“Destini e Declini” di Romano Benini

Romano Benini, autore, giornalista economico e docente di politiche del lavoro, aveva già catturato l’attenzione di Sistema Generale quando abbiamo recensito il libro dal titolo “Il fattore umano” nel quale, a quattro mani con Maurizio Sorcioni, ci spiegavano la crisi economica e le ragioni che avevano determinato le difficoltà nel mondo del lavoro.

Nel libro che presentiamo oggi invece,  “Destini e Declini”, pubblicato sempre dalla Donzelli Editore,  questa volta leggiamo una appassionata, intrigante ed affascinante analisi della crisi, non solo economica, dell’Unione Europea.

Vi chiederete, come fa un libro che parla di crisi ad essere definito così positivamente?

Per il parallelismo svelato già dal sottotitolo “L’Europa di oggi come l’Impero romano?”

Benini in modo puntuale ed accurato espone la  crescita e la crisi del continente europeo di oggi instaurando un parallelismo con l’Impero romano, evidenziando dei tratti comuni, nonostante la grande differenza temporale. 

Per quanto possa sembrare strano, è una operazione ben riuscita. 

Analizzando il fastoso passato dell’Impero, culla di straordinari avanzamenti storici e burocratici,  l’autore espone, sempre con una scrittura accessibile, gli avvenimenti recenti di una Europa in difficoltà e spiega cos’è la crisi e il motivo per cui può diventare essa stessa prima declino e poi vera e propria decadenza.

Per prevenire questo assioma declino-decadenza, Benini ne indaga il suo funzionamento, i suoi fattori scatenanti, il significato a livello sociale, perché, come dice lui stesso nell’Introduzione, misurare il mondo europeo attraverso la sua storia e il confronto tra le storie diverse dei popoli che ne fanno parte, serve a rintracciare l’identità e la vocazione europea che al giorno d’oggi sembra essere offuscata dagli eventi materiali ed economici.

Di per sé le crisi sono frutto della difficoltà di affrontare e superare un momento di passaggio e, com’è stato per l’Impero romano, così lo è per l’Europa dei giorni nostri.

Perché il parallelismo con l’Impero romano?

Tanto storicamente quanto di fatto è l’unica grande esperienza sovranazionale del continente che abitiamo e, nel paradosso della distanza temporale, ci sono degli avvenimenti che possono essere messi a confronto e usati come lezione per il nostro prossimo futuro europeo.

Pensiamo all’esempio che riporta lo stesso scrittore: la crisi dell’Impero romano ha le sue radici nell’incapacità di gestire le ondate migratorie dei visigoti che cercavano di invadere massivamente i territori imperiali volendo diventare romani.

Allo stesso modo, la crisi economico-politica dell’Unione Europea è iniziata con il cambio di millennio che ha progressivamente indebolito la nostra identità comune culminata, nel 2008, con la crisi prettamente economica che ha ulteriormente allontanato le nazioni e i popoli tra loro, i quali hanno anche subito il fatto di non essere stati protagonisti di una politica fiscale ed economica condivisa e coordinata anche e soprattutto alla luce dei forti flussi migratori provenienti dai continenti confinanti.

Questo allontanamento ha determinato una successiva crisi di identità europea, facilmente identificabile  con l’emergere del populismo, dei partiti xenofobi, delle ostilità tra i vari paesi. A questi elementi bisogna necessariamente anche affiancare il fatto che in siffatta situazione  sono venute meno anche quelle competenze europee che creavano un valore aggiunto. All’indebolimento delle competenze, dell’identità socio-culturale, del sentirsi integrati in qualcosa di superiore -l’Essere Europa, appunto-, lo stato di crisi è avanzato a dismisura.

Ripercorrere la crisi, il declino e la decadenza che  l’Europa ha già conosciuto durante l’epoca romana,  ci aiuta a capire e chiarire il nostro presente, illuminando e  offrendo nuove strade da percorrere.

In questo contesto di analisi, un  primo passo importante è quello di capire cosa sono realmente la crisi, il declino e la decadenza e quali sono i loro parametri di riferimento.

La crisi è una fase di passaggio e di trasformazione, la perdita di ricchezza umana e sociale che immediatamente si identifica con quella economica, rappresentata dalla perdita di ricchezza e di opportunità ed è per questo motivo che il suo modello di riferimento diventa il capitale economico.

Il declino riguarda la perdita dei legami sociali, della conoscenza e delle relazioni che a loro volta determinano un venir meno della capacità di reagire e quando non si riesce a gestire una singola difficoltà, un problema diventa più invasivo e generale, in grado di aggredire tutto quanto è stato costruito fino ad un determinato momento. Per questa ricostruzione, il parametro di riferimento del declino  diventa quello sociale e culturale: sentendosi meno forti di prima, si perde fiducia, sicurezza e senso del futuro.

La decadenza, infine, è il sintomo del declino divenuto irreversibile e si ha quando diviene ormai difficile e molto complicato, se non impossibile, rideterminare la connessione tra reddito, capacità e conoscenza. Quando la convinzione di costruire il proprio futuro insieme agli altri si trasforma nell’idea opposta che per il proprio futuro si debba per forza di cose andare contro gli altri,  viene meno l’identità comune e di conseguenza ci si chiude e si diventa diffidenti, trasformando tutto ciò che è al di fuori di noi stessi un potenziale nemico. Alla decadenza consegue la disgregazione, come  un vero e proprio processo degenerativo.

In realtà i fattori della crisi, del declino e della decadenza di cui si parla Benini, non sono estrapolati dal solo confronto con la Roma e l’Europa di secoli fa, ma a ben vedere, emergono da un documento ufficiale della Commissione Europea che diventa la chiave di lettura di questo parallelismo storico. Il documento di cui riportiamo noi e di cui l’autore fa una ottima analisi, è il RCI (Regional Competitiveness Index), ovvero il rapporto ufficiale con cui viene misurata la capacità dei singoli paesi europei. Il quando che emerge dal RCI è disarmante. 

Tra i paesi della UE ci sono palesi ed enormi differenze che spesso travalicano i confini nazionali in senso opposto riguardando anche singole regioni degli stati stessi, evidenziando come la fragilità dell’identità economica sociale e culturale sia stata determinata dall’assenza di politiche economiche, culturali e sociali e dal contestuale fallimento delle misure introdotte dal 1999 al 2014 per favorire la coesione tra gli stati. Nonostante i risultati della nuova scommessa di integrazione che riguarda la fascia temporale 2014-2020 non siano ancora evincibili, è chiaro che la mancanza di regole e prospettive comuni sono un fattore costante e che le cose non andranno tanto meglio rispetto ad oggi se non verrà attutato un vero e proprio cambio di rotta. 

Ma l’autore non vuole disegnare solo un quadro a tinte fosche, anzi, nelle pagine di questo libro davvero interessante, ipotizza anche quale sia la via per superare la crisi socio-economico-culturare di cui siamo tutti testimoni.

Quale antidoto al “Destino e al Declino”?

Provate ad immaginare, cos’è che crea l’apertura mentale verso qualcosa di nuovo senza il bisogno di averne paura?

È la formazione che deve partire dal mondo della scuola, dal mondo dell’innovazione che, partendo dai livelli più semplici della società deve creare una nuova forma di relazione. La formazione è la via di fuga da questa crisi perdurante e radicata perché esclusivamente attraverso essa si può (ri)organizzare una Europa sociale per creare una educazione, una integrazione un senso comune e l’apertura verso gli altri, siano essi cittadini europei di nascita, di derivazione o per accoglienza.

Come i romani riuscirono a riemergere dalla crisi nello stesso modo riportando il proprio Impero ai fasti precedenti, così l’Europa di oggi deve ripartire dal basso per costruire nuovamente le identità perdute e questo lo si può fare solo in un modo.

Attraverso la Formazione.

Francesca Tesoro

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Sistema Scuola: Vacanze Studio 2018, quanti studenti vivranno questa esperienza

A luglio dell’anno scorso abbiamo pubblicato un articolo che parlava delle Vacanze Studio dei ragazzi italiani compresi tra gli otto e i diciotto anni. Abbiamo raccontato cosa significa  per i ragazzi vivere questa esperienza e cosa c’è dietro, parlando dell’approccio sistemico che le società devono attuare necessariamente per organizzarle.

 

Quest’anno, a distanza di dieci mesi torniamo a parlare di questo argomento, ma da un altro punto di vista, quello tecnico.

Cosa avviene, infatti, tecnicamente? Come funziona il bando? Quali sono le tempistiche? E i numeri?

Sono queste le domande a cui cercheremo di rispondere, dati alla mano, forniti direttamente dall’analisi dei bandi e delle graduatorie pubbliche e pubblicate sul sito dell’Inps.

