“Simone Weil Umanizzare il lavoro” di Maria Forte


Quale può essere il legame tra la filosofia e il mondo del lavoro? E come può una filosofa dell’inizio del 900 parlare del”umanizzazione del lavoro, trovando una perfetta applicazione nei giorni nostri? Per quanto possa sembrarvi ardito, le risposte a queste domande le troviamo nel libro “Simone Weil Umanizzare il lavoro” scritto con passione dall’autrice Maria Forte, edito dalla Pazzini Editore.

Maria Forte è una docente di storia e filosofia di un noto liceo di Latina, ha insegnato presso l’Istituto di Scienze religiose “Paolo VI” e si interessa della formazione dei docenti.

Simon Weil invece è una scrittrice e pensatrice francese del primo novecento, che si definiva «professoressa girovaga tra la classe operaia», docente di filosofia anch’essa che, nel pieno dell’avanzamento dei totalitarismi in Europa, decise di vivere sulla propria pelle la condizione della classe operaia di allora, sperimentandone l’oppressione sociale.

Il pensiero di Weil era già arrivato in Italia a metà dello scorso secolo grazie ad Adriano Olivetti e Franco Fortini che avevano cominciato a tradurre i suoi scritti, creando un legame invisibile ma indissolubile tra lei e il pensiero innovativo ed umano dell’azienda di cui Olivetti è stato artefice.

A cavallo tra il 1935 e il 1935 Simone Weil abbandona gli studi e diventa operaia in diverse fabbriche francesi e da questa esperienza nascono una serie di scritti dai quali emerge tutta la profondità della sua esperienza lavorativa. Il suo intento era quello di “coniugare pensiero e azione, formazione intellettuale e impegno a favore degli oppressi”, rendendosi così conto di come fare l’operaio significava essere schiavi e vivere una condizione di schiavitù – non solo morale – agli occhi del resto della società.

La Forte pone al centro di questo libro il tema del lavoro e il pensiero di Simone Weil, dimostrando come l’esperienza della fabbrica sia diventata una vera e propria ricerca socio-antropologica vissuta in prima persona dalla filosofa francese. Attraverso gli anni passati fianco a fianco agli operai, inglobata in tempi serratissimi, azioni ripetitive e disumanizzazione dell’uomo, la Weil vive un personale periodo di evoluzione intellettuale e spirituale che l’hanno portata a cambiare tutta la sua prospettiva sulle cose e  il senso della vita. 

E per quanto possa sembrare lontano da noi, le riflessioni di allora e la puntuale analisi e contestualizzazione dell’autrice, fanno di questo libro uno spaccato dei tempi moderni.

Nei capitoli del volume vengono affrontati il tema dello sradicamento dell’operaio, un estraneo servilmente legato al denaro che diventa merce per garantire la sopravvivenza, costretto in un sistema che è privo e lo priva di umanità, appiattendolo.

La Weil comprende come la via per il riscatto non sia quella degli scioperi o delle rivoluzioni ma sia la salute morale degli operai, consapevoli  della loro dignità umana, in grado di pensare ed agire.

Emerge la delusione della filosofa francese nei confronti della politica, dei partiti rivoluzionari e dei sindacati che non fanno nulla per liberare gli operai dalla condizione di oppressione, lasciati in una sorta di torpore spirituale. Ed altrettanto forte affiora l’idea che l’unica strada efficace e radicale per risollevare la condizione operaia è l’operazione culturale e l’educazione alla Bellezza, unica cosa che può arrivare al cuore del problema, liberando gli operai dal pensiero e dal senso di inferiorità derivante dalla subordinazione e dalla povertà. 

Maria Forte riporta ai giorni nostri la ricerca della libertà autentica in alternativa all’oppressione di cui la Weil aveva scritto nel ’34, costituita dal rapporto tra pensiero e azione, perché “disporre delle proprie azione non significa agire in modo arbitrario, ma pensare il proprio agire”.

L’uomo viene spronato ad essere fautore della propria esistenza, in quanto capace di creare ed essere intelligente che non deve soccombere alle macchine automatiche. Il lavoro (libero) deve trovare le sue radici nella ricerca e nello studio, in un equilibrio tra lo spirito (umano), l’oggetto e la collettività da cui tutto dipende che, per quanto sia immateriale, diventa l’agente di sopraffazione più potente.

Il  Pensare è l’elemento cardine, dove manca si genera l’oppressione, il suo esercizio diviene antidoto alla dominazione e all’oppressione, perché se gli individui pensano mentre agiscono, la società sarà meno cattiva e questo non può essere affidato solo alle persone di buona volontà, perché questo sillogismo deve essere un approccio sistemico condotto dalla ragione e allargato a tutti.

Il lavoro è una via di accesso privilegiata nel mondo, la cultura, la scienza e la tecnica non possono rimanere pure astrazioni e deve essere esso stesso considerato come un valore umano, portatore sano di dignità che rende l’uomo libero e consapevole.

Per Simone Weil contra l’uomo, concretizzazione di dignità e diritti, consapevole del suo esistere come singolo e nella collettività, interprete dei processi che lo circondano e non mero strumento, educato al bello e capace di pensare ed agire.

Oggi come allora, l’umanizzazione del lavoro è tornato ad essere un tema di cui parlare, di fronte le nuove forme di schiavitù (non solo lavorative) che attanagliano la società, per la necessità di rivendicare quei diritti fondamentali dei lavoratori che oggi più che mai conosciamo e a volte facciamo finta di ignorare, convinti che non ci riguardino direttamente. 

E non crediate che tutto questo sia “solo” filosofia.

Pensateci la prossima volta che ordinerete un oggetto on-line, una pizza via app o comprerete un pomodoro al supermercato.

Francesca Tesoro

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“Guidare il cambiamento organizzativo” di Umberto Frigelli

coverLo scorso 2 ottobre, presso la sede della Fondazione Telethon di Roma, a cura di David Trotti, Presidente dell’Associazione Italiana per la Direzione del Personale, AIDP, è stato presentato il libro di Umberto Frigelli, “Guidare il cambiamento organizzativo”, Edizioni Ferrari-Sinibaldi, alla presenza di Pier Luigi Celli, che ne ha curato la prefazione, e di illustri esperti del settore come Luca Lanetta, Salvatore Merando e Francesca Pasinelli che, con la loro testimonianza, hanno contribuito ad arricchire la tavola rotonda guidata da Filippo Di Nardo.

potere

Questo testo innovativo, che sta diventando un caposaldo per tutti gli addetti ai lavori, si struttura sull’analisi di tre parole chiave che l’autore, consulente di Direzione Aziendale e Psicologo del lavoro, considera fondamentali per comprendere i complessi processi di cambiamento all’interno delle aziende: potere, razionalità ed emozioni.

Ogni fase di cambiamento aziendale, infatti, per quanto sia incanalata da un progetto direzionale interno all’azienda e, allo stesso tempo, sia influenzata da tutti gli stimoli esterni dai quali nessun microcosmo, per quanto autonomo, può prescindere, dipende necessariamente dalle dinamiche di potere, reali o rappresentate, che esistono all’interno dell’azienda. Come accadeva nelle Corti medievali e rinascimentali, il cambiamento, sia dall’alto, sia dal basso, deve essere assorbito da entrambe le parti, attraverso un processo osmotico di adattamento reciproco e di coinvolgimento di tutti i soggetti, se davvero aspira a essere un cambiamento stabile e duraturo; quindi le dinamiche del potere aziendale hanno un ruolo determinante in questo procedimento spesso lungo e complicato.

