Luca Mollica: l’IIT e l’Approccio Sinergico

 

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Ottima scienza, ma non solo. Nella ricerca scientifica con una forte vocazione aziendale, a metà fra il mondo accademico e quello dell’impresa, la buona competitività, le collaborazioni in approccio sinergico, i progetti start-up e le applicazioni a livello industriale inquadrano uno scenario complesso ed estremamente ramificato. Per capire cosa significa “fare ricerca” oggi, non è più possibile rivolgersi esclusivamente ai grandi scienziati del passato, come Albert Einstein o Rita Levi Montalcini. La domanda che ci si pone attualmente di fronte ad un nuovo progetto è: questo tema è interessante, ma soprattutto è utile? In una realtà in movimento ed orientata per ragioni strategiche verso la settorializzazione, il Dott. Luca Mollica ci restituisce la sua esperienza come ricercatore: una storia che promuove l’eccellenza di un centro fondamentale della ricerca italiana, IIT, Istituto Italiano di Tecnologia, ma non solo. E’ anche un invito, tanto per i settori di competenza quanto per i singoli che operano all’interno del sistema, a non concentrarsi solo sulla produzione di dati ma a mantenere sempre una visione d’insieme, sublimata da conoscenze trasversali. Perché questo è positivo per l’approccio sistemico? Perché ammette la curiosità come motore propulsore, alimenta la conoscenza, stimola la creatività e crea nuovi orizzonti professionali. In definitiva, consente di recepire informazioni derivanti da altri sistemi, restituendo alla fine una misura del campo in cui si lavora ed in cui si vive. E’ la possibilità di tracciare una mappa e dire: io sono qui.

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Come nasce e qual è la mission di IIT? 

IIT è nato da un progetto governativo del 2003 che prevedeva in Italia la nascita di un istituto dedicato al trasferimento tecnologico dalla ricerca di stampo accademico all’impresa con finalità e ricadute applicative.
L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce come fondazione di diritto privato e ha una struttura ramificata sul territorio: tra questi il quartier generale che risiede a Genova, due centri a Milano, uno a Roma, uno a Torino, uno a Napoli, uno a Ferrara ed uno a Trento. La mission di questi istituti per l’eccellenza scientifica è di trasferire risultati del lavoro di ricerca scientifica che si svolge al loro interno verso progetti ad alto impatto tecnologico con una potenziale industriale.
Sebbene sia un ente statale (afferente al Ministero del Tesoro), IIT ha una struttura di tipo aziendale che si richiama a quella degli istituti “Max Planck” tedeschi. In senso più’ generale IIT vuol porsi all’interno della struttura della ricerca scientifica e tecnologica del paese come un istituto in grado di assumere competenze che siano allo stesso tempo in costante dialogo ma ortogonali come finalità con quelle dell’Università da un lato e del CNR dall’altro, come già accade in altri paesi la cui ricerca ha un ruolo di primo piano a livello globale (USA e Germania).
Relativamente alla mia attività e al mio settore faccio parte di una rete di ricercatori che si chiama Compunet che ha lo scopo principale di usare tecnologie di simulazione numerica per affrontare problemi ad alto impatto scientifico e tecnologico, riguardanti principalmente le bioscienze e le scienze dei materiali. Compunet è una rete diffusa su tutta Italia, con sede principale a Genova ma ramificata su tutto il territorio, e prevede al suo interno contratti per il dottorato di ricerca o per l’attività post-dottorale di ricerca che abbiano come obiettivo di sviluppare questa tipologia di progetti. Inoltre la rete si configura come una sorta di dipartimento trasversale per avere non solo risorse ma anche competenze di calcolo. Per fare un esempio, io mi occupo di interazione tra farmaci e proteine, ma sono affiancato (tra gli altri) da un collega che si occupa di Scienze dei Materiali dal punto di vista computazionale: due filoni della chimica fisica che però parlano a mondi fra loro completamente diversi.