Come si arriva alla vacanza studio

Il bando Estate INPSieme 2018, dedicato ai giovani studenti italiani figli di dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali,  della Gestione Dipendenti Pubblici o iscritti alla Gestione Fondo IPOST, anche quest’anno ha riguardato una nutrita fetta della popolazione iscritta alla scuola primaria e secondaria.

Il concorso, sia per il settore Italia che per quello Estero, è stato pubblicato il 18 gennaio, prevedendo nei due bandi le specifiche riguardanti la contribuzione e i requisiti per fare domanda. Dal mese successivo di febbraio fino al 2 marzo le famiglie hanno avuto il tempo di presentare tutta la documentazione necessaria per rientrare in graduatoria.

Sul finire del mese di marzo sono state pubblicate le graduatorie e le famiglie hanno così preso coscienza se i propri figli fossero o meno tra gli studenti che dovevano iniziare a fare le valigie.

Una volta rientrati in graduatoria, gli interessati hanno dovuto rispettare i tempi molto stretti per prendere accordi con le società organizzatrici dei viaggi e preoccuparsi di pagare i versamenti e i saldi per non perdere il beneficio. 

In attesa dei ripescaggi che inizieranno la settimana prossima, andiamo a vedere i numeri di questo concorsone per studenti.

INPSieme, quali numeri? 

Il settore Italia e il settore Estero sono stati interessati da due bandi differenti reperibili sul sito dell’Inps e, per la stagione 2018, sono stati previsti un totale di 36.250 posti suddivisi in 12.820 per l’Italia e 23.430 per l’Estero.

Grandi numeri di certo, ma i numeri di coloro i quali hanno presentato domanda sono ben superiori e per capire bene, converrà usare qualche schema e qualche tabella.

Iniziamo con lo specificare la differenza tra Italia e Estero.

I soggiorni in Italia riguarderanno gli studenti iscritti alla scuola primaria e alle medie che potranno avvalersi di vacanze da otto o quindici giorni.  Avranno lo scopo far acquisire competenze nei settori relativi allo sport, arte, lingua straniera, scienze e tecnologia o ambiente. Questi ambiti possono svolgersi in accoppiamento e devono prevedere almeno dieci ore settimanali di attività specifiche per ogni tema caratterizzante il soggiorno, dovendo includere attività di conoscenza del territorio ospitante. 

Invece, il bando per l’estero è stato previsto per gli studenti iscritti alle scuole superiori, facendo una divisione tra coloro i quali frequentano il primo anno o quelli successivi. In entrambe i casi sono previsti periodi di permanenza di quindici giorni che permettono di raggiungere mete europee o extraeuropee dove poter studiare la lingua ufficiale del paese di destinazione, alloggiando in college o presso famiglie straniere selezionate. A seconda della destinazione e della tipologia di corso di lingua che le famiglie hanno scelto in accordo con le società, si potranno frequentare corsi linguistici con insegnanti madrelingua più o meno intensivi. In casi determinati, oltre al semplice corso di lingua possono essere svolti corsi dedicati per le certificazioni di lingua internazionali o le famose ore dell’alternanza scuola lavoro. Anche in questa tipologia di soggiorni, particolare importanza e attenzione viene posta sulla conoscenza del paese ospitante attraverso attività di interazione ed escursioni e su profili di internazionalità e scambio culturale. 

Se poi, al di là di questi tecnicismi di cui abbiamo scritto fino ad ora,  la vostra curiosità è tutta per i numeri, vi accontentiamo subito e con due semplici schermi di facile lettura: troverete, da sinistra, indicati i posti in totale messi a concorso per ogni bando, la divisione per categoria con indicati i rispettivi posti disponibili ed infine quante persone  sono rientrate in graduatoria per ogni categoria.

Italia

Estero

 

Non c’è bisogno di ulteriore spiegazione sul valore sociale di questi bandi.

Sostanzialmente, uno studente ogni tre ha potuto fare domanda per accedere ai bandi INPSieme.

Statisticamente un terzo di coloro i quali sono in graduatoria, partiranno. 

Per coloro i quali mancavano i requisiti per partecipare al bando, le società hanno previsto la possibilità di partire come aggregati, cioè partire con l’amichetto, il parente o il conoscente che ha beneficiato del contributo Inps al costo dell’intero pacchetto.

Insomma, anche questa prossima estate gli studenti italiani potranno essere classificati come un popol(ett)o viaggiatore.

Francesca Tesoro

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“Lo stagista inaspettato”: perché il lato umano è sempre la carta vincente

Robert De Niro e Anne Hathaway, diretti da Nancy Meyers, recitano fianco a fianco in questa classica commedia hollywoodiana datata 2015 sul mondo degli affari, frizzante e ironica, gradevole e sorprendentemente convincente.

Se non avete visto questo ve lo raccontiamo senza svelarvi immediatamente i ruoli.

Un’azienda e-commerce di abbigliamento promuove un programma per assumere nuovi stagisti. Una persona risponde ed entra in queso mondo aziendale frenetico e caotico, fatto di giovani e tecnologie avanzate, divenendo lo stagista personale del capo dell’azienda in questione.

Il boss è molto impegnato ed è totalizzato dalla sua azienda che ha ritmi estremamente veloci, al punto da tralasciare la propria vita privata e la famiglia.

Lo stagista è una persona di vecchio stampo, che ama vestirsi bene e con attenzione per fare colpo in un  ambiente super casual. Crede di dover imparare molto e decide con umiltà di (ri)cominciare dalla gavetta. Il suo arrivo nella nuova azienda desta qualche perplessità, non è ritenuto all’altezza ed è visto più come un freno che come un’opportunità, facendo oltretutto parte di un progetto al quale nessuno aveva creduto, soprattutto l’azienda.

Con il tempo però le cose cambiano.

I colleghi lo considerano, gli chiedono consigli, cercano di imitarlo, vogliono imparare da lui. Il capo si rende conto della grandiosa importanza di avere uno stagista che spinge ognuno dei colleghi a dare il meglio di sé,  ad andare oltre gli schermi dei computers per sentirsi coinvolti nel loro lavoro, anche dal punto di vista personale. Insomma, lo stagista diventa il punto di riferimento dell’azienda e non solo.

Sarà che Robert De Niro, capace di rendere plausibile l’improbabile, è lo stagista Ben Whittaker, che alla veneranda età di settant’anni decide di rimettersi in gioco forte della sua esperienza  e Anne Hathaway, bravissima nell’interpretare il capo Jules Ostin, è colei che ammette prima personalmente e poi professionalmente la valenza del fattore umano, ma questo film è una commedia molto profonda.

Una commedia costruita e che segue le reazioni e le relazioni umane che sono alla base dei rapporti personali, di lavoro e aziendali, mantenendo un forte equilibrio tra cuore, commedia e verità.

Il fattore umano di cui parla la pellicola è quello che spesso viene messo da parte nella realtà, che nella storia scritta dalla Meyers fa nascere una profonda amicizia tra Ben e Jules, una amicizia che non punta a secondi fini ma che pone l’accento sull’ascolto e la stima reciproca, sentimenti che normalmente in campo aziendale non sempre vengono ritenuti importanti, ma che invece sono un aspetto fondamentale perché le cose funzionino al meglio.

Ciò che il film fa emergere chiaramente è l’importanza delle persone e della loro umanità che nel mondo del lavoro possono diventare un motore per elevare tutto ciò che gli sta intorno. L’umanità, che spesso viene tralasciata e ritenuta un elemento di debolezza, è invece l’elemento di forza che lo stagista attempato riesce a trasmettere al giovane capo che ha creato la propria azienda da sola e dal nulla, diventando in poco tempo l’elemento fondamentale, il consigliere, il supporto umano tanto dal punto di vista personale che professionale.

Stuzzicati da questo film, abbiamo anche intrapreso una ricerca di questi “stage senior” scoprendo che in realtà non esistono, forse perchè l’idea di stage è direttamente collegata all’epoca dello studio o al momento della primissima formazione lavorativa. Eppure è un peccato perchè si comincia ad invecchiare quando nella vita non si hanno più obiettivi da raggiungere e ritenere che le persone un po’ in là con l’età siano pesi della società (civile e aziendale) non è il massimo, visto che sono loro a detenere la saggezza e l’esperienza.

A ben vedere, nelle precedenti recensioni avevamo già affrontato l’argomento del Fattore Umano, ma non potevamo non recensire un film così gradevole quanto veritiero, per ricordarci che le aziende sono fatte di persone e le persone hanno il solo peso.

Anche nel 2018, dove la frenesia e la necessità di raggiungere traguardi e obiettivi che creano guadagni, spesso mettono da parte ciò che veramente conta. Le persone.

