“Tra le nuvole”: storia semiseria di un tagliatore di teste

Quante volte, guardando un film in cui i protagonisti svolgono mestieri che ci sono familiari, abbiamo esclamato: “Ma è tutto finto, le cose non vanno affatto così…”? E quante altre i personaggi delle nostre pellicole preferite hanno stuzzicato la nostra immaginazione, facendoci pensare: “Potessi fare anche io quel mestiere, la mia vita sarebbe diversa…”?

Riprendiamo il nostro viaggio all’interno del mondo del lavoro e delle varie sfaccettature del cambiamento che caratterizzano le nostre capacità di adattamento ai contesti più vari, iniziando un nuovo percorso che ci porterà ad analizzare alcuni tra i film più amati o odiati dal pubblico, per domandarci quanto le professioni svolte dai vari protagonisti siano raccontate in modo verosimile e quali siano, invece, le eventuali licenze poetiche che registi e sceneggiatori si sono concessi, a seconda dei luoghi di ambientazione e di produzione delle storie.

La pellicola che esamineremo oggi è “Tra le nuvole”, un film prodotto negli Stati Uniti nel 2009, diretto da Jason Reitman e che ha per protagonista un sorprendente George Clooney che veste i panni di un cinico manager di professione “tagliatore di teste aziendale”. Il film ha ottenuto un buon riscontro sia da parte della critica, sia da parte del pubblico delle sale, ed è stato premiato, tra le altre, dalla candidatura a ben sei Premi Oscar 2010, come Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore Protagonista e non e Miglior Sceneggiatura non originale.

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La storia racconta la vita di Ryan Bingham, interpretato proprio da George Clooney, esperto dirigente d’azienda che gira il Mondo, ingaggiato dalle compagnie più disparate, per occuparsi di sistemare gli esuberi aziendali, gestendo i periodi di crisi licenziando il personale in eccesso. Bingham è un uomo apparentemente impassibile, che è considerato un guru nel suo mestiere e lo svolge metodicamente, senza mai lasciarsi prendere dalle emozioni. Vive perennemente in viaggio, collezionando carte fedeltà e miglia aeree, e non ha affetti ai quali appoggiarsi, convinto di non averne affatto bisogno. È proprio questo infatti, che lo fa sentire realizzato nel suo mestiere: non avere legami e non sentirsi mai a casa in nessun luogo, abituato com’è a passare da una camera d’albergo all’altra. Le certezze del signor Bingham saranno pericolosamente incrinate da due fatti fondamentali che accadono nella storia: l’incontro con una donna che sembra condurre una vita molto simile alla sua, con cui avrà una storia d’amore e, ancor di più, un inaspettato cambiamento proprio all’interno della sua stessa azienda, che lo metterà profondamente in discussione. Natalie, infatti, una giovane neoassunta, ha ideato un sistema per effettuare i licenziamenti anche a distanza per via telematica, grazie allo schermo di un computer, il che taglierebbe i costi dei viaggi dei vari impiegati, eliminando, però, la componente che più fa sentire Ryan libero di esprimere se stesso nel proprio mestiere. Convinto che, anche per mandare a casa qualcuno, sia necessario incontrarlo di persona, non nascondendosi dietro a un monitor, Ryan inizierà un aspro confronto con la giovane collega, destinato ad avvicinare due realtà generazionali apparentemente inconciliabili, ma che, di fatto hanno bisogno l’una dell’altra per crescere.

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Oltre al risvolto narrativo piuttosto interessante e sceneggiato con delicatezza e trasporto, godibile grazie all’ottima interpretazione degli attori protagonisti, ciò che ci interessa analizzare è proprio la figura aziendale del cosiddetto tagliatore di teste.

Chi è realmente un tagliatore di teste? E quanto la storia narrata nel film corrisponde alla realtà dei fatti oggi come nel 2009 ad inizio di questa interminabile crisi economica?

Iniziamo col constatare, innanzitutto, che, ad eccezione di alcune similitudini con quanto accade nel film, la realtà delle aziende italiane è molto diversificata, nonostante la globalizzazione abbia uniformato molto i ritmi e le dinamiche di lavoro in tutto il mondo, soprattutto nei contesti delle multinazionali. Spesso, anche in Italia, per gestire situazioni di cambiamento aziendale che portano a una consistente riduzione del personale, ci si serve di esperti esterni, proprio come il protagonista del film, soprattutto in grandi aziende e quando il numero di posti da tagliare è così elevato, da essere considerata l’extrema ratio. Le reazioni degli interessati di fronte alla perdita del proprio lavoro sono le più disparate e imprevedibili, sia per quanto riguarda il singolo, sia per quel che concerne i gruppi di lavoro, l’azienda nel suo insieme e non meno ogni suo indotto. Tuttavia bisogna osservare che, rispetto al periodo in cui il film fu girato, proprio all’inizio della crisi economica che ci sta attanagliando ormai da quasi un decennio, la precarietà ha generato in molti microclimi lavorativi un curioso e forse inaspettato risvolto della medaglia. È senza dubbio vero che, al giorno d’oggi, se abbiamo un lavoro, vogliamo tenercelo stretto, ma, nello stesso tempo l’insicurezza dilagante e la continua pretesa di elasticità stanno cambiando la cultura delle nuove generazioni rispetto alla stabilità del posto di lavoro. Per farla breve: è normale perdere il lavoro, tanto quanto normale è chiudere rapporti di lavoro, se si è in grado di condurre correttamente la trattativa. Ecco, dunque, che questa capacità di congedare chi non è più funzionale all’azienda è sempre più richiesta anche all’interno dell’azienda, a prescindere dalla grandezza e dalla complessità dei contesti e tende, probabilmente, ad essere gestita sempre più internamente, senza ricorrere alla figura di consulenti esterni e di Società esperte. Insomma, sembra quasi che non ci sia più bisogno del supereroe George Clooney di turno per gestire situazioni che oggi viviamo più come regola e sempre meno come eccezione.

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Un secondo aspetto interessante, all’intero del film, dal punto di vista delle dinamiche aziendali, è il rapporto tra il cosiddetto senior, interpretato da Clooney, il manager esperto, abituato a eseguire il proprio lavoro sistematicamente, e la figura junior, la giovane neoassunta Natalie, convinta che gli interessi di produzione aziendale debbano essere considerati al di sopra di ogni altra esigenza, accantonando il più possibile ogni risvolto personale. Quando Natalie propone al Direttore dell’azienda di lavorare avvalendosi del Web, tagliando i costi delle trasferte, lui ne è entusiasta. Ma sarà la stessa Natalie, affiancata da Bingham durante il trainer, a rendersi conto che il tagliatore di teste è sì uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, come si dice, e per questo, spesso, è necessario essere presenti anche fisicamente laddove si sta operando, senza potersi nascondere dietro una tastiera. Anche questo aspetto, nella realtà di tutti i giorni, è cambiato nel corso degli anni e sta continuando a mutare. Così come siamo sempre più avvezzi alla facilità con cui oggi si può perdere un posto di lavoro, allo stesso modo le modalità con cui si viene licenziati stanno evolvendo. La deontologia può essere diversa a seconda delle aziende, ma la tecnologia è sempre più prepotentemente presente nelle nostre vite, tanto private, quanto lavorative. Quindi, tra e-mail e web conference, potrebbe non stupire il fatto di poter essere licenziati via Web, proprio come si può essere lasciati dal fidanzato via SMS, come accade alla povera Natalie nel film…

A far riflettere, quindi, è l’aspetto emotivo che oggi come nel 2009, interessa le dinamiche di relazione tra il cosiddetto tagliatore di teste e il lavoratore. Il personaggio interpretato da Clooney è convinto che essere privo di affetti lo renda immune dalle emozioni degli altri, tanto che la sua capacità di far andare via contenti i poveri malcapitati presenti nella sua lista nera, quasi come se perdere un posto di lavoro fosse un’opportunità di rinascita e non una sconfitta, gli permette di proporsi come life coach e di fare conferenze in tutti gli Stati Uniti, tra un viaggio e l’altro. Il suo cavallo di battaglia è il discorso dello zaino. Bingham chiede a tutto il pubblico di immaginare di avere uno zaino sulle spalle e di metterci dentro tutte le persone più o meno importanti che fanno parte della loro vita quotidiana provando a pensare a quanto peserebbe e a quanto tutto sarebbe più facile senza trascinarsi dietro il peso delle relazioni e di quelli che lui definisce compromessi. Bingham è circondato ogni giorno da decine di persone, ma in realtà è solo ed è proprio questo che ne umanizza la percezione che lo spettatore ha di lui. Nonostante il suo cinismo e il suo mestiere antipatico, chi guarda il film si affeziona a lui. Ma è facile intravedere le debolezze di qualcuno dall’altro lato di uno schermo. Come fare nella realtà? Come fare quando l’altro è collega? Il fatalismo e la rassegnazione della lunga crisi che ci accompagna ormai da anni possono venirci in aiuto e davvero darci la capacita di vivere il nostro ruolo, sia esso quello del tagliatore, sia esso quello del lavoratore? Sono solo un ammortizzatore passeggero, un antidoto alla sofferenza o un nuovo modello sociale? Siamo squali, come dice Clooney nelle sue conferenze, destinati a vivere alla giornata in un mare pieno di pericoli? O, più semplicemente, esseri umani in grado di scegliere cosa mettere nel proprio zaino?

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E noi, nuove generazioni, come stiamo imparando a scegliere?

Alessandra Rinaldi

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Sistema Scuola: il Metodo Montessori

montessori1Dopo aver girato il mondo analizzando come è nato e come funziona lo Scautismo, torniamo momentaneamente sui banchi di scuola per capire meglio in cosa consiste il Metodo Montessori, un vero e proprio approccio sistemico all’educazione del fanciullo tutt’oggi innovativo e che mette al centro il ragazzo con le sue potenzialità, esigenze e attitudini.

Tra le prime donne medico in Italia, Maria Montessori è stata pioniera in molti campi, a cominciare dalla sua vita professionale, sempre protesa verso l’innovazione e libera da aspettative e pregiudizi, fino alla sua vita privata, all’insegna del progresso e dell’emancipazione femminile.

montessori2Il suo interesse per l’educazione dei bambini, a partire da quelli più disagiati, nasce proprio grazie al suo ruolo di scienziata, tanto che il metodo scientifico, fatto di evidenze riconoscibili a tutti e sperimentabili su larga scala, la guiderà sempre anche nelle sue scelte di educatrice, portando al successo in tutto il mondo il suo approccio educativo, ancora oggi tra i più ammirati anche all’estero.