Allo stesso modo, ogni fase di cambiamento deve raggiungere il proprio equilibrio, come spiega Umberto Frigelli analizzando minuziosamente molti casi pratici, sulla bilancia della razionalità e delle emozioni, due poli solo apparentemente opposti, ma che devono essere ponderati e considerati sullo stesso piano per raggiungere tutti gli obiettivi sul breve e sul lungo periodo.

razionalità

La necessità di cambiamento, infatti, al giorno d’oggi, è sempre più frenetica, soprattutto a causa delle innovazioni tecnologiche, della crisi economica e dei cambiamenti politici che stanno attraversando il nostro mondo ed è quindi necessario un approccio metodologico, sistemico o analitico, che permetta di considerare tutti gli aspetti in gioco in un contesto aziendale, mettendo sullo stesso piano la produzione e le risorse umane presenti. Ciò serve a inquadrare cosa sia realmente il cambiamento e, come spiega l’autore, a guidarlo, assecondandone le esigenze, ma senza perdere il controllo del timone durante la navigazione in mare aperto. Lo scopo è quello di evitare il cosiddetto “effetto elastico” che fa sì che un cambiamento non ben metabolizzato venga presto dimenticato, non appena concluso il progetto iniziale, riportando tutto alla situazione di partenza.

emozioni

In tutti questi processi, racconta Frigelli, il ruolo del manager e del gruppo manageriale in generale è fondamentale, sia come guida, sia come motore del cambiamento stesso, tanto nella fase di ideazione, quanto in quella organizzativa, per il presente e per il futuro dell’intera azienda.

Maria Tringali

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Made in Italy: rappresentazione della precarietà

 

Che vi piaccia oppure no, che ascoltiate la sua musica o meno, Luciano Ligabue all’inizio di quest’anno ha presentato al mondo cinematografico il suo terzo film. Dopo Radio Freccia e Da Zero a Dieci, è arrivato il tempo di Made in Italy.

Pellicola,  prodotta dalla Fandango, distribuita dalla Medusa, nata nelle more dell’omonimo e precedente (concept) album del 2016, ha avuto la capacità di infrangere un tabù, raccogliendo quattro candidature ai Nastri d’Argento e vincendone uno, incassando tre milioni di euro nelle sole prime due settimane di programmazione.

Girato in poco più di un mese nell’estate del 2017 e arrivato nelle sale a gennaio, è un film crudo e vero che, con estrema schiettezza, inquadra e porta sugli schermi il disagio della precarietà di un uomo di mezza età.

Riko (Stefano Accorsi), cinquantenne della provincia emiliana è un uomo che ha sempre vissuto seguendo gli schemi preordinati della società al ritmo del tempo. Ha una moglie (Kasia Smutniak) che ama nonostante le reciproche scappatelle, ha un figlio che sarà il primo della famiglia ad andare all’università, ha un lavoro che non ama fare ma che fa bene perchè è comunque il suo lavoro ed era il lavoro di suo padre e prima ancora del nonno, come la casa in cui abita e che non potrà più mantenere. È un uomo attaccato in modo viscerale al suo paese, al suo gruppo di amici, alla sua realtà, fin quando anche lui non viene toccato dai tagli al personale nel salumificio in cui lavora e la sua crisi di mezza età diventa una crisi esistenziale molto più profonda e lacerante. 

Stefano Accorsi, è molto bravo ad impersonificare questo personaggio che, a detta dello stesso Ligabue, rappresenta un uomo attaccato alla vita, al suo mondo fatto di amici, casa e famiglia, al paese provinciale, stufo della sua ripetitività e delle ingiustizie quotidiane che riceve, che subisce la stanchezza esistenziale generalizzata e generazionale. Tratti questi che emergono continuamente nelle scene dei film e rappresentano il pensiero di ognuno di noi.

Riko, altro non è che la rappresentazione di una storia specifica che racconta lo spaccato della società odierna legato alla precarietà del mondo del lavoro e delle persone di mezza età che vivono questa tragedia nella loro vita. E con loro, le famiglie.

Perchè quando un uomo perde il suo lavoro, di conseguenza, perde la propria identità, diventando fragile e sentendosi inutile, fino a quando non prende coraggio e decide di cambiare – anche se poi nella realtà non succede così tanto spesso quanto si creda-.

Made in Italy è un film sentimentale,  perchè racconta il punto di vista di un uomo semplice, un qualunque operaio radicato nel suo paese e nel suo amore familiare che, per quanto distorto, lo caratterizza, finchè non decide di cambiare ed emigrare altrove, per salvare più che sé stesso il proprio matrimonio, la propria casa, la propria identità e dignità, per rispondere a quell’esigenza di cambiamento che ha come punto di svolta un evento drammatico prima e l’arrivo di un nuovo figlio immediatamente dopo.

Allo stesso tempo questo film è la fotografia dell’Italia contemporanea, assuefatta al un non prendersi le proprie responsabilità da una parte e all’essere abituati a subire dall’altra.

Gli attori (Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Tobia De Angelis, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi), guidati dal regista e dalle canzoni dell’album, mettono in scena il paese di oggi, rappresentando egregiamente uno spaccato della società, completa di tutti gli aspetti umani e materiali che normalmente viviamo nel nostro mondo normale. Un mondo bello agli occhi di tutti, ma che diventa cupo e triste agli occhi di chi è precario lavorativamente e corre il rischio di perdere tutto, compromettendo quanto si è costruito nel tempo. Negli occhi di Riko/Accorsi si legge la disperazione dell’essersi perso, la necessità di ritrovarsi, la volontà di volersi ribellare, l’amore di una moglie che fa di tutto per farlo tornare alla vita vera, il capannello degli amici intorno, ognuno con le proprie normali difficoltà.

Quando si entra in una spirale di terrorizzante senso di perdita, l’unica via per salvarsi diventa il cambiamento e se non si può cambiare nel proprio paese, si prova oltreconfine, nonostante le persone ti continuino a chiedere cosa ci fai lì?

Allora si ricomincia a vivere, ripercorrendo le tappe belle della propria vita per riprendere il controllo che si era perso, cambiando nel modo in cui prima non si era immaginato, risvegliandosi convinti di fare qualcosa che prima non si avrebbe avuto il coraggio di fare, ricostruendo quello che si era perso.

E per quanto non si possa dire che la vita è come un film, almeno per un momento possiamo vivere l’idea di ritrovare la stessa speranza di Riko nel riprendere il proprio controllo, per stare bene.

Francesca Tesoro

 

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Sistema Scuola: Alternanza scuola – lavoro, cos’è e come funziona

All’alba di un nuovo anno scolastico, parliamo dell’Alternanza scuola – lavoro in considerazione del fatto che migliaia di studenti si troveranno a viverla durante i prossimi mesi e con loro, i genitori.

Cos’è?

Parliamo di una attività didattica obbligatoria innovativa ed esperienziale dedicata agli studenti iscritti alla terza, quarta e quinta classe delle scuole superiori.

Regolata dalla legge n. 107/2015, meglio conosciuta come la Buona Scuola, ha l’intento di abbattere la distanza tra le scuole superiori e il mondo di lavoro, con lo scopo principale di “far provare” agli studenti il mondo del lavoro al quale si affacceranno dopo il liceo, qualsiasi esso sia. 

Infatti, per far orientare gli studenti rispetto gli ambiti lavorativi di competenza, i vari percorsi, seppur differenziati in base all’indirizzo dell’istituto, sono stati previsti sia per i licei convenzionali che per gli istituti tecnici e professionali.