Francesca Tesoro

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La felicità di Wile E. Coyote di Gian Maria Zapelli

Oggi vi parliamo di questo volume edito dalla FrancoAngeli/Trend che ci ha davvero sorpreso. Ammetto di averlo scelto sullo scaffale per la sua copertina e per il suo riferimento a Wile E. Coyote, amato personaggio dei cartoni animati nato alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, eternamente considerato un fallito  – e abbiate il coraggio di alzare la mano se almeno una volta non lo avete pensato anche voi! – che mette tutte le sue energie negli infiniti tentativi di catturare l’acerrimo e velocissimo nemico Beep Beep, immaginando una lettura veloce e leggera.

In realtà questo libro, sottotitolato Essere fragile e invulnerabile, tutt’è tranne ciò che mi aspettavo, perché l’autore Gian Maria Zapelli, che da più di venti anni realizza eventi formativi e di coaching volti allo sviluppo delle capacità e dei sentimenti necessari in contesti di incertezza e cambiamento, è riuscito a scrivere un volume davvero illuminante.

Seguendo e facendosi guidare da Wile E. Coyote, ci si ritrova a leggere una serie di suggerimenti di altissimo profilo psicologico e pratico che mettono in luce strategie di relazioni con sé stessi e con la realtà che ci circonda, partendo dal presupposto che le nostre debolezze sono ciò che ci caratterizzano come persone e che, soprattutto, possono e dovrebbero essere usate e viste non come un minus ma come un trampolino di lancio.

Noi donne e uomini del terzo millennio, inseriti in un contesto sociale dove tutto ciò che ci classifica come umani in grado di vivere e provare emozioni, ci rende deboli e vulnerabili, dovremmo tenere questo manuale di sopravvivenza alle nostre vulnerabilità sul comodino,  mettendo in pratica ciò che leggiamo.

Sono proprio le nostre fragilità a porci nella condizione di costruire una solidità attraverso l’impegno e il coraggio e sono sempre loro ad essere, paradossalmente, congeniali a renderci protagonisti in questa epoca di vulnerabilità.

Ciò che emerge dalle righe del libro, grazie a Wile E. Coyote e altre figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde, sono le strategie che possono aiutarci a governare il nostro benessere attraverso la capacità di essere fragili, per realizzare quei traguardi che necessariamente ci chiedono di affrontare un mondo indeterminato e imprevedibile.

Ma perché proprio lui?

Wile E. Coyote, perdente invincibile, rappresenta uno straordinario e formidabile esempio di fragilità invulnerabile, espressione di una grandezza eccezionale con capacità organizzative e creative sopra la media che, grazie al modo fantastico in cui usa il coping – le strategie che vengono poste in essere per far fronte ad eventi stressanti e faticosi -, riesce ad affrontare i continui fallimenti – catturare Beep Beep – senza mai perdere di vista il suo obiettivo.

Le sue qualità, la sua ingegnosità nell’ideare sempre nuove trappole, il persistere per raggiungere il suo scopo, dimostrano come la sua vulnerabilità sia al tempo stesso la sua forza, rendendo la sua vita una incessante esperienza di scoperte, creatività, coraggio e mai di reali sconfitte.

Wile E. Coyote è invulnerabile perché è sopra ogni cosa infrangibile, si schianta, precipita, diventa spesso quanto un foglio schiacciato da massi enormi, ma resta sempre integro, in forma e determinato a riprovarci. Ogni volta che non riesce a catturare il suo nemico, non si sente sconfitto, ma fa tesoro di quel fallimento per migliorare la sua tecnica, impegnandosi ed entusiasmandosi, convincendosi che l’idea successiva sarà la migliore, senza rimanere incastrato nelle sue convinzioni e negli schemi che lo circondano – e vi ricordo semplicemente che nella realtà un coyote corre il doppio della velocità di un roadrunner -.

Ecco allora un altro paradosso, la vulnerabilità vista come una fragilità, è invece essa stessa a fornire la possibilità di espandersi, aprirsi a nuove idee, nuove soluzioni, nuove strategie rimaste intentate  fino a quel momento.

Possiamo investire il nostro tempo a riflettere su cosa sia meglio fare e quale sia il modo migliore di farlo o riesaminare ciò che facciamo e, perché no, dubitare di noi stessi; possiamo essere persone che fanno del proprio autocontrollo un modus vivendi  che ci blocca ed incanala in determinate strade; ma ciò di cui abbiamo veramente bisogno è il desiderio, quella motivazione che ci spinge con slancio ed energia e ci permette di affrontare la fatica, di dubitare, frenare, arginare la (contro)forza di volontà che vorrebbe lasciarci incastrati in determinati schemi.

Dobbiamo saperci aprire alle emozioni negative, viverle e non nasconderle dal momento che, per quanto assurdo possa sembrare, è attraverso loro che riusciremo a trovare la strategia più efficace.

Vi chiedete come sia possibile? L’ho fatto anche io e, leggendo le pagine del libro, ho trovato la risposta: essere fragili va bene, ma trasformando la nostra fragilità in condizione di evoluzione, successo o felicità, ci si ritrova a disegnare grandi strategie di successo.

Lo dice anche Zapelli, l’autore di questo fantastico libro, mettendo a paragone quelle figure carismatiche eroiche o simpaticamente assurde di cui parlavo prima: Cenerentola, Superman, Penelope e Lebowsky (…il grande!).

Li conoscete sicuramente!

Cenerentola è una orfana sopraffatta dalla matrigna e dalle sorellastre, resa serva che però, nella sua fragilità riesce a vivere una notte magica e far innamorare un principe. Superman è un solitario e solo è arrivato sulla terra, minacciato e impaurito dalla kryptonite, eppure è un supereroe.

Penelope fa delle sua incoerenza l’arma per sopravvivere e resistere agli attacchi dei Proci che le infestano casa, disfacendo ogni notte ciò che aveva tessuto di giorno.

Lebowsky, personaggio del film anni novanta dei fratelli Coen, è un uomo pigro e nullafacente che è molto più solido eticamente di quanto non si creda.

Pigrizia, solitudine, sopraffazione e incoerenza, non sono aspetti socialmente ritenuti negativi e che rendono vulnerabili le persone? Si, ma sono anche ciò che hanno permesso ai rispettivi personaggi di trovare la strategia vincente per raggiungere il loro obiettivo. Non siete convinti? Bene: Cenerentola ha sposato il principe, Penelope ha riabbracciato Ulisse, Superman salva il mondo e Lebowsky ha riavuto il suo tappeto.

Alla fine resta una domanda:  Wile E. Coyote riuscirà a catturare Beep Beep?

Francesca Tesoro

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“Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” di Gabriele Gabrielli

Scorrendo i precedenti contenuti presenti sulla nostra piattaforma, ricorderete di recensioni che parlano del fattore umano nel sistema aziendale, tanto dal punto di vista del leader e di chi voleva rendere le imprese degli ambienti familiari – pensiamo ad Olivetti – quanto di quello strettamente più legato ai più ampi discorsi delle risorse umane.

Oggi vi presenteremo il libro di Gabriele Gabrielli “Conoscenza, apprendimento, cambiamento. La gestione dei programmi di knowledge e change management” edito dalla FrancoAngeli.

Questo volume, completato dalla prefazione di Pier Luigi Celli, fa parte della collana PRL – Persone, Reti, Lavori, diretta dallo stesso Gabrielli e da Laura Borgogni e può essere paragonata ad un vero e proprio laboratorio di ricerca, di sperimentazione e di formazione nel quale, attraverso la sperimentazione, le riflessioni, le ipotesi e le ricerche operative, si vuole creare il pensiero manageriale moderno.

Questo libro si pone l’obiettivo di far capire che la conoscenza non è il mero obiettivo finale del manager e dell’impresa e che da sola a poco serve. Ciò che fa la differenza, come scrive Celli nella prefazione, è il sapere, cioè la capacità di unire le competenze multiple e multidisciplinari che si accumulano e che vanno unite in modo sistemico con la nostra conoscenza ed esperienza, differente da individuo ad individuo. Integrando correttamente tutti questi fattori e predisponendosi mentalmente al fatto che la conoscenza non ha nulla di rituale e standardizzato, ci si renderà conto che diventerà un vero e proprio stile di vita, integrando coerentemente passione e intelligenza.

Partendo dalla considerazione necessaria che viviamo in una epoca di grandi cambiamenti, a volte molto repentini, e che spesso questi processi di cambiamento vanno a toccare non solo gli ambiti professionali ma anche quelli emotivi ed umani, il volume, mette nero su bianco le logiche e gli strumenti che guidano e supportano i programmi di  knowledge e change management. 

La loro conoscenza profonda e sistemica e la capacità di reazione ad essi, punta al non mettere da parte gli interessi e le ragioni che coinvolgono gli individui, per aiutare significativamente coloro i quali hanno sulle proprie spalle responsabilità manageriali.

Così, se nella prima parte del libro vengono affrontati il tema della conoscenza e quello del cambiamento da un punto di vista strettamente teorico, grazie al contributo di numerosi ed autorevoli professionisti e studiosi, nella seconda parte sono narrate le storie di alcune delle più grandi imprese internazionali ed italiane  – PosteItaliane, Finmeccanica, Colgate-Palmolive, SwissRe – che hanno incentrato le loro azioni manageriali proprio sull’assioma  knowledge e change management.

