“Noam Chomsky – Venti di protesta” con David Barsamian

Il libro di oggi è senza dubbio fuori dai normali canoni di Sistema Generale, sia per i temi trattati che per la modalità con cui è stato scritto. Edito dalla casa editrice fiorentina Ponte alla Grazie e pubblicato nell’ottobre del 2018, “Venti di Protesta – Resistere ai nemici della democrazia” raccoglie una serie di interviste di Noam Chomsky raccolte da David Barsamian in un periodo che va dal giugno 2013 allo stesso mese del 2017, la maggior parte avvenute realmente, un paio raccolte via mail.

Il primo, Chomsky, classe 1928, è un linguista, un filosofo e scienziato cognitivista, tra i massimi teorici del linguaggio viventi e fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, nonché docente emerito del Massachusetts Institute of Technology con alle spalle una lunghissima sequela di pubblicazioni di straordinario livello.

Il secondo, Barsamian, decisamente più giovane essendo nato nel 1945, è un attivista, fondatore e  conduttore radiofonico di una radio alternativa americana nata dalla frustrazione per la mancanza di voci progressiste, giornalista indipendente rispettato in tutto il mondo per analizzare i problemi sociali, economici ed ambientali più urgenti e globali che già in altre occasioni ha collaborato con Chomsky.

Il frutto di questa collaborazione è un volume con dodici interviste che spaziano dallo “Spionaggio di stato e democrazia” alla “Presidenza Trump”, indagando ciò che è sotto gli occhi di tutti noi.

Il Medio Oriente, la radice dei conflitti, le strategie della paura piuttosto che le crisi e le mobilitazioni, i sistemi di potere che non regalano nulla e la memoria dell’uomo, l’analisi dell’ISIS, dei curdi e della Turchia, il senso del voto e delle elezioni, le alleanze e il controllo e, infine, l’auspicio verso una società migliore.

Chomsly parla di questi argomenti che storicamente sembrano così lontano da noi, con la pacatezza e la razionalità che lo contraddistinguono, senza mai diventare un maestro o un saggio supponente. Anzi, incarna una figura di riferimento che ci spinge ad interrogarci realmente su quello che vediamo e che soprattutto sentiamo intorno a noi, ricordandoci l’importanza della nostra intelligenza, unico strumento per fronteggiare e comprendere ciò che ci circonda ma, soprattutto, per capire realmente quello che sta succedendo intorno a noi e cosa è necessario fare perchè «Non possiamo ignorare che siamo in un momento unico della storia umana. Per la prima volta le decisioni che prenderemo determineranno la sopravvivenza o meno della specie. Non era così in passato. Oggi lo é.»

Personalmente ho letto questo libro due volte a distanza di poco tempo con la volontà di capirlo a fondo. Durante la seconda lettura mi sono imposta di non leggere le datazioni riportate sotto ogni intervista per non classificarle temporalmente “lontane” dal giorno d’oggi. Con immensa – ma amareggiata –  sorpresa ho ritrovato, anche nelle interviste più vecchie, una disarmante attualità.

Chomsky allora è un veggente? No. È una persona dotata di una grande capacità di analisi reale di ciò che lo circonda, sicuramente fonte di sapere inesauribile. Il suo particolare attivismo ed impegno politico e il suo essere un innovatore radicale, lo collocano tra le dieci fondi più citate nella storia della cultura – al fianco di  Shakespeare, Marx e la Bibbia -.

Questo volume diventa allora uno strumento per capire il mondo di oggi e per assumerci la responsabilità delle nostre scelte, ma prima ancora per il fatto che ci spinge a decidere cosa vogliamo per il mondo che sembra rischiare il proprio futuro. E, non potendo considerarci altro che Cittadini del Mondo, la sua sopravvivenza dipende da noi.

Volutamente, non ho voluto svelare nulla di quanto letto in questo libro, scegliendo di incuriosirvi per farvi diventare coraggiosi al punto da leggere “Venti di Protesta”, perchè Noam Chomsky ci parla della situazione politica mondiale di oggi (non di ieri) ed è un libro intriso di urgenza.

