“Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori” di Luca Pesenti

Negli ultimi anni si sta addensando un crescente consenso circa l’idea che l’impresa possa funzionare in modo più efficiente se riesce a “leggere” i bisogni che emergono intorno e dentro il suo perimetro. Tale sillogismo parte dalla considerazione che il lavoratore diviene il punto di congiunzione più rilevante tra l’azienda e il mondo esterno, ovvero il primo stakeholder di cui ogni impresa dovrebbe prendersi cura. Questo è il principale concetto espresso da Luca Pesenti nel suo libro “Il welfare in azienda, imprese smart e benessere dei lavoratori”, Vita e Pensiero.

L’autore, attraverso un’interessante sintesi di dati relativi alla situazione italiana e alla sua comparazione con quella di altri paesi europei, mostra come nel nostro Paese non si sia verificato il processo di innovazione e ricalibratura delle politiche capace di adeguarle alle nuove esigenze.

Il sistema di welfare italiano si conferma inadeguato a fronteggiare i nuovi rischi legati all’indebolimento del modello di benessere sociale e alla crisi della crescita economica.

Perciò, mentre aumentano i bisogni, il sistema economico crea sempre meno ricchezza e, di conseguenza, sempre meno risorse spendibili dal sistema welfare per far fronte ai nuovi bisogni.

Nel definire puntualmente tutte le caratteristiche del contesto in cui il nuovo welfare aziendale si sviluppa, Pesenti cita alcuni autori che si concentrano su tematiche e concetti innovativi creando i presupposti per dirottare il welfare aziendale verso nuove e inaspettate direzioni. È il caso, ad esempio, del tema dell’Industry 4.0 su cui si orientano Annalisa Magone e Tatiana Mazali raccontando le interrelazioni fra uomo e macchina, tipiche dell’ambiente cyber-fisico e capaci di aumentare il grado di innovazione e diminuire i costi di produzione.

Il libro di Pesenti è caratterizzato da uno stile ampio e discorsivo in cui i frequenti tecnicismi inducono il lettore a soffermarsi con attenzione sugli argomenti che si susseguono e, allo stesso tempo, conferiscono al testo un taglio piuttosto specialistico. Questo aspetto è sapientemente bilanciato dall’autore attraverso un capitolo dedicato alle fasi necessarie per la realizzazione di un piano di welfare.

Spesso i libri offrono spunti teorici che richiedono ulteriori approfondimenti operativi.

Il testo di Pesenti invece si presenta come uno strumento di orientamento, quasi una guida, che spiega in modo schematico ma esaustivo tutti i passaggi da realizzare e le variabili a essi collegate.

Una costante del libro è il riferimento all’importanza dell’analisi dei bisogni, all’ascolto della popolazione aziendale come prerequisito fondamentale per l’elaborazione di un buon piano di welfare.

Si tratta di un tema molto sentito perché nelle future imprese smart, caratterizzate da ampie basi tecnologiche che richiedono la massima specializzazione delle professioni, le condizioni complessive di benessere del lavoratore diventeranno sempre più rilevanti per le sorti dell’impresa stessa. In quest’ottica Pesenti sostiene che un presupposto importante per l’efficace realizzazione di questa nuova tipologia aziendale sia la capacità di costruire piattaforme definite smart welfare. Si tratterrebbe di un welfare intelligente disegnato a partire dai reali bisogni della popolazione aziendale, personalizzato e non standardizzato.

La prospettiva di un vero e proprio menu di servizi fra cui i lavoratori possano scegliere quelli più adatti alle loro esigenze, appare molto allettante ma ancora piuttosto utopistica, considerando che le ricerche mostrano una scarsa attenzione per la lettura dei bisogni, effettuata solo dal 23,8% delle aziende che offrono uno o più servizi di welfare ai propri dipendenti.

Il libro di Pesenti costituisce una base, un solido punto di partenza per innescare il processo che potrebbe trasformare l’utopia in realtà.

Cecilia Musulin

 

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“Lezioni di Marie Curie. La fisica elementare per tutti”
Appunti raccolti da Isabelle Chavannes

Come si possono insegnare le basi della fisica a ragazzini di età compresa fra i dieci e i quindici anni? Qual è il metodo migliore per catturare la loro attenzione e trasmettergli la passione per una disciplina complessa e dettagliata? La risposta viene fornita dagli insegnamenti di Maria Skłodowska, chiamata dai suoi allievi Marie Curie, premio Nobel per la fisica nel 1903.

Tra il 1907 e il 1908, per iniziativa della studiosa, un gruppo di scienziati e umanisti dell’università della Sorbona conduce un’originale esperienza di insegnamento rivolta ai propri figli e ad alcuni dei loro amici, tra i quali Isabelle Chavannes, ai cui meticolosi appunti, sopravvissuti alle guerre e recuperati per caso, si deve la pubblicazione del libro “Lezioni di Marie Curie. La fisica elementare per tutti. Appunti raccolti da Isabelle Chavannes” Dedalo.

Ciò che emerge subito dalla lettura del testo è la particolarità del metodo usato da Marie Curie, concentrata sull’insegnamento di una fisica orizzontale in cui l’allievo impara provando, vedendo e soprattutto sperimentando.

La studiosa prepara esperimenti accessibili ai giovani studenti facilitandone l’apprendimento e l’assimilazione attraverso esempi vicini alla loro esperienza quotidiana. È il caso della spiegazione relativa alla distribuzione del peso su un giogo a bracci ineguali, introdotta dal riferimento al gioco del dondolo su cui si siedono due bambini di peso diverso.

Il libro assume valore nel contesto attuale non solo per la particolarità della testimonianza ma anche per il fatto di costituire un significativo e straordinario esempio di insegnamento. Il metodo di Marie Curie, infatti, può essere considerato come spunto per un’efficace erogazione di contenuti formativi.