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IIT è una realtà in evoluzione. Come definirebbe in poche parole il proprio ruolo all’interno dell’Istituto e del progetto di ricerca “Compunet”?

IIT rappresenta un work in progress: io sono arrivato a Genova quando la struttura dipartimentale era più basata sulla sede genovese, mentre ora si sta avviando verso una fase di transizione. In Compunet ho la fortuna di lavorare in senso trasversale con il compito di creare la massima visibilità, efficacia e capacità di creare networking con altri gruppi, dalla collaborazione individuale a quella istituzionale.
In questo momento la struttura di IIT sta cambiando ed estendendosi, in quanto è prossima la creazione del polo tecnologico a Milano, Human Techopole (HT), che si estenderà su tutto il territorio dell’area milanese dell’ex-Expo. Questo progetto, che dovrebbe durare trentacinque anni nella sua fase di crescita e stabilizzazione, si concentra su tutto ciò che compete la crescita e lo sviluppo delle tecnologie volte a migliorare le condizioni di vita umane: cibo, salute, nuove tecnologie, nuovi materiali e robotica.

In che modo coesistono competenze così diverse in termini di collaborazione interna ed esterna all’Istituto? Quali sono i suoi punti di forza?

All’interno di IIT esistono diverse competenze. Per quanto riguarda il mio settore di afferenza, la molteplicità tematica deriva dalla storia del Dipartimento a cui faccio capo, detto in origine D3 (Drug, Discovery and Developement) che si configurava come realtà unica assieme a due altri assi tematici (oltre alla sezione computazionale), ovvero la chimica di sintesi e la farmacologica.
Oggi queste realtà sono state rese in parte indipendenti fra loro per ragioni in larga misura strategiche, ma queste competenze sono tuttora in costante collaborazione: in un mondo altamente specializzato come quello della ricerca scientifica la comunicazione è essenziale.
In termini di collaborazione esterna gioca un ruolo importante cercare il collaboratore “giusto”, ossia in grado di complementare le proprie competenze su filoni di ricerca effettivamente appealing sia dal punto di vista scientifico che economico: IIT in tal senso si configura come un partner che può offrire il meglio per la disponibilità sia tecnologica che finanziaria.
Esiste all’interno di IIT una grande capacità di creare buona scienza e applicazioni di ottimo livello, ma non solo: IIT ha una capacità unica in Italia di creare start-up. Di una di queste in particolare sono anche collaboratore: si chiama BiKi (Binding Kinetics) Technologies ed è nata formalmente un anno fa con lo scopo di fornire alle aziende un software (BiKi per l’appunto) che permette di manipolare informazioni relative alla struttura delle molecole e di creare dei modelli previsionali per mezzo di interfacce intuitive e veloci. Inoltre ove necessario e’ in grado di fornire anche il miglior know-how disponibile per lavorare in tal senso in modo ottimale.

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L’approccio sistemico in tre parole: crescere, velocizzare, semplificare. Dove e perché questi concetti costituiscono un vantaggio?