Quello che emerge è che la conoscenza, ricchezza inesauribile, necessariamente deve essere associata alla responsabilità prima etica e poi economica del manager nel creare una condizione organizzativa e sociale tale per cui nessun sia escluso, auspicando la massima partecipazione di tutti al processo aziendale. Perché?

Perché in un momento storico in cui tutto subisce una trasformazione che si incunea in ogni interstizio sociale, riuscendo a modificare la capacità di scelta, di pensiero, degli atteggiamenti, delle pratiche, dei comportamenti sociali e lavorativi, la tecnologia prende il sopravvento come longa manus del controllo, gli individui sono sempre meno considerati – creando una vera e propria stress economy parallela – e le aziende spostano il focus delle loro azioni strategiche e organizzative  più all’esterno che all’interno, quando dovrebbero fare al contrario.

Infatti, primariamente un manager dovrebbe essere a conoscenza –knowledgedi tutte le competenze, risorse e capacità di cui dispone, trasformandole nel vantaggio competitivo della propria azienda. Le specializzazioni, le innovazioni, le efficienze  sono, innegabilmente, i fattori fondamentali che cerano il successo di una impresa e fanno la differenza tra il successo e il fallimento dell’organizzazione.

Il secondo aspetto è invece legato alla capacità di saper “cambiare pelle”-change management– insieme agli altri e mai da soli, sapendo guardare alla realtà che cambia, non dimenticandosi del fattore umano che si ha tra le mani e delle dinamiche di gruppo che convivono nelle realtà aziendali, perché gestire il cambiamento, non significa seguire una scaletta prefissata, ma è piuttosto la capacità di essere “fermamente elastici”, sapendo costruire il futuro dal proprio passato ed essendo competenti nella comunicazione e nello sviluppo di un sentimento nuovo legato all’azienda che cambia, aiutando le persone a sentirsi all’altezza del cambiamento.

I processi di  knowledge e change management analizzati in questo libro, sia dal punto di vista teorico che da quello tecnico-pratico, ci permettono dunque di fare alcune considerazioni.

Knowledge e change management:

 

  • devono andare di pari passo con la formazione e la comunicazione che dovranno essere sempre più intersecate tra loro per dare vita a progetti comuni;
  • dovranno (ri)creare l’equilibrio e la compatibilità tra il vecchio e il nuovo, perché il raggiungimento dei risultati organizzativi è strettamente legato all’attività congiunta delle persone e alle sinergie di funzioni, scopi e competenze presenti nell’azienda;
  • devono essere progettuali ed intenzionali, fortemente strutturati, formalizzati e calati nella realtà organizzativa obiettivo del cambiamento stesso perché siano compresi appieno e portati avanti in modo unitario;
  • non devono mai dimenticare la crescente importanza della ridefinizione delle politiche di sviluppo del settore HR.

Insomma, se pensavate che fare il manager significasse stare comodamente seduti ad una scrivania direzionale sulla quale poter anche poggiare i piedi e “dirigere il traffico” della vostra azienda, avete sbagliato mestiere.

Francesca Tesoro

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Legge di Bilancio 2018: lavoro e sostegno alle imprese

Nelle pagine digitali di Sistema Generale spesso abbiamo affrontato temi legati al lavoro e, visti i tempi ormai maturi, abbiamo pensato di concentrarci nuovamente su questo aspetto.

Questa volta però lo faremo, dati alla mano e più tecnicamente.

Infatti  dal 1° gennaio di questo anno, è in vigore la Legge di Bilancio 2018, comprensiva del bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e quello pluriennale per il triennio 2018-2020.

Tale combinata legislativa, contempla argomenti che vanno dal lavoro al turismo passando per le politiche volte al sostegno della famiglia e alle imprese.

Durante la conferenza stampa di lancio della nuova manovra di bilancio ad ottobre 2017, il Governo ha presentato la previsione degli investimenti in favore delle politiche per i giovani, specificando l’utilizzo di 300 milioni per il 2018, 800 milioni per il 2019 e 1,2 miliardi nel 2020, prevedendo inoltre come strutturale lo sgravio fissato al 50% per incentivare le occupazioni dei giovani. L’obiettivo è quello di garantire ai giovani la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, dipendente o autonomo che sia, abbreviando il lasso temporale tra il raggiungimento del titolo di studio e il primo impiego, passando per la stabilizzazione dei contratti di apprendistato, senza sottovalutare il passaggio del concetto di “giovane” dagli under 30 agli under 35 (anche se solo per il 2018).

Una previsione importante dunque, per rimettere in piedi il nostro paese permettendo ai giovani di potersi costruire una propria strada lavorativa qui senza il bisogno di emigrare altrove.

Legge di Bilancio 2018 

Prima di tutto, spieghiamo cos’è la legge di bilancio.

Si tratta di un documento contabile preventivo previsto dalla Costituzione all’art.81, con il quale viene comunicato al Parlamento la previsione delle spese pubbliche e delle entrate previste per l’anno successivo, non introduce nuove tasse e spese ma anticipa le coperture finanziarie necessarie per gli interventi legislativi dell’anno successivo.

Ora, analizziamo la Legge di Bilancio 2018 concentrandoci sugli aspetti collegati al mondo del lavoro e delle imprese rimandando, per chi volesse, alla lettura dell’intero testo normativo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Lavoro e Formazione 

Sono riconosciuti sgravi contributivi pari al 50% per i datori di lavoro privati che assumono lavoratori con contratto di lavoro a tempo indeterminato, per un periodo massimo di trentasei mesi. Tale sgravio che spetta per i giovani non occupati già a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro under 30, si estende anche agli under 35 purchè assunti entro il  31 dicembre 2018.

Lo sgravio contributivo sale al 100% per quei datori di lavoro privati che assumono gli studenti già entrati negli ambienti aziendali grazie all’alternanza scuola-lavoro o ai periodi di apprendistato.

Per  coltivatori diretti e gli imprenditori agricoli professionali under 40 invece è stato previsto l’esonero contributivo.

Permangono le dispense contributive stabilite nel 2017 per l’assunzione delle donne, dei soggetti over 55 e dei lavoratori in cassa integrazione.

Aspetto di grande novità è poi la previsione delle agevolazioni per favorire l’assunzione di lavoratori in procedura di ricollocazione, per i quali è previsto uno  sgravio contributivo parziale e l’introduzione di incentivi per le cooperative che assumono donne e rifugiati.

Sono inoltre stabiliti la promozione e il coordinamento delle politiche per la formazione, il cofinanziamento del Programma Erasmus, la proroga al 31 dicembre 2019 per l’istituto sperimentale dell’APE volontaria con l’ampliamento dei beneficiari dell’Ape sociale, le assunzioni straordinarie nelle Forze di Polizia e Vigili del fuoco, nonché il rinnovo dei contratti della Pubblica Amministrazione.

Sostegno alle Imprese

Con la manovra 2018 vengono destinati 330 milioni di euro per il periodo 2018-2023 al sostegno dei finanziamenti agevolati per gli investimenti delle micro, piccole e medie imprese.

Viene previsto un credito di imposta  del 40% fino a un massimo di 300.000 euro per la formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie rientranti nel Piano Nazionale Impresa 4.0.

E’ istituito il Fondo Imprese Sud dal valore di 150 milioni di euro per la crescita delle piccole e medie imprese e altri duecento milioni di euro sono invece stati destinati alla garanzia del credito gestito dal Medio Credito Centrale – Banca del Mezzogiorno.

Previsto inoltre uno stanziamento per il Fondo per la crescita sostenibile per le grandi imprese in difficoltà finanziarie, con l’intento di fornire un sostegno economico concreto per agevolare la continuazione delle attività produttive e mantenere stabili i livelli occupazionali.

E’ stato poi istituito un Fondo per lo sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività, per finanziare progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia dal valore di 5 milioni di euro per l’anno 2018, 125 milioni di euro per il 2019 e 175 milioni di euro per il 2020. L’Ente Nazionale per il Microcredito sarà beneficiario di un contributo annuale di 600 mila euro a decorrere dal 2018 per la creazione della nuova auto imprenditorialità e del lavoro autonomo per garantire l’accesso agli strumenti di micro finanza. Infine, è stato deciso di rifinanziare con 7 milioni di euro per il periodo  2018-2020 la quota delle risorse stanziate per l’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane destinandoli all’Associazione delle camere di commercio italiane all’estero per sostenere la promozione del Made in Italy e attrarre investimenti di partner stranieri.

Insomma, le ottime previsioni per un 2018 favorevole ci sono. Vedremo cosa ci racconteranno i dati di fine anno.