Sfrondato e alleggerito dai limiti del tempo trascorso, infatti, il metodo Montessori è tuttora tra i più utilizzati al mondo, anche e soprattutto nelle scuole del Nord Europa, spesso più all’avanguardia delle nostre. Sono numerosissime le scuole dell’infanzia, primarie, secondarie e perfino le università che abbracciano questo metodo in tutto o in parte, o che ad esso si ispirano per la strutturazione degli ambienti didattici o dei programmi di studio.

montessori3Il primo passo per l’applicazione del metodo sta proprio nella costruzione dell’ambiente che circonda il fanciullo nel quale tutto è all’insegna della natura e della naturalezza, ma nulla è lasciato al caso. È significativo, infatti, che il nido e la scuola dell’infanzia ideata da Maria Montessori sia stata chiamata Casa dei Bambini, proprio per indicare un ambiente nel quale il bambino è il vero padrone in grado di muoversi in autonomia in base ai suoi tempi e ai suoi interessi e l’adulto educatore è soltanto una figura di supporto e, quando necessario, di supervisione.

L’ambiente di apprendimento Montessori è caratterizzato da materiali e attività ideate per stimolare e favorire l’interesse dei ragazzi in ogni materia e in ogni campo, permettendo prima di tutto ai bambini di dedicarsi individualmente ai compiti che loro stessi scelgono, favorendo l’auto-correzione degli errori e unendo l’aspetto meramente cognitivo dello studio con quello fisico e più strettamente pratico legato all’attività che si sta svolgendo, in modo equilibrato. Solo così il fanciullo scopre le proprie potenzialità e propensioni, autodisciplinandosi, perché tutto attorno a lui è costruito a sua misura, e mettendosi alla prova nella concentrazione e nell’impegno prima individuale e, successivamente, di gruppo classe.

montessori4Il pensiero pedagogico di Maria Montessori raccomanda, dunque, di creare un ambiente scientificamente idoneo a favorire non solo lo sviluppo cognitivo del bambino, dal punto di vista didattico, ma anche le sue abilità sociali e morali. Proprio per questo è importante che non solo le aule, ma l’intero edificio scolastico siano accoglienti e confortevoli, per far comprendere ai ragazzi che è possibile apprendere con piacere, senza ricorrere né a punizioni, né a premi. Ogni progresso, così come ogni battuta d’arresto, fanno parte di un percorso ben preciso e ben chiaro nella mente degli educatori che dovrebbero guidare tenendo per mano e non trascinando, rispettando così i tempi e l’individualità del singolo. L’obiettivo è favorire l’equilibrio mente-corpo, la creatività, la curiosità e l’intelligenza intesa nel senso etimologico del termine come capacità di leggere dentro le cose, facendole proprie.

I docenti, quindi, anche in qualità di lavoratori, sono guida ed esempio per i bambini. Sono presenti per semplificare e non per complicare concetti ed esercizi e danno l’esempio di autocontrollo, autodisciplina ed ascolto aperto dei loro ragazzi. Mostrano l’utilizzo dei materiali e spiegano, ponendo gli allievi di fronte alla possibilità di una vera e propria relazione educativa e non di un rapporto a senso unico tra insegnante e alunno.

montessori5Sono proprio questi i concetti base che caratterizzano l’approccio sistemico del metodo Montessori: scienza, equilibrio, autoregolazione. Relazione tra ambienti, persone e materie di studio nel rispetto delle individualità che compongono il gruppo. Concetti che favoriscono il fanciullo nel suo cammino verso l’età adulta e nella scoperta di se stesso in qualità di animale sociale e che dovrebbero rispecchiare i futuri equilibri degli ambienti di lavoro a favore della produttività, del progresso e dell’amore per la civiltà.

www.fondazionemontessori.it

Alessandra Rinaldi

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Sistema Scuola: Insegnanti e Territorio

territorio 1Continua la nostra indagine sul campo circa il mondo della scuola come sistema composto da tanti organi che formano un unico corpo che deve essere il più sano e forte possibile. Dopo aver affrontato i punti di vista di studenti, generazioni di insegnanti e personale non docente, torniamo ad ascoltare gli educatori per capire quanto la scuola di oggi, sempre più propensa verso tecnologia e progresso, sia effettivamente integrata e ancorata sul territorio su cui sorge e opera. Come ogni organismo vivente, infatti, non può prescindere dalle condizioni ambientali in cui nasce e proprio a queste deve adattarsi, se vuole vivere ed evolversi, altrettanto dovrebbero fare i singoli istituti scolastici. La conoscenza e la consapevolezza del background che li circonda è fondamentale affinché ogni sistema scuola funzioni e sappia ascoltare e valorizzare ogni suo prezioso componente.

I testimoni di oggi sono Ilaria e Laura, due insegnanti di ruolo di scuola dell’infanzia e primaria nel pieno della loro carriera lavorativa, che operano in due piccole realtà del centro Italia, tra il Lazio e la Toscana, non lontano dai rispettivi Capoluoghi di Regione. Anche questa volta, per garantire la loro riservatezza, le chiameremo con nomi di fantasia, senza specificare luoghi e istituti scolastici di provenienza, riportando, tuttavia, fedelmente, quanto raccontato dalle insegnanti nelle interviste che seguono.

Dalle risposte che Ilaria e Laura hanno dato alle nostre domande si deduce che l’analisi dell’attaccamento effettivo al territorio da parte degli istituti scolastici può essere fatta da due punti di vista: esaminando il fattore ambientale naturale, da una parte, e quello antropico e culturale, dall’altra. I bambini e i ragazzi di oggi, infatti, vengono sensibilizzati dalla scuola, non senza impegno e fatica, a prestare maggiore attenzione e rispetto, sia verso l’ambiente naturale che li circonda e nel quale la loro scuola sorge fisicamente, sia verso il contesto umano che caratterizza le loro origini come cittadini, e quindi studenti, su un determinato territorio. Le principali difficoltà di integrazione verso questi obiettivi, oltre alla solita ingombrante burocrazia, sono non solo le situazioni familiari complicate di molti ragazzi difficili da coinvolgere nelle varie attività, ma anche l’alto numero di studenti provenienti da altri Paesi e quindi portatori di altre culture e tradizioni, presenti in un numero sempre maggiore e che, quindi, non è possibile ignorare. Al di là degli aspetti politici, la vera sfida della scuola del futuro, dunque, in ogni luogo e grado, è proprio far sentire tutti studenti e cittadini allo stesso livello e sullo stesso piano ragazzi che provengono da situazioni molto diverse tra loro e che hanno bisogno, assieme ai loro stessi insegnanti, di percepire la scuola come un faro in mezzo alla nebbia dei nostri tempi difficili.

 

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Ilaria: La scuola è un luogo salubre e sereno in cui i bambini si aprono a nuove esperienze, lontano dai genitori. Imparano a vivere in una nuova “Società”, diversa dalla famiglia. Mi è sempre piaciuto insegnare. Fin da ragazzina aiutavo i miei compagni di scuola a fare i compiti, poi, crescendo, affiancavo i ragazzi nello studio e nella preparazione di interrogazioni ed esami. Lavorare nella fascia d’età 3-6 anni è molto gratificante. Diventi una figura fondamentale per i bambini, quasi una seconda mamma e per me che non sono mai diventata madre… beh, mi riempie il cuore di gioia! Mi sento utile e gratificata; vedo i loro progressi di giorno in giorno, crescono imparando i sani principi che spero li accompagnino per tutta la vita. Spesso però, purtroppo, i bambini, diventando adulti ed entrando in contatto con insegnamenti sbagliati, prendono strade non sempre “raccomandabili”, ma io credo ancora e molto nel mio lavoro e non mollo. Lotterò sempre per insegnare solo “cose giuste e belle”, come dico ai miei bambini, affinché diventino degli adulti sereni ed equilibrati.

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Laura: Oggi la scuola è un grande punto di riferimento per i ragazzi, soprattutto la scuola primaria dove si apprendono le basi. Tutto sembra dissolversi con troppa facilità oggigiorno: gli affetti, le famiglie, tuttavia la scuola resta ancora una struttura presente, per quanto sgangherata. La cittadina in cui lavoro io potrebbe essere vista come una “zona di confine”. L’istituto in cui opero è tra i primi in Italia per numero di stranieri, oltre che di alunni BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) e quindi l’integrazione è per noi una sfida quotidiana e va oltre la didattica. Molti dei nostri bambini trovano stabilità e serenità solo all’interno delle aule, perché fuori le situazioni di vita sono difficili persino per gli adulti che si trovano ad affrontarle. Ho intrapreso questa carriera perché ci ho sempre creduto, anche se inizialmente non ho fatto studi di indirizzo. Quello coi bambini è uno scambio continuo. Noi docenti insegniamo la didattica, ma dai ragazzi impariamo qualcosa di più profondo sulla nostra natura umana, sia nelle classi, sia nei singoli rapporti che si instaurano. È stato proprio questo a spingermi a fare di questa passione una professione, acquisendo tutti i titoli e le competenze che mi avrebbero permesso di sviluppare la mia professionalità. Sono stata precaria per moltissimi anni in scuole private e, oggi che sono docente di ruolo in un istituto statale, ho raggiunto maggiore equilibrio, ma di sicuro ogni giorno a scuola è diverso dall’altro. Quando entri in aula ci sono tante difficoltà da affrontare, è stancante e le delusioni sono quotidiane, ma quel che resta dentro è sempre il riscontro che si ha dai ragazzi, dalle esperienze che si fanno insieme e che si condividono. La delusione più grande però, soprattutto rispetto al “mondo esterno”, è il mancato riconoscimento della nostra figura di insegnanti. In troppi criticano il nostro operato, senza sapere cosa significhi fare il docente. Non ci si improvvisa insegnanti, si studia e ci si tiene continuamente aggiornati, andando anche oltre le nozioni che si passano ai ragazzi. Ma, nonostante ciò, spesso subiamo giudizi ingiusti e ingiustificati che non fanno bene agli studenti e all’intero sistema.

 

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri quotidianamente nel tuo percorso?

