimento dell’azienda e non solo.

Sarà che Robert De Niro, capace di rendere plausibile l’improbabile, è lo stagista Ben Whittaker, che alla veneranda età di settant’anni decide di rimettersi in gioco forte della sua esperienza  e Anne Hathaway, bravissima nell’interpretare il capo Jules Ostin, è colei che ammette prima personalmente e poi professionalmente la valenza del fattore umano, ma questo film è una commedia molto profonda.

Una commedia costruita e che segue le reazioni e le relazioni umane che sono alla base dei rapporti personali, di lavoro e aziendali, mantenendo un forte equilibrio tra cuore, commedia e verità.

Il fattore umano di cui parla la pellicola è quello che spesso viene messo da parte nella realtà, che nella storia scritta dalla Meyers fa nascere una profonda amicizia tra Ben e Jules, una amicizia che non punta a secondi fini ma che pone l’accento sull’ascolto e la stima reciproca, sentimenti che normalmente in campo aziendale non sempre vengono ritenuti importanti, ma che invece sono un aspetto fondamentale perché le cose funzionino al meglio.

Ciò che il film fa emergere chiaramente è l’importanza delle persone e della loro umanità che nel mondo del lavoro possono diventare un motore per elevare tutto ciò che gli sta intorno. L’umanità, che spesso viene tralasciata e ritenuta un elemento di debolezza, è invece l’elemento di forza che lo stagista attempato riesce a trasmettere al giovane capo che ha creato la propria azienda da sola e dal nulla, diventando in poco tempo l’elemento fondamentale, il consigliere, il supporto umano tanto dal punto di vista personale che professionale.

Stuzzicati da questo film, abbiamo anche intrapreso una ricerca di questi “stage senior” scoprendo che in realtà non esistono, forse perchè l’idea di stage è direttamente collegata all’epoca dello studio o al momento della primissima formazione lavorativa. Eppure è un peccato perchè si comincia ad invecchiare quando nella vita non si hanno più obiettivi da raggiungere e ritenere che le persone un po’ in là con l’età siano pesi della società (civile e aziendale) non è il massimo, visto che sono loro a detenere la saggezza e l’esperienza.

A ben vedere, nelle precedenti recensioni avevamo già affrontato l’argomento del Fattore Umano, ma non potevamo non recensire un film così gradevole quanto veritiero, per ricordarci che le aziende sono fatte di persone e le persone hanno il solo peso.

Anche nel 2018, dove la frenesia e la necessità di raggiungere traguardi e obiettivi che creano guadagni, spesso mettono da parte ciò che veramente conta. Le persone.

Francesca Tesoro

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La felicità di Wile E. Coyote di Gian Maria Zapelli

Oggi vi parliamo di questo volume edito dalla FrancoAngeli/Trend che ci ha davvero sorpreso. Ammetto di averlo scelto sullo scaffale per la sua copertina e per il suo riferimento a Wile E. Coyote, amato personaggio dei cartoni animati nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, eternamente considerato un fallito  – e abbiate il coraggio di alzare la mano se almeno una volta non lo avete pensato anche voi! – che mette tutte le sue energie negli infiniti tentativi di catturare l’acerrimo e velocissimo nemico Beep Beep, immaginando una lettura veloce e leggera.

In realtà questo libro, sottotitolato Essere fragile e invulnerabile, tutt’è tranne ciò che mi aspettavo, perché l’autore Gian Maria Zapelli, che da più di venti anni realizza eventi formativi e di coaching volti allo sviluppo delle capacità e dei sentimenti necessari in contesti di incertezza e cambiamento, è riuscito a scrivere un volume davvero illuminante.

Seguendo e facendosi guidare da Wile E. Coyote, ci si ritrova a leggere una serie di suggerimenti di altissimo profilo psicologico e pratico che mettono in luce strategie di relazioni con sé stessi e con la realtà che ci circonda, partendo dal presupposto che le nostre debolezze sono ciò che ci caratterizzano come persone e che, soprattutto, possono e dovrebbero essere usate e viste non come un minus ma come un trampolino di lancio.

Noi donne e uomini del terzo millennio, inseriti in un contesto sociale dove tutto ciò che ci classifica come umani in grado di vivere e provare emozioni, ci rende deboli e vulnerabili, dovremmo tenere questo manuale di sopravvivenza alle nostre vulnerabilità sul comodino,  mettendo in pratica ciò che leggiamo.