Inizialmente dedicata agli studenti frequentanti il terzo anno nell’anno scolastico 2015/16, è stata estesa l’anno successivo agli studenti del quarto anno, per riguardare infine tutti quelli iscritti al triennio delle superiori a partire dall’anno 2017/18.

Ciò che differenzia maggiormente la tipologia dell’alternanza scuola-lavoro è la totalità di ore da svolgere durante il triennio: duecento ore per i primi, almeno quattrocento per i secondi.

Ciò che li accomuna sono i periodi in cui può essere svolta e il dove, oltre il fatto che, in modo assolutamente categorico, non determina il sorgere di un rapporto di lavoro tra studente ospitato e partner ospitante.

Che sia durante l’anno, nel periodo generalmente di vacanza o in quelli della normale sospensione didattica, in Italia o all’estero, l’alternanza scuola lavoro può essere svolta con le aziende del terzo settore o con gli ordini professionali,  con  gli istituti pubblici e privati operanti nei settori del patrimonio e delle attività culturali, ambientali artistiche e musicali, nonché con enti di volontariato o di promozione sportiva no profit. 

A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 é istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura un Registro nazionale delle imprese scuola lavoro  per cercare i soggetti che offrono  percorsi di alternanza scuola-lavoro ed apprendistato.

Perchè il sistema fosse completo e totalmente regolamentato, nel dicembre 2017 è stato emanato il Regolamento che definisce la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro con lo scopo principale di informare correttamente studenti e genitori, nel rispetto del dialogo costruttivo e di condivisione che deve essere alla base del rapporto scuola-famiglia.

Questa carta dei diritti e dei doveri prevede che ai ragazzi venga destinato un ambiente di formazione adeguato e sicuro, che miri alla crescita del singolo in modo coerente con il percorso scolastico intrapreso, affiancati da tutor destinati a seguirli durante tutto il periodo e sotto la vigilanza delle commissioni istituite presso ogni ufficio scolastico.

Infine è stato predisposto e previsto tutto l’ambito delle valutazioni di efficacia dell’intero percorso di alternanza scuola lavoro, svolto dallo studente interessato, dal dirigente scolastico che avalla il progetto, dalla commissione scolastica che garantisce e segue il percorso.

Come funziona?

L’alternanza scuola lavoro è un percorso fatto di tappe che lo studente affronta come singolo oppure come gruppo classe. 

Entrambe le tipologie hanno lo scopo di simulare la situazione lavorativa nel suo contesto originario ma, mentre nel primo sarà il singolo a vivere l’esperienza in tutte le sue sfaccettature, nei progetti destinati al gruppo classe ognuno può vivere una esperienza differente contribuendo al raggiungimento di un obiettivo finale comune legato al territorio.

Prima di tutto bisogna scegliere un percorso personalizzato che introdurrà i soggetti in una azienda o in un ente con l’ausilio di un tutor scolastico, il quale seguirà le successive fasi dell’esperienza. 

Scelto il percorso avviene l’incontro  materiale con l’azienda o con l’ente, affinchè lo studente prenda consapevolezza della scelta e sia pronto ad iniziare il percorso, anche e soprattutto dopo aver conosciuto il tutor aziendale o dell’ente. 

La terza fase riguarda invece il così detto piano formativo attraverso cui i vari soggetti coinvolti  stipulano e firmano il progetto dell’alternanza scuola lavoro per il suo svolgimento.

L’ultima fase, non meno importante, è quella della Valutazione finale sia per lo studente che per l’azienda. Il primo sarà valutato dalla scuola e dall’azienda che emetteranno un giudizio  sull’esperienza complessiva dello studente, rilasciando il Certificato delle competenze. La seconda, a sua volta, sarà valutata dalla scuola e dallo studente che dovrà certificare la reale formazione ricevuta.

I primi dati ufficiali

A maggio 2018 è stato rilasciato dal Miur il primo report ufficiale con la raccolta dei dati dell’alternanza scuola-lavoro per l’anno 2016/17 che ha toccato le scuole pubbliche e paritarie italiane, escludendo quelle della Valle d’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano perchè non gestite dall’Anagrafe Nazionale degli Studenti. 

E dunque: 

nell’anno scolastico 2016/17 seimila scuole hanno svolto progetti di Alternanza scuola- lavoro;

più del 94% delle scuole statali in ogni regione ha attivato tali progetti;

76.246 progetti hanno coinvolto 937.976 studenti del triennio, nonostante  l’obbligatorietà non fosse entrata completamente a regime;

Lombardia, Piemonte e Lazio detengono il maggior numero di progetti di alternanza scuola lavoro attivati, mentre in  Molise e  in Umbria sono stati registrati i valori più bassi;

più dell’88% dei progetti hanno una durata annuale e i percorsi sono stati attivati per il 55% nei licei, per il 30% nei tecnici ed il restante 15% negli istituti professionali.

Insomma, un ottimo primo rapporto per questo progetto formativo di massa andato completamente a regime durante il passato anno scolastico, nonostante con l’avvento del nuovo governo si sia parlato di modifiche alla buona scuola.

Vedremo cosa cambierà e, nel frattempo, buon ritorno sui banchi a tutti gli studenti e ai professori, nuovi e vecchi.

Francesca Tesoro

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“Cambia testa e potenzia la tua azienda con la cultura digitale” di Rosa Giuffrè

Consulente di comunicazione per aziende, blogger e pioniera della cultura digitale e dell’interazione social nel mondo delle piccole e medie imprese, Rosa Giuffrè mette a disposizione degli imprenditori gran parte della sua esperienza di studiosa della comunicazione nel libro “Cambia testa e potenzia la tua azienda con la cultura digitale”, Dario Flaccovio Editore.

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Questo testo, ricco di spunti di riflessione oltre che di esercizi pratici, anche se ormai un po’ datato nella sua prima edizione del 2015, vista la velocità con cui si sono evoluti negli ultimi anni i rapporti tra mondo delle aziende e comunicazione digitale e social in particolare, è molto più di un manuale per un efficace fai da te della cultura digitale anche nella più piccola azienda. Il fatto di essere stato confezionato non per i professionisti del web, ma per dare delle coordinate irrinunciabili agli stessi imprenditori per sopravvivere a questo momento di crisi economica e di cambiamento, dà senza dubbio a questo libro una marcia in più, vista la semplicità dello stile, diretto e immediato. Al di là del racconto dei casi concreti e degli esercizi consigliati, infatti, la stessa autrice riempie le pagine di aneddoti che l’hanno riguardata in prima persona, impregnando tutto il testo di vita vissuta e quindi sempre moderna, piuttosto che di consigli tecnici a volte lontani dalla realtà.

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Il capitolo che più ci ha colpiti per la sua immortale attualità è quello che racconta, attraverso un’hashtag, il #ComunicarePositivo, sia all’interno, sia all’esterno dell’azienda, sia essa una S.P.A. con milioni di azionisti, sia essa un piccolo esercizio commerciale o una Startup. Come spiega Rosa Giuffrè, collegandosi al concetto di economia della felicità e dando un senso profondo allo slogan citato nel titolo che incoraggia gli imprenditori a “cambiare testa”, comunicare positività innesca il cosiddetto ‘effetto domino’ dal dipendente al cliente. Per farla semplice: un dipendente soddisfatto del proprio ruolo all’interno dell’azienda trasmetterà la positività del clima aziendale agli stessi consumatori in qualsiasi camp0 ed essi saranno maggiormente invogliati, a parità di condizioni, a dare fiducia a chi si pone positivo e propositivo nei suoi confronti. Ciò, naturalmente, deve trasparire attraverso tutte le “vetrine” dell’attività, siano esse sul web, su un social network o su una strada affollata per lo shopping.