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Ilaria: Abbiamo a che fare quotidianamente con tanta burocrazia. Deleghe dei genitori, verbali per i collegi, programmazioni, infortuni, autorizzazioni alle gite, privacy, piano sicurezza, aggiornamento delle graduatorie, ricostruzione della carriera, domande di trasferimento… A volte non mi sembra di fare l’insegnante, ma di lavorare in un ufficio pubblico tra le scartoffie. Un’altra piaga è la continua mancanza di fondi anche per i beni di uso quotidiano (come carta igienica, sapone per le mani, carta assorbente), figuriamoci, poi, per corsi di aggiornamento o materiali di largo consumo quali colori, fogli di carta, materiale didattico in generale, fotocopiatrice, e così via. A tutto ciò si aggiunge una diffusa mancanza di rispetto per il nostro lavoro. Troppo spesso il nostro ruolo è sottovalutato. Chi non fa questo mestiere pensa che noi lavoriamo solo cinque ore al giorno, che abbiamo tanti giorni di ferie, che cantiamo e giochiamo tutta la giornata, insomma che sia una passeggiata. È vero che all’interno del plesso scolastico io sto per cinque ore al giorno, ma a casa lavoro ancora per cercare informazioni e materiali e strutturare le lezioni che affronterò poi in classe. Per quanto riguarda le ferie non possiamo scegliere il periodo per usufruirne e, qualora riuscissimo a prenderle durante l’anno scolastico, (per un massimo di sei giorni), dobbiamo supplicare il Dirigente che ce le accordi e trovare noi stesse una sostituta, perché non devono esserci carichi economici per la scuola.

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Laura: A livello strutturale gli edifici scolastici della nostra zona e dell’Italia intera sono in situazioni disastrose e spesso pericolose. Abbiamo solai che ci crollano in testa, fognature allo stremo e aule senza neppure il necessario. Ma anche tutto ciò che riguarda la didattica e la programmazione non tiene conto realmente delle difficoltà che gli insegnanti hanno in cattedra, ogni giorno. Spesso le problematiche esterne che hanno i ragazzi e le loro famiglie non ti permettono di seguire alla lettera i programmi del Ministero, perché la scuola è vita e deve trasmettere anche i mezzi per affrontare le difficoltà o oltre alle materie di studio. Forse è proprio questo scollamento la maggior criticità dei nostri tempi.

 

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

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Ilaria: Noto che faticosamente la scuola cerca di stare al passo con i tempi, soprattutto nell’aggiornamento degli insegnanti per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ora che mi trovo a lavorare lontano dalla mia città d’origine sto frequentando diversi corsi per la scuola digitale, ma negli anni passati, quando ha lavorato vicino casa, questo non è mai avvenuto. Forse perché dove mi trovo ora si è capito quale sarà il futuro della scuola e si è riusciti a guardare oltre e ad essere più lungimiranti. Ormai i bambini nascono con una mentalità volta all’informatica e al digitale e la scuola dovrebbe utilizzare questo canale informativo per insegnare ai propri alunni.

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Laura: Devo essere sincera: nella mia carriera di insegnante ho visto più passi indietro, che in avanti. Si prova a fare tanto, un po’ di tutto per l’esattezza, ma l’“essenziale” manca sempre e, alla fine, anche quel poco che si è fatto, si dimentica. Un tempo i programmi erano meno corposi, ma si andava di più al cuore dei concetti, senza contare che, i ragazzi di oggi hanno una soglia di attenzione molto più bassa ed è difficile coinvolgerli organizzando in modo sistematico il lavoro con tanti alunni, ognuno con la propria particolarità. Forse sarebbe meglio sfrondare i programmi, lasciando le basi e una più ampia libertà ai docenti di organizzarsi anche in base alle esigenze delle singole classi per non lasciare indietro nessuno. L’informatizzazione c’è, ma non è la LIM, ad esempio, che fa la differenza all’interno delle classi. Ormai tutti i ragazzi hanno uno smartphone a disposizione e spesso sono loro a insegnare qualcosa a noi in questo senso.

 

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di donna e insegnante e perché.

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Ilaria: Ci sono così tanti episodi che mi sono rimasi nel cuore, che sarebbe difficile sceglierne solo uno. Sarebbe un torto a tutti quei bambini che, ognuno a loro modo, hanno contribuito alla mia crescita come insegnante ed educatrice. Naturalmente ci sono anche ricordi spiacevoli, momenti di difficoltà, spesso legati alla precarietà di questo mestiere, ma a restare maggiormente impressi sono sempre i sorrisi dei bambini.

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Laura: C’è un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso e che ancora porto nel cuore. Il primo anno, nell’istituto in cui mi trovo adesso, ho avuto una quinta classe molto problematica. C’era una bambina, Anna, che piangeva tutti i giorni in classe e non c’era verso di capirne il motivo. Verso la fine del primo quadrimestre abbiamo capito che la mamma stava male e il papà non riusciva a prendersi giorni di ferie per accudirla, così lei rimaneva spesso sola con questa mamma allettata e sotto farmaci. Verso la fine dell’anno l’intera famiglia ha deciso di trasferirsi per cercare l’aiuto dei parenti lontani. Il giorno dopo che Anna è partita ho trovato nel mio registro un bigliettino a forma di cuore con scritto: “Grazie di avermi ascoltata” e mi sono commossa. Mi era sembrato di non essere riuscita a fare molto per lei, ma anche quel poco evidentemente era stato importante.

 

La scuola in cui operi è ben inserita nel contesto territoriale in cui si trova? Secondo te riesce a rispondere alle esigenze dei ragazzi e dei colleghi insegnanti legate al territorio di appartenenza? Quali sono le iniziative che agevolano l’interazione tra scuola e territorio nella vostra regione?

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Ilaria: La scuola in cui opero è ben inserita nel territorio in cui si trova. Frequentemente il Comune organizza eventi e attività che coinvolgono scuole e famiglie. Tutti i mesi, ad esempio, la biblioteca comunale presenta iniziative davvero molto interessanti per fasce d’età e gratuite o con una piccola offerta e sappiamo quanto sia importante avvicinare i ragazzi alla lettura. Si tratta sempre di eventi cittadini legati alla stagionalità, presentazioni di libri, organizzazioni di convegni, tavole rotonde e così via. Il tutto per sensibilizzare i ragazzi al rispetto del territorio da tutti i punti di vista e alla conoscenza della loro cultura e tradizione.

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Laura: Nel nostro istituto ciò che fa veramente la differenza nell’integrazione territoriale è il lavoro “sul campo” dei docenti. Abbiamo dedicato ore e ore a parlare coi bambini, spiegando loro che tutti hanno gli stessi diritti, anche se hanno una religione o tradizioni diverse e questo significa educare alla convivenza civile e vivere a pieno il proprio territorio, rispettandolo e valorizzandolo. Se facciamo dieci moltiplicazioni in meno chissenefrega! Tutti lavoriamo per l’inserimento sociale dei ragazzi e siamo uniti in questo. Arrivano anche alcune iniziative dal Ministero che potrebbero agevolare questi processi, ma non sono sempre di grande valore e questo è un gran peccato. Molto è lasciato alla nostra iniziativa e alla nostra sensibilità di insegnanti e ci sentiamo poco supportati in questo.

Alessandra Rinaldi

 

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Sistema Scuola: Generazioni di Insegnanti a confronto

socrateDopo aver approfondito il punto di vista degli studenti, continuiamo l’analisi del Sistema Scuola. Sviscereremo l’altra metà del cuore di questo microcosmo così complesso, eppure sottovalutato, sia dalla società civile, sia dal mondo del lavoro, quasi come se, oltre ai titoli di studio, non fosse necessario coltivare l’impatto che la scuola ha sulla nostra realtà politica, nel senso etimologico del termine polis. Accanto agli alunni, infatti, il ruolo di attori all’interno delle scuole è svolto dai docenti, da sempre non solo esperti conoscitori delle varie materie oggetto di studio, ma anche pedagoghi ed educatori a tutto tondo, in grado, come diceva Socrate, di far partorire le anime degli allievi, assecondandone le inclinazioni naturali per esaltarne le propensioni.
Se quello dell’insegnante è un compito non facile dalla notte dei tempi, come è cambiato il suo ruolo nel nostro Paese dal Dopoguerra a oggi? In una scuola pubblica che, da un lato garantisce un massiccio accesso all’istruzione, ma, dall’altro soffre ancora di una forte dispersione degli allievi, sempre meno motivati, e di una crescente diminuzione dell’autostima degli insegnanti, costretti ad anni di precariato prima di raggiungere la stabilità, cosa è cambiato tra una generazione di docenti e l’altra?
A raccontarci il loro punto di vista saranno Giovanni ed Emma, nomi di fantasia, ma veri padre e figlia, entrambi insegnanti di materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e primaria, ma in epoche storiche ed economiche decisamente differenti. Giovanni è ormai in pensione da molti anni, mentre sua figlia Emma è attualmente nel pieno della sua attività lavorativa. Entrambi hanno ricoperto e stanno ricoprendo il proprio ruolo nel nord Italia, anche se le radici della loro famiglia appartengono al sud e sono stati protagonisti di una storia di emigrazione e integrazione simile a tante altre nel nostro Paese durante il secolo scorso.
Di seguito saranno gli stessi Giovanni ed Emma a esporre in prima persona le loro opinioni, rispondendo separatamente alle medesime domande della nostra intervista. Ciò che se ne deduce è che solo il confronto costruttivo può aprire strade apparentemente nascoste e costruire ponti là dove i percorsi sembrano irrimediabilmente interrotti, al fine di rafforzare l’approccio sistemico anche nella fragile scuola di oggi.

Cosa rappresenta oggi per te la scuola? Come mai hai intrapreso questo mestiere e quali soddisfazioni ti ha dato/ti sta dando? Quali speranze, invece, sono state disattese?

