Michela Tamai: storia di una Food Technologist Blogger

Quando intervistiamo una persona, la prima cosa che guardiamo sono i lineamenti del volto e gli occhi. Involontariamente, ci fanno capire tante cose, prima tra tutte se quello di cui stiamo parlando è un grande progetto e quanto è profondamente loro. Sarà scontato ma è una verità incontrovertibile.

Michela Tamai, una donna che da subito trasmette l’impressione di essere “una tutta di un pezzo”, nonostante il suo modo di parlare pacato e rilassato, si è illuminata immediatamente non appena  abbiamo iniziato a parlare del suo fantastico progetto che trovate all’indirizzo  foodmadewith.blog.

Che cos’è foodmadewith.blog?

Il nome del blog è già di per sé molto intuitivo. Si tratta di un blog sulla tecnologia alimentare. 

Foodmadewith è una piattaforma di facile consultazione che, nella sua semplicità, pone al servizio di tutti coloro che lo leggono tematiche tecnico-scientifiche riguardanti il mondo del cibo” ci ha spiegato Michela, aggiungendo che sul suo blog “Si può leggere di prodotti e innovazione, processo produttivo e tecnologia, qualità e nutrizione”.

In un’epoca come la nostra, dove vanno di moda ricette, chef e pagine dedicate ai diversi modi di fare cucina, questo blog ci ha colpito per il suo altissimo contenuto scientifico, in pieno stile Sistema Generale.

“In  foodmadewith.blog non troverete ricette o consigli per rendere migliore la vostra pietanza, ma che voi siate responsabili ricerca e sviluppo e qualità in azienda, titolari di un’azienda alimentare o di un ristorante o semplici appassionati  che hanno voglia di sapere qualcosa di più del vastissimo mondo dello sviluppo e tecnologie di prodotti agro-alimentari, allora questa è la pagina giusta” ci ha detto Michela, descrivendo come il carattere divulgativo del progetto si coniuga alla precisione scientifica dei contenuti per i quali lei sta creando una bibliografia altamente qualificata e che, ovviamente, potete leggere sul blog.

Come e quando è nata l’idea di creare  Foodmadewith?

Abbiamo chiesto a Michela, come fosse nato questo progetto e la sua intervista è stata una meravigliosa chiacchierata intrisa di passione e competenza, della sua professionalità applicata alle tecnologie di oggi e alla sua voglia di far sapere al mondo della rete cose di cui si parla poco e spesso in modo molto scientifico.

Foodmadewith.blog è nato esattamente così: durante gli ultimi anni del mio lavoro da Direttore R&D di una grande multinazionale del cibo, avevo accarezzato l’idea di creare questa piattaforma, cominciandola a plasmare solo quando ho deciso di dedicarmi alla libera professione come consulente R&D per l’industria agroalimentare. 

Del resto, lavorare per una grandissima azienda impegna molto lasciando poco spazio ad altri progetti e ho creato questa piattaforma, ritenendo che nel panorama informatico italiano mancasse un blog che seguisse le tematiche scientifiche alimentari in modo completo, trasversale ma anche accessibile e facilmente fruibile”.

E lei, che si definisce una Food Technologist Blogger, ha cercato di colmare questa mancanza, indirizzando il suo bagaglio professionale, le sue conoscenze, la sua curiosità, la passione e, non da ultimo, le ricerche che le venivano commissionate, per tenersi aggiornata e aggiornare il mondo. Senza improvvisazione.

Qual’è stato il percorso che ha portato Michela a diventare una  Food Technologist Blogger?

“Mi sono laureata in Scienze e Tecnologie Alimentari all’Università di Udine a metà degli anni novanta, per più di venti anni ho rivestito ruoli di crescente responsabilità nell’ambito della Ricerca e Sviluppo di Unilever, diventando poi Direttore R&D Technical Management per Unilever Italia e successivamente Direttore R&D Deploy Gelati e Tè per l’Europa, esperta in product development project management, team management e change management” ci risponde ricreando la sua personale linea del tempo professionale.

E questa cosa ci ha incuriosito ancora di più, come fa una persona a passare da una multinazionale alla libera professione? Che cosa ha significato per Michela Tamai? 

La risposta che ci ha dato con il sorriso ci è piaciuta tantissimo, perché lo ha definito “L’altra parte del mondo”, raccontandoci poi, con estrema disinvoltura, le differenze del mondo aziendale da quello della libera professione, che non troverete scritte in nessun manuale.

“Non è vero che il mondo aziendale è tutto uguale. Misurarsi con la piccola azienda significa vivere i rapporti in modo più vicino, significa prendere delle decisioni e viverle rapidamente, operare con time-to-market strettissimi, senza mai perdere il focus territoriale e locale. Le multinazionali sono invece intrise di complessità organizzativa e stratificazioni a qualsiasi livello, che richiedono tempo e investimenti. Ma sono quelle che permettono al professionista la capacità di misurarsi e confrontarsi con l’internazionalizzazione, con persone, culture e modi di vivere differenti, materialmente e virtualmente. Le grandi aziende, soprattutto se leader in un determinato settore, offrono grande formazione, competenze e specializzazioni di altissimi livelli  che sarebbe impossibile trovare altrove”.

Quanto è differente il lavoro da libero professionista in questo ambiente?

“Essere un libero professionista significa prima di tutto immergersi nella capacità di essere flessibili, interfacciandosi, lavorando e facendo consulenza dal piccolo operatore al grandissimo, dietro casa o dall’altra parte del mondo, senza passaggi intermedi” sorride Michela.

“Ho scelto di condensare tutte le esperienze del mio passato e le ho trasformate nella base di partenza per l’altra parte del mondo, scegliendo di intraprendere la libera professione. All’inizio non è stato facile per chi come me era abituata a vivere la dimensione aziendale, ma con il tempo ho  capito com’era meglio incanalare le mie energie e prima ancora le conoscenze per colmare i gap e il progetto di Foodmadewith è diventato piano piano una realtà”.

Da dove sei partita?

“Dalla base, scegliendo con cura la struttura del blog e ho cominciato a completarlo, pezzetto dopo pezzetto, convincendomi che non fosse mai abbastanza perfetto per entrare nel mondo frenetico della rete” continua a raccontare Michela, dimostrandosi, come in effetti è, una perfezionista “Ma ad un certo punto ho capito che il blog era pronto per farsi conoscere e, attraverso le piattaforme social, è stato presentato alla rete. Prima Facebook, un po’ per vedere l’effetto che faceva, poi LinkedIn, così il mondo ha conosciuto Foodmadewith e viceversa ed è stato un successo” ammette divertita.

E quali sono i progetti per il futuro?

Michela è una Team Player, lo si vede da come parla, lo capiamo dalle cose che ci racconta, dai progetti che ha già programmato nel dettaglio. 

“Le collaborazioni” ci dice in modo immediato “Il lavoro in team è fondamentale, è la soluzione. Creare un network di esperti dove ognuno possa seguire i topic del blog facendolo trasudare di passione e competenza, completandolo e rendendolo una piattaforma innovativa per i temi trattati sull’onda del nuovo modo di fare business, permettendo alle persone di trovare ciò che serve, sfruttando anche tipologie di contenuti differenti che possano essere usate dai tecnici aziendali o, perché no, anche dagli insegnanti, creando un luogo virtuale dove formarsi o dove chiedere una consulenza”. 

Parlare con Michela Tamai ci è piaciuto davvero tanto. E’ la struttura aziendale di sé stessa, dalle competenze ai piani di sviluppo e investimento passando per il training e, per quanto tutto questo possa sembrare una sfida, lei ha la stoffa per vincerla.

Non vogliamo raccontarvi tutto di Foodmadewith appositamente, per lasciarvi il gusto di scoprirlo giorno per giorno, articolo per articolo, perciò vi invitiamo a leggere i suoi contenuti e divenirne followers, perché ne vale davvero la pena.

Poi chissà, magari tra qualche anno ricorderemo questa data come il giorno in cui anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo presentato al mondo una nuova stella della rete.