L’approccio sistemico consiste nell’interpretare correttamente i bisogni del cliente, delle aziende o dei collaboratori (sia interni che esterni), in modo da approntare la strategia migliore in funzione del progetto.
Spesso nel recente passato si sono utilizzate tecnologie lente, onerose o poco funzionali semplicemente perché rappresentavano la migliore offerta disponibile al momento (ad esempio per un rapporto qualità/prezzo vantaggioso).
Il nostro approccio è molto più semplice, ad esempio nell’ambito delle collaborazioni di cui si è parlato poc’anzi: ovvero, si è preferito utilizzare una tecnologia più semplice, rispetto al miglior stato dell’arte possibile attualmente, ma applicata “intelligentemente” in modo tale da estrarre informazioni utili anche senza un’estrema finezza di analisi o preparazione o di approccio sperimentale o di calcolo. Questo perché l’efficacia e la velocità d’uso di un metodo corrisponde alla semplicità d’uso da parte dell’organizzatore.
Cerchiamo inoltre preferenzialmente collaboratori che sappiano dare un feedback sul nostro operato: l’industria, che è un grande contributore in quanto potenziale primo utilizzatore, e l’accademia, dove l’utilizzo avviene con ritmi leggermente più bassi e con priorità differenti ma con maggiore cura di dettagli significativi per valutare la bontà dei nostri metodi.
Crescere è in linea di principio facile, in questo mondo della ricerca, sebbene poi le condizioni per farlo possano rivelarsi strada facendo avverse. Nel caso di una start-up, per esempio, crescere significa avere più contratti di anno in anno, in modo da avere una rete di contatti (il famoso networking!), denaro da investire nelle persone che possono lavorare nell’azienda e un accrescimento del know-how. Parlando più personalmente e della dimensione del singolo, invece, penso che ‘crescere’ significhi avere la capacità di creare un nuovo network collaborativo tale da ampliare l’orizzonte culturale e creare di volta in volta qualcosa di nuovo, rivolgendosi a quanti più problemi possibili, simili fra loro, ma mai uguali a quello di partenza.

Un suggerimento che darebbe a chi si affaccia al mondo della ricerca oggi.

L’IIT ha una importante componente educazionale, composta di studenti di dottorato e tesisti, che si rivela essere una risorsa fondamentale per la crescita. Muovendomi da una critica sistemica e del presente stato di salute della ricerca, in questa realtà al giorno d’oggi il rischio soprattutto per un nuovo arrivato è l’eccessiva settorializzazione, ovvero diventare un generatore di dati: questo aspetto ricade in primis sugli studenti (in tesi di laurea o all’interno di un dottorato di ricerca), sottraendo loro capacità critica e visione d’insieme, tagliando le ali alla loro curiosità perché “il tempo e’ sempre troppo poco, si deve fare in fretta”. Meglio sarebbe riuscire a progettare, pensare e studiare prima di farsi influenzare troppo dalla pressione della produzione … certo senza perderla di vista!
Il consiglio che do a chi si avvicina al mondo della ricerca è prima di tutto capire che cosa vuol dire fare ricerca oggi, in un’epoca di trasformazione epistemologica ed economica. Il suggerimento è di impegnarsi in un tema complesso, con la fortuna di avere un supervisore/tutor cosciente della difficoltà del progetto che non pretenda un risultato troppo rapidamente; inoltre penso sia importante riuscire a ritagliarsi sempre un tempo per ragionare sulla sua natura del problema “out of the box”, in maniera più completa possibile. Un esempio posso trarlo dalla mia esperienza: io mi occupo di simulazioni al calcolatore di biomolecole e loro interazioni e di spettroscopia molecolare e, nonostante sia un chimico fisico di formazione, ho però scelto di conseguire un dottorato di ricerca in biologia cellulare e molecolare: durante questo periodo di formazione ho capito che, ottenendo informazioni da altri sistemi e da altri settori scientifici, riuscivo a comprendere esattamente la vastità e complessità del campo in cui mi sto tuttora muovendo.
IIT ha una forte necessità di interfacciarsi con una realtà estremamente applicativa: è il modo contemporaneo di fare ricerca, l’arte per l’arte, ovvero fare qualcosa “per la bellezza del gesto”, nel mondo di oggi non ha più senso. Esiste un commitment che pretende risposte precise e con una certa finalità, sia nell’incipit di un progetto, sia nella richiesta di un finanziamento per la ricerca. Non è più sufficiente solo l’interesse, si rende necessaria l’utilità, ovvero se il target è appealing.

“Thinking out the box”: ci racconti un’esperienza positiva del percorso che l’ha portata a comprendere l’importanza di un approccio trasversale.