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Giovanni: Ho intrapreso il mestiere di insegnante sin dalla Maturità. Dopo la Licenza Media Inferiore avevo già scelto la scuola superiore che mi avrebbe permesso di avere il titolo per svolgere questa attività, insegnando la materia che mi ero prefissato. Ho avuto moltissime soddisfazioni da questa scelta di vita, specialmente dal rapporto coi ragazzi sempre amichevole e paritario. Parlavamo, scherzavamo quando le circostanze lo permettevano ed eravamo seri quando c’era bisogno di impegnarsi, ma senza mai perdere il sorriso. Spesso mi stupiva la loro maturità dimostrata anche in situazioni di difficoltà e ho imparato molto da loro. Non sempre le strutture scolastiche erano idonee o pronte ad affrontare i problemi quotidiani dei ragazzi, ma, forse proprio quella povertà di mezzi, ci univa a livello umano e ci permetteva di andare oltre, raggiungendo il cuore delle cose con una determinazione che forse oggi si sta perdendo.
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Emma: La scuola è passione, pura passione. Ho intrapreso questo percorso immaginandomi insegnante fin da giovanissima. Accudire, stabilire relazioni, condurre menti attraverso percorsi fantastici alla scoperta dell’universo attorno e del proprio interiore mi è sempre sembrato il compito più misterioso e utile che si potesse affrontare.
Ho amato studiare la psicologia e la pedagogia e ho viaggiato attraverso l’aritmetica razionale per imparare a smontare e a rimontare i concetti astratti e tradurli in stimoli concreti.
La scuola, per me, rappresenta l’opportunità fondamentale e il diritto più civile alla base di ogni società. L’occasione di sviluppo più democratica mai pensata: espressione di crescita e progresso, un diritto ed un dovere, ma anche fonte di speranza per ogni tipo di cultura e di religione.
La mia soddisfazione più grande sta nel poter constatare la gioia con cui i miei alunni vengono a scuola. Scorgere l’espressione di serenità sul loro volto al loro arrivo, nel momento in cui mi seguono in un lavoro e perfino nel momento in cui sono messi alla prova; ricevere i loro continui messaggi d’amore e affetto e raccogliere le loro confidenze; sapere di essere un punto di riferimento affettivo: queste sono solo alcune delle soddisfazioni che mi muovono e mi sostengono ogni giorno. Punto di partenza e punto di arrivo.
Poter constatare progressi anche nei ragazzi che partono svantaggiati non ha prezzo. E vedere un gruppo di ragazzi che si autoregola nel rispetto reciproco e nel rispetto altrui, perché consapevoli e non perché timorosi di castigo rappresenta il successo di cui essere più orgogliosi.
A proposito di speranza, la scuola talvolta ne disattende alcune. Chiariamo però: scuola non è una entità a sé e singola. Scuola è un complesso sistema fatto di famiglie, educatori e organi territoriali.
In questo insieme articolato e delicato di speranze talvolta se ne disattende qualcuna: a cominciare dal rapporto di sinergia e corresponsabilità che dovrebbe instaurarsi in modo attivo e costruttivo tra l’istituzione scolastica e la famiglia.
Troppo spesso trovo che la famiglia concepisca la scuola quale unico luogo deputato e delegato alla crescita dei suoi minori. A volte il genitore, pur nutrendo grandi aspettative ed attese, si colloca all’esterno del percorso, con atteggiamento a priori sospettoso e percependo se stesso al di fuori, come se il processo educativo e scolastico del figlio non lo riguardasse in quanto a responsabilità.
Un’altra sinergia attesa in un sistema scolastico, ma non sempre corrisposta in misura consona, è quella che dovrebbe stabilirsi con gli organi territoriali e i committenti politici in fatto d’attenzione e di cura, specie quando si parla di fondi e finanze. Ma questo è un discorso che porta lontano, ai vertici. La spaccatura tra chi lavora e chi legifera, tra la scuola vera e chi si occupa di introdurre variazioni e riforme è sempre più grande. E non vi è una concreta condivisione di intendi e orizzonti. L’insegnante non viene quasi mai interpellato, eppure è colui che vive le situazioni nel concreto ogni giorno. Colui il quale dovrebbe avere competenza per esprimere un’attenta analisi sui bisogni e proporre soluzioni.
L’insegnante ha frequentemente l’impressione di essere rimasto l’unico e l’ultimo soggetto a rendersi conto di quanto investire in cultura ed educazione sia alla base di ogni piramide.
Tutto ciò che è scuola, educazione, cultura e formazione, dovrebbe essere interesse di ogni cittadino. Non solo del docente affaticato, del genitore accanito o dello studente in formazione. Anche perché queste tre componenti formano un insieme molto vasto della popolazione. Come può non essere argomento e dibattito comune? Noi insegnanti siamo una categoria in continuo divenire e sempre sotto osservazione. Il ruolo dell’insegnante non è un ruolo lavorativo in senso unico. La prestazione che è richiesta all’educatore include una sovra-mansione: il coinvolgimento emotivo-affettivo nel processo di crescita di un altro individuo. Così come un medico o un infermiere è coinvolto in un processo di malattia o guarigione del suo paziente, allo stesso modo un educatore è coinvolto attivamente nell’evoluzione fisica, cognitiva e prima ancora emotiva ed affettiva del suo allievo: il mio lavoro è relazione.
Questo è al contempo l’aspetto più gratificante e più faticoso, sicuramente il più significativo, del mio compito. Cosa c’è di oggettivo in una relazione uno a uno? E cosa vi è di oggettivo in una relazione uno a molti? Lo scoglio duro del sistema scuola è la valutazione dei bambini. Sulla quale, però, per quanto mi riguarda, si dovrebbe aprire un lungo capitolo a parte. Anzi, un’enciclopedia in più volumi! Una cosa è certa: i bambini ci osservano. E ci valutano. I genitori ci osservano. E ci valutano. I colleghi stessi ci osservano. E ci valutano, direttamente o indirettamente.

Quali difficoltà e criticità pratiche incontri/hai incontrato quotidianamente nel tuo percorso?

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Giovanni: I principali disagi li ho riscontrati sempre a causa di scelte politiche azzardate fatte dai vertici e che poi si ripercuotevano nella gestione quotidiana delle classi. Non tutte le riforme fatte in ambito scolastico hanno avuto, infatti, i risultati sperati e spesso hanno portato a dei peggioramenti. Anche per quel che riguarda i programmi di studio è capitato che, per rispondere a provvedimenti ministeriali, ho dovuto fare delle modifiche durante gli anni scolastici e rimodulare il tutto assieme al Collegio docenti, cosa che non è mai semplice quando si ha a che fare con ragazzi dinamici spesso difficili da tenere sui banchi. Le carenze strutturali ci sono sempre state purtroppo, ma forse ai miei tempi c’era una maggiore capacità di andare al cuore dei problemi, tralasciando il superfluo quando necessario e questa abilità ci portava a fare di necessità virtù.
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Emma: Le difficoltà che come maestra incontro oggi quotidianamente sono tante. Per quanto concerne l’organizzazione e la gestione, riscontro tuttora un eccesso di burocrazia e formalità. Si parla di dematerializzazione per ridurre carta e snellire procedure, ma in molti casi si tratta solo di aver convertito le continue e innumerevoli richieste di formalizzazione di atti, procedure e documenti in formato digitale, o addirittura sia in formato cartaceo, sia in formato digitale.
Le segreterie didattiche sono sommerse di lavoro all’insegna delle formalità, dei protocolli e dei continui cambiamenti che devono andare a regime subito e non riescono a gestire poi le comunicazioni di base per l’organizzazione di fatti semplici e contingenti.
Inoltre, sarà forse scontato, ma voglio sottolineare anche in quale stato di degrado e decadimento strutturale molte delle nostre scuole versino. Calcinacci, pioggia che filtra, muffe, mancanza di carta igienica, guasti vari e assenza di dispositivi informatici in misura congrua e persino carenza di materiale di facile consumo che spesso portiamo da casa sono tutti sintomi di una crisi che riguarda le risorse destinate all’istruzione di base pubblica.
Gestire i ragazzi oggi è molto complicato. Perché bambini, preadolescenti e adolescenti oggi rappresentano un insieme generazionale che per la prima volta vive temi e questioni delicate e complesse che i genitori stessi affrontano per la prima volta, ritrovandosi anche piuttosto impreparati. Anche io sono mamma di due bambine che hanno la stessa età dei miei alunni e da genitore mi rendo conto di quali cambiamenti epocali stiamo vivendo nel rapporto genitore-figlio e nel mestiere del genitore a causa delle caratteristiche sociali e culturali della nostra società attuale. Per quanto riguarda le famiglie alle spalle dei bambini che arrivano nelle nostre scuole, gli educatori concordano nel rilevare le medesime carenze educative e i punti cardinali di un problema genitoriale di fondo. Per molti genitori l’amore passa dall’iperprotezione, da un lato, e dalle aspettative ultracompetitive e di perfezione, dall’altro. La scuola è diventata, dunque, l’organo deputato a farsi carico da solo delle emergenze sociali di oggi.

Quali sono, invece, i passi in avanti fatti, secondo la tua esperienza, e quali le aspettative future?

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Giovanni: La materia che io ho insegnato è stata l’Educazione Artistica. Inizialmente si trattava di una materia esclusivamente pratica, considerata la Cenerentola dell’orario scolastico degli studenti, perché considerata erroneamente poco impegnativa. Tuttavia ricordo con piacere quando, negli anni Settanta o giù di lì, venne introdotto anche lo studio della Storia dell’Arte, fondamentale in un Paese ricco di monumenti e opere d’arte come il nostro. Credo che questo sia stato uno dei principali cambiamenti in meglio ai quali ho assistito nella mia carriera dal punto di vista didattico, anche perché permetteva a noi insegnanti di portare i ragazzi fuori dalle aule e di far visitare loro mostre e siti archeologici, mettendoci in discussione in prima persona e permettendoci di conoscere meglio l’indole dei nostri allievi.
Oggi che non ho più esperienza diretta conosco la scuola attraverso i commenti di chi la vive ogni giorno, a prescindere da quale lato della cattedra si trovi, e devo ammettere che io mi troverei a disagio. Nessuno più ti domanda: “Cosa hai insegnato? Cosa hai trasmesso oggi ai tuoi ragazzi?”. Conta solo che tutto sia registrato, compilato, trasmesso per lo più utilizzando il computer. Ai miei tempi avevamo un registraccio di carta che serviva a malapena per fare l’appello, le cose importanti le tenevamo a mente!
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Emma: Il corpo docenti che conosco e di cui ho esperienza è caratterizzato da versatilità, motivazione, tenacia e dalla capacità di rigenerarsi continuamente. La scuola è Ricerca e Azione, cioè Ricerc-azione! Questa è una parola inventata forse, ma anche una prospettiva augurabile.
Da qualche anno l’insegnante motivato e attento è circondato e raggiunto da nuovi stimoli e da svariate proposte di formazione atte a superare le difficoltà concrete e ideologiche e a dotare i docenti di nuovi strumenti, di nuovi linguaggi, adatti ai cambiamenti e al passo coi tempi.
Io per esempio da qualche anno apprezzo l’uso della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e dei contenuti multimediali correlati per la strutturazione di lezioni dinamiche e accattivanti. La LIM è, a mio avviso, uno strumento dalle innumerevoli potenzialità, capace di aiutare a costruire ambienti di apprendimento stimolanti ed inclusivi. Rispecchia e si avvicina molto al linguaggio “per immagini” e al contatto diretto e immediato con i contenuti che caratterizza le generazioni attuali di studenti, anche i più piccoli.
Sono poi entrata a far parte del Team digitale del mio istituto e sto seguendo i corsi per la formazione previsti nel Programma Operativo Nazionale (PON) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, intitolato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”, finanziato dai Fondi Strutturali Europei che contiene le priorità strategiche del settore istruzione e ha una durata settennale, dal 2014 al 2020.
Sono inoltre molto incline ad una scuola fatta di attività esperienziali e scoperte sul territorio e nella natura, in grado di stabilire un positivo e coerente contatto tra i ragazzi e la realtà in modo semplice ed efficace che vengono promosse e sostenute ogni volta che si può.
Queste sono le carte che la scuola che conosco si sta giocando. E spero che il movimento di scambio e di apertura continui, pur senza stravolgere e scardinare in negativo quelle che sono le basi fondamentali e costituenti di un sistema scolastico pubblico, efficiente, riconosciuto e garantito.
La forza della scuola primaria è la cultura della condivisione, dello scambio, della cooperazione, all’insegna dell’innovazione tecnologica, dell’inclusività e dell’esperienza.