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È questa vera e propria interazione reale a rendere il mondo digitale degno di essere definito una ormai sempre più consolidata cultura che va studiata, compresa e utilizzata per valorizzare un più profondo concetto di comunicazione a tutto tondo che, accanto ai fini economici, deve permeare le nostre aziende, fatte di uomini e non solo di prodotti.

Alessandra Rinaldi

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Una “umana” digital transformation

Nel nostro mondo, in continua evoluzione, la digital transformation assume le sembianze di un alleato con il quale affrontare la vita oppure di un nemico da combattere?

Viviamo in un’epoca che si potrebbe definire vertiginosa, utilizziamo tecnologie che in breve tempo sono superate e così abbiamo bisogno di imparare nuove cose. Il bisogno di apprendimento che abbiamo oggi è maggiore di quanto lo fosse in passato, gli stimoli che riceviamo sono tanti, forse troppi, e a volte anche diversi. Scegliere, capire e orientarsi diventa complesso.

Seppur dalla nostra parte abbiamo un cervello adeguato a consentirci di far fronte alle sfide che incontriamo, nell’uso delle tecnologie diventa importante “l’esperienza” che facciamo. Le neuroscienze, le discipline scientifiche che studiano il funzionamento del cervello, circa dieci anni fa hanno scoperto la neuroplasticità, cioè la capacità del cervello di essere plastico, di trasformarsi costantemente in base alle esperienze che vive, di rigenerarsi anche dal punto di vista di neuronale e sinaptico.

Apprendiamo dalle esperienze che facciamo. Quando il nostro cervello vive una buona esperienza evolve, avviene in esso un cambiamento, ma, come in qualsiasi grande cambiamento, ci sono una serie di cose che non cambiano anche se si trasformano. Pensiamo, ad esempio, al concetto di “sicurezza”. Con quanta naturalezza oggi ci muoviamo e agiamo utilizzando le più svariate tecnologie?

Proprio qualche giorno fa mi è capitato di incontrare un’anziana signora al bancomat, qualcosa non stava funzionando e nel chiedere il mio aiuto ci ha tenuto a precisare “lo so fare, lo faccio sempre, ma oggi qualcosa non funziona”. Immagino quella stessa signora che anni addietro si recava alla posta per ritirare il suo salario e oggi digita su un touch screen orgogliosa di essere in grado di farlo da sola. Ha imparato a usare quello strumento, sa che inserendo la sua tessera bancomat può accedere ai servizi e svolgere la sua operazione, con attenzione digita il codice così come le è stato insegnato, con una mano digita il pin e con l’altra nasconde questo gesto da occhi indiscreti. Il problema si è risolto subito e la signora ha potuto continuare con la sua operazione, ma cosa sarebbe successo se il problema non si fosse risolto? Credo che banalmente la signora sarebbe entrata in banca per chiedere assistenza.

Per me è questo il segreto che accompagna la digital transformation: apprendere nuovi comportamenti che ci permettono di utilizzare delle tecnologie che facilitano la nostra vita consentendoci di fare una buona esperienza. Un’esperienza per essere buona deve essere anche sicura. Nel mondo digitale nascondere con una mano il pin potrebbe non essere sufficiente e non tutto dipende da chi sta utilizzando quel servizio, i comportamenti del cliente finale possono essere corretti e ciò ancora non essere sufficiente. È in questo scenario che acquisisce rilevanza prioritaria il concetto di fiducia: devo potermi fidare di chi eroga il servizio digitale che sto utilizzando.

Per le aziende è sempre più importante garantire ai propri clienti non solo una buona prima esperienza ma anche una seconda o una decima, il cliente non è tenuto a essere fedele, può avere accesso a una vastità di offerta. Resterà fedele se la sua esperienza continuerà a essere una buona esperienza.

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Torniamo alla nostra anziana signora, immaginate che magnifica esperienza avrebbe avuto se qualcuno l’avesse aiutata prima ancora che lei lo chiedesse?

Credo che quando il cliente si sente al centro (customer centricity) e ci sta bene, l’innovazione tecnologica diventa l’alleata con la quale affrontare la vita. Non importa se nella transazione digitale non mi interfaccio con una persona perché so che, dietro a quel servizio, ci sono persone a dar valore e sicurezza a quanto sto compiendo con le loro competenze e la capacità d’innovazione. E se qualcosa non dovesse funzionare sarà una persona a risolvere il mio problema.

Rosaria Gargano

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Sistema Salute: come (non) raccontare l’HIV

Di recente abbiamo quasi tutti sentito parlare di Valentino T., arrestato nel 2015 e accusato di aver infettato più di trenta donne contattate in chat; o di Claudio P., il cosiddetto “untore” che ha contagiato più di duecento donne conosciute in rete. Ho deciso di riferirmi a questi due casi per evidenziare come i media, e più in generale, le istituzioni siano riuscite a plasmare ed imprimere una determinata immagine del malato di HIV. Tralascerò dunque qualsiasi giudizio sulla colpevolezza dei due soggetti.

Il virus dell’HIV ha una storia alquanto controversa: molti sono stati i dibattiti sulla sua origine e altrettanto numerosi gli scontri riguardo le modalità di trasmissione. Fin dalla prima ondata di contagi, risalente circa alla fine degli anni Novanta, la malattia ha portato con sé una forte componente discriminatoria e di condanna morale, soprattutto nei confronti di chi veniva considerato parte di una delle tre “categorie a rischio”: omosessuali, tossicodipendenti e prostitute. Nel tempo, le stime sulle infezioni hanno mostrato che anche tra gli eterosessuali il numero di contagi è aumentato, e anche se oggi se ne parla poco, la situazione italiana resta critica. Come possiamo giustificare questo silenzio? E che ruolo giocano i media rispetto a tematiche quali l’educazione e la responsabilità sessuale? Bisogna spingersi oltre la semplice cronaca. I giornali infatti, attraverso l’uso di un linguaggio superficiale, in grado di far presa sui sentimenti delle persone, hanno trasmesso l’idea del sieropositivo come figura sociale “deviante”, raccontando storie spesso imprecise che non rendono seriamente conto di alcune problematiche.

Se prendiamo in considerazione gli articoli su Valentino e Claudio, innanzitutto, notiamo che in quasi nessun articolo della stampa tradizionale si fa riferimento alla terapia: i due ragazzi non erano in cura, infatti. Sotto il profilo scientifico, la questione del regime terapeutico continua a essere tralasciata come se si trattasse di un aspetto secondario, dimenticando che, ad oggi, chi segue le cure riesce a non essere più infettivo. Cosa significa? Il virus resta nel corpo ma, grazie a specifici cocktail di farmaci, esso perde la sua capacità di contagiare, rendendo di fatto la persona non infettiva – o undetectable. Continuando a tacere sulle reali dinamiche inerenti all’HIV e all’AIDS, di fatto, si è rimasti legati a un immaginario – quello dei primi anni Novanta – caratterizzato da toni drammatici e apocalittici. Neppure le campagne informative del Ministero della Salute hanno mai reso noti i reali avanzamenti compiuti dalla biomedicina, insistendo al contrario su aspetti di natura morale e stereotipata che a poco sono serviti, e che anzi hanno contribuito a marginalizzare i malati veri e propri. Bisogna altresì riconoscere a onlus e associazioni come LILA, Plus Onlus, Anlaids, NPS Italia – per citarne alcune –, che negli anni hanno saputo fare informazione in modo accattivante, il merito di aver combattuto il pregiudizio, creando i presupposti per un discorso libero e socialmente rilevante.