In bocca al lupo a Michela e in bocca al lupo a  Foodmadewith.

https://foodmadewith.blog

Francesca Tesoro

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“Sully” e il valore delle scelte

Diverse volte abbiamo usato i film come strumenti di formazione, diretti o indiretti, per le persone che si ritrovano a ricoprire ruoli importanti o semplicemente, abbiamo scelto film, che permettevano la comprensione di alcuni valori, situazioni o del fattore umano.

Perciò oggi abbiamo scelto di parlarvi di “Sully”, film del 2016 co-prodotto e diretto da Clint Eastwood, che racconta una storia realmente avvenuta nel 2009. Questo titolo ci ha catturato per il peso e il valore che conferisce alle scelte e alle loro conseguenze. Ne avremmo potuto selezionare di più simpatici o ironici, ma questo ci ha convinto per il  forte impatto emotivo che crea non solo nel pubblico – considerando che è tratto interamente da una storia vera e che il reale protagonista ha partecipato alla scrittura e alle riprese del film –  ma anche nelle persone che spesso si ritrovano a prendere decisioni che possono cambiare il valore delle cose e lo stato dei fatti.

Se avete visto questo film, magari non coglierete subito il perchè di questa scelta, ma se lo vedrete solo dopo aver letto questa recensione, noi di Sistema Generale, siamo sicure di aver fatto la scelta migliore.

Chesley “Sully” Sullenberger, interpretato dal magistrale Tom Hanks, è il pilota del volo della  US Airways 1549 che,  decollato da New York con centocinquantacinque passeggeri a bordo, poco dopo impatta contro uno stormo di uccelli che ne compromette i motori. Non essendo sicuro di poter rientrare su uno degli aeroporti vicini ed avere, così, la certezza di salvare la vita di tutti coloro i quali sono sul volo, Sully sceglie la via più difficile e fa ammarare il suo bestione sulle acque gelide del fiume Hudson che attraversa la città. Quella che poteva sembrare la mossa più azzardata e rischiosa, si rivela invece vincente. I passeggeri sopravvivono, i soccorsi arrivano in tempo, i testimoni oculari del fatto restano sbigottiti e il pilota diventa un eroe per l’opinione pubblica ma, ben presto, dovrà fare i conti con l’inchiesta aperta nei suoi confronti dall’ente aeronautico per non aver seguito il protocollo. Sully terrà testa alla commissione di inchiesta e in particolare invaliderà, con la sua competenza e la sua conoscenza, tutte le prove contro di lui, dimostrando la loro erroneità perchè imprecise, errate e soprattutto in quanto elaborate da una macchina, palesando come il valore della conoscenza umana possa essere migliore di qualsiasi algoritmo.

Cosa ci insegna questo film?

L’associazione di un fatto di cronaca così importante, diventato prima un libro e poi un film, potrebbe sembrare molto distaccato da qualsiasi ambito, anche al di fuori del lavorativo-professionale. In realtà, al contrario, estremizza brutalmente  il valore  delle scelte che facciamo e le loro conseguenze o, meglio ancora, le ripercussioni delle nostre scelte sui fatti successivi. Da un altro punto di vista, invece, ci dimostra come con la competenza e la caparbietà si possa sostenere ciò che si è compiuto ed in alcuni casi, dimostrare come la scelta più rischiosa sia (stata) quella giusta. 

Ad un certo punto del film, avvenuta la tragedia e partita la commissione di inchiesta, ci si rende immediatamente conto di come Sully viva un sentimento di profonda frustrazione presagendo un giudizio su tutta la propria carriera, con il rischio di poter essere ricordato negativamente solo per quei 208 secondi e non aver seguito il protocollo e non certo per aver salvato i passeggeri più l’equipaggio.

Secondo me sono due  i momenti catartici di questo film. Il primo, quando l’aereo senza i motori plana letteralmente sulla città di New York in un silenzio irreale, soprattutto in cabina di pilotaggio, per qualche secondo. In quei secondi, lo sguardo del pilota cambia e si illumina della soluzione per cui nessun pilota al mondo viene e verrà mai addestrato.

Il secondo, invece riguarda il terrore che il bravissimo Ton Hanks fa trasparire in tutta la sua pienezza, ed è quello di perdere tutto nonostante la consapevolezza di aver fatto del proprio meglio.

Ed è li che si vede il valore e il peso del fattore umano, quello di cui più volte abbiamo parlato.

L’indagine della commissione che seguirà all’incidente, è sul fattore umano, vuole indagare il perchè delle decisioni prese dal pilota e dal suo secondo, che sono convinti di aver fatto il massimo, il meglio e l’unica cosa possibile per salvare tutti.

Tom Hanks-Sully da voce e rappresenta la chance migliore, giura che lo avrebbe rifatto e sbugiarda gli ingegneri aeronautici che non sono piloti e che soprattutto non erano lì. È questo il senso delle cose e di questo film in particolare. Le decisioni le prendiamo noi e non possiamo affidarci ad ogni logaritmo che crediamo corretto. Soprattutto ce ne dobbiamo assumere la responsabilità dopo.

Manager o pilota?

Per quanto – fortuna sua – un manager potrebbe non trovarsi mai in una situazione così estremizzata, ci piace molto il sillogismo con il senso di ciò che rappresenta il pilota del film. Come Sully ha salvato la vita di tutti affidandosi alla sua esperienza, alla sua competenza e alla capacità maturata negli anni per aver saputo “calcolare le distanze a vista” per ammarare sull’Hudson e non precipitarci dentro – attenzione, c’è una bella differenza!-, così il manager, chiamato a prendere decisioni dovrebbe saper prevedere l’esito delle stesse e delle ripercussioni, fidandosi del proprio fattore umano e di quello dei propri collaboratori, avendo anche la capacità di osare e scegliere la via più rischiosa, sapendone sostenere il dopo. Una scelta rischiosa fatta in modo consapevole e competente non dovrebbe mai metterci in dubbio e non dovrebbe mai farci pentire di aver raggiunto l’obiettivo.

In qualsiasi settore dovessimo trovarci, questo film dimostra il valore e la valenza delle nostre scelte, molto più importanti degli schemi e dei logaritmi usati ormai ovunque per trovare la soluzione. Si può essere preparati ed addestrati a tutto, ma è il saper scegliere in modo corretto che fa la differenza. In fondo Sully sarebbe potuto tornare all’aeroporto de La Guardia come dettava il protocollo, ma non ci sarebbe arrivato, perciò, è stata la scelta più rischiosa di ammarare che gli ha permesso di salvare tutti.

Francesca Tesoro

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“Leadership Emotiva” di Daniel Goleman

“Leadership Emotiva – Una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi” edito dalla Bur di Daniel Goleman non è un libro che abbiamo scelto, anzi, è più corretto scrivere che si è fatto scegliere. Prima di tutto, la copertina colorata e accattivante lo rendeva più vicino a un libro simpatico che a uno riguardante la materia del leader, della sua formazione, del suo essere e della sua applicazione pratica nel mondo aziendale e del lavoro ma, molto più in generale, nel circuito delle relazioni di gruppo.

Probabilmente questa sensazione discende direttamente anche dall’autore, Daniel Goleman, giornalista americano classe 1946, psicologo specializzato nello sviluppo della personalità – materia di cui è stato anche professore ad Harvard -, scrittore di temi altisonanti quali la neurologia e le scienze comportamentali per il New York Times e con all’attivo una intera collana dedicata all’intelligenza emotiva e sociale, alla creatività e alla leadership, all’empatia e all’emotività, alle forze che compongono e costituiscono le cose e le persone senza scadere mai nel trascendentale incomprensibile.

Lo scopo principale di questo volume è spiegare, in termini semplici e fluidi di immediata comprensione, raccontando qua e là reali aneddoti accaduti agli alti livelli di grandi imprese, come essere “capi” migliori, più efficienti e, perché no, anche più amati.

Così, leggendo le pagine che scorrono velocemente, scopriamo come, attraverso la gestione degli stati d’animo di chi lavora con noi, il leader dovrebbe riuscire a far crescere l’armonia e il talento dei propri collaboratori. Armonia e talento, per quanto scontati, vengono presentati e raccontati come elementi fondamentali alla base dello sviluppo economico ed anche culturale delle comunità aziendali e, in uno spettro più ampio, della società. E Goleman ci dice anche come far emergere queste qualità altrui e come portarle avanti, ci racconta com’è un leader, quali sono le sue caratteristiche, le capacità che deve possedere e mettere in atto, cosa deve evitare e come può farsi ascoltare migliorando, in questo modo, la riuscita non solo del proprio lavoro ma anche di tutti coloro i quali gli ruotano intorno.