Potrei raccontare di come sono arrivato in IIT. Dopo la tesi di laurea su un argomento afferente alla Scienza dei Materiali (superconduzione di materiali inorganici), durante il periodo di servizio civile presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, mi sono appassionato alle bioscienze. In seguito ho lavorato al San Raffaele per sette anni, dove ho cominciato ad occuparmi di spettroscopia molecolare e di simulazioni al calcolatore.
Quest’ultima esperienza era una sfida in cui si partiva da zero: il mio capo dell’epoca, la dottoressa Giovanna Musco, ricevette uno “starting grant”di Telethon per l’avviamento della attività di un laboratorio di ricerca. Quando ho cominciato quindi, in laboratorio eravamo io, il mio capo ed un tecnico e non avevamo altro che due scrivanie ed un bancone per lavorare! In breve tempo abbiamo cominciato a crescere, il gruppo si è ampliato, ci siamo spostati in un’area più grande ed abbiamo ottenuto risultati decisamente molto buoni. Dopo sette anni terminavo la mia esperienza e ho deciso di andare in Francia (a Grenoble) per occuparmi sempre di spettroscopia molecolare; nel frattempo avevo cominciato a lavorare alla modellistica molecolare, quindi mi dividevo tra misure e modelli numerici per interpretarle, dedicando a questi ultimi sempre maggior tempo fino a farne la mia attività principale o quasi unica di ricerca. Dopo quattro anni mi sono rivolto all’IIT ed ho fatto domanda per fare parte di Compunet: il mio era un curriculum vitae “ibrido”, in quanto avevo competenze trasversali, e pensavo di esserne svantaggiato. Tuttavia, quando sostenni il colloquio notai invece un forte interesse verso il rapporto tra la mia attività sperimentale del passato e la mia attività computazionale del presente, e verso il metodo che avrei utilizzato per lavorare sui dati: quando fui assunto, compresi dunque che il valore aggiunto non stava nella specializzazione ma nella capacità di mettere in relazione due mondi professionalmente distanti, ponendo le domande giuste al sistema e bussando alla porta del vicino che sa porre domande migliori delle tue. In sostanza sono arrivato sulla scorta di un disegno che vuole il sincretismo come filosofia dell’Istituto. Ed e’ una filosofia di vita e di fare ricerca che adotto sempre in ogni cosa di cui mi occupo, nel mio lavoro ma non solo.

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A quali progetto si sta dedicando in questo momento? Quali sono gli obiettivi futuri?

Attualmente mi sto concentrando su due diversi aspetti della chimica fisica delle biomolecole: la prima è la capacità di interpretare i dati sperimentali di velocità ed energetica di rilascio di molecole dalle proteine di interesse farmacologico. Nel 2015 e nel 2016 abbiamo pubblicato due lavori in cui abbiamo mostrato la capacità di implementare ed utilizzare un modello di calcolo del rilascio delle molecole in modo tale da ottenere un ranking corretto.
In tal senso è degna di nota una curiosità relativa alla comunicazione alla comunità scientifica mondiale dei nostri dati: essa incontra soprattutto all’inizio una certa qual “resistenza” da parte del pubblico accademico, che considera in qualche misura troppo semplici i nostri metodi, nonostante portino a dei risultati, mentre la committenza (potenziale o reale) industriale apprezza proprio la rapidità di utilizzo a dispetto del minor grado di complicazione. Questo schema è legato ovviamente alla natura dei due ambienti.
Il secondo tema su cui sto lavorando è la capacità di “parlare” direttamente ai dati sperimentali. Normalmente gli scienziati, sperimentali, teorici e “in silico” (modelli al calcolatore), non comunicano se non in modo qualitativo: lo scienziato sperimentale ottiene un risultato, mentre il teorico ottiene un risultato che potrebbe spiegare il dato sperimentale.
L’obiettivo che mi sono posto (e che tento di proseguire da anni in varie forme) è quello di riuscire quantitativamente a mettere in relazione il modello con il dato sperimentale, attraverso tecniche di simulazione, ovvero estraendo dalla modellistica un valore quanto più vicino ai dati sperimentali. È una questione complessa ma molto utile perché consente di essere estremamente analitici e di trovare il giusto collante fra le due parti.