Sono proprio le nostre fragilità a porci nella condizione di costruire una solidità attraverso l’impegno e il coraggio e sono sempre loro ad essere, paradossalmente, congeniali a renderci protagonisti in questa epoca di vulnerabilità.

Ciò che emerge dalle righe del libro, grazie a Wile E. Coyote e altre figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde, sono le strategie che possono aiutarci a governare il nostro benessere attraverso la capacità di essere fragili, per realizzare quei traguardi che necessariamente ci chiedono di affrontare un mondo indeterminato e imprevedibile.

Ma perché proprio lui?

Wile E. Coyote, perdente invincibile, rappresenta uno straordinario e formidabile esempio di fragilità invulnerabile, espressione di una grandezza eccezionale con capacità organizzative e creative sopra la media che, grazie al modo fantastico in cui usa il coping – le strategie che vengono poste in essere per far fronte ad eventi stressanti e faticosi -, riesce ad affrontare i continui fallimenti – catturare Beep Beep – senza mai perdere di vista il suo obiettivo.

Le sue qualità, la sua ingegnosità nell’ideare sempre nuove trappole, il persistere per raggiungere il suo scopo, dimostrano come la sua vulnerabilità sia al tempo stesso la sua forza, rendendo la sua vita una incessante esperienza di scoperte, creatività, coraggio e mai di reali sconfitte.

Wile E. Coyote è invulnerabile perché è sopra ogni cosa infrangibile, si schianta, precipita, diventa spesso quanto un foglio schiacciato da massi enormi, ma resta sempre integro, in forma e determinato a riprovarci. Ogni volta che non riesce a catturare il suo nemico, non si sente sconfitto, ma fa tesoro di quel fallimento per migliorare la sua tecnica, impegnandosi ed entusiasmandosi, convincendosi che l’idea successiva sarà la migliore, senza rimanere incastrato nelle sue convinzioni e negli schemi che lo circondano – e vi ricordo semplicemente che nella realtà un coyote corre il doppio della velocità di un roadrunner -.

Ecco allora un altro paradosso, la vulnerabilità vista come una fragilità, è invece essa stessa a fornire la possibilità di espandersi, aprirsi a nuove idee, nuove soluzioni, nuove strategie rimaste intentate  fino a quel momento.

Possiamo investire il nostro tempo a riflettere su cosa sia meglio fare e quale sia il modo migliore di farlo o riesaminare ciò che facciamo e, perché no, dubitare di noi stessi; possiamo essere persone che fanno del proprio autocontrollo un modus vivendi  che ci blocca ed incanala in determinate strade; ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è il desiderio, quella motivazione che ci spinge con slancio ed energia e ci permette di affrontare la fatica, di dubitare, frenare, arginare la (contro)forza di volontà che vorrebbe lasciarci incastrati in determinati schemi.

Dobbiamo saperci aprire alle emozioni negative, viverle e non nasconderle dal momento che, per quanto assurdo possa sembrare, è attraverso loro che riusciremo a trovare la strategia più efficace.

Vi chiedete come sia possibile? L’ho fatto anche io e, leggendo le pagine del libro, ho trovato la risposta: essere fragili va bene, ma trasformando la nostra fragilità in condizione di evoluzione, successo o felicità, ci si ritrova a disegnare grandi strategie di successo.

Lo dice anche Zapelli, l’autore di questo fantastico libro, mettendo a paragone quelle figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde di cui parlavo prima: Cenerentola, Superman, Penelope e Lebowsky (…il grande!).

Li conoscete sicuramente!

Cenerentola è una orfana sopraffatta dalla matrigna e dalle sorellastre, resa serva che però, nella sua fragilità riesce a vivere una notte magica e far innamorare un principe. Superman è un solitario e solo è arrivato sulla terra, minacciato e impaurito dalla kryptonite, eppure è un supereroe.

Penelope fa delle sua incoerenza l’arma per sopravvivere e resistere agli attacchi dei Proci che le infestano casa, disfacendo ogni notte ciò che aveva tessuto di giorno.

Lebowsky, personaggio del film anni novanta dei fratelli Coen, è un uomo pigro e nullafacente che è molto più solido eticamente di quanto non si creda.

Pigrizia, solitudine, sopraffazione e incoerenza, non sono aspetti socialmente ritenuti negativi e che rendono vulnerabili le persone? Si, ma sono anche ciò che hanno permesso ai rispettivi personaggi di trovare la strategia vincente per raggiungere il loro obiettivo. Non siete convinti? Bene: Cenerentola ha sposato il principe, Penelope ha riabbracciato Ulisse, Superman salva il mondo e Lebowsky ha riavuto il suo tappeto.