Chi è il Leader? 

Il leader decide la strategia e sa motivare, riesce e sa creare un clima di finalità collettiva costruendo una cultura condivisa. È colui il quale, attraverso la costruzione di legami emotivi e la promozione di rapporti armoniosi, raggiunge risultati. Un leader, con la sua democraticità, suscita consenso stimolando principalmente la partecipazione, generando nei collaboratori prestazioni eccellenti e un generale senso di autonomia finalizzata all’obiettivo comune.

Riuscendo ad accendere la passione dei collaboratori per il proprio operato, il leader dovrebbe perciò (riuscire a) tirare fuori il meglio da loro e per fare questo, l’unica cosa sulla quale deve lavorare sono le emozioni. Del resto, non è vero che un lavoratore che viene trattato bene, considerato, incitato e del quale vengono valorizzati i talenti, che lavora in un ambiente positivo, lavora meglio? È esattamente vero! E la soddisfazione di un collaboratore nei confronti del proprio lavoro e, di conseguenza, dei superiori è determinata, nella stragrande maggioranza dei casi, da questo meccanismo.

Infatti il successo non dipende tanto da “cosa”ma dal “come”e, quindi, se un leader non è in grado di spronare nel modo corretto le emozioni delle persone della propria squadra nella giusta direzione, non raggiungerà certo i risultati sperati o programmati.

Ciò che distingue i leader migliori dalla massa è la consapevolezza del ruolo decisivo che le emozioni giocano sul posto di lavoro, tanto per ciò che riguarda i risultati tangibili – rendimenti, evitare che il collaboratore con talento scelga di lavorare per altri portandosi dietro il know how, per esempio – quanto per quello che riguarda le relazioni morali, la motivazione, l’impegno di ciascuno, fin anche arrivando ai così detti beni immateriali.

Di contro, i manager dotati di scarsa empatia e di una sorta di freddezza emotiva, sono quelli che tendenzialmente non ascoltano, non valorizzano i talenti dei propri collaboratori e/o dei sottoposti, non raggiungono gli obiettivi e, miseramente, portano sé stessi e l’azienda alla progressiva diminuzione di profitti e rendimenti, insomma all’insoddisfazione e, nei casi più estremi, al fallimento.

Di che stoffa è fatto il leader?

Il primo grande elemento che un leader deve possedere, è senza dubbio l’Intelligenza Emotiva, quella di cui proprio Goleman scrive.

L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri. Autoconsapevolezza, Autoregolazione, Empatia e Talento Sociale, affiancati ad abilità tecniche e cognitive, quali la capacità di ascoltare e il possedere il ragionamento analitico, la capacità di lavorare di concerto con altri e la flessibilità di fronte al cambiamento, sono gli aspetti attraverso i quali essa si manifesta e si mette in pratica.

Analizzando questi elementi, ci si rende conto come autoconsapevolezza e autoregolazione riguardino la gestione di sé, mentre invece empatia e talento sociale hanno a che fare con la gestione dei rapporti con gli altri. Gli altri elementi, che ad un lettore distratto possono sembrare solo dei meri corollari, sono invece gli (ottimi) strumenti di attuazione delle componenti che riguardano il sé e gli altri.

La capacità di mettere in pratica correttamente questi elementi in modo unitario ed equilibrato, diventano la predisposizione all’eccellenza nella leadership.

È, di per sé, un concetto abbastanza semplice e logico: in ogni gruppo umano, sia esso di compagnia o di lavoro, di piccola azienda o multinazionale, il leader gode – e lo fa in misura superiore a tutti gli altri – del potere di influenzare le emozioni dei suoi subordinati. Di conseguenza se queste vengono stimolate verso l’entusiasmo, il gruppo darà del suo meglio, in alternativa, se al posto dell’incoraggiamento, si scegliesse la via dell’ansia, della pressione e del rancore, il gruppo andrà completamente fuori fase, perdendo di vista obiettivi e i rendimenti in ambito lavorativo oppure le intere relazioni tra i soggetti, se tali comportamenti riguardano un gruppo non lavorativo. 

Per quanto possa essere relativamente recente l’idea che l’intelligenza emotiva, la quale vede le sue prime teorizzazioni a metà degli anni novanta dello scorso secolo, presenti dei grandi vantaggi a livello di costi e benefici, è ormai un dato di fatto quando, statistiche alla mano, si nota che la maggior parte dei manager che svolge il proprio lavoro con il cuore più che con la testa – senza perderla ovviamente!- abbiano più successo.

Entrare in sintonia con i sentimenti delle persone con cui si lavora, permette di gestire le situazioni di difficoltà e di conflitto, anche latente, senza che sfuggano di mano ed arrivino a livelli incontrollabili. Nonostante nella mente dei più, il concetto di leadership sia collegato all’idea di dominio e superiorità, nella realtà della gestione di un qualsiasi gruppo, essa è al contrario l’arte di persuadere gli altri a cooperare in vista di un obiettivo comune.

Le competenze di un leader

Per quanto tutto possa sembrare fumoso e aleatorio, quanto scrive Goleman è al contrario molto concreto e tangibile e, dopo aver letto il libro con molta attenzione, cercherò di schematizzarvi in modo diretto le competenze che un leader deve possedere, lasciando a voi la voglia di leggere l’appendice al libro dove troverete la spiegazione chiara e concisa di ogni abilità.


In ogni caso e qualsiasi sia l’ambito nel quale vogliate diventare dei Leader, prendete spunto da questo ottimo volume e vedrete che le cose andranno sicuramente nel modo migliore.

Francesca Tesoro

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La Mucca Viola di Seth Godin

Nell’immaginario comune, se parliamo di mucca viola la prima cosa che vi viene in mente è quella di una nota marca di cioccolata. Quello è marketing.

E noi oggi parliamo proprio di questo, di un libro scritto da Seth Godin e pubblicato dalla  Sperling & Kupfer che si intitola  La Mucca Viola – Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone. Libro molto interessante, valido per esperti del settore o per chi lo ha cominciato a leggere per sbaglio, riguarda sì il marketing, ma da un’altra prospettiva, quella del cambiamento, del miglioramento, della modifica delle strutture aziendali in questa materia e che hanno avuto successo, proprio quando hanno cominciato a sentirsi e comportarsi come la Mucca Viola.

Ma chi è Seth Godin? Partiamo dal presupposto che per quanto possa sembrare un inguaribile visionario, è in realtà fondatore e CEO di Squidoo.com ed è uno dei più famosi business blogger al mondo. Ha cominciato a lavorare nel mondo del marketing abbastanza presto, seguendo le sue idee un po’  sopra le righe ma decisamente vincenti: Brand manager di Spinnaker Software nei primi anni ottanta, fonda con i risparmi la Seth Godin Productions poco dopo, occupandosi di packaging editoriale, creando successivamente la Yoyodyne con la quale ha poi sviluppato via internet tutto ciò che riguarda concetti di permission marketing, viral marketing e di direct marketing. Insomma, uno che del marketing ha fatto la sua missione.

Proprio la sua grande esperienza in marketing, lo ha portato a scrivere – tra i tanti – questo libro che mette nero su bianco la fenomenologia inattesa, straordinaria, entusiasmante e assolutamente incredibile che c’è dietro un prodotto, qualsiasi esso sia. 

In effetti, con il passare del tempo e l’aumentare dei prodotti, produttori, modi di fare e di creare la pubblicità, il mutare del nostro modo di vivere e di farci influenzare è cambiato al punto che la prima cosa scritta dall’autore riguarda le P del marketing che non bastano più.

 

Prodotto, prezzo, promozione, posizionamento, pubblicità, packaging, passaparola, permesso – le P del marketing, appunto – sono gli elementi alla base del marketing che viene prodotto e portato avanti in qualsiasi azienda che produca anche un solo oggetto che necessariamente deve trovare il suo spazio nel mercato. A queste deve aggiungersi, oramai, la P della Purple Cow, cioè la straordinarietà di ciò che vuole essere messo nel mercato.