Raccontaci un aneddoto che è rimasto particolarmente impresso nel tuo cuore di uomo/donna e insegnante e perché.

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Giovanni: Un aneddoto che ricordo con forte emozione riguarda una sessione di esami di Licenza. Non avevamo un laboratorio attrezzato per determinati progetti pratici, ma questo non ha fermato i ragazzi che, presi dall’entusiasmo, si sono industriati e sono riusciti a creare perfino delle sculture in gesso, meravigliando l’intera commissione per la spontaneità e l’intraprendenza dimostrata.
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Emma: Talvolta mi capita di incrociare dei signori con barba e prole al seguito che con vociona di uomo mi dicono: “Ciao, maestra!” e i loro occhi si illuminano in un sorriso che torna fanciullo e spensierato, pieni di affetto e gratitudine. In quel momento volo indietro nel tempo a ritrovar quello sguardo e in un batter di ciglio eccolo là: nome e cognome, classe, anno e la sua personalità riaffiorano come non fosse mai trascorso del tempo.

Dai un suggerimento agli insegnanti che, oggi e domani, si apprestano a entrare nel mondo della scuola.

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Giovanni: Quando, ormai anni fa, ho saputo che mia figlia Emma avrebbe, in un certo senso, seguito le mie orme e si sarebbe cimentata in questo mestiere ho pensato che, nonostante le piccole o grandi difficoltà quotidiane, quello dell’insegnante resta sempre il lavoro più creativo che ci sia. È una professione che ti aiuta a dare un’occhiata al futuro ancor prima che si realizzi, attraverso gli occhi delle nuove leve. Quel che conta è, innanzitutto, aiutare i ragazzi a diventare cittadini consapevoli.
Ciò che vorrei consigliare agli insegnanti di oggi è, quindi, dare più importanza alla didattica e meno alla burocrazia. È dalla didattica che nasce l’essere umano e non dalla burocrazia del Ministero. Ho nostalgia della scuola, perché era un ambiente vivo dove non ho mai pensato di confrontarmi con dei bambini, ma con i cittadini di domani. E molti oggi hanno i capelli bianchi come me.
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Emma: Le esperienze d’osservazione reciproca tra insegnanti sono state utilizzate con grandi guadagni in molte scuole. Queste sarebbero da estendere e sostenere, ma le scelte politiche e le condizioni organizzative attuali stanno cancellando la possibilità di queste fertili occasioni di riflessione e apprendimento dall’esperienza.
Il neo immesso in servizio porta con sé sicuramente un grande bagaglio di conoscenze teoriche e nozioni. Forse, a mio avviso, ciò che può delinearsi come un gap ancora troppo netto è la linea che separa sapere da saper fare. E anche quella buona dose di problem solving che si apprende con l’esperienza e con l’esempio pratico delle colleghe più esperte. Insomma, come in tutte le situazioni un conto è la teoria, altro conto è la pratica. A volte ho visto approdare alla mia non facile realtà scolastica giovani supplenti indottrinati e carichi di entusiasmo giovanile. E mentre io li vivevo come nuova fonte di vitalità e di cambiamento, pozzi a cui attingere, loro non avevano la medesima umiltà di comprendere che osservare il veterano in trasferta poteva essere una chance. Spesso chi è in servizio da anni compie una sorta di vera e propria scuola di scuola. Che non è solo un gioco di parole. Ad ogni modo invito i docenti tutti, nuovi e veterani, a porsi sempre e costantemente delle domande e soprattutto a porre quelle giuste.

Alessandra Rinaldi
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“Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati

coaching-coverSe siete in cerca di un vero e proprio Coach Tascabile che vi aiuti a prendere tutte le decisioni quotidiane, dal mondo del lavoro, alla vita privata, attraverso una serie di semplici strategie, utili per ogni occasione, esiste un mini manuale, grande poco più di un palmo, che fa davvero al caso vostro. Si tratta di “Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati, edito da A. Vallardi per la collana Collins gem.

Questo piccolo, ma curato volume offre tutti gli spunti indispensabili per diventare Coach di voi stessi e ottenere il successo che meritate, attraverso lo studio di semplici tecniche applicabili alla vita di tutti i giorni, che riescono a farvi comprendere meglio quali sono i vostri obiettivi più profondi e i vostri limiti più intimi, permettendovi di superarli pian piano.

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Il Coaching è un rapporto di collaborazione tra un Coach, definito anche come facilitatore del cambiamento, e un soggetto pronto e predisposto che vuole raggiungere orizzonti sempre più lontani, tanto nella vita, quanto nel lavoro. È dal rapporto tra questi due attori che si mette in scena uno spettacolo unico per ciascuno di noi, sul palcoscenico dell’esistenza, come forse avrebbe detto Shakespeare. I valori alla base del Coaching sono la consapevolezza di noi stessi e il senso di responsabilità verso il nostro percorso, fatto di tanti piccoli gesti quotidiani, tutti ugualmente indispensabili come le tessere di un mosaico.

Questo libro può essere un ottimo compagno di viaggio, un vero e proprio Coach di carta e inchiostro che, attraverso una profonda ma immediata analisi di noi stessi, può essere al nostro fianco per aiutarci a vivere ogni giornata nel modo più soddisfacente possibile.

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Grazie a una serie di esercizi pratici, mirati a velocizzare in modo sistematico, ma senza impoverirlo, ogni nostro processo decisionale, questo volume offre schemi, mappe concettuali e tabelle valide per ogni necessità, in particolar modo nei contesti lavorativi, in cui la propensione al cambiamento è ciò che ci mantiene lucidi e attivi.

Dopo averci permesso di comprendere la nostra personale definizione di successo, gli autori ci aiutano a comprendere tutte le fasi di un cambiamento desiderato che si può riassumere come una vera e propria escursione al di fuori della nostra cosiddetta zona di comfort, alla conquista di nuovi spazi sempre più consoni al nostro talento. Proprio come un misuratore di soddisfazione, a partire dal modello GROW, sviluppato da John Whitmore, questo manuale ci illustra le basi del Coaching 2.0. GROW è un acronimo che sintetizza alcuni concetti fondamentali di questa disciplina:

  • G per Goal – Obiettivo. Decidere cosa desideriamo raggiungere.
  • R per Reality – Realtà. Analizzare il contesto che ci circonda in modo razionale.
  • O per Options – Opzioni. Capire le possibilità che abbiamo.
  • W per Will – Azione. Mettere in pratica la migliore strategia possibile.

Un vademecum da tenere nello zaino per imparare a considerare i problemi come risultati indesiderati che è possibile cambiare con impegno, sacrificio e consapevolezza dei nostri mezzi.

Alessandra Rinaldi

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“La PNL in 5 minuti” di Carolyn Boyes

pnl-coverEssere più felici, sereni e di successo? Si può, tutta questione di allenamento. E bastano solo cinque minuti al giorno! Questo è ciò che promette l’ultima perla della collana Collins gem, A. Vallardi Editore, intitolata “La PNL in 5 minuti”, un libricino scritto dalla coach Carolyn Boyes, da tenere comodamente nel palmo della mano e riporre in borsetta per portalo sempre con noi. Si tratta di un piccolo manuale pratico dal grande potenziale, che ci insegna come comunicare meglio attraverso la Programmazione Neuro-Linguistica.

Che ci crediate o no, questa tecnica, ormai collaudata, è molto utilizzata nel anche mondo del lavoro, oltre che nella vita di tutti i giorni, soprattutto tra coloro che si occupano di risorse umane, formazione e selezione del personale, per comprendere meglio il cosiddetto capitale umano che hanno a loro disposizione. Ecco, dunque, che, anche per chi è seduto dall’altra parte del tavolo, è, senza dubbio, opportuno conoscere i criteri base di questa metodologia oggi quotidianamente applicata anche in azienda.

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La Programmazione Neuro-Linguistica è l’approccio sistemico applicato alla mente. Attraverso la conoscenza di persone che eccellono e lo studio scrupoloso delle loro storie di successo, infatti, la PNL realizza dei modelli di comportamento utili a chiunque per conseguire gli stessi risultati.

Questo manuale, oltre all’approfondimento teorico di queste tecniche di base, attraverso schemi e mappe concettuali, offre anche una serie di esercizi pratici, strategie e tecniche che, grazie all’esercizio quotidiano, ci aiutano a modificare i nostri comportamenti al fine di migliorare le nostre relazioni.

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Allenarci al pensiero positivo ci permette anche di codificare meglio gli atteggiamenti di chi ci circonda, interpretandone i significati senza pregiudizi e, quindi, adattandoci più facilmente ai contesti difficili per valorizzare il nostro ruolo in qualsiasi luogo e in qualunque situazione ci troviamo.

Il primo passo da fare, in ogni caso, per controllare le nostre emozioni è conoscerle e comprenderle, imparando a decifrare come funziona la nostra mente, soprattutto per quanto riguarda la gestione del ricordo e la generalizzazione dei concetti al fine di non distorcerne il significato. L’obiettivo è sempre quello della serenità, quindi è fondamentale protendere verso pensieri positivi in qualsiasi ambito. Se ciò che ci circonda emana vibrazioni negative, ad esempio, soprattutto in un gruppo di lavoro, sarà più facile ammortizzarne gli effetti se ci poniamo con disponibilità nei confronti di chi ci circonda. Avendo fiducia nelle nostre possibilità, sarà possibile anche innescare una sorta di effetto domino verso il raggiungimento degli obiettivi anche nei confronti degli altri membri del team, il tutto attenuando tensioni e competitività.