Se scaviamo nelle vecchie pubblicità o nei messaggi di prevenzione del Ministero della Salute, possiamo notare come sia stato veicolato un messaggio ben preciso, utilizzando un linguaggio mediamente colloquiale che ha insistito sui concetti di vita sana e pratiche sane, riconducibili in ultima analisi ai valori approvati dalla società o dalle istituzioni religiose. Basti pensare alle molte pubblicità in cui si sottolineava l’importanza di mantenere una “normale vita di coppia” – ma “normale” per chi? Penso anche alle modalità con cui il preservativo è stato presentato come mezzo utile a proteggersi dall’HIV, dedicando scarsa attenzione alla varietà di malattie che possono essere contratte in un rapporto. E ancora: la famosa pubblicità dell’alone viola, che molti ricorderanno, in cui un’aura violacea avvolgeva i malati di HIV, classificandoli quindi come un’alterità da evitare.

Torniamo ora all’immagine dell’untore evocata dai mass media, a proposito delle vicende di Valentino e Claudio: chi erano gli untori? Si trattava di coloro che, durante la peste di Milano del 1630, erano sospettati di diffondere il batterio ungendo persone e cose. Utilizzando questo termine, dunque, si rimanda implicitamente alla peste e viene plasmata un’idea ben precisa di malato. Strategia efficacissima se si vuole diffondere il terrore e dar vita a una seconda “caccia alle streghe”. Non è in ogni caso la prima volta che i media si riferiscono all’HIV associandolo alla peste: negli articoli risalenti agli anni Duemila, si parlava, ad esempio, di «Male oscuro», «Peste del Duemila». Perché proprio la peste? Di solito, tale metafora viene utilizzata per malattie che hanno un forte impatto sulla popolazione e, generalmente, porta con sé l’idea di una punizione divina; inoltre, vengono definite delle “pestilenze” quelle epidemie che modificano il corpo – che, nel caso dell’AIDS, può accadere a causa delle infezioni opportunistiche –, rinforzando di fatto un’immagine negativa del virus.

Negli articoli che riguardano Valentino e Claudio si è parlato molto del numero di ragazze conosciute in chat – «Duecento rapporti non protetti», come riportato da Il Messaggero. È stata riproposta, di fatto, l’immagine del sieropositivo “anormale”, che ha solo rapporti occasionali e le cui pratiche sono tendenzialmente condannabili.

Di certo non è semplice rispondere, rinvenendo un nesso causale chiaro, al perché delle azioni di questi due ragazzi. Volendo rintracciare i nodi critici legati all’esperienza di un sieropositivo, sicuramente bisogna far presente che, purtroppo, la biomedicina ad oggi non risponde a tutti gli interrogativi e alle esigenze di un malato – ragion per cui sono numerosi i gruppi di auto-aiuto a cui le persone sieropositive si rivolgono per cercare conforto e supporto. Proprio l’ambiente medico è terreno di scontro di racconti – e non-racconti, i racconti negati – con cui provare a interpretare la propria condizione, e laddove il medico non è in grado di affrontare le dinamiche socioculturali della malattia sembra che il ruolo del counselor risulti molto più efficace. Non si può tuttavia negare che, a fronte di racconti istituzionali e mediatici in grado di imporsi, l’esperienza di un sieropositivo è spesso caratterizzata dalla marginalità. Marginalità che può portare a una mancanza di fiducia pressoché totale nei confronti dei sistemi istituzionali, al punto da indurre alcuni soggetti a sposare teorie e pratiche che mancano di fondamenti scientifici dimostrabili – penso alle tesi dello scienziato Peter Duesberg, ad esempio, che ha negato la correlazione HIV-AIDS. Spesso questo si traduce in azioni scellerate, nell’interruzione dell’assunzione dei farmaci, nell’isolamento, nella menzogna; credo in ogni caso che, da un punto di visto antropologico, queste persone stiano cercando di rispondere a interrogativi fondamentali: perché mi è successo questo? Perché proprio a me? Perché non sono normale? Le “scelte” di Valentino e Claudio riflettono, evidentemente in negativo, il fallimento del sistema medico e istituzionale. Provando ad azzardare un’ipotesi, il contagio volontario di più persone potrebbe corrispondere al tentativo di assimilare alla propria condizione quella degli altri. Volendo semplificare: se io non sono normale, vi rendo simili a me, annullando le differenze. L’analisi dei fatti dovrebbe risalire a monte di queste vicende, tuttavia, cosicché possano essere chiarite da una prospettiva più ampia. La sofferenza provocata ingiustamente da questi due soggetti forse origina da dinamiche di natura culturale che continuamente riaffermano dicotomie pericolose ed escludenti.

Il racconto dell’HIV, volendo andare al cuore del problema, ripropone implicitamente una convenzione socioculturale fortissima: il sesso è tabù. Il discorso sulla sessualità, da un punto di vista istituzionale e mediatico, continua a essere un “problema morale”. In uno spot recente, messo in onda dal Ministero della Salute, l’attrice Giulia Michelini viene ripresa davanti allo specchio; la situazione lascia intuire che si sta preparando per un appuntamento. Prende in mano dei profilattici e subito si sentono delle voci di dissenso, così l’attrice li lascia cadere tutti e ne tiene solo uno. Le voci approvano, come sollevate. È importante sottolineare che non si parla solo di HIV nel video ma più in generale delle malattie sessualmente trasmissibili, tuttavia notiamo come vengano costantemente espressi dei giudizi sui comportamenti sessuali. È necessario che il discorso sulla sessualità venga rimodulato, insistendo meno sulla moralità delle pratiche per concentrarsi sulla responsabilità relazionale. Superata la sterile problematica morale si potrebbero indagare aspetti più interessanti, quali il diritto alla sessualità e al piacere. E forse, così facendo, eviteremmo di ricadere nella classica dicotomia “sano-malato”, “normale-promiscuo”.

Proponendo l’immagine del sieropositivo-untore, infatti, si rischia di elidere la componente intersoggettiva che caratterizza il discorso sulla responsabilità e sulla tutela della propria salute sessuale. Un ragazzo sieropositivo mi spiegò molto chiaramente il suo pensiero: «La responsabilità è al 100% mia e al 100% tua». A tal proposito credo che i programmi di educazione sessuale nelle scuole possano rivelarsi fondamentali. In Italia, l’educazione alla sessualità purtroppo non è ancora un insegnamento obbligatorio, e le istituzioni non sembrano particolarmente interessate ad affrontare la questione. È chiaro, tuttavia, che se fosse possibile integrare nei sistemi scolastici dei percorsi di educazione alla salute sessuale e al piacere, si potrebbe mutare la percezione del rischio, ridurre i contagi ed evitare di relegare ai margini i malati. La sfida per il futuro è dunque questa: decostruire il tabù della sessualità e ampliare il discorso sulla salvaguardia delle pratiche sessuali, insistendo sul tema della responsabilità e del benessere.