Perchè per fare marketing serve, oggi, lo straordinario?

Perchè si fa notare, fa parlare di sé, suscita interesse. Soprattutto oggi, dove le condizioni del fare pubblicità ad un determinato prodotto sono cambiate, bisogna rendere straordinario l’ordinario che tutti potrebbero produrre e/o vendere. Allo steso tempo, se renderemo il nostro prodotto straordinario, allora cattureremo tutta una fascia di popolazione che magari era interessata ad altro.

Per quale motivo?

Semplicemente, nella storia del marketing bisogna rendersi conto che ad un certo punto le cose sono cambiate. Prima la pubblicità bastava ad entrare nelle case e nelle teste delle persone, anche perchè lo sviluppo dei prodotti non era  avanzato come oggi, per cui le persone – tra le tante cose – non potevano, in realtà, scegliere lo stesso prodotto nelle svariate declinazioni concorrenti tra loro. Oggi invece i consumatori sono troppo impegnati per prestare attenzione alla pubblicità, hanno una quantità di prodotti simili e collaterali e l’unica domanda che si pongono quando stanno per comprare un determinato prodotto è se possa o meno risolvere il loro problema.

La mucca viola è una strategia, un modo di fare strategia, a maggior ragione oggi dove per formulare una teoria valida di successo, bisogna fare attenzione al mondo reale che ci circonda per meglio capire il motivo che sta alla base dei prodotti che fanno scintille nel cuore dei consumatori. Soprattutto nel 2018, dove i normali mezzi con cui si è fatto marketing fino ad oggi stanno perdendo efficacia. La volontà e il modo che stanno alla base del fare marketing è quella di percorrere la via più rischiosa, sembra un paradosso, ma Godin lo esplicita chiaramente: la via meno rischiosa da intraprendere è proprio quella di rischiare, solo così si faranno cose davvero straordinarie. Il rischio da correre è di fare qualcosa di straordinario, di riuscirlo a fare talmente tale da farlo correre e diffondere come se fosse un virus tra le persone. Per quanto sia vero che il fare marketing è cambiato e che i suoi costi siano mutati, è altrettanto vero che se si ha il coraggio di diventare la mucca viola di una determinata parte del mercato, significherà investire ed avere costi elevati, ma si tramuterà anche in un sistema che funziona. E se il sistema funziona, riusciamo a diventare la purple cow, allora diventeremo ricchi. Impossibile? No. Se il mercato è affollato e seguiamo le regole, falliremo perchè resteremo invisibili e dunque, il rischio più grande è quello di essere prudenti.

Per quanto possa sembrare assurdo, non si sa se realmente la Mucca Viola funzioni, avrà successo o meno quando si decide di intraprendere questa via, ma la verità più assoluta è che a farla funzionare è l’imprevedibilità stessa del risultato, perchè il banale conduce al fallimento, lo straordinario….no!

Il principio della mucca viola, secondo Seth Godin, si applica molto bene alle imprese medio-piccole che vogliono crescere e accrescere la propria quota di mercato, non rimanendo incastrate nel rispettare obiettivi trimestrali, profitti, quote di produzione e la minor percezione di rischio possibile. Sapete qual è la vera differenza tra l’ordinario e lo straordinario in termini di marketing? Le idee straordinarie hanno molte più possibilità di diffondersi delle idee che non lo sono, eppure, sono pochi i coraggiosi che creano qualcosa di veramente straordinario, rischiando.

Qual è il modo per creare la Mucca Viola? È infallibile?

Pariamo dalla cosa semplice: non esiste una formula segreta,  un piano o un manuale che garantiscano un successo certo. Per definizione una autentica Mucca Viola è qualcosa di straordinario nel modo giusto, né più né meno. Al contrario, il sistema è molto semplice: bisogna puntare su qualcosa di assolutamente fuori dall’ordinario, pensare a quali attributi straordinari possa avere questo qualcosa e poi valutare i risultati di marketing e quelli finanziari che si vuole raggiungere. Passando in rassegna le famose altre P, provate a indicare dove potrebbero collocarsi gli attributi straordinari. Così avrete un quadro ben preciso per passare alla fase successiva che consiste nell’immaginare la vostra innovazione.

La Mucca Viola, altro non è che un processo per mettere in luce intenzionalmente o per caso gli elementi che fanno dei prodotti ordinari, prodotti straordinari. 

E il marketing? 

È il prodotto  stesso e viceversa, nel senso che al giorno d’oggi il marketing deve fare parte di ciò che decidiamo di produrre e lanciare sul mercato e non come si faceva prima che diventava una strategia successiva e collaterale, perchè la purple cow ha modificato la definizione stessa di marketing.

Prima, ogni settore di un ciclo produttivo era gestito da diversi soggetti e il marketing era solo il fare pubblicità, comunicando il valore del proprio prodotto che – attenzione – era già stato sviluppato, realizzato e commercializzato. Oggi invece il marketing è l’atto stesso di inventare il prodotto, di progettarlo, di definirne il prezzo, di trovare prima ancora di farlo conoscere al mondo quale sia la strategia migliore per venderlo.

Per quanto tutta questa storia del marketing in cambiamento e della Mucca Viola possa sembrarvi decisamente paradossale, sappiate che all’interno del volume troverete una lunga serie di real cases che dimostrano il contrario testimoniando come questo nuovo modo di fare marketing funzioni. 

Allo stesso tempo, sono sicura, che il vostro sguardo di sorpresa si fermerà proprio sul nome di alcune aziende che tutti noi abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e che, scegliendo di essere una mucca viola nella prateria del commercio, stanno avendo successo.

Esattamente come scrive Seth Godin.

Francesca Tesoro

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Piccolo manuale delle decisioni strategiche di Mikael Krogerus e Roman Tschäppeler


Se vi dicessero “Esiste un manuale delle decisioni strategiche?”, voi cosa rispondereste? A cosa pensereste? Ma prima di tutto, sapreste definire cosa è realmente una decisione strategica?

Partiamo proprio da questo interrogativo.

Le decisioni strategiche sono scelte che necessariamente interessano un lungo periodo temporale e per questo motivo non sono facilmente modificabili richiedendo un investimento di risorse permanente.

Detta così sembra una cosa complicatissima, invece non lo è affatto, o meglio, non lo è se si ha una rappresentazione grafica davanti agli occhi che permette di sintetizzare mentalmente il percorso che le nostre decisioni potrebbero percorrere e gli obiettivi che, in questo modo, potrebbero essere raggiunti.

Mikael Krogerus, classe 1976 redattore del magazine svizzero NZZ e  Roman Tschäppeler, nato nel 1978 e fondatore del sito di comunicazione guzo.ch, hanno creato questo Piccolo manuale delle decisioni strategiche edito dalla Rizzoli, condensando in un solo testo, una serie di modelli applicabili alla nostra vita reale, qualsiasi essa sia.

Mikael Krogerus e Roman Tschäppeler

Nelle “Istruzioni per l’uso” riportate all’inizio del volume, gli autori scrivono che questo libro è per tutti coloro che hanno a che fare con le persone, dalle maestre d’asilo ai top manager, per prendere le decisioni giuste al momento giusto, per motivare e conoscere meglio sé stessi e i propri collaboratori, per imparare a modificare le cose e riuscire a lavorare in modo più efficiente, per affrontare le situazioni più complicate trovando la soluzione migliore per le piccole e grandi sfide della (nostra) vita.

In questo volume dalle dimensioni tascabili ma dal ben più grande peso finale, sono contenuti cinquanta modelli-matrici, alcuni conosciuti e altri meno, che stimolano la riflessione personale non per fornire soluzioni predefinite e preconfezionate ma soluzioni applicabili. 

Concepito come un quaderno di esercizi, permette al lettore di entrare in sintonia con il modello che si legge, capirlo, metabolizzarlo ed infine provarlo materialmente e se proprio non si è disposti a provarlo materialmente, quanto meno a provarci sulla carta, avendo a disposizione una parte del libro dedicato alla creazione dei propri modelli personali.