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Dopo aver imparato ad utilizzare le tecniche di PNL su noi stessi, sarà automatico rivolgere questo stesso strumento verso gli altri per comprenderli meglio, abbattendo il muro dei preconcetti. È dalla commistione di cambiamenti interni ed esterni che nascono le storie di successo, senza dimenticare mai che il primo passaggio di un processo di comunicazione è un ascolto attivo verso chi ha qualcosa da dire.

Alessandra Rinaldi

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“La Società Circolare” di Aldo Bonomi, Federico Della Puppa e Roberto Masiero

È stata inventata milioni di anni prima di Cristo e, ancora oggi, la ruota non è solo uno strumento indispensabile per i trasporti e l’economia, ma anche un simbolo di progresso e di evoluzione della società sempre più circolare.

Cosa si intende, dunque, per società circolare e sharing economy e a che punto è il nostro Paese in merito? Ce lo spiegano Roberto Masiero, Professore Ordinario di Storie dell’Architettura presso lo Iuav di Venezia, Aldo Bonomi, Sociologo fondatore del Consorzio A. A. S, TER., e Federico Della Puppa, Economista esperto in pianificazione strategica e marketing territoriale, nel loro ultimo saggio scritto in concerto, “La Società Circolare”, Derive Approdi Edizioni.

In questa pubblicazione dal taglio originale e innovativo gli autori delineano, anche attraverso un interessante apparato di slides e mappe concettuali esplicative, il cambiamento che la nostra società sta vivendo in questi anni a livello globale, passando da una cosiddetta economia lineare, a un’economia circolare a tutto tondo. La sharing economy 2.0, basata sul riutilizzo e sulla condivisione, infatti, oggi riguarda non solo beni materiali, come rifiuti, energia e materie prime, ma anche beni immateriali, come valori e competenze, entrando così nel mercato del lavoro e nella nostra politica, secondo il significato etimologico del termine. Accanto a ciò, stiamo assistendo al fenomeno della continua espansione dell’universo digitale, fatto di App e Social Network, che spesso invade lo spazio prima occupato esclusivamente dalle professionalità del secondo e terzo settore.

Per fare in modo che questi sconvolgimenti sociali non fagocitino le nuove generazioni in un mondo esclusivamente virtuale, trasformando il circolo virtuoso della ruota della fortuna nell’incessante girare della ruota del criceto, occorreranno empatia, consapevolezza e apertura verso una nuova cultura che si sta espandendo a macchia d’olio nella vita anche lavorativa di ciascuno di noi.

Partendo dall’analisi dell’individuo inserito nell’attuale società digitale, gli autori approfondiscono anche il contesto che lo circonda, a partire dalla cosiddetta smart city, fino alla smart land, in un vero e proprio sistema di cerchi concentrici che si allargano a perdita d’occhio. All’interno della smart city l’amministrazione procede alla gestione degli spazi e dei servizi con i cittadini stessi, razionalizzando, dunque, tutte le risorse, compreso il lavoro, per le esigenze della società. Nel testo gli autori accompagnano il lettore in un viaggio nella comprensione profonda dei meccanismi che caratterizzano la società circolare, evidenziando tutte le differenze col Capitalismo del secolo scorso anche attraverso esempi concreti su scala globale.

Una guida completa non solo per il cittadino e il lavoratore, ma anche per l’uomo del nuovo millennio verso la consapevolezza che l’integrazione tra reale e virtuale oggi passa attraverso la condivisione di risorse, cultura e ricchezza.     

Alessandra Rinaldi

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Gianluca Falletta: Storia del nuovo Luneur Park

luneur-parkLo scorso 27 ottobre è stato inaugurato il nuovo Luneur Park che ha visto rinascere il parco di divertimenti più antico d’Italia proprio negli stessi spazi che hanno accompagnato generazioni di bambini e adolescenti romani nel loro percorso di crescita, regalando loro ricordi indelebili anche oggi che sono ormai adulti.

A quasi dieci anni dalla chiusura, dovuta principalmente alla gestione poco lungimirante che aveva caratterizzato gli ultimi anni di attività del parco, uno dei maggiori poli di attrazione per i piccoli cittadini della Capitale torna a vivere sulle basi di un progetto totalmente innovativo che coniuga alla perfezione la tradizione degli storici Luna Park nati nel dopoguerra, con le nuove esigenze dei nativi digitali, troppo spesso assuefatti alla maestosità dei grandi parchi a tema.

Gianluca Falletta, Direttore Creativo e ideatore dell’intero progetto Luneur Park, ci spiega come è nata l’idea di riservare questo spazio d’importanza storica ai soli bambini da zero a dodici anni e alle esigenze delle loro famiglie, facendo sì che ogni genitore sia certo di lasciare il proprio figlio in un ambiente sicuro e protetto dove, oltre a giocare, si impara divertendosi, visto anche il fine didattico di alcune attrazioni. Come spiega lo stesso Gianluca Falletta, costruire dal nulla mondi che appartengono alla sola fantasia, è un progetto ambizioso, ma che può dare molte soddisfazioni, soprattutto quando si riescono a unire tradizione e innovazione, facendo dialogare generazioni di genitori e figli. Il mondo del divertimento, infatti, solo apparentemente privo di regole, è in realtà scandito da una serie di protocolli riguardanti principalmente la manutenzione e la sicurezza delle attrazioni e degli spettacoli, che devono rendere indimenticabile l’esperienza del pubblico all’interno del parco, agevolando anche il lavoro di tutto lo staff e garantendo il benessere aziendale: un vero e proprio esempio di approccio sistemico che compone un caleidoscopio di esigenze apparentemente incompatibili..

L’interessante innovazione che caratterizza il nuovo Luneur Park, oltre agli intenti didattici delle installazioni, è anche una fitta programmazione di eventi e iniziative di carattere stagionale che renderanno ugualmente memorabile ogni visita dei piccoli ospiti del parco e lo spazio ancor più dinamico e a misura di quartiere anche all’interno di una grande città.

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A quasi dieci anni dalla chiusura che ha spezzato il cuore di molti romani non più bambini, poche settimane fa è stato inaugurato il nuovo Luneur Park. Ci racconti come è nato questo progetto in equilibrio tra la tradizione del parco di divertimenti più antico d’Italia e l’innovazione necessaria ai nativi digitali: qual è la vostra formula magica?

 

Il Luneur Park è rinato per dare a Roma un nuovo spazio, totalmente rinnovato, sia nei contenuti, che nello stile, con l’obiettivo specifico di far divertire in maniera giocosa, ma anche didattica, i bambini da zero a dodici anni, offrendo servizi alle famiglie. Questa scelta è stata molto importante, anche rispetto al passato, poiché ci siamo resi conto che è proprio questa fetta di pubblico che, oltre ai bambini più piccoli, include anche dei giovani adulti, ad aver bisogno di ritrovarsi in uno spazio bello, ma soprattutto sicuro, dove poter trascorrere il tempo in modo spensierato. Sono proprio queste le basi del progetto che ha rivoluzionato la vecchia idea di Luneur che molti romani ricordano, trasformandolo in un luogo totalmente protetto, in cui i genitori possono entrare e lasciare serenamente la mano del proprio figlio, certi che si divertirà, imparerà cose nuove e non correrà alcun rischio.

La tradizione del parco è stata comunque rispettata, mantenendo inalterata la storicità del luogo, grazie alla conservazione di alcune attrazioni del passato che sono e restano nell’immaginario comune, come la Ruota panoramica, il Brucomela e la Casa degli orrori, anche per rievocare un piacevole ricordo nei bambini di qualche anno fa, che sono i genitori di adesso. L’innovazione, invece, è il nostro vero obiettivo e sta in tutto il resto che è totalmente ridisegnato e ripensato a misura dei bambini e delle famiglie di oggi: nuove generazioni che, ci auguriamo, costruiscano al Luneur Park dei nuovi ricordi che potranno portare con loro nell’età adulta, quando, a loro volta, saranno genitori. È un eterno ritorno, con un nuovo modo di approcciarsi al divertimento che contempla molteplici fattori.

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In cosa consiste il suo ruolo di Direttore Creativo all’interno del Luneur Park? Che suggerimenti darebbe a chi volesse seguire le sue orme anche in un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo? Ci racconti il suo percorso, tra difficoltà e obiettivi raggiunti.

 

Il mio è il lavoro più bello del mondo! Il ruolo di Direttore Creativo, infatti, scevro dai doveri burocratici, è semplicemente meraviglioso, perché consiste nell’ideare e poi realizzare qualcosa che faccia divertire gli altri, talvolta insegnandogli qualcosa di nuovo. Da quando ho iniziato ho avuto l’opportunità di lavorare in varie strutture dedicate al divertimento, anche all’estero, e ho creato attrazioni magnifiche prendendo semplicemente spunto dalla mia fantasia e dai miei sogni che ho potuto trasformare in realtà. Essendo nato a Roma, però, il Luneur è una struttura che ha un significato particolare per me, come per tutti i miei concittadini. Ci venivo con mio padre a quattro anni e ho tanti ricordi d’infanzia legati a questo posto, quindi ho sentito particolarmente forte il senso di responsabilità nel ridisegnarlo senza snaturarlo per come lo porto nel cuore. Non solo ogni attrazione, ma anche ogni singola mattonella del parco e persino ogni fiorellino è nato con immenso amore per questo spazio che doveva tornare a rivivere a beneficio di tutti.

Non esiste una ricetta per fare il mio lavoro. Personalmente sono stato molto fortunato a trovarmi sempre al posto giusto nel momento giusto e a cogliere, anche con un po’ di coraggio, le occasioni che mi si sono presentate. Come direbbe Walt Disney, se vogliamo realizzare i nostri sogni non dobbiamo far altro che perseguirli, ma ci vuole anche tanto impegno e sacrificio perché, di fatto, chi fa il mio lavoro non stacca mai e non ha orari. Non c’è un momento per creare e uno per riposare, è un mestiere totalizzante e solo una grande passione può far superare questi ostacoli, ma, come dico sempre, basta il sorriso di un solo bambino che guarda, con occhi sognanti qualcosa che io ho contribuito a creare, per cancellare tutta la fatica e le rinunce fatte.

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Crescere, semplificare, velocizzare: tre concetti fondamentali per il benessere e lo sviluppo in qualsiasi contesto lavorativo. Cosa significa applicare un approccio sistemico anche nel mondo del divertimento apparentemente privo di regole?