Francesca Tesoro

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Sistema Salute: Vaccini, tra fake news, realtà e la Legge n.119/2017

Vaccini Si o Vaccini no?

Non serve arrivare in fondo all frase che già si crea scompiglio. Il problema vero è capire cosa significa vaccinarsi, perché è una cosa tanto importante da essere, di contro, manipolata e messa in testa a manifestazioni di pensiero più o meno corrette e facilmente strumentalizzabili. Quanto è vero che i vaccini sono solo business e malefico inganno per alcuni e nuovo antidoto per la sopravvivenza del genere umano per altri?

Proviamo a mettere le cose nero su bianco, parlando di questo argomento con l’obiettività e l’approccio sistemico che ci contraddistingue.

Prima di tutto, ricordiamo(ci) l’importanza della vaccinazione e delle campagne di sensibilizzazione che si sono avute nella storia.

A voler essere precisi, già nell’Antica Grecia, Tucidide, storico dell’epoca, aveva osservato che i sopravvissuti all’epidemia di vaiolo del 429 d.C., erano diventati immuni alle ricadute della stessa  malattia. Nelle zone orientali del mondo, invece si cercava di trovare una soluzioni alle falcidianti epidemie procedendo per tentativi, immunizzando le persone attraverso il contagio con il contatto diretto di soggetti malati nella speranza che poi sopravvivessero gli uni e gli altri, ma senza che tutto ciò avesse  una  struttura  ben delineata.

Bisogna arrivare nella seconda metà del 1700 per incontrare il padre della vaccinazione, Edward Jenner, un medico inglese il quale per primo osservò come i contadini contagiati dalla variante bovina del vaiolo non si ammalavano e non contraevano la versione umana del virus, decisamente più grave. Così nel 1796, Jenner tentò l’immunizzazione di un bambino di otto anni, James Phipps, iniettandogli prima del materiale infetto prelevato precedentemente da una donna ammalata di vaiolo bovino e, mesi dopo, inoculandogli del pus vaioloso umano. Il secondo virus non attecchì e James sopravvisse all’ondata della pestilenza uscendone completamente illeso, divenendo così il primo soggetto vaccinato.

Tre anni più tardi, siamo nel 1799, in Italia, Luigi Sacco medico della Repubblica Cisalpina, vaccinò  prima sé stesso e poi cinque bambini con il vaiolo bovino, verificando l’immunità propria e dei piccoli pazienti al vaiolo umano, proprio come aveva fatto Jenner. Dato il grandioso risultato, in meno di dieci anni furono vaccinati nel Regno d’Italia più di un milione e mezzo di persone. La vaccinazione anti vaiolo fu estesa anche al Regno delle Due Sicilie e, con l’Unità d’Italia, divenne obbligatoria per tutti i nati dal 1888.

Proseguendo, l’ottocento fu il secolo dei grandi progressi sanitari.

Nel 1880, Emil Adolf von Behring, grazie alla collaborazione con il collega giapponese Shibasaburo Kitasato a Berlino, riuscì ad immunizzare da tetano e difterite un animale sfruttando il siero ematico infetto di un altro animale, mettendo in essere una  pratica tanto preventiva quanto curativa (quando le iniezioni avvenivano nella primissima fase sintomatica della malattia).

Nello stesso periodo, il medico tedesco Robert Koch,  riuscì ad individuare la tubercolosi e il colera, mentre tra il 1879 e il 1885 il francese Louis Pasteur, risolse diverse infezioni batteriche (antrace e rabbia) creando vaccini da batteri indeboliti in laboratorio che determinavano l’immunità del corpo umano riducendo le reazioni violente dell’organismo umano a quei determinati batteri.

L’orologio della storia andava inesorabilmente avanti e nel primo novecento in Europa e negli Stati Uniti si susseguirono epidemie di poliomielite che, tra gli anni quaranta e cinquanta, uccideva o – nella migliore delle ipotesi – , lasciava paralizzate circa mezzo milione di persone ogni anno. Così, data la necessità di combattere il dilagare di questa malattia, due grandi scienziati americani decisero di trovare una soluzione scegliendo strade diverse. Il primo fu Jonas Salk che nel 1955 creò  un vaccino da somministrare con iniezione. Il secondo, nel 1957, fu Albert Sabin che riuscì a sintetizzare un vaccino da somministrare per via orale. Tra i due fu ritenuto migliore il secondo e nel 1963 iniziò una campagna di vaccinazione mondiale che ridusse drasticamente i casi di poliomielite nel mondo e permise di debellare la malattia in Europa.

Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso fu poi il momento del primo vaccino contro il morbillo (1963) e a seguire quelli contro parotite (1967) e rosolia (1969). Il microbiologo americano Maurice Hilleman riuscì a combinarli insieme e, nel 1971, diede vita al vaccino conosciuto come trivalente e, negli anni successivi, sviluppò anche quelli contro epatite A, epatite B, varicella, meningite, polmonite e contro il batterio dell’influenza.

Volendo tirare le fila di questa breve sintesi storica, il vaiolo in meno di cento anni fu debellato e dichiarato sconfitto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1979, Pasteur diede vita alle vaccinazioni di massa migliorando decisamente lo stato della salute del mondo occidentale, se non fosse stato per i vaccini antipolio la metà della popolazione sarebbe rimasta uccisa o lesionata a vita, le scoperte vaccinali della metà del novecento continuano a proteggerci nonostante siano passati quasi cinquant’anni.

Allora, perché si discute tanto sui vaccini?

Anche se da molti decenni i vaccini hanno permesso di debellare le malattie e salvare milioni di vite umane, quello che oggi fa la differenza è la disinformazione che serpeggia tra le persone grazie alla rete che non sempre è usata nel modo giusto e che, a detta degli esperti, è tanto pericolosa quanto falsa. Il vero problema sta nel fatto che è (fin troppo) facile “buttare” nella rete fake news dalle quali diventa difficile difendersi, soprattutto quando sono ben costruite e seguono il comune sentire, riuscendo a rendere vero qualcosa che vero non è.

Andrea Grignolio, autore del libro “Chi ha paura dei vaccini?” e docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, intervistato da Valentina Stella, alla domanda su quale fosse il peso di internet circa la disinformazione in materia di vaccini, ha risposto che “tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche”.

In questo mare di disinformazione emerge la figura di Roberto Burioni, professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, divenuto paladino e volto della compagna pro vaccini che quotidianamente combatte con coloro i quali le vaccinazioni “proprio non le vuole capire” – come recita il sottotitolo del suo libro “Il vaccino non è un’opinione” -, nato dall’esigenza di dare un’informazione corretta e comprensibile, basata sulla verità scientifica costituita dai fatti, nonostante la difficoltà di far capire alle persone il metodo scientifico. Divenuto famoso negli ultimi tempi per le sue risposte piccate ma garbate a chi spara falsità sui canali di comunicazione di massa, Burioni spiega molto bene nel suo libro le ragioni scientifiche alla base della necessità di vaccinare i bambini.

Da padre poi sostiene che vaccinare è un atto d’amore nei confronti dei propri figli,  da virologo lo ritiene un atto di protezione individuale e un atto di responsabilità sociale, perché se tutti si vaccinano la nostra comunità non consente la circolazione dei batteri del virus, proteggendo chi non può essere vaccinato. Scegliere di non vaccinare è irrazionale e ingiustificato. Prevenzione è la parola chiave e fondamentale, è l’arma migliore e passa attraverso le campagne di vaccinazione, non dovendo aspettare la recrudescenza di una determinata malattia per tornare a vaccinarsi. Lo stato deve proteggere i più deboli e sta allo stato imporre ai propri cittadini negligenti l’obbligo di farlo per tutelare i singoli e la collettività.