Questi modelli, raggruppati in sezioni che disegnano un percorso ben definito – Come Migliorarmi, Come Capirmi Meglio, Come Capire Meglio Gli Altri, Come Migliorare gli Altri – sono un ottimo strumento da attuare quando la mente deve gestire il caos dei nostri pensieri e, per questo, sviluppa sistemi per gestirlo, strutturarlo, osservarlo e superarlo. Lo scopo del modello è quello di ridurre la complessità di quel caos spostando la concentrazione sull’essenziale per dissolverlo. Non è certamente statico, esatto e valido per tutti, ma rappresenta il risultato del pensare attivamente che a sua volta diventa la soluzione, tant’è vero che ogni modello è sempre uguale al proprio osservatore. 

I giovani autori, ai quali tra l’altro si è anche interessato il London Business Forum – un forum on line dedicato a far circolare il pensiero di leader e  pensatori di business di maggior successo su argomenti come leadership, innovazione, benessere e risorse umane – ci suggeriscono anche come leggere questo libro e bisogna dargli decisamente ragione.

Le modalità di lettura sono due, una all’americana ed una all’europea e si differenziano per il comportamento che sta alla base e l’approccio che si preferisce avere nel seguire questo percorso.

Generalmente gli americani prediligono il comportamento definito trial and error, cioè, fai qualcosa, sbagli, impari, fai tua la teoria (dell’errore) e provi di nuovo.

Gli europei invece sono più teorici, perciò seguono lo schema del leggere attentamente la teoria, riflettere su di essa, fare qualcosa, sbagliarla, analizzare l’errore, migliorare, riprovare.

Che uno legga questo Piccolo manuale delle decisioni strategiche all’americana o all’europea, poco importa, l’importante è leggerlo perché i modelli di questo libro sono imbevuti di pragmaticità, semplici e semplificatori, schematici e stimolanti, aperti e fonte di sviluppo. Per noi stessi e per gli altri.

E considerato il famoso Black Friday in arrivo, sappiate che esiste un modello anche per scegliere il regalo giusto, è a pagina 33. Provate a leggerlo e testate il suo funzionamento.

In fondo, fare regali è un terreno davvero minato, chissà che un modello non possa evitarci figuracce!

Francesca Tesoro

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“Chi ha spostato il mio formaggio?” di Spencer Johnson

Oggi vi racconterò due storie, una riguarda il libro “Chi ha spostato il mio formaggio?” di Spencer Johnson edito  dalla Sperling & Kupfer, l’altra invece su quello che ha significato leggerlo.

Ma partiamo dall’inizio.

In una giornata di pioggia battente, avendo voglia di fare una passeggiata ma per nulla intenzionata a bagnarmi come un pulcino, sono entrata nella libreria dietro l’angolo e ho cominciato a curiosare tra le varie sezioni.

Avevo notato che la disposizione delle tematiche era stata cambiata e, su un tavolo al centro di alcune librerie, era stata creata una sezione con un cartello sul quale non era scritto altro che un punto interrogativo. Incuriosita ho osservato i libri che erano stati ammassati in modo ordinato e la mia attenzione venne catturata da questo volumetto tascabile. Sembrava una favola per bambini lasciata in una area dedicata a libri sulla tecnologia,  previsioni del cambiamento climatico e tutto ciò che era relativo alla letteratura motivazionale.

La copertina richiamava decisamente le iconografie delle storie per bambini e, a dir la verità, così lo pensavo. Però mi aveva attirato a tal punto che presi questo libro dal mucchio e, seduta su una poltrona che sembrava lasciata lì apposta per me, iniziai a leggerlo, senza prestare più di tanto attenzione al sottotitolo, decisamente da adulti: Cambiare se stessi in un mondo che cambia in azienda, a casa, nella vita di tutti i giorni.

Quando ormai fuori era buio e dall’altoparlante una voce roca avvertiva che la libreria era in chiusura, girai l’ultima pagina, rendendomi conto, solo in quel momento, di aver letto il libro di Spencer Johnson in una sola volta. Avrei potuto lasciarlo lì, ma pervasa dal senso di colpa, andai in cassa e lo pagai.

Cosa aveva questo libro di così particolare da riuscire ad attirare la mia mente frenetica?

Prima di tutto non è una storia per bambini, anzi, è un libro trasversale, in grado di rappresentare la parte complessa e quella semplice che coesistono in ognuno di noi, indipendentemente da età, sesso, cultura o paese di origine, come viene riportato nelle prime pagine.

Scorrendo l’introduzione è raccontata La storia dietro la storia, ovvero la genesi di questa fiaba scritta più di vent’anni fa,  che parla di cambiamenti, di similitudini tra il Formaggio che rappresenta ciò che ognuno di noi desidera nella propria vita (qualsiasi essa sia) e il Labirinto che è invece il luogo dove noi cerchiamo l’oggetto del nostro desiderio.

Vengono presentati i quattro personaggi al centro della storia che identificano i diversi aspetti della natura umana, dai più semplici ai più complessi, rappresentando i comportamenti che in un determinato contesto vengono messi in pratica naturalmente da ognuno di noi, determinando il nostro fallimento o il successo.

Viene raccontato come, incredibilmente, questa storia abbia salvato carriere, matrimoni e persino vite umane, oltre che salvato l’azienda di Ken Blanchard, autore della prefazione, il quale convinto dal profondo valore di questa storiella, ne consegnò una copia in pre-edizione a ciascuno dei dipendenti della propria azienda poco inclini ad adattarsi alla fase di mutamento aziendale e del mercato che stavano soffrendo. Inutile dire che l’azienda tornò sull’onda e non rischiò di fallire miseramente.

Nella storia di “Chi ha spostato il mio formaggio?” troviamo i topolini Nasofino e Trottolino e gli gnomi Tentenna e Ridolino. Tutti e quattro vivono in un labirinto. Due di loro saranno in grado di agire in modo semplice e diretto, riuscendo ad adeguarsi al cambiamento. Gli altri due invece, incastrati nei loro meccanismi e nelle passioni, nei modi di fare e di pensare, complicano enormemente le cose non riuscendo a trovare la soluzione al loro cambiamento e a quello esterno.

Perciò, tra le vie che sembrano infinite del labirinto, due si daranno da fare e troveranno le soluzioni migliori per vivere ed adeguarsi al cambiamento prima degli altri, gli altri due invece, agiranno in maniera differente, scontrandosi con le proprie nature, paure, debolezze.

Tutti hanno un obiettivo, il Formaggio, mentre le vie per raggiungerlo, saranno diverse.

Gnomi, Topolini, Formaggio e Labirinto altro non sono che la stigmatizzazione della natura umana che deve fronteggiare il cambiamento, personificazione dello stesso autore che, in un momento della propria vita in cui non sapeva come affrontare un difficile cambiamento, scrisse quella che immaginava fosse solo una storiella per sé ed invece è diventato un best seller  in grado di scalare le classifiche internazionali in soli sedici mesi, perché frutto di un richiamo universale.

                   

E questo frutto non è assolutamente scritto tra le righe di questo libro, dal momento che la validità di questa storia entrata prepotentemente nelle case, aziende, scuole, chiese, esercito e mondo dello sport, nonché nel modo di fare management,  non è il suo contenuto, ma come questo viene percepito, recepito e applicato alla propria personale situazione.

Ecco la grandiosità di questo piccolo libro tascabile.

Leggere questo libro ha significato assumere una consapevolezza personale differente, incredibile a pensarlo, figuriamoci a dirlo.

In effetti, quanto scrive Blanchard a conclusione dell’introduzione come augurio ai lettori, si è realizzato.

Ho letto un libro che sembrava una semplice favoletta, ho assaporato la scoperta di essa e ho imparato a spostarmi con il mio (Nuovo) Formaggio, affrontando il cambiamento che avevo davanti agli occhi e non avevo percepito come tale.

Dovreste provare anche voi.