L’urgenza di fare qualcosa. 

Innanzitutto oggi.

Soprattutto qui.

Francesca Tesoro

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“Che fine ha fatto il futuro?” di Marc Augé

Mai come in questo periodo storico, in tutto il mondo occidentale, il concetto di futuro e, soprattutto, la sua percezione, sono mutati a tal punto, da stravolgerne ogni parametro. 

Marc Augé, antropologo francese, africanista di formazione, è stato precursore e, in un certo senso, quasi premonitore di questa rivoluzione che sembra andare oltre il tempo e lo spazio, in particolare col suo testo “Che fine ha fatto il futuro?”, uscito in Italia dieci anni fa per la Casa Editrice Eléuthera.

Le riflessioni che ci ha suggerito questo testo, a tratti cinico, a tratti lirico, a tratti estremamente tecnico, pur nel suo stile scorrevole, ma anche complesso, visti i tanti riferimenti storici, artistici e filosofici, non riguardano solo il concetto di futuro, ma anche quelli di progresso e di economia che, come i due carabinieri che tengono stretto il Pinocchio di Collodi, hanno catturato, in un certo senso, le nostre naturali speranze verso il futuro stesso. Ben prima che iniziasse questa crisi economica che ancora ci attanaglia tutti e ci ha portato alla recessione, Augé ha fatto riflessioni profonde sulla globalizzazione e sugli stravolgimenti economici, soprattutto nel mercato del lavoro e nella sua percezione da parte dei cittadini, da un lato sempre più proiettati verso l’aspirazione ad una ‘cittadinanza mondiale’, dall’altro, forse, incapaci di sostenerne le molteplici difficoltà e la necessaria tolleranza. Per quanto riguarda il concetto di progresso, soprattutto da trenta o quaranta anni a questa parte, l’ingresso a gamba testa di tecnologie sempre più avanzate, sia nella nostra vita quotidiana, sia nei nostri luoghi di lavoro, ha causato un terremoto nella nostra percezione emotiva dell’esistenza, imprigionandoci in un immobile presente per cui è difficile, da un lato ricordare il passato (anche quello più recente) imparando da esso, dall’altro avere fiducia in un futuro migliore, avendo speranza, ma anche volontà di costruirlo adeguatamente.

Come mai questo oggi smemorato e cinico ci possiede a tal punto, si domanda Augé? Viaggiando attraverso il tempo e lo spazio, ma anche attraverso culture e popoli, luoghi e nonluoghi, come li definisce l’autore stesso, egli traccia possibili “cure” a questa “malattia” del nontempo che, come nell’effetto domino, potrebbero trovare efficacia in ogni aspetto della nostra vita, dalle relazioni, ai posti di lavoro, passando per la razionale capacità di affrancarci con spirito critico dai nostri modelli di riferimento creandone di nuovi per le future generazioni. Modelli che abbiano forti radici nel passato e rami rigogliosi, proiettati verso l’orizzonte futuro.

Una delle speranze che suggerisce Augé sta nell’educazione e nella scuola, il più possibile democratica e accessibile a tutti, in grado di formare adulti, ma anche professionisti ed esperti capaci di far comprendere a tutti l’importanza dell’eguaglianza, soprattutto nella comunicazione, anche politica.

“La vera democrazia passa per una chiara definizione delle relazioni egualitarie tra tutti gli individui, tra tutti gli uni, chiunque siano, e tutti gli altri, chiunque siano. Oggi ne siamo ancora bel lontani. Ed è questa la ragione per la quale gli appelli alla violenza, quale che sia l’ideologia che li ispira, avranno sempre un’eco tra i più sprovveduti. Così non è vietato all’antropologo, che cerca di osservare ciò che è, suggerire ciò che potrebbe essere se fosse restituita una finalità al linguaggio politico e se si prendesse finalmente alla lettera l’ideale spesso proclamato dall’istruzione e dalla scienza per tutti. Bisogna pensare al plurale, certo senza dimenticare che non è l’individuo che è al servizio della cultura, ma sono le culture che stanno al servizio dell’individuo”.     

Alessandra Rinaldi

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