 

Applicare un approccio sistemico che generi benessere anche in questo tipo di realtà lavorative è importantissimo. Il mondo del divertimento, infatti, non è privo di regole, ma è soggetto a tante procedure che garantiscano la completa sicurezza del pubblico e degli addetti ai lavori. Sia in fase progettuale, sia in fase esecutiva, le regole sono fondamentali, poiché il nostro compito è offrire benessere, facendo dimenticare ai nostri ospiti la realtà che lasciano fuori dal parco, anche solo per poche ore. Tutto ciò si realizza solo grazie ai rigidi protocolli che gli addetti ai lavori seguono alla lettera, senza lasciar trasparire nulla al pubblico. Questi protocolli di gestione riguardano principalmente la manutenzione e la messa in sicurezza delle varie attrazioni, dalle più semplici alle più complesse, per cui ogni singolo dettaglio deve essere controllato prima della messa in esercizio. Tutto ciò viene ripetuto anche in fase di accoglienza o di gestione degli eventi e degli spettacoli e garantisce, oltre alla tranquillità del pubblico, il benessere dei lavoratori che sanno di far parte di un meccanismo che li tutela e li incoraggia. Dal progetto, alla realizzazione, dunque, si seguono meccanismi ben precisi che hanno tempi e costi predeterminati e gestiti a beneficio di tutti, anche dell’azienda che c’è dietro al parco.

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Ci racconti un episodio che le è rimasto particolarmente impresso durante la creazione e lo sviluppo del progetto relativo al nuovo Luneur e che le ha fatto comprendere che stavate percorrendo la strada giusta verso il successo.

 

L’episodio che ricordo con maggiore commozione è accaduto proprio poco prima della riapertura del nuovo Luneur Park. Prima dell’inaugurazione del 27 ottobre scorso abbiamo coinvolto tutti i bambini di Roma in un gioco decisamente originale, in tour per i centri commerciali della città, che consisteva nel creare delle girandole colorate che sarebbero state il lasciapassare dei piccoli ospiti per assistere all’apertura. In occasione dell’inaugurazione, infatti, è stato presente anche l’arbitro del Guinnes World Record che ha certificato il fatto che siamo riusciti a creare il prato di girandole più grande al mondo. Quando, durante la prima data del tour, in un noto centro commerciale di Roma, ho visto tutto il nostro cast artistico in costume, pronto ad accogliere i bambini assieme alle mascotte e, per la prima volta, è partita la nostra nuova selezione musicale, ho capito che questo progetto si stava davvero tramutando da sogno a realtà e ho pianto! Mi sono commosso, non lo nascondo, ed è stato un pianto di gioia, perché il nuovo Luneur era appena nato e per la prima volta dei bambini si stavano relazionando col mondo fantastico che per tanti mesi avevo progettato ed era rimasto solo nella mia testa. Vedere che tutto stava funzionando bene e che l’effettiva inaugurazione era ormai vicina mi ha dato un’emozione unica.

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A cosa state lavorando attualmente? Ci sveli quali sono i vostri progetti e le iniziative per il futuro.

 

Secondo il nostro progetto il Luneur è uno spazio in continua evoluzione che cambierà ogni momento, per rendere l’esperienza degli ospiti che torneranno a trovarci più di una volta sempre nuova, soprattutto a seconda delle stagioni. Adesso che il Natale è alle porte, ad esempio, è attivo il Villaggio di Babbo Natale e la pista di pattinaggio sul ghiaccio, ma, già in primavera, sono previste nuove attrazioni ed eventi che ci porteranno verso l’estate, in cui prevediamo anche giochi ad acqua sempre più dinamici e divertenti. Puntiamo a fare tanti eventi, con cadenza anche settimanale, in modo tale che, oltre alle grandi installazioni, i bambini e le loro famiglie trovino sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Anche il palinsesto dedicato ai genitori sarà fittissimo di iniziative per ottimizzare il loro tempo in totale serenità e renderli tranquilli al pensiero che i loro figli sono seguiti in sicurezza e con grande passione. Un’ulteriore novità, sulla quale punteremo molto, riguarda una nuova installazione didattica che unisce il gioco e il divertimento alla voglia di imparare che, posso anticiparvi, riguarderà i rettili giganti, sia realmente esistenti, sia di fantasia e riserverà a tutti grandi sorprese!

Alessandra Rinaldi

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Valeria Farina e Raffaele Giaquinto: Storia di MAAM, Maternity as a Master

cover-libro-maamSecondo una ricerca Istat resa nota lo scorso anno, in Italia una donna su quattro non torna al lavoro dopo la maternità. Preparate, qualificate, brillanti, non importa che ruolo avessero prima di decidere di diventare madri, ancora troppe donne nel nostro Paese si trovano all’angolo, costrette a scegliere e sottilmente escluse da un sistema che quasi instilla in loro un velenoso senso di colpa, senza la minima possibilità di ricercare un equilibrio.

È di pochi giorni fa, invece, la notizia dei risultati di una ricerca condotta da Save the Children, secondo la quale, in Italia, un minore su tre è a rischio povertà ed esclusione sociale. Lo sport, la cultura, l’integrazione diventano quasi bisogni secondari di fronte alla cattiva alimentazione e alla difficoltà di avere una casa calda e accogliente.

Potrà sembrare ardito, ma, mettendo insieme i pezzi di questo triste caleidoscopio, ne esce una fotografia impietosa del Bel Paese, trasversalmente fuori dal tempo. L’Italia non è un Paese per donne. L’Italia non è un Paese per bambini. E se dicessimo l’Italia non è un Paese per bambini perché non è un Paese per donne?

Bisognerebbe riscattarsi una volta per tutte dall’idea che, per crescere un figlio, bisogna rinunciare a qualcosa o affidarsi ai bonus una tantum, neanche fossimo in un videogioco perverso. Non solo il welfare, ma anche e soprattutto il mercato del lavoro dovrebbe mettere seriamente sulla bilancia delle proprie priorità l’idea che rispettare gli equilibri della società, facendo entrare a far parte delle voci dei libri contabili il rispetto della maternità e della famiglia, in qualsiasi modo nasca e di qualsiasi tipo essa sia, rappresenti un incalcolabile e impagabile segno di benessere delle nostre aziende. Non si può pensare di costruire una diga che protegga il fiume dall’affluente inquinato, convincendosi di aver risolto un problema, perché prima o poi quelle stesse acque putride ci piomberanno addosso con una forza impossibile da contrastare.

Siamo lontani, ormai, dalla concezione che un posto di lavoro serva solo a sopravvivere o a pagare le bollette. Un mestiere è, oggi, sempre più il coronamento di un sogno e l’apice di un’istruzione e di un’educazione adeguate. Il lavoro dovrebbe trasmettere un’idea di futuro anche e soprattutto per le donne. È da questa convinzione, apprezzata anche dal recentemente scomparso Umberto Veronesi, che nasce il Progetto Maam – Maternity as a Master. I fondatori, Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, hanno consolidato questa loro intuizione nel saggio “Maam. La maternità è un master”, BUR, e, oggi, dopo anni di esperienza nel mondo delle aziende italiane e multinazionali, hanno creato una piattaforma che ha concretizzato il loro progetto, studiato e applicato in realtà sempre più grandi.

L’obiettivo è sradicare il luogo comune, ancora troppo presente nel mondo del lavoro nostrano, che la maternità per una donna sia sinonimo di perdita di lucidità, energia e perfino competenze, togliendole l’opportunità e il diritto di essere la preziosa risorsa di sempre per la propria azienda. La maternità, invece, secondo Andrea Vitullo e Riccarda Zezza, è una straordinaria occasione di crescita per una donna e di acquisizione di nuove abilità per cui, col sostegno delle aziende, le competenze genitoriali possono diventare le basi per la costruzione di nuove pratiche di leadership per tutte le lavoratrici che saranno maggiormente portate all’ascolto, all’empatia, alla corretta gestione delle difficoltà e al miglioramento dell’organizzazione del lavoro.

Nell’approfondimento che segue Valeria Farina e Raffaele Giaquinto, due colonne della squadra Maam, rispettivamente responsabili di Sales & Marketing e di Customer Care & Communication, ci raccontano come è nato e come è cresciuto nel tempo l’ambizioso progetto Maam che sta avendo un grande successo e un ottimo riscontro in tante realtà aziendali, grazie anche all’entusiasmo del team che lo rappresenta.

Ecco dunque che la conciliazione tra il lavoro e la famiglia diventa un imprescindibile tassello di un equilibrato approccio sistemico non più solo al mondo del lavoro, ma alla vita stessa.   

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Come nasce il progetto “MAAM – Maternity as a Master” e in cosa consiste? Tracciamo un bilancio di questa esperienza, tra difficoltà e obiettivi raggiunti.

 

Maam – Maternity as a Master, nasce in Italia, Paese in cui, secondo fonti Istat, una donna su quattro non torna al lavoro dopo la maternità. Nel nostro Paese la maternità viene trattata dal sistema come un’anomalia: una “crisi” che si ripete sempre uguale, spezzando il ritmo del lavoro e della carriera delle donne. Per un anno, nel 2013, abbiamo fatto ricerca e abbiamo scoperto che le neuroscienze, le scienze comportamentali, ed evidenze empiriche dicono che con le esperienze di cura che riservano ai figli, le neomamme imparano e allenano alcune competenze che sono proprio le competenze chiave del mondo del lavoro di oggi.

A settembre 2014 è uscito con BUR il libro “Maam: maternity as a master”, ideato a scritto dai fondatori del progetto Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, il quale ripercorre le tematiche chiave di questo innovativo percorso di cambiamento in cui le competenze genitoriali diventano la base per costruire pratiche di leadership. Da qui sono partiti i workshop in aula proprio su queste tematiche, in grandi aziende quali Nestlè, Ikea, Pirelli e altre.

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Crescere, semplificare, velocizzare: tre concetti fondamentali per il benessere e lo sviluppo di donne e uomini, sia nella vita di tutti i giorni, sia in contesti lavorativi. Cosa ha significato per voi applicare un approccio sistemico per sviluppare il vostro innovativo progetto?

 

Proprio nell’ottica di crescere, semplificare e velocizzare, a inizio 2015 dalla formazione tradizionale abbiamo deciso di virare al digitale. Per aumentare la scalabilità dell’impatto sociale del nostro progetto ci siamo appoggiati alla tecnologia, che ci ha permesso anche di aumentare sensibilmente la capillarità del programma Maam. È nato così Maam U: l’unico programma al mondo che valorizza il potenziale formativo dell’esperienza di maternità, trasformandola in una palestra di competenze soft utili anche sul lavoro, e restituendo all’azienda una risorsa più forte e consapevole, proprio come se la lavoratrice rientrasse al lavoro dopo un master.