Alla fine resta una domanda:  Wile E. Coyote riuscirà a catturare Beep Beep?

Francesca Tesoro

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“Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” di Gabriele Gabrielli

Scorrendo i precedenti contenuti presenti sulla nostra piattaforma, ricorderete di recensioni che parlano del fattore umano nel sistema aziendale, tanto dal punto di vista del leader e di chi voleva rendere le imprese degli ambienti familiari – pensiamo ad Olivetti – quanto di quello strettamente più legato ai più ampi discorsi delle risorse umane.

Oggi vi presenteremo il libro di Gabriele Gabrielli “Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” edito dalla FrancoAngeli.

Questo volume, completato dalla prefazione di Pier Luigi Celli, fa parte della collana PRL – Persone, Reti, Lavori, diretta dallo stesso Gabrielli e da Laura Borgogni e può essere paragonata ad un vero e proprio laboratorio di ricerca, di sperimentazione e di formazione nel quale, attraverso la sperimentazione, le riflessioni, le ipotesi e le ricerche operative, si vuole creare il pensiero manageriale moderno.

Questo libro si pone l’obiettivo di far capire che la conoscenza non è il mero obiettivo finale del manager e dell’impresa e che da sola a poco serve. Ciò che fa la differenza, come scrive Celli nella prefazione, è il sapere, cioè la capacità di unire le competenze multiple e multidisciplinari che si accumulano e che vanno unite in modo sistemico con la nostra conoscenza ed esperienza, differente da individuo ad individuo. Integrando correttamente tutti questi fattori e predisponendosi mentalmente al fatto che la conoscenza non ha nulla di rituale e standardizzato, ci si renderà conto che diventerà un vero e proprio stile di vita, integrando coerentemente passione e intelligenza.

Partendo dalla considerazione necessaria che viviamo in una epoca di grandi cambiamenti, a volte molto repentini, e che spesso questi processi di cambiamento vanno a toccare non solo gli ambiti professionali ma anche quelli emotivi ed umani, il volume, mette nero su bianco le logiche e gli strumenti che guidano e supportano i programmi di  knowledge e change management. 

La loro conoscenza profonda e sistemica e la capacità di reazione ad essi, punta al non mettere da parte gli interessi e le ragioni che coinvolgono gli individui, per aiutare significativamente coloro i quali hanno sulle proprie spalle responsabilità manageriali.

Così, se nella prima parte del libro vengono affrontati il tema della conoscenza e quello del cambiamento da un punto di vista strettamente teorico, grazie al contributo di numerosi ed autorevoli professionisti e studiosi, nella seconda parte sono narrate le storie di alcune delle più grandi imprese internazionali ed italiane  – PosteItaliane, Finmeccanica, Colgate-Palmolive, SwissRe – che hanno incentrato le loro azioni manageriali proprio sull’assioma  knowledge e change management.

Quello che emerge è che la conoscenza, ricchezza inesauribile, necessariamente deve essere associata alla responsabilità prima etica e poi economica del manager nel creare una condizione organizzativa e sociale tale per cui nessun sia escluso, auspicando la massima partecipazione di tutti al processo aziendale. Perché?

Perché in un momento storico in cui tutto subisce una trasformazione che si incunea in ogni interstizio sociale, riuscendo a modificare la capacità di scelta, di pensiero, degli atteggiamenti, delle pratiche, dei comportamenti sociali e lavorativi, la tecnologia prende il sopravvento come longa manus del controllo, gli individui sono sempre meno considerati – creando una vera e propria stress economy parallela – e le aziende spostano il focus delle loro azioni strategiche e organizzative  più all’esterno che all’interno, quando dovrebbero fare al contrario.

Infatti, primariamente un manager dovrebbe essere a conoscenza –knowledgedi tutte le competenze, risorse e capacità di cui dispone, trasformandole nel vantaggio competitivo della propria azienda. Le specializzazioni, le innovazioni, le efficienze  sono, innegabilmente, i fattori fondamentali che cerano il successo di una impresa e fanno la differenza tra il successo e il fallimento dell’organizzazione.