Le domande sono il vero motore dell’apprendimento mentre l’aula diventa un laboratorio, un luogo dove si lavora insieme, si compiono esperimenti e si elaborano soluzioni.

La studiosa mostra un approccio che appare come un’efficace compenetrazione di informalità, condivisione e autorevolezza. I piccoli allievi fanno merenda con tartine, tavolette di cioccolato e arance mentre discutono collettivamente sul loro operato, allo stesso tempo, se necessario, vengono redarguiti sull’ordine, la pulizia e la correttezza dei calcoli: “Bisogna arrivare a non sbagliarsi mai. Il segreto è di non far troppo in fretta”.

Da Marie Curie possiamo apprendere inoltre la metodologia che prevede una spiegazione graduale e la capacità di coinvolgimento attraverso effetti scenici che catturano l’attenzione degli allievi. Grazie a lei i principi astratti dei manuali assumono un carattere pittoresco e insolito, addirittura divertente.

Ci sono però due ingredienti fondamentali su cui si basa l’insegnamento di questa studiosa: la passione per la scienza e la propensione per l’impegno. Due elementi che non si possono insegnare ma che Marie Curie è riuscita a trasmettere. Non a caso la piccola autrice degli appunti da cui è nato il libro ha lavorato per buona parte della sua vita come ingegnere chimico. Una simile carriera era ancora rarissima all’epoca.

Cecilia Musulin

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“L’evoluzione del welfare aziendale in Italia” a cura di Filippo Di Nardo

Welfare e azienda rappresentano due ambiti di interesse apparentemente distanti che sembrano aver trovato una felice conciliazione nelle politiche di welfare aziendale, soprattutto nell’ultimo anno, come ci spiega Filippo Di Nardo nel suo ultimo saggio, “L’evoluzione del welfare aziendale in Italia”, Guerini Next.

Il modello italiano di welfare stato-centrico è stato messo duramente alla prova dalla sostenibilità finanziaria unita alla nascita di nuovi bisogni sociali. L’aumento della popolazione anziana, l’inadeguatezza dei salari rispetto alle spese per i servizi sostitutivi del lavoro domestico, per la cura dei bambini e per l’assistenza familiare, lo sgretolarsi della famiglia tradizionale, caratterizzata da stabilità e solidarietà intergenerazionale, hanno progressivamente condotto verso nuove esigenze che le aziende si sono trovate a dover fronteggiare arrivando ad assumere un vero e proprio ruolo sociale.

Filippo Di Nardo, giornalista esperto di mercato del lavoro, ci offre una panoramica di questa evoluzione in cui il modello di welfare statale sta cedendo sempre più terreno al cosiddetto welfare mix, caratterizzato dalla compenetrazione di pubblico e privato. La dimensione relazionale in cui il welfare aziendale trova espressione è quella fra impresa e lavoratori ed è proprio su questo duplice rilevamento che punta la ricerca di Doxa per Edenred del 2016 esaminata dall’autore.

Analizzando il punto di vista dei due attori principali, imprese e lavoratori, Di Nardo illustra uno studio ad ampio spettro sui programmi di welfare aziendale, esplorando in modo approfondito i servizi offerti dalle aziende, rilevandone l’offerta attuale e l’interesse futuro, facendo un bilancio sugli obiettivi e sulle difficoltà riscontrate per la diffusione e la gestione dei programmi di welfare, ma anche esaminando le prospettive di sviluppo di tali programmi e la notorietà delle agevolazioni regolamentate dall’articolo 51 del TUIR. Secondo l’autore la chiave di volta è costituita dal confronto fra le diverse posizioni di aziende e lavoratori, in cui la sintesi e la comparazione costituiscono un ulteriore strumento di orientamento nel panorama del nuovo welfare aziendale.

Leggendo quella che Di Nardo ha definito mappa delle priorità si scoprono tutti gli aspetti che i lavoratori prediligono. Un dato che ho trovato particolarmente interessante è la preminenza della flessibilità di orario, grazie alla quale i lavoratori potrebbero bilanciare più efficacemente la vita lavorativa e quella privata. Si tratta di un aspetto con cui ognuno di noi si confronta quotidianamente: inevitabilmente gli impegni privati si accumulano nel fine settimana che si esaurisce troppo in fretta, oppure spesso il lavoro invade il tempo libero attraverso i telefoni e i computer che non ci abbandonano nemmeno sulle spiagge durante le ferie estive.

Quello del “work-life balance” è diventato un tema attuale proprio perché i lavoratori considererebbero più funzionale riuscire a distribuire gli impegni privati anche nella settimana lavorativa. Attraverso il libro di Di Nardo il lettore ha la possibilità di scoprire il modo in cui le aziende stanno cercando di andare incontro a queste esigenze, quali sono i progetti in fase di sviluppo e quelli già sperimentati.

In quest’analisi attenta e approfondita, i dati raccolti e catalogati aggiungono valore all’argomento trattato senza appesantirlo, proprio grazie alla duplice prospettiva che contribuisce a rendere la lettura più dinamica e scorrevole anche per un lettore non esperto. Di Nardo, infatti, attraverso un approccio meticoloso e razionale, informa approfonditamente il lettore su tutte le sfaccettature del welfare aziendale, in modo tale da farlo arrivare preparato alle conclusioni del saggio, in cui sono inserite tutte le novità legislative relative all’argomento e permettendo così a chiunque di formarsi un’opinione oculata in merito, esaminando da vicino un’ampia fotografia della situazione attuale, in cui lo scambio lavoro – benessere sta progressivamente sostituendo lo scambio lavoro – retribuzione.

Cecilia Musulin

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