 Francesca  Tesoro

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“Simone Weil. Umanizzare il lavoro” di Maria Forte


Quale può essere il legame tra la filosofia e il mondo del lavoro? E come può una filosofa dell’inizio del 900 parlare del”umanizzazione del lavoro, trovando una perfetta applicazione nei giorni nostri? Per quanto possa sembrarvi ardito, le risposte a queste domande le troviamo nel libro “Simone Weil Umanizzare il lavoro” scritto con passione dall’autrice Maria Forte, edito dalla Pazzini Editore.

Maria Forte è una docente di storia e filosofia di un noto liceo di Latina, ha insegnato presso l’Istituto di Scienze religiose “Paolo VI” e si interessa della formazione dei docenti.

Simon Weil invece è una scrittrice e pensatrice francese del primo novecento, che si definiva «professoressa girovaga tra la classe operaia», docente di filosofia anch’essa che, nel pieno dell’avanzamento dei totalitarismi in Europa, decise di vivere sulla propria pelle la condizione della classe operaia di allora, sperimentandone l’oppressione sociale.

Il pensiero di Weil era già arrivato in Italia a metà dello scorso secolo grazie ad Adriano Olivetti e Franco Fortini che avevano cominciato a tradurre i suoi scritti, creando un legame invisibile ma indissolubile tra lei e il pensiero innovativo ed umano dell’azienda di cui Olivetti è stato artefice.

A cavallo tra il 1935 e il 1935 Simone Weil abbandona gli studi e diventa operaia in diverse fabbriche francesi e da questa esperienza nascono una serie di scritti dai quali emerge tutta la profondità della sua esperienza lavorativa. Il suo intento era quello di “coniugare pensiero e azione, formazione intellettuale e impegno a favore degli oppressi”, rendendosi così conto di come fare l’operaio significava essere schiavi e vivere una condizione di schiavitù – non solo morale – agli occhi del resto della società.

La Forte pone al centro di questo libro il tema del lavoro e il pensiero di Simone Weil, dimostrando come l’esperienza della fabbrica sia diventata una vera e propria ricerca socio-antropologica vissuta in prima persona dalla filosofa francese. Attraverso gli anni passati fianco a fianco agli operai, inglobata in tempi serratissimi, azioni ripetitive e disumanizzazione dell’uomo, la Weil vive un personale periodo di evoluzione intellettuale e spirituale che l’hanno portata a cambiare tutta la sua prospettiva sulle cose e  il senso della vita. 

E per quanto possa sembrare lontano da noi, le riflessioni di allora e la puntuale analisi e contestualizzazione dell’autrice, fanno di questo libro uno spaccato dei tempi moderni.

Nei capitoli del volume vengono affrontati il tema dello sradicamento dell’operaio, un estraneo servilmente legato al denaro che diventa merce per garantire la sopravvivenza, costretto in un sistema che è privo e lo priva di umanità, appiattendolo.

La Weil comprende come la via per il riscatto non sia quella degli scioperi o delle rivoluzioni ma sia la salute morale degli operai, consapevoli  della loro dignità umana, in grado di pensare ed agire.

Emerge la delusione della filosofa francese nei confronti della politica, dei partiti rivoluzionari e dei sindacati che non fanno nulla per liberare gli operai dalla condizione di oppressione, lasciati in una sorta di torpore spirituale. Ed altrettanto forte affiora l’idea che l’unica strada efficace e radicale per risollevare la condizione operaia è l’operazione culturale e l’educazione alla Bellezza, unica cosa che può arrivare al cuore del problema, liberando gli operai dal pensiero e dal senso di inferiorità derivante dalla subordinazione e dalla povertà. 

Maria Forte riporta ai giorni nostri la ricerca della libertà autentica in alternativa all’oppressione di cui la Weil aveva scritto nel ’34, costituita dal rapporto tra pensiero e azione, perché “disporre delle proprie azione non significa agire in modo arbitrario, ma pensare il proprio agire”.

L’uomo viene spronato ad essere fautore della propria esistenza, in quanto capace di creare ed essere intelligente che non deve soccombere alle macchine automatiche. Il lavoro (libero) deve trovare le sue radici nella ricerca e nello studio, in un equilibrio tra lo spirito (umano), l’oggetto e la collettività da cui tutto dipende che, per quanto sia immateriale, diventa l’agente di sopraffazione più potente.

Il  Pensare è l’elemento cardine, dove manca si genera l’oppressione, il suo esercizio diviene antidoto alla dominazione e all’oppressione, perché se gli individui pensano mentre agiscono, la società sarà meno cattiva e questo non può essere affidato solo alle persone di buona volontà, perché questo sillogismo deve essere un approccio sistemico condotto dalla ragione e allargato a tutti.

Il lavoro è una via di accesso privilegiata nel mondo, la cultura, la scienza e la tecnica non possono rimanere pure astrazioni e deve essere esso stesso considerato come un valore umano, portatore sano di dignità che rende l’uomo libero e consapevole.

Per Simone Weil contra l’uomo, concretizzazione di dignità e diritti, consapevole del suo esistere come singolo e nella collettività, interprete dei processi che lo circondano e non mero strumento, educato al bello e capace di pensare ed agire.

Oggi come allora, l’umanizzazione del lavoro è tornato ad essere un tema di cui parlare, di fronte le nuove forme di schiavitù (non solo lavorative) che attanagliano la società, per la necessità di rivendicare quei diritti fondamentali dei lavoratori che oggi più che mai conosciamo e a volte facciamo finta di ignorare, convinti che non ci riguardino direttamente. 

E non crediate che tutto questo sia “solo” filosofia.

Pensateci la prossima volta che ordinerete un oggetto on-line, una pizza via app o comprerete un pomodoro al supermercato.

Francesca Tesoro

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Made in Italy: rappresentazione della precarietà

 

Che vi piaccia oppure no, che ascoltiate la sua musica o meno, Luciano Ligabue all’inizio di quest’anno ha presentato al mondo cinematografico il suo terzo film. Dopo Radio Freccia e Da Zero a Dieci, è arrivato il tempo di Made in Italy.

Pellicola,  prodotta dalla Fandango, distribuita dalla Medusa, nata nelle more dell’omonimo e precedente (concept) album del 2016, ha avuto la capacità di infrangere un tabù, raccogliendo quattro candidature ai Nastri d’Argento e vincendone uno, incassando tre milioni di euro nelle sole prime due settimane di programmazione.

Girato in poco più di un mese nell’estate del 2017 e arrivato nelle sale a gennaio, è un film crudo e vero che, con estrema schiettezza, inquadra e porta sugli schermi il disagio della precarietà di un uomo di mezza età.

Riko (Stefano Accorsi), cinquantenne della provincia emiliana è un uomo che ha sempre vissuto seguendo gli schemi preordinati della società al ritmo del tempo. Ha una moglie (Kasia Smutniak) che ama nonostante le reciproche scappatelle, ha un figlio che sarà il primo della famiglia ad andare all’università, ha un lavoro che non ama fare ma che fa bene perchè è comunque il suo lavoro ed era il lavoro di suo padre e prima ancora del nonno, come la casa in cui abita e che non potrà più mantenere. È un uomo attaccato in modo viscerale al suo paese, al suo gruppo di amici, alla sua realtà, fin quando anche lui non viene toccato dai tagli al personale nel salumificio in cui lavora e la sua crisi di mezza età diventa una crisi esistenziale molto più profonda e lacerante. 

Stefano Accorsi, è molto bravo ad impersonificare questo personaggio che, a detta dello stesso Ligabue, rappresenta un uomo attaccato alla vita, al suo mondo fatto di amici, casa e famiglia, al paese provinciale, stufo della sua ripetitività e delle ingiustizie quotidiane che riceve, che subisce la stanchezza esistenziale generalizzata e generazionale. Tratti questi che emergono continuamente nelle scene dei film e rappresentano il pensiero di ognuno di noi.

Riko, altro non è che la rappresentazione di una storia specifica che racconta lo spaccato della società odierna legato alla precarietà del mondo del lavoro e delle persone di mezza età che vivono questa tragedia nella loro vita. E con loro, le famiglie.

Perchè quando un uomo perde il suo lavoro, di conseguenza, perde la propria identità, diventando fragile e sentendosi inutile, fino a quando non prende coraggio e decide di cambiare – anche se poi nella realtà non succede così tanto spesso quanto si creda-.