 

Giorgia Less

La Nuvola – Nuovo centro congressi all’EUR – Inaugurazione il 29 ottobre 2016

Sedici anni dall’approvazione del progetto e nove dall’apertura del cantiere, si avvicina la data dell’inaugurazione della “Nuvola” di Fuksas all’Eur.

Il nuovo Centro Congressi di Roma aprirà le porte per la prima volta sabato 29 ottobre 2016, mentre da gennaio del 2017 sarà in grado di ospitare eventi di varie tipologie, da convegni ed esposizioni fino a mostre e spettacoli.

aafec4ae-642d-49ea-93c0-77ca3242df0bA pochi giorni dalla effettiva apertura al pubblico, la struttura è già entrata a far parte dell’immaginario collettivo da anni: una nuvola traslucida in fibra di vetro siliconata e acciaio, sospesa dentro un parallelepipedo trasparente, capace di mettere a nudo la contrapposizione fra la fantasia delle forme e la stabilità delle strutture.

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Nuovo Centro Congressi – La Nuvola – Planimetria, livello Auditorium. EUR S.p.A.
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Nuovo Centro Congressi – La Nuvola – Planimetria. EUR S.p.A.

Tre organismi distinti danno forma al nuovo centro congressuale, che si sviluppa su una superficie complessiva di 55 mila metri quadrati: la struttura parallelepipeda in vetro e acciaio (denominata la “teca”) è uno spazio protetto alto 39 metri che contiene la “nuvola”, l’organismo centrale caratterizzante il progetto. Quest’ultimo, collegato al volume parallelepipedo tramite passerelle sospese nel vuoto, rappresenta un sistema indipendente dal resto del centro e non interferisce con le attività
congressuali ed espositive che si svolgono nelle altre aree dell’edificio: essa ospita l’Auditorium di 1800 mq da 2200 posti.
Infine un albergo, denominato la “lama”, si sviluppa indipendente per un altezza complessiva di 56 metri, conferendo complessivamente all’intervento un’identità e riconoscibilità a livello urbano.

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Nuovo Centro Congressi – La Nuvola – Sezione longitudinale. EUR S.p.A.
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Nuovo Centro Congressi – La Nuvola – Sezione trasversale. EUR S.p.A.

Il concorso internazionale per la progettazione del nuovo Centro Congressi Italia era stato indetto nel 1998 dall’Ente Eur e nel febbraio 2000 aveva visto vincitore l’affermato architetto Massimiliano Fuksas, una delle personalità più conosciute e controverse del panorama architettonico internazionale.
Nato a Roma nel 1944, dopo un periodo in Austria, Fuksas ha frequentato il liceo nella città natale, dove ha avuto modo di conoscere alcuni fra i più importanti esponenti della cultura italiana, fra cui Pasolini, Asor Rosa, Caproni e più tardi Giorgio De Chirico, che lo introdusse nel suo studio in Piazza di Spagna: questa frequentazione lo spinse ad iscriversi alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza. Quando si laureò nel 1969, aveva già aperto un proprio studio nella capitale, GRANMA, e poco dopo la sua fama superò i confini italiani con la palestra per il Comune di Paliano, pubblicata dalla rivista francese Architecture d’Aujourd’hui.

Dopo il successo, partecipò a Parigi ad una esposizione di progetti di giovani architetti europei, tra i quali Rem Koolhaas e Jean Nouvel. Nel 1989 fondò uno studio a Parigi, nel 1993 uno a Vienna e nel 2002 uno Francoforte, dove ha lavorato grazie al preziosissimo aiuto della moglie Doriana O. Mandrelli, responsabile di Fuksas Design.
Dal 1994 al 1997 si occupò soprattutto dei problemi delle grandi aree urbane concentrandosi sulla realizzazione di opere pubbliche.
Nel 2009 progettò gli store di Armani a New York e Tokyo ed un anno più tardi viene insignito della Legion d’onore. Fece scalpore una sua dichiarazione dello stesso periodo, poco dopo la demolizione dell’eco-mostro di Punta Perotti, sulla quale si espresse sostenendo che