Alice Gattari

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Sistema Salute: mediare la malattia, Antropologia e Sieropositività

Che cos’è la malattia? Generalmente la definiamo come un’alterazione nel funzionamento del nostro organismo che si contrappone al benessere, ovvero allo stato di salute. Comprendere, però, che cosa sia l’esperienza di malattia o di salute, significa non solo indagare gli aspetti legati alla sfera medica, ma anche considerare le dinamiche sociali, culturali, politiche ed economiche che influenzano il vissuto del malato, applicando concretamente un vero e proprio approccio sistemico al tema della salute pubblica.

Mi sono interessata all’antropologia medica – e in particolare al tema dell’HIV/AIDS – poiché volevo comprendere come, concretamente, la malattia potesse condizionare la dimensione socio-culturale delle persone. Mi sono dunque chiesta: come vive oggi un sieropositivo? Ho iniziato un lavoro di ricerca nella primavera del 2017, rivolgendomi a varie associazioni che operano nell’area dell’Emilia-Romagna. Attraverso alcune onlus ho avuto la possibilità di incontrare sia operatori, sia persone che vivono con l’HIV, alle quali ho chiesto di raccontarmi le loro storie, i loro problemi e le loro impressioni. Ho organizzato le interviste – o meglio, “chiacchierate informali” – in diversi bar di Bologna, proprio per infrangere la barriera ricercatore-intervistato.

Mi interessava principalmente comprendere se e come la vita di una persona sieropositiva cambiasse dopo aver ricevuto la diagnosi. Parlando con i miei interlocutori ho appreso che molti aspetti della quotidianità subiscono un mutamento radicale, proprio a causa della malattia: le relazioni, il lavoro, le abitudini, e infine la percezione del proprio sé. Siamo abituati a pensarci come studenti, professori, lavoratori – categorie sociali ben precise, insomma; ma cosa succede quando ci ammaliamo? Molte delle persone sieropositive con cui ho parlato mi hanno confessato di sentirsi unicamente come “individui malati”, diversi dagli altri, cioè le persone sane. Evidentemente, bisogna interrogarsi sulle ragioni di questa presunta diversità.

Non è forse la società stessa in cui viviamo a esigere classificazioni rigide e nette? Il rischio è che la malattia si sovrapponga all’identità di una persona, fino a escluderla completamente dalle reti sociali convenzionali.

A tal proposito, alcuni dei miei interlocutori mi hanno raccontato di aver avuto non poche difficoltà a stabilire nuove conoscenze. Come ci si deve comportare? Bisogna confessare la malattia? Quale reazione aspettarsi da parte di altre persone? Quando si è malati, soprattutto nel caso dell’HIV – patologia segnata da molti pregiudizi – è realmente difficile trovare risposte a queste domande. I sieropositivi si sentono – e spesso lo sono ancora – vittime di atteggiamenti stigmatizzanti che aumentano il loro senso di “diversità”, e che li spingono, talvolta, ad adottare comportamenti particolari. Molti di loro, infatti, decidono di soffermarsi a delle conoscenze superficiali, senza mai approfondire i rapporti, così da non doversi sentire obbligati a confessare il proprio stato sierologico; altri invece decidono di chiudersi nel silenzio. Un silenzio estremamente carico di significati: esso può infatti rappresentare la paura di ammettere le proprie “colpe”, o addirittura il timore di restare soli.

La malattia, dunque, cambia la vita delle persone sieropositive su più livelli. Tenendo gli altri allo scuro, diventa possibile attuare anche delle particolari strategie di occultamento della propria condizione. In questo senso, i farmaci subiscono un processo di “sottrazione mimetica”. Vale a dire: l’assunzione delle pillole previste dalla terapia viene spesso tenuta nascosta, pur essendo per i sieropositivi un elemento imprescindibile della loro quotidianità; per tale ragione, alcuni degli intervistati mi hanno rivelato di aver adottato particolari strategie, con l’obiettivo di “normalizzare” quest’aspetto della malattia: al collega di lavoro uno dirà che sta assumendo semplici vitamine, all’amico si parlerà di integratori e con un conoscente si farà attenzione a non destare sospetti. È bene ricordare che, rispetto alle pesantissime terapie degli anni Novanta, oggi i farmaci prescritti garantiscono la possibilità di condurre una vita “normale”; inoltre, grazie ai progressi degli ultimi anni in campo biomedico e farmaceutico, la malattia può divenire cronica, rendendo il soggetto non più infettivo. L’aspetto della cura – intesa come azione che, oltre all’aspetto medico, investe le dinamiche sociali e culturali della malattia – in ogni caso presenta non pochi problemi, proprio a causa del pregiudizio che da più di trent’anni condiziona la storia di questa patologia.

In conclusione, questi sono alcuni degli aspetti, a volte ritenuti collaterali, che caratterizzano l’esperienza di malattia di un sieropositivo. Come gestire le relazioni sentimentali, come affrontare la vita lavorativa, come combattere il pregiudizio, come comportarsi nei confronti dei farmaci, come poter esprimere un proprio giudizio riguardo l’efficacia della terapia; sono tutte questioni che diventano fondamentali per una persona che vive con l’HIV. Temi che, tuttavia, non sempre vengono affrontati negli ambienti ospedalieri. Molte delle persone con cui ho parlato si sono rivolte a strutture esterne all’ospedale, così da potersi confrontare in merito ai loro problemi, anche quelli non strettamente legati alla sfera medica – c’è, infatti, la necessità di discutere realmente tutti gli aspetti investiti dalla malattia. Alcuni vorrebbero aver la possibilità di confrontarsi sulla terapia e sull’efficacia dei farmaci, anche e soprattutto dal loro punto di vista; altri vorrebbero poter parlare di aspetti che riguardano la sfera sociale, relazionale e culturale – aspetti che, se non si è parte di un gruppo di auto-aiuto o di un’associazione, non vengono quasi mai affrontati. Ai fini di un approccio sistemico che coniughi tutti questi aspetti, diviene, perciò, fondamentale la figura dell’antropologo, che grazie alle sue conoscenze è in grado di supportare il paziente, valorizzare le sue esperienze e intercettare le criticità che caratterizzano la sua condizione di malattia. In questo modo è possibile creare le premesse per un dialogo più efficace tra medico e paziente, garantendo a entrambi la possibilità di far valere le ragioni sia della scienza medica, sia del vissuto quotidiano, così da poter raggiungere il miglior compromesso, e quindi una miglior efficacia terapeutica.

Alice Gattari

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Responsabilità delle imprese multinazionali: verso un nuovo modello

Il 24 aprile 2013 un edificio alla periferia di Dhaka, in Bangladesh, chiamato ‘Rana Plaza’, è crollato su sé stesso, seppellendo alcune migliaia di operai che lavoravano nelle cinque fabbriche di vestiti ospitate al suo interno. Queste fabbriche producevano vestiti per noti marchi occidentali della grande distribuzione, rappresentando l’anello produzione della lunga e invisibile catena globale che collega produzione, distribuzione, consumo di vestiti e accessori di abbigliamento venduti in Occidente da note multinazionali.

Benché la tragedia del Rana Plaza non abbia precedenti nella storia dell’industria del vestiario in termini di numero di vittime (1134, e oltre 2500 feriti) e si collochi tra i più funesti incidenti industriali di sempre, non è stato il primo evento che ha esplicitato le condizioni di lavoro in cui, nei Paesi in via di sviluppo, sono realizzate le cosiddette merci ‘ad alta intensità di manodopera’, distribuite e vendute in Occidente.