Made in Italy è un film sentimentale,  perchè racconta il punto di vista di un uomo semplice, un qualunque operaio radicato nel suo paese e nel suo amore familiare che, per quanto distorto, lo caratterizza, finchè non decide di cambiare ed emigrare altrove, per salvare più che sé stesso il proprio matrimonio, la propria casa, la propria identità e dignità, per rispondere a quell’esigenza di cambiamento che ha come punto di svolta un evento drammatico prima e l’arrivo di un nuovo figlio immediatamente dopo.

Allo stesso tempo questo film è la fotografia dell’Italia contemporanea, assuefatta al un non prendersi le proprie responsabilità da una parte e all’essere abituati a subire dall’altra.

Gli attori (Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Tobia De Angelis, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi), guidati dal regista e dalle canzoni dell’album, mettono in scena il paese di oggi, rappresentando egregiamente uno spaccato della società, completa di tutti gli aspetti umani e materiali che normalmente viviamo nel nostro mondo normale. Un mondo bello agli occhi di tutti, ma che diventa cupo e triste agli occhi di chi è precario lavorativamente e corre il rischio di perdere tutto, compromettendo quanto si è costruito nel tempo. Negli occhi di Riko/Accorsi si legge la disperazione dell’essersi perso, la necessità di ritrovarsi, la volontà di volersi ribellare, l’amore di una moglie che fa di tutto per farlo tornare alla vita vera, il capannello degli amici intorno, ognuno con le proprie normali difficoltà.

Quando si entra in una spirale di terrorizzante senso di perdita, l’unica via per salvarsi diventa il cambiamento e se non si può cambiare nel proprio paese, si prova oltreconfine, nonostante le persone ti continuino a chiedere cosa ci fai lì?

Allora si ricomincia a vivere, ripercorrendo le tappe belle della propria vita per riprendere il controllo che si era perso, cambiando nel modo in cui prima non si era immaginato, risvegliandosi convinti di fare qualcosa che prima non si avrebbe avuto il coraggio di fare, ricostruendo quello che si era perso.

E per quanto non si possa dire che la vita è come un film, almeno per un momento possiamo vivere l’idea di ritrovare la stessa speranza di Riko nel riprendere il proprio controllo, per stare bene.

Francesca Tesoro

 

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Sistema Scuola: Alternanza scuola – lavoro, cos’è e come funziona

All’alba di un nuovo anno scolastico, parliamo dell’Alternanza scuola – lavoro in considerazione del fatto che migliaia di studenti si troveranno a viverla durante i prossimi mesi e con loro, i genitori.

Cos’è?

Parliamo di una attività didattica obbligatoria innovativa ed esperienziale dedicata agli studenti iscritti alla terza, quarta e quinta classe delle scuole superiori.

Regolata dalla legge n. 107/2015, meglio conosciuta come la Buona Scuola, ha l’intento di abbattere la distanza tra le scuole superiori e il mondo di lavoro, con lo scopo principale di “far provare” agli studenti il mondo del lavoro al quale si affacceranno dopo il liceo, qualsiasi esso sia. 

Infatti, per far orientare gli studenti rispetto gli ambiti lavorativi di competenza, i vari percorsi, seppur differenziati in base all’indirizzo dell’istituto, sono stati previsti sia per i licei convenzionali che per gli istituti tecnici e professionali.

Inizialmente dedicata agli studenti frequentanti il terzo anno nell’anno scolastico 2015/16, è stata estesa l’anno successivo agli studenti del quarto anno, per riguardare infine tutti quelli iscritti al triennio delle superiori a partire dall’anno 2017/18.

Ciò che differenzia maggiormente la tipologia dell’alternanza scuola-lavoro è la totalità di ore da svolgere durante il triennio: duecento ore per i primi, almeno quattrocento per i secondi.

Ciò che li accomuna sono i periodi in cui può essere svolta e il dove, oltre il fatto che, in modo assolutamente categorico, non determina il sorgere di un rapporto di lavoro tra studente ospitato e partner ospitante.

Che sia durante l’anno, nel periodo generalmente di vacanza o in quelli della normale sospensione didattica, in Italia o all’estero, l’alternanza scuola lavoro può essere svolta con le aziende del terzo settore o con gli ordini professionali,  con  gli istituti pubblici e privati operanti nei settori del patrimonio e delle attività culturali, ambientali artistiche e musicali, nonché con enti di volontariato o di promozione sportiva no profit. 

A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 é istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura un Registro nazionale delle imprese scuola lavoro  per cercare i soggetti che offrono  percorsi di alternanza scuola-lavoro ed apprendistato.

Perchè il sistema fosse completo e totalmente regolamentato, nel dicembre 2017 è stato emanato il Regolamento che definisce la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro con lo scopo principale di informare correttamente studenti e genitori, nel rispetto del dialogo costruttivo e di condivisione che deve essere alla base del rapporto scuola-famiglia.

Questa carta dei diritti e dei doveri prevede che ai ragazzi venga destinato un ambiente di formazione adeguato e sicuro, che miri alla crescita del singolo in modo coerente con il percorso scolastico intrapreso, affiancati da tutor destinati a seguirli durante tutto il periodo e sotto la vigilanza delle commissioni istituite presso ogni ufficio scolastico.

Infine è stato predisposto e previsto tutto l’ambito delle valutazioni di efficacia dell’intero percorso di alternanza scuola lavoro, svolto dallo studente interessato, dal dirigente scolastico che avalla il progetto, dalla commissione scolastica che garantisce e segue il percorso.

Come funziona?

L’alternanza scuola lavoro è un percorso fatto di tappe che lo studente affronta come singolo oppure come gruppo classe. 

Entrambe le tipologie hanno lo scopo di simulare la situazione lavorativa nel suo contesto originario ma, mentre nel primo sarà il singolo a vivere l’esperienza in tutte le sue sfaccettature, nei progetti destinati al gruppo classe ognuno può vivere una esperienza differente contribuendo al raggiungimento di un obiettivo finale comune legato al territorio.

Prima di tutto bisogna scegliere un percorso personalizzato che introdurrà i soggetti in una azienda o in un ente con l’ausilio di un tutor scolastico, il quale seguirà le successive fasi dell’esperienza. 

Scelto il percorso avviene l’incontro  materiale con l’azienda o con l’ente, affinchè lo studente prenda consapevolezza della scelta e sia pronto ad iniziare il percorso, anche e soprattutto dopo aver conosciuto il tutor aziendale o dell’ente. 

La terza fase riguarda invece il così detto piano formativo attraverso cui i vari soggetti coinvolti  stipulano e firmano il progetto dell’alternanza scuola lavoro per il suo svolgimento.

L’ultima fase, non meno importante, è quella della Valutazione finale sia per lo studente che per l’azienda. Il primo sarà valutato dalla scuola e dall’azienda che emetteranno un giudizio  sull’esperienza complessiva dello studente, rilasciando il Certificato delle competenze. La seconda, a sua volta, sarà valutata dalla scuola e dallo studente che dovrà certificare la reale formazione ricevuta.

I primi dati ufficiali

A maggio 2018 è stato rilasciato dal Miur il primo report ufficiale con la raccolta dei dati dell’alternanza scuola-lavoro per l’anno 2016/17 che ha toccato le scuole pubbliche e paritarie italiane, escludendo quelle della Valle d’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano perchè non gestite dall’Anagrafe Nazionale degli Studenti. 

E dunque: 

nell’anno scolastico 2016/17 seimila scuole hanno svolto progetti di Alternanza scuola- lavoro;

più del 94% delle scuole statali in ogni regione ha attivato tali progetti;

76.246 progetti hanno coinvolto 937.976 studenti del triennio, nonostante  l’obbligatorietà non fosse entrata completamente a regime;

Lombardia, Piemonte e Lazio detengono il maggior numero di progetti di alternanza scuola lavoro attivati, mentre in  Molise e  in Umbria sono stati registrati i valori più bassi;

più dell’88% dei progetti hanno una durata annuale e i percorsi sono stati attivati per il 55% nei licei, per il 30% nei tecnici ed il restante 15% negli istituti professionali.