E proprio perchè in rete si ritrovano notizie false e terrificanti, Faq più o meno attendibili, facciamo un elenco delle risposte scientifiche alle contraddizioni più diffuse  sulla questione:

  • Le vaccinazioni non indeboliscono o sovraccaricano il sistema immunitario, anzi lo aiutano e preparano il corpo a gestire un futuro contatto con quella malattia evitando effetti letali, prevenendo le patologie e le complicazioni conseguenti più gravi;
  • Ritardare le vaccinazioni non è un vantaggio, anzi lasciare un bambino scoperto e suscettibile di contrarre malattie può determinare anche effetti letali;
  • I vaccini, in quanto farmaci, possono avere degli effetti indesiderati che sono generalmente lievi, transitori e mai gravi;
  • Ricerche epidemiologiche  hanno smentito nessi di correlazione tra i vaccini e situazioni patologiche, quali allergie, asma, autismo, malattie intestinali infiammatorie, epilessia, sclerosi multipla, morte in culla e diabete;
  • La comune credenza che il vaccino della trivalente causi autismo ha alla base una frode scientifica creata ad arte nel 1998 dal medico che aveva intenzione di brevettare un nuovo tipo di vaccino;
  • Se un determinato vaccino è in commercio è perché ha superato tutti gli step di controllo ed è ritenuto valido prima, durante e dopo tutte le sue fasi di somministrazione, quindi è ritenuto efficace per via del numero di malattie infettive di cui ha frenato l’incidenza;
  • Le aziende farmaceutiche guadagnano molto di più con la vendita e la produzione dei farmaci comuni che con i vaccini, eppure gli anti vaccinisti continuano a sostenere il contrario millantando complotti tra le grandi multinazionali farmaceutiche e gli stati;
  • Per ogni euro speso in vaccini se ne risparmiano almeno trenta in cure e il vero affare per le case farmaceutiche sono gli individui non vaccinati, considerando che nel 2015 il fatturato dipendente dai vaccini è stato pari all’1,4% della spesa farmaceutica italiana;
  • “È stato stimato che se non fosse per le vaccinazioni infantili (contro difterite, pertosse, morbillo, parotite, il vaiolo, e rosolia, nonché la protezione offerta dai vaccini contro il tetano, il colera, la febbre gialla, la poliomielite, l’influenza, l’epatite B, la polmonite batterica , e la rabbia) i tassi di mortalità dell’infanzia probabilmente sarebbero tra il 20 e il 50%. Infatti, nei paesi in cui la vaccinazione non è praticata, i tassi di mortalità tra i neonati ed i bambini piccoli rimangono in quel livello”. (Irwin W. Sherman, Twelve Diseases That Changed Our World, 2007, p. 66);
  • Le sanzioni per genitori che non vaccinano i figli non esistono solo in Italia. Per esempio: Usa, Canada e Giappone proibiscono l’ingresso a scuola dei bambini non immunizzati, l’Australia sottrae gli assegni familiari oltre che l’accesso a una serie di servizi statali a chi non vaccina i figli, la Germania multa fino a 2.500€ i genitori che non immunizzano i minori;
  • Negli altri paesi (non solo europei) i genitori, grazie anche al loro senso di responsabilità, vaccinano spontaneamente i figli e non serve alcuna obbligatorietà da parte dello stato per raggiungere l’immunità di gregge necessaria a fermare il diffondersi delle malattie e a garantire la salute pubblica;
  • Non è vero che in Italia ci sono più vaccini obbligatori che negli altri stati (europei) per puri interessi economici, ma  è stata necessaria l’emanazione del decreto legge n.73/2017 sulle vaccinazioni.

Legge n.119/2017, perché?

A ben vedere la soluzione a questa domanda la si trova nelle prime righe dello schema del Decreto Legge n.73/2017 convertito poi nella legge 119.

Nell’incipit, infatti, viene riportata“la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni dirette a garantite in maniera omogenea sul territorio nazionale le attività dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica e di assicurare il costante mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale; ritenuto altresì necessario garantire il rispetto degli obblighi assunti e delle strategie concordate a livello europeo e internazionale e degli obiettivi comuni fissati nell’area geografica europea”.

Spieghiamo meglio.

Nel nostro paese, dal 2013 si è registrato un calo progressivo del ricorso ai vaccini, arrivando a non garantire più la copertura della soglia minima del 95% della popolazione raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e professore di patologia, ha ricordato come la stessa Oms nel mese di aprile dello scorso anno abbia ammonito il nostro paese per questo calo della copertura vaccinale, dichiarando l’Italia seconda solo alla Romania per i casi registrati di morbillo.

Di conseguenza, è stato necessario emanare un documento legislativo che garantisse il ricorso alle vaccinazioni, aumentandone il numero di quelle obbligatorie, con l’intento e la necessità ulteriore di contrastare la cosiddetta “esitazione vaccinale” che ha spinto  molte persone a non vaccinare i propri figli o se stessi.

Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, riconduce questa tendenza ad una duplice ragione: la prima dipendente dai presunti rischi di danni neurologici e autismo legati alla somministrazione di vaccini – teoria questa già invalidata -, la seconda dovuta alla bassa percezione dei rischi delle malattie avendo dimenticato quanto siano potenzialmente gravi e pericolose.

Il problema però sta nel fatto che se la popolazione non si vaccina e non si mantiene quella soglia raccomandata del 95%, le malattie torneranno a riemergere, con conseguenze estremamente gravi, scegliendo come vittime primarie i soggetti non vaccinati per scelta o per necessità.

Purtroppo, le persone non capiscono la validità e la necessità di una cosa di cui non hanno diretta, immediata e tangibile ricaduta sul proprio piccolo,  finchè qualcuno (in questo caso lo Stato) non li obbliga e, perché un obbligo sia valido, sono necessarie altrettante sanzioni.

Solo così può interrompersi quel circolo vizioso di noncuranza verso il bene pubblico che ha poi ricadute sul bene di ogni singolo individuo.

È innegabile che le vaccinazioni, nell’ultimo secolo, hanno migliorato la salute del mondo, abbassando decisamente il numero di morti e forme di disabilità legate a patologie endemiche ed infettive. Grazie alle campagne di vaccinazione è stato possibile, sempre nell’arco di tempo, debellare completamente alcune malattie infettive, mentre altre sono prossime all’eliminazione.

Il mantenimento del successo delle vaccinazioni e di una medio alta salute pubblica passa attraverso il maggior numero possibile di persone vaccinate. Se si abbassasse il livello di attenzione su questo argomento, infatti, si correrebbe il rischio di far riemergere patologie che si credono eliminate a causa dell’abbassamento della soglia della popolazione vaccinata.

Oltretutto, è comprovato che, se la percentuale di persone vaccinate supera la soglia del 95% ed è prossima al 100% un determinato agente infettivo non può più circolare, garantendo così la protezione di tutti, compresi quei soggetti che non possono vaccinarsi per pregresse patologie mediche o per età (Immunità di Gregge).

In conclusione, la vaccinazione non è solo una protezione del singolo, ma risulta essere soprattutto un atto di profondo senso civico che contribuisce a migliorare il livello di salute dell’intera comunità….E ricordatevi che il 10 marzo scade il termine per mettersi in regola e consegnare alle scuole l’idonea documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni obbligatorie, altrimenti niente scuola!

Francesca Tesoro

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“HR Outsourcing” di Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi

Parlando di azienda e impresa, welfare ed evoluzione del sistema imprenditoriale, la nostra attenzione si è concentrata sul libro scritto da Roberto Ferrari, Umberto Frigelli e Claudio Tronconi, edito dalla Guerini e Associati in collaborazione con la AIDP, Associazione Italiana per la Direzione del Personale, intitolato “HR Outsourcing – L’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane tra rischi e benefici”.

Il volume può essere definito un vero manuale in materia grazie anche al suo altissimo livello tecnico che, attraverso dati empirici e casi specifici frutto di una ricerca articolata, ha messo in luce le motivazioni e gli obiettivi che hanno spinto le aziende a ricorrere alla esternalizzazione delle attività e dei servizi riguardanti il settore HR.

Se il tema dell’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane ha ormai raggiunto una consolidata esperienza e un concreto utilizzo a livello aziendale, mancava nella realtà dei fatti una base teorica che spiegasse il perchè di questa scelta e le conseguenze da essa derivanti, una linea guida che razionalizzasse e focalizzasse le best practices in HR.

Un progetto nato da lontano….

Come scrive Claudio Tronconi (AIDP Lombardia) nell’introduzione, questo progetto è nato diversi anni prima rispetto la materiale pubblicazione.

Nel giugno 2005 Roberto Ferrari, Direttore Area HRM in Outsourcing dell’ISMO (società di formazione e consulenza), partecipa con il suo articolo  “L’outsourcing per la gestione e lo sviluppo dele Risorse Umane” ad un numero della rivista Direzione del Personale.

L’anno seguente, Tronconi e Ferrari si incontrano ad un congresso nazionale della AIDP – Associazione Italiana per la Direzione del Personale – parlano di quell’articolo e, nella stessa occasione, incontrano Marco Guerci, al tempo assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano.

Sul finire del 2006 Umberto Frigelli, Responsabile del gruppo Ricerca AIDP Lombardia presenta una ricerca sulla “Innovazione per la gestione delle Risorse Umane”.

Nel 2010, viene creato un gruppo di lavoro misto formato da AIDP (Frigelli e Tronconi), ISMO Group (Ferrari ed altri) e il Politecnico di Milano (Guerci) i quali, partendo da un lavoro di analisi della letteratura in materia di allora, hanno definito il campo di ricerca sulla quale avrebbero voluto operare, data la necessità di tracciare un confine delle prassi di gestione delle Risorse Umane nelle aziende. Perciò si sono concentrati sull’Outsourcing come quel processo attraverso il quale le aziende assegnano stabilmente a fornitori esterni la gestione operativa di una o più funzioni che prima erano svolte all’interno delle singole aziende.