Il secondo aspetto è invece legato alla capacità di saper “cambiare pelle”-change management– insieme agli altri e mai da soli, sapendo guardare alla realtà che cambia, non dimenticandosi del fattore umano che si ha tra le mani e delle dinamiche di gruppo che convivono nelle realtà aziendali, perché gestire il cambiamento, non significa seguire una scaletta prefissata, ma è piuttosto la capacità di essere “fermamente elastici”, sapendo costruire il futuro dal proprio passato ed essendo competenti nella comunicazione e nello sviluppo di un sentimento nuovo legato all’azienda che cambia, aiutando le persone a sentirsi all’altezza del cambiamento.

I processi di  knowledge e change management analizzati in questo libro, sia dal punto di vista teorico che da quello tecnico-pratico, ci permettono dunque di fare alcune considerazioni.

Knowledge e change management:

 

  • devono andare di pari passo con la formazione e la comunicazione che dovranno essere sempre più intersecate tra loro per dare vita a progetti comuni;
  • dovranno (ri)creare l’equilibrio e la compatibilità tra il vecchio e il nuovo, perché il raggiungimento dei risultati organizzativi è strettamente legato all’attività congiunta delle persone e alle sinergie di funzioni, scopi e competenze presenti nell’azienda;
  • devono essere progettuali ed intenzionali, fortemente strutturati, formalizzati e calati nella realtà organizzativa obiettivo del cambiamento stesso perché siano compresi appieno e portati avanti in modo unitario;
  • non devono mai dimenticare la crescente importanza della ridefinizione delle politiche di sviluppo del settore HR.

Insomma, se pensavate che fare il manager significasse stare comodamente seduti ad una scrivania direzionale sulla quale poter anche poggiare i piedi e “dirigere il traffico” della vostra azienda, avete sbagliato mestiere.

Francesca Tesoro

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Legge di Bilancio 2018: lavoro e sostegno alle imprese

Nelle pagine digitali di Sistema Generale spesso abbiamo affrontato temi legati al lavoro e, visti i tempi ormai maturi, abbiamo pensato di concentrarci nuovamente su questo aspetto.

Questa volta però lo faremo, dati alla mano e più tecnicamente.

Infatti  dal 1° gennaio di questo anno, è in vigore la Legge di Bilancio 2018, comprensiva del bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e quello pluriennale per il triennio 2018-2020.

Tale combinata legislativa, contempla argomenti che vanno dal lavoro al turismo passando per le politiche volte al sostegno della famiglia e alle imprese.

Durante la conferenza stampa di lancio della nuova manovra di bilancio ad ottobre 2017, il Governo ha presentato la previsione degli investimenti in favore delle politiche per i giovani, specificando l’utilizzo di 300 milioni per il 2018, 800 milioni per il 2019 e 1,2 miliardi nel 2020, prevedendo inoltre come strutturale lo sgravio fissato al 50% per incentivare le occupazioni dei giovani. L’obiettivo è quello di garantire ai giovani la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, dipendente o autonomo che sia, abbreviando il lasso temporale tra il raggiungimento del titolo di studio e il primo impiego, passando per la stabilizzazione dei contratti di apprendistato, senza sottovalutare il passaggio del concetto di “giovane” dagli under 30 agli under 35 (anche se solo per il 2018).

Una previsione importante dunque, per rimettere in piedi il nostro paese permettendo ai giovani di potersi costruire una propria strada lavorativa qui senza il bisogno di emigrare altrove.

Legge di Bilancio 2018 

Prima di tutto, spieghiamo cos’è la legge di bilancio.

Si tratta di un documento contabile preventivo previsto dalla Costituzione all’art.81, con il quale viene comunicato al Parlamento la previsione delle spese pubbliche e delle entrate previste per l’anno successivo, non introduce nuove tasse e spese ma anticipa le coperture finanziarie necessarie per gli interventi legislativi dell’anno successivo.

Ora, analizziamo la Legge di Bilancio 2018 concentrandoci sugli aspetti collegati al mondo del lavoro e delle imprese rimandando, per chi volesse, alla lettura dell’intero testo normativo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Lavoro e Formazione 

Sono riconosciuti sgravi contributivi pari al 50% per i datori di lavoro privati che assumono lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato, per un periodo massimo di trentasei mesi. Tale sgravio che spetta per i giovani non occupati già a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro under 30, si estende anche agli under 35 purchè assunti entro il  31 dicembre 2018.

Lo sgravio contributivo sale al 100% per quei datori di lavoro privati che assumono gli studenti già entrati negli ambienti aziendali grazie all’alternanza scuola-lavoro o ai periodi di apprendistato.

Per  coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali under 40 invece è stato previsto l’esonero contributivo.