Insomma, un ottimo primo rapporto per questo progetto formativo di massa andato completamente a regime durante il passato anno scolastico, nonostante con l’avvento del nuovo governo si sia parlato di modifiche alla buona scuola.

Vedremo cosa cambierà e, nel frattempo, buon ritorno sui banchi a tutti gli studenti e ai professori, nuovi e vecchi.

Francesca Tesoro

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“Destini e Declini” di Romano Benini

Romano Benini, autore, giornalista economico e docente di politiche del lavoro, aveva già catturato l’attenzione di Sistema Generale quando abbiamo recensito il libro dal titolo “Il fattore umano” nel quale, a quattro mani con Maurizio Sorcioni, ci spiegavano la crisi economica e le ragioni che avevano determinato le difficoltà nel mondo del lavoro.

Nel libro che presentiamo oggi invece,  “Destini e Declini”, pubblicato sempre dalla Donzelli Editore,  questa volta leggiamo una appassionata, intrigante ed affascinante analisi della crisi, non solo economica, dell’Unione Europea.

Vi chiederete, come fa un libro che parla di crisi ad essere definito così positivamente?

Per il parallelismo svelato già dal sottotitolo “L’Europa di oggi come l’Impero romano?”

Benini in modo puntuale ed accurato espone la  crescita e la crisi del continente europeo di oggi instaurando un parallelismo con l’Impero romano, evidenziando dei tratti comuni, nonostante la grande differenza temporale. 

Per quanto possa sembrare strano, è una operazione ben riuscita. 

Analizzando il fastoso passato dell’Impero, culla di straordinari avanzamenti storici e burocratici,  l’autore espone, sempre con una scrittura accessibile, gli avvenimenti recenti di una Europa in difficoltà e spiega cos’è la crisi e il motivo per cui può diventare essa stessa prima declino e poi vera e propria decadenza.

Per prevenire questo assioma declino-decadenza, Benini ne indaga il suo funzionamento, i suoi fattori scatenanti, il significato a livello sociale, perché, come dice lui stesso nell’Introduzione, misurare il mondo europeo attraverso la sua storia e il confronto tra le storie diverse dei popoli che ne fanno parte, serve a rintracciare l’identità e la vocazione europea che al giorno d’oggi sembra essere offuscata dagli eventi materiali ed economici.

Di per sé le crisi sono frutto della difficoltà di affrontare e superare un momento di passaggio e, com’è stato per l’Impero romano, così lo è per l’Europa dei giorni nostri.

Perché il parallelismo con l’Impero romano?

Tanto storicamente quanto di fatto è l’unica grande esperienza sovranazionale del continente che abitiamo e, nel paradosso della distanza temporale, ci sono degli avvenimenti che possono essere messi a confronto e usati come lezione per il nostro prossimo futuro europeo.

Pensiamo all’esempio che riporta lo stesso scrittore: la crisi dell’Impero romano ha le sue radici nell’incapacità di gestire le ondate migratorie dei visigoti che cercavano di invadere massivamente i territori imperiali volendo diventare romani.

Allo stesso modo, la crisi economico-politica dell’Unione Europea è iniziata con il cambio di millennio che ha progressivamente indebolito la nostra identità comune culminata, nel 2008, con la crisi prettamente economica che ha ulteriormente allontanato le nazioni e i popoli tra loro, i quali hanno anche subito il fatto di non essere stati protagonisti di una politica fiscale ed economica condivisa e coordinata anche e soprattutto alla luce dei forti flussi migratori provenienti dai continenti confinanti.

Questo allontanamento ha determinato una successiva crisi di identità europea, facilmente identificabile  con l’emergere del populismo, dei partiti xenofobi, delle ostilità tra i vari paesi. A questi elementi bisogna necessariamente anche affiancare il fatto che in siffatta situazione  sono venute meno anche quelle competenze europee che creavano un valore aggiunto. All’indebolimento delle competenze, dell’identità socio-culturale, del sentirsi integrati in qualcosa di superiore -l’Essere Europa, appunto-, lo stato di crisi è avanzato a dismisura.

Ripercorrere la crisi, il declino e la decadenza che  l’Europa ha già conosciuto durante l’epoca romana,  ci aiuta a capire e chiarire il nostro presente, illuminando e  offrendo nuove strade da percorrere.

In questo contesto di analisi, un  primo passo importante è quello di capire cosa sono realmente la crisi, il declino e la decadenza e quali sono i loro parametri di riferimento.

La crisi è una fase di passaggio e di trasformazione, la perdita di ricchezza umana e sociale che immediatamente si identifica con quella economica, rappresentata dalla perdita di ricchezza e di opportunità ed è per questo motivo che il suo modello di riferimento diventa il capitale economico.

Il declino riguarda la perdita dei legami sociali, della conoscenza e delle relazioni che a loro volta determinano un venir meno della capacità di reagire e quando non si riesce a gestire una singola difficoltà, un problema diventa più invasivo e generale, in grado di aggredire tutto quanto è stato costruito fino ad un determinato momento. Per questa ricostruzione, il parametro di riferimento del declino  diventa quello sociale e culturale: sentendosi meno forti di prima, si perde fiducia, sicurezza e senso del futuro.

La decadenza, infine, è il sintomo del declino divenuto irreversibile e si ha quando diviene ormai difficile e molto complicato, se non impossibile, rideterminare la connessione tra reddito, capacità e conoscenza. Quando la convinzione di costruire il proprio futuro insieme agli altri si trasforma nell’idea opposta che per il proprio futuro si debba per forza di cose andare contro gli altri,  viene meno l’identità comune e di conseguenza ci si chiude e si diventa diffidenti, trasformando tutto ciò che è al di fuori di noi stessi un potenziale nemico. Alla decadenza consegue la disgregazione, come  un vero e proprio processo degenerativo.

In realtà i fattori della crisi, del declino e della decadenza di cui si parla Benini, non sono estrapolati dal solo confronto con la Roma e l’Europa di secoli fa, ma a ben vedere, emergono da un documento ufficiale della Commissione Europea che diventa la chiave di lettura di questo parallelismo storico. Il documento di cui riportiamo noi e di cui l’autore fa una ottima analisi, è il RCI (Regional Competitiveness Index), ovvero il rapporto ufficiale con cui viene misurata la capacità dei singoli paesi europei. Il quando che emerge dal RCI è disarmante. 

Tra i paesi della UE ci sono palesi ed enormi differenze che spesso travalicano i confini nazionali in senso opposto riguardando anche singole regioni degli stati stessi, evidenziando come la fragilità dell’identità economica sociale e culturale sia stata determinata dall’assenza di politiche economiche, culturali e sociali e dal contestuale fallimento delle misure introdotte dal 1999 al 2014 per favorire la coesione tra gli stati. Nonostante i risultati della nuova scommessa di integrazione che riguarda la fascia temporale 2014-2020 non siano ancora evincibili, è chiaro che la mancanza di regole e prospettive comuni sono un fattore costante e che le cose non andranno tanto meglio rispetto ad oggi se non verrà attutato un vero e proprio cambio di rotta. 

Ma l’autore non vuole disegnare solo un quadro a tinte fosche, anzi, nelle pagine di questo libro davvero interessante, ipotizza anche quale sia la via per superare la crisi socio-economico-culturare di cui siamo tutti testimoni.

Quale antidoto al “Destino e al Declino”?

Provate ad immaginare, cos’è che crea l’apertura mentale verso qualcosa di nuovo senza il bisogno di averne paura?

È la formazione che deve partire dal mondo della scuola, dal mondo dell’innovazione che, partendo dai livelli più semplici della società deve creare una nuova forma di relazione. La formazione è la via di fuga da questa crisi perdurante e radicata perché esclusivamente attraverso essa si può (ri)organizzare una Europa sociale per creare una educazione, una integrazione un senso comune e l’apertura verso gli altri, siano essi cittadini europei di nascita, di derivazione o per accoglienza.

Come i romani riuscirono a riemergere dalla crisi nello stesso modo riportando il proprio Impero ai fasti precedenti, così l’Europa di oggi deve ripartire dal basso per costruire nuovamente le identità perdute e questo lo si può fare solo in un modo.

Attraverso la Formazione.

Francesca Tesoro

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