Già alla fine degli anni ’90, una serie di scandali  relativi alla Nike e alla Adidas, per esempio, avevano scosso il settore e la coscienza del consumatore, portando alla ribalta per la prima volta il problema della mancanza di standards di sicurezza ed eticità delle condizioni di lavoro all’interno della filiera di produzione delle multinazionali delocalizzata massicciamente in paesi del cosiddetto ‘Sud del mondo’. 

Questi scandali che avevano lasciato una macchia indelebile sull’immagine dei marchi coinvolti, li aveva portati all’adozione di vari strumenti, codici di condotta e dichiarazioni circa la propria ‘Responsabilità Sociale d’Impresa’. Attraverso il loro utilizzo, le aziende affermavano di impegnarsi al rispetto e alla tutela dei diritti umani dei lavoratori coinvolti nella propria filiera di produzione. Tali strumenti, unilaterali e di natura volontaristica, pur esprimendo un segnale nuovo in merito alla necessità di includere valutazioni di natura etica all’interno della catena globale di produzione, non si sono dimostrati efficaci ed incisivi per migliorare le condizioni dei lavoratori e devono considerarsi più come ‘dichiarazioni d’intenti’, che come forme di impegno stringente.

La copertura mediatica e il dibattito sulla responsabilità delle imprese multinazionali: verso un nuovo modello

La tragedia del Rana Plaza, oltre a puntare i riflettori sul più specifico problema della sicurezza degli edifici industriali in Bangladesh, ha riproposto in modo non più prorogabile la questione della responsabilità delle multinazionali per le condizioni di lavoro nelle fabbriche che per esse producono.

Nelle settimane successive al disastro, infatti, il dibattito internazionale si è acceso e diramato in più direzioni. Autorevoli giornali bengalesi hanno puntato il dito sulla scarsa applicazione e il mancato rispetto dei codici interni di costruzione degli edifici, nonché sull’impunità della classe imprenditoriale del paese, spesso responsabile di abusi e violazione delle leggi. I media nazionali, invece, tentavano di riscattare l’immagine del settore di cui il paese è il secondo esportatore nel mondo per scongiurare un rovinoso boicottaggio delle imprese e dei consumatori occidentali, considerando i dati che il settore del vestiario impiegava (nel 2013 dalle 3.5 alle 4 milioni di persone).

L’opportunità del lavoro in fabbriche di vestiti, sebbene molto spesso in condizioni di sfruttamento, abuso e infimi standards di sicurezza, ha permesso prospettive sociali ed economiche diverse rispetto alla mera agricoltura di sussistenza a molti bengalesi e, il Rana Plaza, che ha mietuto per lo più la vita di giovani operaie, rappresenta il volto brutale e il costo insostenibile dell’avviata trasformazione socio-economica del Bangladesh.

A fronte del focus essenzialmente ‘interno’ dei media bengalesi, che solo marginalmente hanno parlato dei difficili rapporti con le multinazionali, i media occidentali hanno portato avanti, dopo il Rana Plaza, un dibattito sulle responsabilità di queste ultime. Ne è emerso un sistema dove le stesse multinazionali, imponendo agli imprenditori del Bangladesh prezzi al limite della copertura dei costi -pena la cancellazione degli ordini-, ostacolavano le condizioni necessarie per la trasformazione dell’industria di vestiario bengalese in un settore più etico e sicuro.

L’‘Accordo sugli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh’

Nei i giorni successivi alla tragedia, volontari e attivisti hanno estratto capi di abbigliamento rimasti tra le macerie dell’edificio. Le foto delle targhette insanguinate di ‘H&M’, ‘Mango’, ‘Benetton’ e molti altri noti marchi hanno fatto il giro del mondo, trasformandosi in un’accusa e un appello, mai cosi diretti, alle multinazionali. Nel giro di un mese, il gruppo dei maggiori marchi e gruppi di distributori mondiali di vestiti, tra cui ‘H&M’, ‘Tesco’, ‘Inditex’ (il gruppo che possiede, tra gli altri, ‘Zara’) e ‘PVH’ (che comprende ‘Tommy Hilfiger’ e ‘Calvin Klein’) hanno firmato un accordo con due organizzazioni non governative, UNI e IndustriAll.

L’‘Accordo sugli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh’ (Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh), firmato il 15 maggio 2013, è stato salutato come un punto di svolta nell’attuazione dei diritti dei lavoratori e come un nuovo modello di responsabilità delle imprese multinazionali verso la propria catena di fornitura.

Questa negoziazione multilaterale, della durata di cinque anni, di natura vincolante, ha stabilito obblighi di natura anche finanziaria, diretti alle imprese che si riforniscono in Bangladesh, creando una responsabilità condivisa tra imprenditori bengalesi e marchi multinazionali per la sicurezza delle condizioni di lavoro in cui i capi vengono prodotti.

Dal punto di vista del funzionamento, ha in via del tutto innovativa, previsto la  Commissione Permanente, i cui membri sono eletti in uguale proporzione dalle imprese firmatarie e dalle associazioni dei lavoratori coinvolte, con il compito di coordinare un programma di regolari ispezioni indipendenti delle fabbriche, occupandosi inoltre della formazione sui temi della sicurezza strutturale all’interno di esse, anche in relazione alle condotte da tenedere in caso di incendi.

Ha previsto l’istituzione in ogni fabbrica delle ‘Commissioni sulla salute e sicurezza’, composte per almeno il 50% da rappresentanti degli operai, con il compito di identificare i rischi in materia di sicurezza e di coordinare il dialogo interno tra dirigenti e lavoratori.

Tristemente collegata al caso del Rana Plaza è la specifica menzione del diritto dei lavoratori di astenersi dal lavoro in caso di ‘fondato sospetto’ che la fabbrica non sia sicura (a livello di cronaca, il 24 aprile 2013, gli operai dell’edificio di Dhaka erano stati costretti ad accedervi dietro minacce, nonostante un’ispezione del giorno prima l’avesse dichiarato instabile e pericoloso).

Punto di forza e novità assoluta di questo ‘Accordo’ è che le imprese committenti si impegnano ad assicurare fondi sufficienti al miglioramento della sicurezza all’interno delle fabbriche fornitrici le quali a loro volta sono tenute a collaborare al programma di ispezioni e ‘azioni correttive’, rischiando, in caso contrario l’attivazione della procedura di ‘ammonimento’ che può determinare, come extrema ratio, la sospensione della relazione commerciale con l’impresa firmataria.

Infine, fondamentale alla concreta attuazione degli obiettivi dell’‘Accordo’, è la presenza di un meccanismo di risoluzione delle controversie, che si fonda sull’arbitrato della Commissione Permanente, la cui sentenza può essere resa esecutiva in un’aula giudiziaria del paese di domicilio dell’impresa contro cui il procedimento è attivato.

I progressi fatti in 5 anni di vita dell’Accordo

In cinque anni, i progressi fatti sono tangibili.

Secondo i rapporti pubblicati dalla Commissione Permanente, delle 1600 fabbriche coinvolte nell’‘Accordo’ (quelle che riforniscono le più di 200 multinazionali firmatarie), 767 hanno raggiunto il 90% del processo di risanamento dei propri standards di sicurezza rispetto all’ispezione iniziale e 142 lo hanno terminato. I corsi di formazione sulla sicurezza avviati all’interno delle fabbriche hanno raggiunto 1,4 milioni di lavoratori. Sono state risolte 197 controversie e 93 fabbriche bengalesi sono state estromesse dalla catene di fornitura di un’impresa firmataria.