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“MAAM” ha rivoluzionato il rapporto tra maternità e lavoro, sottolineando le capacità e le competenze che la maternità permette di assumere e che sono spendibili con successo anche in contesti aziendali. Che consiglio dareste a chi, oggi, si trova a conciliare le esigenze della famiglia e del lavoro, in un momento di transizione così complesso per il nostro Paese?

 

Alla base di Maam c’è Riccarda Zezza che quattro anni fa ha fondato il cosiddetto Piano C, proprio perché riteneva che non potesse esistere solo la scelta tra Piano a (lavoro) e Piano b (famiglia) e, siccome non la vedeva, l’ha creata! Qui sta la forza del nostro messaggio: il fatto che fino ad oggi la maternità sia considerata un freno per la crescita lavorativa, non significa che sia giusto, né vero. Le donne, con la maternità, stanno entrando a piena forza nel mercato del lavoro oggi, e nel farlo portano con loro la potenza della generatività, sta al mercato coglierla per utilizzarla al meglio, invece che buttarla via.

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Raccontateci un episodio che vi è rimasto particolarmente impresso e che vi ha fatto comprendere che “MAAM” sta percorrendo la strada giusta.

 

Il passaggio dalla formazione tradizionale a quella online ci ha permesso di raggiungere le donne ovunque (oggi siamo in centocinquantaquattro città nel mondo, toccando Europa, Australia, America e Sud Est Asiatico) e soprattutto nel momento di massima complessità, come è, appunto, il congedo. Nei due anni precedenti di workshop avevamo raccolto tanti feedback positivi, eppure ricevere la prima mail di ringraziamento e di incoraggiamento (dall’account del marito, in un’area d’Italia con bassissima connettività) da una neomamma che stava facendo il percorso online è stato il segnale tangibile che stavamo percorrendo la strada giusta.

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A cosa state lavorando attualmente? Quali sono i vostri programmi per il futuro?

 

Il più importante dei nostri progetti è che a metà gennaio 2017 lanceremo la piattaforma per i padri. Il nostro prodotto, proprio perché digitale, si evolve con le esigenze che il mercato propone, e la paternità è una sfida che noi abbiamo prontamente colto. Stiamo anche lavorando alla nuova release della piattaforma che, grazie ai feedback ricevuti dalle utenti, risponderà ancor meglio alle loro necessità di utilizzare al massimo questo grande periodo di cambiamento per scoprirsi più forti e pronte a rientrare nel mercato del lavoro!

Alessandra Rinaldi

www.maternityasamaster.com

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Gabriella Greison: dalla Fisica alla Narrativa, all’insegna della Divulgazione e della Fantasia

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Ritrovarsi seduti alla stessa tavola porta spesso alla luce la vera natura delle persone. Questa volta non si tratta semplicemente di un luogo comune, ma di un originale pretesto per sbirciare nell’intimità e nella personalità di chi ci ha ispirato durante gli anni della nostra formazione. Ci è riuscita magistralmente Gabriella Greison, fisica, giornalista e scrittrice, nel suo ultimo romanzo, “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, Salani Editore. È il 29 ottobre 1927 e, a Bruxelles, si è appena concluso il V Congresso Solvay della Fisica che ha avuto per protagoniste alcune tra le menti più eccelse del secolo scorso come Albert Einstein, Marie Curie, Niels Bohr, Arthur Compton, William Bragg e Irving Langmuir, tra cui ci sono i fondatori della Fisica Quantistica come la studiamo oggi. Dai tavoli di studio, a quelli apparecchiati e imbanditi, gli stessi scienziati si apprestano a partecipare a una cena di gala organizzata dai reali del Belgio. Un evento realmente accaduto, del quale, però, nessuno ha mai saputo nulla, almeno finché l’impareggiabile estro creativo di Gabriella Greison ha plasmato la realtà con la fantasia, dando vita a un romanzo originale e divertente, che ha il pregio di umanizzare personaggi dallo spessore indiscutibile, spiegando anche la genesi di alcune tra le loro teorie più famose. È così che la Fisica prende corpo, trasformandosi in un romanzo davvero alla portata di tutti che, attraverso uno scrupoloso lavoro di ricerca guidato da curiosità e passione, è il frutto di un approccio sistemico in equilibrio tra scienza, letteratura e divulgazione.

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Partendo da un evento storico realmente accaduto, è riuscita a costruire “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, Salani Editore, un romanzo sorprendente e originale che, attraverso il linguaggio della narrativa, spiega la nascita delle più complesse teorie scientifiche dell’epoca moderna e svela le personalità nascoste di alcuni tra gli scienziati più geniali del secolo scorso. Ci racconti la genesi di questo libro: cosa l’ha ispirata durante la stesura?

 

Tutto è nato dall’ossessione per una fotografia, una splendida foto in bianco e nero che ritrae ventinove uomini in posa, quasi tutti fisici, di cui diciassette erano o sarebbero diventati dei premi Nobel. La foto me la ritrovo per le mani da quando ero piccola, poi l’ho vista all’Università degli studi di Milano, dove mi sono laureata in Fisica, perché un professore ce l’ha mostrata durante una sua lezione, dopo l’ho rivista all’Ecole Polytechnique di Parigi e, questa volta, era una gigantografia all’ingresso, e, successivamente, l’ho ritrovata di nuovo, da grande, quando entravo in un ufficio di quelli che la tengono in bella mostra. Ma tutte queste persone di questa foto non mi hanno mai raccontato niente, al massimo mi dicevano “guarda Einstein” o “guarda c’è pure Marie Curie”. Io, invece, mi sono appassionata a tal punto a questo più grande ritrovo di cervelli che la storia ricordi, che sono dovuta andare a Bruxelles, esattamente nel posto dove è stata scattata, ho chiesto, fatto domande, indagato. Ho trovato l’albergo dove gli scienziati hanno dormito, ho alloggiato nella stessa stanza dove dormiva Einstein, ho cercato negli archivi che tengono i documenti di quella settimana che queste grandi menti hanno passato insieme, li ho tradotti, assieme alle lettere che questi uomini si scambiavano. Ho tradotto le loro biografie, ho fatto ricerche per due anni interi. Alla fine sono riuscita a trovare la disposizione di quella tavolata alla Taverne Royale di Bruxelles dove i fisici hanno cenato subito dopo aver scattato la foto, e poi il menù della serata, e quindi ho creato il romanzo: un capitolo per ogni portata, sette portate, ciascuna con il vino dedicato. La cena era con i sovrani del Belgio, quindi l’immaginazione ha fatto il resto. Nel libro racconto tutto di quella cena, di cui nessuno ha mai saputo niente prima, di cui nessuno si è mai interessato, e, visti i documenti che avevo in mano, non potevo fare altro che crearci un libro. Prima non c’era e adesso esiste, è questa la mia più grande soddisfazione.

 

Quando e da dove nasce la sua esigenza di scrivere? Come ha coniugato la sua professione di Fisica col mestiere di autrice? È ancora possibile oggi, secondo lei, fare della scienza, della divulgazione e della ricerca un lavoro a tempo pieno?

 

Io sono fisica, dopo che mi sono laureata mi sono occupata per diverso tempo di ricerca, poi ho lavorato anche nei laboratori del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, e, successivamente, ho preso l’abilitazione all’insegnamento e ho insegnato fisica nei licei. Dopo queste esperienza ho iniziato a fare divulgazione e sono diventata giornalista professionista, occupandomi spesso di argomenti anche lontani dalla scienza. Dal giornalismo ho iniziato a scrivere libri che hanno sempre avuto un buon riscontro da parte dei lettori e non mi sono più fermata fino a oggi, dopo un percorso che mi ha permesso di concretizzare tutto quello che la passione mi spingeva a fare. Non sono scesa a compromessi, non ho seguito le idee precostituite sui posti di lavoro o su come bisogna tenersene uno, e sono andata avanti, e ancora avanti, cercando l’appagamento soltanto in quello che facevo e che mi appassionava di più.

 

Crescere, velocizzare, semplificare: tre concetti fondamentali per uno scienziato che costituiscono i capisaldi dell’approccio sistemico in qualsiasi ambito. Quali vantaggi comporta questo metodo nella conciliazione tra ricerca scientifica e mondo del lavoro?

 

Crescere è la parola più importante per uno scienziato. La crescita personale e collettiva è il motivo di tanti sforzi di tante domande a cui i ricercatori provano a rispondere e su cui si concentrano i loro lavori. Velocizzare, invece, è una parola che i matematici e i fisici conoscono bene, avendo molto a cuore il tempo e il suo utilizzo. E poi semplificare, certo, rendere più semplici possibile i concetti, le teorie, le trovate che portano alle soluzioni.

 

Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia relativa alla nascita e alla stesura del suo romanzo che le ha fatto comprendere che stava percorrendo la strada giusta…

Come ho anticipato, lo spunto è nato dalla foto che ritrae insieme gli scienziati prima della cena che, nel corso degli anni, mi ha quasi rincorso. Di sicuro il momento più importante è stato proprio quando ho deciso di trasformare questa curiosità in un romanzo e tutte le ricerche che ne sono scaturite prima di arrivare al risultato finale.

 

Che suggerimento darebbe a chi volesse seguire le sue orme in un momento di transizione così complesso e delicato per la realtà italiana? Quali sono, invece, i suoi progetti per il futuro?

Il mio consiglio è leggere le biografie dei grandi fisici del XX secolo. Dentro le loro vite c’è già tutto. Nel mio futuro c’è lo spettacolo teatrale “1927 MONOLOGO QUANTISTICO”, di e con me sul palco, regia di Emilio Russo, produzione Teatro Menotti di Milano. Abbiamo appena chiuso la prima tornata di repliche al Teatro Menotti, ma torneremo molto presto. Inizieremo, infatti, un tour negli altri teatri italiani e tutte le informazioni saranno presto disponibili sul sito del Teatro Menotti per tutti coloro che vorranno venirci a vedere. Si tratta di un’altra grade impresa, con il regista ho lavorato per costruire questa storia e la porto in scena da sola. Ogni sera sono venute a trovarci centinaia di persone, abbiamo avuto perfino il tutto esaurito: è stato fantastico! Eppure io racconto sempre di Einstein, Marie Curie, Schordinger, Dirac, Pauli, Heisenberg, Lorentz, Planck… Racconto il loro lato umano, i loro tic, le loro manie. Ho fatto bene a divorare nel corso degli ultimi anni le loro biografie, ora le posso raccontare sul palco con grande soddisfazione.

www.greisonanatomy.com

Alessandra Rinaldi

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