Permangono le dispense contributive stabilite nel 2017 per l’assunzione delle donne, dei soggetti over 55 e dei lavoratori in cassa integrazione.

Aspetto di grande novità è poi la previsione delle agevolazioni per favorire l’assunzione di lavoratori in procedura di ricollocazione, per i quali è previsto uno  sgravio contributivo parziale e l’introduzione di incentivi per le cooperative che assumono donne e rifugiati.

Sono inoltre stabiliti la promozione e il coordinamento delle politiche per la formazione, il cofinanziamento del Programma Erasmus, la proroga al 31 dicembre 2019 per l’istituto sperimentale dell’APE volontaria con l’ampliamento dei beneficiari dell’Ape sociale, le assunzioni straordinarie nelle Forze di Polizia e Vigili del fuoco, nonché il rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione.

Sostegno alle Imprese

Con la manovra 2018 vengono destinati 330 milioni di euro per il periodo 2018-2023 al sostegno dei finanziamenti agevolati per gli investimenti delle micro, piccole e medie imprese.

Viene previsto un credito di imposta  del 40% fino a un massimo di 300.000 euro per la formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie rientranti nel Piano Nazionale Impresa 4.0.

E’ istituito il Fondo Imprese Sud dal valore di 150 milioni di euro per la crescita delle piccole e medie imprese e altri duecento milioni di euro sono invece stati destinati alla garanzia del credito gestito dal Medio Credito Centrale – Banca del Mezzogiorno.

Previsto inoltre uno stanziamento per il Fondo per la crescita sostenibile per le grandi imprese in difficoltà finanziarie, con l’intento di fornire un sostegno economico concreto per agevolare la continuazione delle attività produttive e mantenere stabili i livelli occupazionali.

E’ stato poi istituito un Fondo per lo sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività, per finanziare progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia dal valore di 5 milioni di euro per l’anno 2018, 125 milioni di euro per il 2019 e 175 milioni di euro per il 2020. L’Ente Nazionale per il Microcredito sarà beneficiario di un contributo annuale di 600 mila euro a decorrere dal 2018 per la creazione della nuova auto imprenditorialità e del lavoro autonomo per garantire l’accesso agli strumenti di micro finanza. Infine, è stato deciso di rifinanziare con 7 milioni di euro per il periodo  2018-2020 la quota delle risorse stanziate per l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane destinandoli all’Associazione delle camere di commercio italiane all’estero per sostenere la promozione del Made in Italy e attrarre investimenti di partner stranieri.

Insomma, le ottime previsioni per un 2018 favorevole ci sono. Vedremo cosa ci racconteranno i dati di fine anno.

Francesca Tesoro

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Sistema Salute: Vaccini, tra fake news, realtà e la Legge n.119/2017

Vaccini Si o Vaccini no?

Non serve arrivare in fondo all frase che già si crea scompiglio. Il problema vero è capire cosa significa vaccinarsi, perché è una cosa tanto importante da essere, di contro, manipolata e messa in testa a manifestazioni di pensiero più o meno corrette e facilmente strumentalizzabili. Quanto è vero che i vaccini sono solo business e malefico inganno per alcuni e nuovo antidoto per la sopravvivenza del genere umano per altri?

Proviamo a mettere le cose nero su bianco, parlando di questo argomento con l’obiettività e l’approccio sistemico che ci contraddistingue.

Prima di tutto, ricordiamo(ci) l’importanza della vaccinazione e delle campagne di sensibilizzazione che si sono avute nella storia.

A voler essere precisi, già nell’Antica Grecia, Tucidide, storico dell’epoca, aveva osservato che i sopravvissuti all’epidemia di vaiolo del 429 d.C., erano diventati immuni alle ricadute della stessa  malattia. Nelle zone orientali del mondo, invece si cercava di trovare una soluzioni alle falcidianti epidemie procedendo per tentativi, immunizzando le persone attraverso il contagio con il contatto diretto di soggetti malati nella speranza che poi sopravvivessero gli uni e gli altri, ma senza che tutto ciò avesse  una  struttura  ben delineata.

Bisogna arrivare nella seconda metà del 1700 per incontrare il padre della vaccinazione, Edward Jenner, un medico inglese il quale per primo osservò come i contadini contagiati dalla variante bovina del vaiolo non si ammalavano e non contraevano la versione umana del virus, decisamente più grave. Così nel 1796, Jenner tentò l’immunizzazione di un bambino di otto anni, James Phipps, iniettandogli prima del materiale infetto prelevato precedentemente da una donna ammalata di vaiolo bovino e, mesi dopo, inoculandogli del pus vaioloso umano. Il secondo virus non attecchì e James sopravvisse all’ondata della pestilenza uscendone completamente illeso, divenendo così il primo soggetto vaccinato.