Questi dati, chiaramente, non celano la difficoltà e i limiti del processo, lontano dal suo completamento. La complessità e opacità delle catene di fornitura del settore abbigliamento non agevola gli obiettivi dell’‘Accordo’. La rete intricata di appalti, sub-appalti, rapporti commerciali sporadici e lavoro informale è difficile, se non impossibile, da tracciare e controllare. Ugualmente utopica appare l’ipotesi che i marchi occidentali assumano impegni finanziari nei confronti dei fornitori occasionali. In ogni caso, l’opacità di tali connessioni è tale che le multinazionali, in molti casi, sono ignare della presenza di alcuni fornitori all’interno della loro catena di produzione.

Nonostante questi e altri limiti, il sistema istituito ha offerto una risposta e la possibilità di un cambiamento concreto delle condizioni di lavoro di molti operai bengalesi, vigilando costantemente contro il ripetersi di tragedie come quelle del Rana Plaza. Aspetto da non sottovalutare è inoltre la possibilità che il modello dell’‘Accordo’ venga utilizzato ed esteso  ad altri aspetti chiave delle condizioni di lavoro, come il salario e la libertà di associazione.

‘Accordo 2018’: cosa cambia e cosa è a rischio

A poca distanza dal quinto anniversario del crollo del Rana Plaza, l’Accordo del 2013 è scaduto e, dal 1 giugno, è stato sostituito dall’entrata in vigore dell’‘Accordo 2018’.

Novità interessanti riguardano proprio l’impegno della Commissione Permanente a sviluppare un protocollo per la difesa dei diritti di associazione degli operai in relazione agli obiettivi della sicurezza e la possibilità per i firmatari di estendere il programma ad alcuni settori correlati. 

Il nuovo accordo durerà tre anni, al termine dei quali le sue funzioni saranno affidate a un organo di regolazione del Bangladesh. Alcune decine di imprese firmatarie del primo accordo, hanno rinunciato al nuovo, facendo aumentare il rischio che il processo di risanamento e azione correttiva nelle loro fabbriche fornitrici venga bruscamente interrotto.

In pieno approccio sistemico, l’obiettivo del nuovo accordo è quello di assicurare la continuità e il buon esito di quanto già iniziato, nell’attesa che un organo nazionale sia in grado di garantire la sicurezza delle industrie.I fatti del Rana Plaza rappresentano per tutti coloro che sono parte della ‘catena del valore’ dell’abbigliamento (inclusi noi, ‘l’anello consumatori’), un memento di come il modello economico presente, unito a cause e concause di natura politica e sociale, può condurre in settori ‘ad alta intensità di manodopera’ come quello dell’abbigliamento. Il dibattito su come disciplinare i rapporti all’interno della catena di produzione e frenare le violazioni dei diritti umani è tuttora aperto.

Il modello offerto dall’Accordo tenta una più equa redistribuzione degli obblighi e delle responsabilità all’interno della ‘catena del valore’ e ha portato a tangibili progressi negli standards di sicurezza di centinaia di fabbriche. In questo momento di transizione, in cui decine di esse rischiano un’improvvisa estromissione dal programma e il taglio dei fondi necessari al risanamento, l’‘Accordo 2018’ ha bisogno che non si spengano i riflettori sul problema, che la comunità internazionale non dimentichi quel piccolo paese, secondo esportatore mondiale di vestiti a basso costo.

Come scrisse M.T. Anderson sul New York Times una settimana dopo la tragedia, “se guardi la targhetta sulla tua maglia, vedrai che il problema è vicino quanto la tua pelle”.

Chiara Marandino

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Dieci cose da sapere su “Brainbow”

Gnothi seautòn, conosci te stesso.

Gli antichi Greci conoscevano bene il significato profondo di questa esortazione iscritta nel Tempio di Apollo a Delfi e diventata, nel corso dei secoli, con la nascita e lo sviluppo della Filosofia, una massima con cui tutti i sapienti, a partire da Socrate, hanno fatto i conti.

Conoscere se stessi, infatti, è il primo passo per comprendere meglio gli altri e quindi per comunicare. È proprio su questa verità intuitiva, ma sempre innovativa, che affonda le proprie radici Brainbow, un modello comportamentale concepito per gestire e migliorare le relazioni in ogni ambito della vita quotidiana, soprattutto in contesti lavorativi aziendali. Per raggiungere questo obiettivo, il modello Brainbow si propone di definire lo stile relazionale di ogni individuo classificando ciascun profilo attraverso l’uso di colori differenti che rappresentano quattro grandi aree di orientamento delle attitudini del singolo.

brainbow

Ma come nasce il modello Brainbow? Quali scopi persegue e a quali risultati pratici può portare la sua conoscenza e applicazione? Simone Bandini Buti, formatore tra i maggiori esperti di questa metodologia, ci ha aiutato a comprenderlo e ad analizzarlo in dieci pratici punti, in linea col nostro approccio sistemico alla gestione del cambiamento.

 

  1. Brainbow è un modello comportamentale di definizione dello stile relazionale dell’individuo concepito per migliorare la sinergia dei rapporti tra persone, sia in ambito lavorativo, sia nella vita privata;
  2. Si tratta di un modello pratico e intuitivo che aiuta a identificare, analizzare e comprendere il proprio personale stile comunicativo attraverso le risposte a ventotto situazioni stimolo;
  3. Il modello si basa sulle ricerche scientifiche acquisite negli ultimi decenni ed evidenzia i risultati conseguiti dalle varie discipline circa il funzionamento del cervello e della psiche umana;
  4. Il modello individua trentadue tipologie di profilo comportamentali raggruppate in quattro macro aree identificate da colori specifici;
  5. L’obiettivo del modello è semplificare la complessità degli studi compiuti dalle varie discipline scientifiche, facendo una sintesi delle conoscenze finora acquisite al fine sviluppare uno strumento praticamente efficace per migliorare le relazioni della vita quotidiana;
  6. Il primo scopo del modello è quello di supportare l’individuo nella comprensione e consapevolezza del proprio stile comunicativo per favorire l’attenzione e la sensibilità verso i profili comportamentali altrui, facilitando l’interazione tra le persone;
  7. Nella vita privata la conoscenza e l’applicazione quotidiana di Brainbow permette di acquisire maggior fiducia e consapevolezza delle proprie attitudini personali, mettendole al servizio di chi ci circonda e predisponendoci verso la condivisione delle nostre esperienze, imparando anche dagli altri chi siamo e chi vorremmo diventare;
  8. Nei contesti di lavoro, soprattutto nelle dinamiche aziendali di gruppo, Brainbow ci permette di comprendere concretamente, attraverso simulazioni ed esercizi, come le reciproche diversità dei componenti del gruppo siano la vera ricchezza del team, in cui l’espressione di ciascuno è la costruzione di un progetto o prodotto altamente personalizzato e orientato ai risultati;
  9. Nelle relazioni col cliente Brainbow ci permette di comprendere meglio chi abbiamo di fronte attraverso lo studio delle esigenze e delle richieste del cliente stesso, anticipandone perfino i bisogni non palesi, così da ottenerne più efficacemente la maggior soddisfazione possibile;
  10. Brainbow, a nostro avviso, potrebbe essere utile anche nella gestione sistemica di dinamiche di cambiamento all’interno di realtà caratterizzate da profonde complessità sociali, come scuole o ospedali, in cui i rapporti tra individui e gruppi di individui devono far fronte a esigenze che si trovano si piani differenti che è necessario conciliare in modo empatico e costruttivo.

 www.brainbow.it

 

Alessandra Rinaldi

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