Una volta definito questo campo di ricerca, grazie al coinvolgimento di ISMO, sono stati intervistati sette direttori Risorse Umane che avevano già intrapreso e consolidato questo processo per identificare i rischi e i benefici dei processi di Outsourcing ed avere una raccolta di best practices e case studies.

Successivamente, attraverso dei focus group  tra aziende e consulenti interessati a questo tema,  sono state confrontate le opinioni e le situazioni di chi aveva realizzato progetti di Outsourcing per favorire lo scambio di esperienze sugli obiettivi da raggiungere, valutare i benefici e considerare i rischi che si sarebbero dovuti affrontare e, di conseguenza, identificare i fattori critici di successo grazie all’incontro di consulenti differenti tra loro per tipologia ed approccio alla questione.

Infine,  AIDP – storica associazione di Manager con ruoli direttivi, di responsabilità e di consulenza nel settore HR presso privati e istituzioni pubbliche – forte dei suoi tremila soci, ha chiesto ad alcuni di loro, precisamente a centoquindici manager, di esprimere opinioni sul tema attraverso la compilazione di un questionario.

Il 25 novembre 2010, AIDP Lombardia ha organizzato il convegno di presentazione di questa ricerca che, poco dopo, è stata trascritta per intero nel libro di cui stiamo parlando.

….Una ricerca con aspetti teorici, concettuali e pratici….

Il punto nodale di questa ricerca è stato il contributo dell’HR alla competitività delle organizzazioni e le specificità identificate dell’esternalizzazione nel campo delle Risorse Umane, valutando le implicazioni manageriali per le imprese italiane che sono diventate l’obiettivo finale del lavoro.

Perchè questa ricerca fosse valida è stato necessario valutare gli Aspetti Concettuali e Teorici,  affrontati nel capitolo uno. Così, introdotti gli elementi caratterizzanti del fenomeno dell’outsourcing e i benefici derivanti, sono stati analizzati i contesti di diffusione dei processi e delle attività di gestione delle HR, è stato approfondito l’impatto che l’esternalizzazione della gestione HR ha sulle organizzazioni, concentrandosi sulle motivazioni e sulle scelte alla base del make or buy, sui modelli teorici di riferimento e sulle competenze indispensabili per la gestione di questo processo. 

La ricerca sull’HR Outsourcing nelle imprese, come riportato nel secondo capitolo, si è dunque concentrata sulla comprensione delle dinamiche che spingono le aziende ad esternalizzare questo settore, trovando la risposta nella necessità di assecondare e seguire il processo evolutivo che coinvolge le Direzioni Risorse Umane, proiettate ad apportare sempre un contributo strategico senza compromettere l’efficienza e l’efficacia dei propri servizi.

Nell’ultimo capitolo dedicato alle Prospettive emerge ciò che è richiesto alle Direzioni delle Risorse Umane e cioè la capacità di evolvere ad una visione professionale consapevole del business capace di influenzare i comportamenti delle persone, facendo di questi un vincente elemento di strategia aziendale anche e soprattutto alla luce dei cambiamenti del sistema economico e dell’innovazione tecnologica.

….Per definire Benefici, Rischi  e Obiettivi dell’HR Outsourcing.

Marco Carcano, autore della postfazione, sostiene che questo libro racchiude in sé una buona ricerca per cinque ragioni – e non gli si può dar che ragione – perchè:

    • non ha trascurato gli approfondimenti, soprattutto metodologici, che sono alla base della pratica dell’outsourcing;
    • ha usato una strumentazione di ricerca sociale, attraverso la materiale partecipazione dei soci AIDP, l’utilizzo dei case studies e dei focus group;
    • ha prodotto una base teorica;
    • ha creato un team di lavoro interdisciplinare sia dal punto di vista delle competenze che delle esperienza professionali;
    • nel tempo della ricerca sono stati correttamente distinti gli HR Outsourcing, HR Consulting e Temporary Management.

È stata palesata la necessità di procedere con gradualità e rigore tanto nella fase di impostazione che nella fase di implementazione del processo di HR Outsourcing, fornendo altresì uno sfondo di riferimento circa le relazioni industriali, l’impresa e il lavoro quale elemento che va tutelato anche a fronte della trasformazione del suo ruolo, il tutto in una determinata complessità sistemica.

Dai risultati della ricerca emergono chiaramente i benefici e i rischi dell’HR Outsourcing.

I benefici possono essere classificati:

      • di efficacia quando riguardano la focalizzazione sulle attività strategiche, l’accesso e lo sviluppo di nuove competenze specialistiche ed aggiornate, l’accesso a tecnologie avanzate e l’incremento della flessibilità, senza dimenticare il know-how;
      • di efficienza quando si parla di riduzione dei costi, del time consuming, degli investimenti e della razionalizzazione del personale interno.

Al contrario sono stati definiti come rischi il possibile abbassamento del livello dei servizi che si ricevono se non si contratta primariamente con i partners che andrebbero a gestire il servizio esternalizzato ciò che si vuole, il lasciare spazio ad eventuali comportamenti opportunistici, la perdita di controllo o le aspettative disattese sui processi se non vengono impostate operazioni di double-check con i fornitori e, da ultimo ma non meno importante, le possibili resistenze all’interno delle aziende stesse derivanti dal processo di reengineering che è alla base dell’HR Outsourcing.

Infine, va segnalato un ulteriore aspetto messo in luce da questa analisi. Ciò che infatti è risultato comune e maggiormente sentito dai differenti modelli e settori aziendali che hanno preso parte alla ricerca e che determinano la scelta di ricorrere all’HR Outsourcing, sono stati gli Obiettivi. Non deve certo apparire fuori luogo come il concentrarsi sulle attività strategiche aziendali, la riduzione dei costi, l’accesso a competenze specifiche e la razionalizzazione il personale interno diventino i traguardi da raggiungere nella scelta di percorrere la via dell’esternalizzazione.

Insomma, l’esternalizzazione dei processi di gestione delle Risorse Umane, appare una cosa estremamente vantaggiosa sotto diversi profili, ma bisogna preparare tutto alla perfezione, altrimenti si correrebbero solo inutili rischi.

Francesca Tesoro

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“Metodo o Follia?” di Robert Lewis

Se con l’articolo “La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson abbiamo parlato per la prima volta dell’improvvisazione come un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane, oggi parleremo di Robert Lewis e del suo libro “Metodo o Follia?” edito da Dino Audino Editore.

Anche in questo caso, bisogna fare un passo indietro per capire il motivo per cui questo libro ci ha convinto essere uno strumento di formazione.

Partiamo da Robert Lewis, l’autore di questo libro.

Insegnante di recitazione, attore e regista teatrale sia ad Hollywood che Broadway nonché membro del Group Theatre e fondatore dell’Actors Studios, mentore di molti grandi attori, è stato uno dei principali sostenitori e divulgatori del Metodo Stanislavskij.

Questo metodo, ideato da Kostantin Stanislavskij attore, regista, scrittore e teorico teatrale russo all’inizio del ‘900, si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla immedesimazione tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Prevedendo l’esternazione delle emozioni interiori attraverso la loro interpretazione e rielaborazione a livello intimo, mira alla credibilità scenica, attraverso esercizi che stimolano le emozioni da provare sulla scena per avvalorare il messaggio da trasmettere anche attraverso gli atteggiamenti non verbali.

Così, negli anni cinquanta del secolo scorso, quando questa modalità di recitazione era molto in voga ma oggetto allo stesso tempo di interpretazioni distorte, Robert Lewis tenne otto lezioni-conferenze per attori professionisti, registi ed addetti ai lavori del mondo teatrale per raccontare il Metodo Stanislavskij, fugando tutti gli equivoci che erano sorti intorno ad esso, affrontandolo in modo completo ed esaustivo.

Il libro “Metodo o Follia?” tradotto e pubblicato in Italia per la prima volta nel 2016, raccoglie tutte queste lezioni e fornisce un grandioso spunto di riflessione per chi già conosce il metodo Stanislavskij e un  buon punto di partenza per chi invece è a digiuno di metodologie e approcci della recitazione.

Quello che emerge da questo volumetto di facile lettura e perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori del mondo teatrale, è che il Metodo è un modo per preparare l’attore a sviluppare nel corso degli anni ed attraverso la pratica una tecnica che gli permetta di sfruttare sul palcoscenico tutte le sue risorse. Il Metodo, è uno strumento per raggiungere uno scopo e la tecnica è il suo mezzo, perchè la sola competenza tecnica non è sufficiente a raggiungere un risultato finale soddisfacente. Un punto cardine del Sistema Stanislavskij  è che per insegnarlo è necessario avere l’allievo al proprio fianco, seguirlo nella sua crescita, mostrargli come si fa, dargli la possibilità di provarlo e fargli capire dove sbaglia. In questo approccio sistemico la cosa importante è che, quando si insegna,  non basta parlare, ma bisogna mostrare, agire, dimostrare, trapassare la propria conoscenza all’altro.