Tre anni più tardi, siamo nel 1799, in Italia, Luigi Sacco medico della Repubblica Cisalpina, vaccinò  prima sé stesso e poi cinque bambini con il vaiolo bovino, verificando l’immunità propria e dei piccoli pazienti al vaiolo umano, proprio come aveva fatto Jenner. Dato il grandioso risultato, in meno di dieci anni furono vaccinati nel Regno d’Italia più di un milione e mezzo di persone. La vaccinazione anti vaiolo fu estesa anche al Regno delle Due Sicilie e, con l’Unità d’Italia, divenne obbligatoria per tutti i nati dal 1888.

Proseguendo, l’ottocento fu il secolo dei grandi progressi sanitari.

Nel 1880, Emil Adolf von Behring, grazie alla collaborazione con il collega giapponese Shibasaburo Kitasato a Berlino, riuscì ad immunizzare da tetano e difterite un animale sfruttando il siero ematico infetto di un altro animale, mettendo in essere una  pratica tanto preventiva quanto curativa (quando le iniezioni avvenivano nella primissima fase sintomatica della malattia).

Nello stesso periodo, il medico tedesco Robert Koch,  riuscì ad individuare la tubercolosi e il colera, mentre tra il 1879 e il 1885 il francese Louis Pasteur, risolse diverse infezioni batteriche (antrace e rabbia) creando vaccini da batteri indeboliti in laboratorio che determinavano l’immunità del corpo umano riducendo le reazioni violente dell’organismo umano a quei determinati batteri.

L’orologio della storia andava inesorabilmente avanti e nel primo novecento in Europa e negli Stati Uniti si susseguirono epidemie di poliomielite che, tra gli anni quaranta e cinquanta, uccideva o – nella migliore delle ipotesi – , lasciava paralizzate circa mezzo milione di persone ogni anno. Così, data la necessità di combattere il dilagare di questa malattia, due grandi scienziati americani decisero di trovare una soluzione scegliendo strade diverse. Il primo fu Jonas Salk che nel 1955 creò  un vaccino da somministrare con iniezione. Il secondo, nel 1957, fu Albert Sabin che riuscì a sintetizzare un vaccino da somministrare per via orale. Tra i due fu ritenuto migliore il secondo e nel 1963 iniziò una campagna di vaccinazione mondiale che ridusse drasticamente i casi di poliomielite nel mondo e permise di debellare la malattia in Europa.

Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso fu poi il momento del primo vaccino contro il morbillo (1963) e a seguire quelli contro parotite (1967) e rosolia (1969). Il microbiologo americano Maurice Hilleman riuscì a combinarli insieme e, nel 1971, diede vita al vaccino conosciuto come trivalente e, negli anni successivi, sviluppò anche quelli contro epatite A, epatite B, varicella, meningite, polmonite e contro il batterio dell’influenza.

Volendo tirare le fila di questa breve sintesi storica, il vaiolo in meno di cento anni fu debellato e dichiarato sconfitto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1979, Pasteur diede vita alle vaccinazioni di massa migliorando decisamente lo stato della salute del mondo occidentale, se non fosse stato per i vaccini antipolio la metà della popolazione sarebbe rimasta uccisa o lesionata a vita, le scoperte vaccinali della metà del novecento continuano a proteggerci nonostante siano passati quasi cinquant’anni.

Allora, perché si discute tanto sui vaccini?

Anche se da molti decenni i vaccini hanno permesso di debellare le malattie e salvare milioni di vite umane, quello che oggi fa la differenza è la disinformazione che serpeggia tra le persone grazie alla rete che non sempre è usata nel modo giusto e che, a detta degli esperti, è tanto pericolosa quanto falsa. Il vero problema sta nel fatto che è (fin troppo) facile “buttare” nella rete fake news dalle quali diventa difficile difendersi, soprattutto quando sono ben costruite e seguono il comune sentire, riuscendo a rendere vero qualcosa che vero non è.

Andrea Grignolio, autore del libro “Chi ha paura dei vaccini?” e docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, intervistato da Valentina Stella, alla domanda su quale fosse il peso di internet circa la disinformazione in materia di vaccini, ha risposto che “tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche”.

In questo mare di disinformazione emerge la figura di Roberto Burioni, professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, divenuto paladino e volto della compagna pro vaccini che quotidianamente combatte con coloro i quali le vaccinazioni “proprio non le vuole capire” – come recita il sottotitolo del suo libro “Il vaccino non è un’opinione” -, nato dall’esigenza di dare un’informazione corretta e comprensibile, basata sulla verità scientifica costituita dai fatti, nonostante la difficoltà di far capire alle persone il metodo scientifico. Divenuto famoso negli ultimi tempi per le sue risposte piccate ma garbate a chi spara falsità sui canali di comunicazione di massa, Burioni spiega molto bene nel suo libro le ragioni scientifiche alla base della necessità di vaccinare i bambini.

Da padre poi sostiene che vaccinare è un atto d’amore nei confronti dei propri figli,  da virologo lo ritiene un atto di protezione individuale e un atto di responsabilità sociale, perché se tutti si vaccinano la nostra comunità non consente la circolazione dei batteri del virus, proteggendo chi non può essere vaccinato. Scegliere di non vaccinare è irrazionale e ingiustificato. Prevenzione è la parola chiave e fondamentale, è l’arma migliore e passa attraverso le campagne di vaccinazione, non dovendo aspettare la recrudescenza di una determinata malattia per tornare a vaccinarsi. Lo stato deve proteggere i più deboli e sta allo stato imporre ai propri cittadini negligenti l’obbligo di farlo per tutelare i singoli e la collettività.

E proprio perchè in rete si ritrovano notizie false e terrificanti, Faq più o meno attendibili, facciamo un elenco delle risposte scientifiche alle contraddizioni più diffuse  sulla questione:

  • Le vaccinazioni non indeboliscono o sovraccaricano il sistema immunitario, anzi lo aiutano e preparano il corpo a gestire un futuro contatto con quella malattia evitando effetti letali, prevenendo le patologie e le complicazioni conseguenti più gravi;
  • Ritardare le vaccinazioni non è un vantaggio, anzi lasciare un bambino scoperto e suscettibile di contrarre malattie può determinare anche effetti letali;
  • I vaccini, in quanto farmaci, possono avere degli effetti indesiderati che sono generalmente lievi, transitori e mai gravi;
  • Ricerche epidemiologiche  hanno smentito nessi di correlazione tra i vaccini e situazioni patologiche, quali allergie, asma, autismo, malattie intestinali infiammatorie, epilessia, sclerosi multipla, morte in culla e diabete;
  • La comune credenza che il vaccino della trivalente causi autismo ha alla base una frode scientifica creata ad arte nel 1998 dal medico che aveva intenzione di brevettare un nuovo tipo di vaccino;
  • Se un determinato vaccino è in commercio è perché ha superato tutti gli step di controllo ed è ritenuto valido prima, durante e dopo tutte le sue fasi di somministrazione, quindi è ritenuto efficace per via del numero di malattie infettive di cui ha frenato l’incidenza;
  • Le aziende farmaceutiche guadagnano molto di più con la vendita e la produzione dei farmaci comuni che con i vaccini, eppure gli anti vaccinisti continuano a sostenere il contrario millantando complotti tra le grandi multinazionali farmaceutiche e gli stati;
  • Per ogni euro speso in vaccini se ne risparmiano almeno trenta in cure e il vero affare per le case farmaceutiche sono gli individui non vaccinati, considerando che nel 2015 il fatturato dipendente dai vaccini è stato pari all’1,4% della spesa farmaceutica italiana;
  • “È stato stimato che se non fosse per le vaccinazioni infantili (contro difterite, pertosse, morbillo, parotite, il vaiolo, e rosolia, nonché la protezione offerta dai vaccini contro il tetano, il colera, la febbre gialla, la poliomielite, l’influenza, l’epatite B, la polmonite batterica , e la rabbia) i tassi di mortalità dell’infanzia probabilmente sarebbero tra il 20 e il 50%. Infatti, nei paesi in cui la vaccinazione non è praticata, i tassi di mortalità tra i neonati ed i bambini piccoli rimangono in quel livello”. (Irwin W. Sherman, Twelve Diseases That Changed Our World, 2007, p. 66);
  • Le sanzioni per genitori che non vaccinano i figli non esistono solo in Italia. Per esempio: Usa, Canada e Giappone proibiscono l’ingresso a scuola dei bambini non immunizzati, l’Australia sottrae gli assegni familiari oltre che l’accesso a una serie di servizi statali a chi non vaccina i figli, la Germania multa fino a 2.500€ i genitori che non immunizzano i minori;
  • Negli altri paesi (non solo europei) i genitori, grazie anche al loro senso di responsabilità, vaccinano spontaneamente i figli e non serve alcuna obbligatorietà da parte dello stato per raggiungere l’immunità di gregge necessaria a fermare il diffondersi delle malattie e a garantire la salute pubblica;
  • Non è vero che in Italia ci sono più vaccini obbligatori che negli altri stati (europei) per puri interessi economici, ma  è stata necessaria l’emanazione del decreto legge n.73/2017 sulle vaccinazioni.