Studiare sé stessi e la propria personalità significa diventare consapevoli delle proprie potenzialità e l’assioma che emerge da questo metodo teatrale è la consecuzione “sentimento-pensiero-parola”.

L’obiettivo che Stanislavskij voleva raggiungere con il suo metodo era quello di favorire una recitazione che fosse il più vera possibile, attraverso l’individuazione delle giuste emozioni da esprimere in modo reale ed equilibrato.

Perchè, dunque, collegare il metodo teatrale e soprattutto il metodo Stanislavskij al mondo aziendale, soprattutto a livello di formazione?

Perchè il teatro è una esperienza totalizzante, che viene vissuta con la testa e con il proprio corpo. Applicare la metodologia teatrale alla formazione aziendale trasforma la formazione stessa in una cosa esperienziale, collegando la mente al corpo e alle emozioni, proprio come indica il metodo Stanislavskij.

La formazione svolta in questo modo, rende  le persone più sicure prima delle proprie intuizioni e poi delle proprie azioni, facendo trasmigrare questa sicurezza dal livello personale a quello aziendale. Immaginazione ed intuizione, creatività e sicurezza, la consapevolezza del proprio ruolo, rinsaldano la personalità  e le motivazioni dei singoli e , conseguentemente, quelle del team con il quale si lavora, riuscendo così a vivere una situazione di equilibrio tra sé stessi e la realtà nella quale si lavora.

Seguendo questi insegnamenti non si renderanno le aziende dei palcoscenici sui quali recitare ogni giorno un semplice ruolo, ma le si faranno teatro di un ottimo lavoro di squadra, perchè quando una compagnia teatrale porta in scena uno spettacolo, tutto riesce perfettamente grazie al lavoro di formazione ed organizzazione che c’è dietro.

Francesca Tesoro

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“La saggezza dell’improvvisazione” di Patricia Ryan Madson

 

Prima di parlare di questo libro davvero simpatico, estremamente calzante ed utile per la vita di tutti i giorni, facciamo un passo indietro.

Cosa è fondamentale perchè un libro prenda vita ed esista materialmente?

Un Autore? Si, sicuramente, ma siamo andati troppo indietro.

Un gruppo di persone disposti a leggerlo, anche solo per prova? Può essere, ma è sempre una cosa successiva….

La Casa editrice! Per un libro serve una Casa Editrice.

Perchè diciamo questo?

Per il semplice fatto che “La saggezza dell’improvvisazione”, scritto da Patricia Ryan Madson docente di recitazione all’università si Stanford in quasi vent’anni di lavoro, lo possiamo avere tra le mani e leggerlo in Italia solo grazie alla Barbi Editori.

Ecco il nostro passo indietro (sto improvvisando come mi ha suggerito il libro di Pat)!!!

Nicola Barbi è un imprenditore, un manager d’azienda, estremamente attento alla cultura della formazione aziendale.

Giorgio Paparelle, viene a conoscenza di questo libro, scrive una lettera direttamente all’autrice chiedendo il permesso di poterlo tradurre in italiano per farlo leggere al paese intero.

Ovviamente Patricia Ryan Madson, seguendo una delle regole dell’improvvisazione, da il suo parere favorevole.

Nicola Barbi, convinto dal consiglio del cugino Giorgio, decide di acquistare i diritti d’autore per quella che sarebbe stata l’edizione italiana. Così, nel 2011 decide di fondare la minuscola casa editrice  Barbi Editori per pubblicare il libro della  Madson.

Già solo la storia di come questo libro sia stato tradotto e pubblicato in Italia, sembra essere frutto di una catena di improvvisazione (senza tralasciare la passione!) che ha portato ad un ottimo risultato.

La saggezza dell’improvvisazione”.

Un testo scorrevole, leggero, ma con la capacità di cambiare le carte in tavola di chi lo legge.

Dopo averlo letto mi sento di definirlo un libro teorico e pratico a differenza di tutti i libri che una persona può scegliere di leggere.

Teorico perchè ovviamente deve essere letto. Pratico per i suoi “Prova questo” sparsi qui e là nelle massime, veri e propri esercizi per migliorare ogni volta una sfaccettatura di noi stessi.

Questo volume illustra infatti quelle che l’autrice definisce proprio “Massime dell’improvvisazione”, cioè un principio ogni volta differente che, attraverso esempi pratici di vita vissuta personali, risultano essere applicabili alla vita di tutti.

In questo modo viene suggerita una chiave di lettura e di azione diversa di tutto ciò che si può fare normalmente, dimostrando come l’arte della improvvisazione diventi un valido aiuto al nostro modo di vivere, affrontare, gestire le cose, disquisendo sugli ostacoli che possono sorgere dal nostro agire e le possibilità per superarli, fornendo anche pratici e  semplici esercizi.

L’improvvisazione viene presentata così ai nostri occhi come uno strumento che, al contrario di quanto si pensi, va usato con il buon senso, capace di rendere la mente elastica e in grado di raggiungere gli obiettivi in modo decisamente differente.

La Madson nel suo libro scrive, e sono sicura di essere stata contagiata da questa idea, che la vita sia frutto tanto di pianificazione quanto di improvvisazione, mettendoci davanti opportunità, domande, problemi ai quali noi dobbiamo reagire in tempo reale, perciò il modo in cui affrontiamo tutto questo complesso di cose, altro non è che una eterna improvvisazione.

Fare un passo improvvisando porterà sempre da qualche parte.

Parlando di improvvisazione nel prologo, mi ha davvero meravigliato come Patricia Ryan Madson abbia tirato in ballo la storia dell’evoluzione umana dandole una interpretazione che non ho mai letto prima e, sorprendentemente, corretta.

Lei scrive che l’improvvisazione è venuta ben prima della pianificazione e che per millenni gli esseri umani hanno vissuto spontaneamente giorno dopo giorno, semplicemente trovando la soluzione ai problemi quotidiani. Ma ad un certo punto è diventato necessario pianificare per poter sopravvivere,  di conseguenza questa evoluzione nella storia dell’uomo ha messo fine all’improvvisazione come principale modus vivendi. Questo perché abbiamo imparato a preoccuparci del futuro favorendo lo sviluppo delle nostre capacità celebrali. 

Siccome siamo diventati degli abili programmatori e pianificatori di tutto ciò che dobbiamo fare, abbiamo perso di vista la semplicità e la bellezza dell’agire, non siamo più pronti a risolvere problemi e non sappiamo più guardare alle cose con occhi nuovi. La realtà si presenta a noi sempre in modo diverso ma noi siamo troppo abituati a viverla in modo meccanico.

Allora ci viene in soccorso l’improvvisazione che, paradossalmente, ci permette di analizzare meglio la realtà che ci circonda, trovando le giuste soluzioni ogni volta che dobbiamo fare qualcosa.

Cosa c’entrano le massime dell’improvvisazione con il mondo del lavoro?

Dovreste sorprendervi, perché in realtà sono perfettamente idonee a suggerirci il (corretto) modo di agire.

Quante volte emerge il concetto di Problem Solving durante un colloquio di lavoro?

Se abbiamo un obiettivo lavorativo da raggiungere, non ci viene chiesto di trovare una soluzione?

Cosa può essere utile per centrare il fulcro di un problema?

Non è forse l’improvvisazione? Si.

Vi chiederete, com’è possibile? Sembrano due cose così distanti…

Invece l’improvvisazione, tecnica teatrale nota fino a qualche tempo fa solo ad attori e artisti,  risulta essere un ottimo strumento aziendale per lo sviluppo e la valorizzazione delle risorse umane.

Perché?

Lavorare secondo le massime dell’improvvisazione produce dei risultati concreti.

Può connetterci a qualcosa di più grande (un’azienda per esempio), mettendoci in condizione di cogliere in maniera più chiara il nostro ruolo nello schema delle cose.

Genera un impegno molto più attento al procedimento che conduce al risultato, permette di partecipare pienamente a ciò che si fa e alle relazioni che ruotano intorno ad esso.

Il buon improvvisatore è una persona sveglia, non concentrata esclusivamente su di sé, pronta a fare qualcosa per gli altri e a seguire questo suo impulso.

Improvvisare significa accettare dei rischi, concentrarsi sulle cose che sono più importanti e presuppone il saper leggere l’interdipendenza con gli altri esseri umani (i colleghi dell’azienda).

Leggendo questo libro si comprendono una serie di strategie comportamentali sul teamwork, sulla responsabilità, sulle modalità di azione e di controllo, suggerendo come essere accorti a quello che ci circonda e come fare per avere uno spirito costruttivo.

Concetti prettamente aziendali.

Siete ancora convinti che l’improvvisazione è così distante dal mondo del lavoro e soprattutto dal mondo aziendale?

Francesca Tesoro

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