Legge n.119/2017, perché?

A ben vedere la soluzione a questa domanda la si trova nelle prime righe dello schema del Decreto Legge n.73/2017 convertito poi nella legge 119.

Nell’incipit, infatti, viene riportata“la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni dirette a garantite in maniera omogenea sul territorio nazionale le attività dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica e di assicurare il costante mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale; ritenuto altresì necessario garantire il rispetto degli obblighi assunti e delle strategie concordate a livello europeo e internazionale e degli obiettivi comuni fissati nell’area geografica europea”.

Spieghiamo meglio.

Nel nostro paese, dal 2013 si è registrato un calo progressivo del ricorso ai vaccini, arrivando a non garantire più la copertura della soglia minima del 95% della popolazione raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e professore di patologia, ha ricordato come la stessa Oms nel mese di aprile dello scorso anno abbia ammonito il nostro paese per questo calo della copertura vaccinale, dichiarando l’Italia seconda solo alla Romania per i casi registrati di morbillo.

Di conseguenza, è stato necessario emanare un documento legislativo che garantisse il ricorso alle vaccinazioni, aumentandone il numero di quelle obbligatorie, con l’intento e la necessità ulteriore di contrastare la cosiddetta “esitazione vaccinale” che ha spinto  molte persone a non vaccinare i propri figli o se stessi.

Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, riconduce questa tendenza ad una duplice ragione: la prima dipendente dai presunti rischi di danni neurologici e autismo legati alla somministrazione di vaccini – teoria questa già invalidata -, la seconda dovuta alla bassa percezione dei rischi delle malattie avendo dimenticato quanto siano potenzialmente gravi e pericolose.

Il problema però sta nel fatto che se la popolazione non si vaccina e non si mantiene quella soglia raccomandata del 95%, le malattie torneranno a riemergere, con conseguenze estremamente gravi, scegliendo come vittime primarie i soggetti non vaccinati per scelta o per necessità.

Purtroppo, le persone non capiscono la validità e la necessità di una cosa di cui non hanno diretta, immediata e tangibile ricaduta sul proprio piccolo,  finchè qualcuno (in questo caso lo Stato) non li obbliga e, perché un obbligo sia valido, sono necessarie altrettante sanzioni.

Solo così può interrompersi quel circolo vizioso di noncuranza verso il bene pubblico che ha poi ricadute sul bene di ogni singolo individuo.

È innegabile che le vaccinazioni, nell’ultimo secolo, hanno migliorato la salute del mondo, abbassando decisamente il numero di morti e forme di disabilità legate a patologie endemiche ed infettive. Grazie alle campagne di vaccinazione è stato possibile, sempre nell’arco di tempo, debellare completamente alcune malattie infettive, mentre altre sono prossime all’eliminazione.

Il mantenimento del successo delle vaccinazioni e di una medio alta salute pubblica passa attraverso il maggior numero possibile di persone vaccinate. Se si abbassasse il livello di attenzione su questo argomento, infatti, si correrebbe il rischio di far riemergere patologie che si credono eliminate a causa dell’abbassamento della soglia della popolazione vaccinata.

Oltretutto, è comprovato che, se la percentuale di persone vaccinate supera la soglia del 95% ed è prossima al 100% un determinato agente infettivo non può più circolare, garantendo così la protezione di tutti, compresi quei soggetti che non possono vaccinarsi per pregresse patologie mediche o per età (Immunità di Gregge).

In conclusione, la vaccinazione non è solo una protezione del singolo, ma risulta essere soprattutto un atto di profondo senso civico che contribuisce a migliorare il livello di salute dell’intera comunità….E ricordatevi che il 10 marzo scade il termine per mettersi in regola e consegnare alle scuole l’idonea documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie, altrimenti niente scuola!

Francesca Tesoro

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