“molti altri edifici andrebbero demoliti, in quanto in Italia ci sono all’incirca 9 milioni di palazzi abusivi, tra i quali, senza alcuna ombra di dubbio, spiccano lo ZEN di Palermo di Vittorio Gregotti e Corviale di Roma di Mario Fiorentino”.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto molti premi internazionali, tra i quali il Vitruvio Internacional a la Trayectoria (1998), il Grand Prix d’Architecture (1999) e l’Honorary Fellowship dell’American Institute of Architects (2002) ed il Premio Ignazio Silone per la cultura (2011).
Nel 2012 il suo studio di Roma “Massimiliano e Doriana Fuksas Design”, gestito insieme alla moglie, risulta il terzo per fatturato, dopo quello di Antonio Citterio e Renzo Piano, con 8 milioni e 400 mila euro.

Giorgia Less

Paolo Agnoli: la storia di “Pangea Formazione”

logo-pangea-2Spesso si pensa che arte e scienza siano due realtà parallele difficilmente conciliabili e, quindi, destinate a non incontrarsi mai, ma, quando il linguaggio universale della matematica si coniuga col racconto sentito di una storia di vita, ci troviamo di fronte a un progetto pressoché unico nel suo genere, che vale la pena di condividere. È proprio così che Elisa Casseri, brillante scrittrice laureata in Ingegneria, ha magistralmente narrato la nascita di “Pangea Formazione”, una realtà d’eccellenza di supporto alle aziende per il potenziamento dei processi decisionali, nel libro “Pangea Formazione – L’algoritmo di un’azienda”, Che Storia Edizioni.

Paolo Agnoli e Francesco Piccolo, i fondatori di “Pangea Formazione”, sono diventati, fin da subito, entusiasti promotori di questo libro, avvincente come un romanzo di avventura, ma puntuale come una pubblicazione scientifica, che racconta la genesi della loro azienda e il cammino percorso fino a oggi, tra difficoltà e soddisfazioni. Una storia che, come lo stesso Paolo Agnoli ci ha raccontato nell’intervista che segue, si dipana seguendo il corso delle vite dei fondatori stessi, Fisici di formazione, i quali hanno basato la creazione di “Pangea Formazione” sulla convinzione che un affidabile calcolo delle probabilità possa migliorare le strategie aziendali e i processi decisionali razionalizzandoli. A tale scopo, come ha confermato lo stesso Paolo Agnoli, l’applicazione di un approccio sistemico e di una formazione continua sono stati fondamentali, assieme al supporto di collaboratori di grande professionalità ed entusiasmo, per raggiungere gli obiettivi prefissati col successo ottenuto in questi anni.

 

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Paolo Agnoli e Francesco Piccolo

Come nasce il progetto di “Pangea Formazione”? Tracciamo un bilancio di questa esperienza aziendale, tra difficoltà e obiettivi raggiunti.

 

Il progetto di “Pangea Formazione” nasce da me dal mio socio, Francesco Piccolo, e, in particolare, dalla nostra convinzione che in Italia sia possibile offrire supporto alle aziende per migliorare i processi decisionali rendendo le scelte strategiche più razionali, ovvero valutando bene le probabilità dei diversi esiti delle nostre scelte, le utilità legate a tali decisioni e, infine, la coerenza delle scelte in condizioni analoghe. Supportare i manager nel processo di Decision Making, ovvero nell’applicazione della teoria delle decisioni razionali a contesti aziendali, industriali e strategici, costituisce in buona parte la nostra mission. Sia io, sia Francesco abbiamo un background scientifico, siamo due fisici sperimentali di formazione, ed entrambi abbiamo avuto modo di conoscere il mondo dell’università e della ricerca, ma anche quello delle grandi aziende di carattere nazionale e internazionale. L’unione delle reciproche esperienze ci ha spinti a creare “Pangea Formazione” che, col supporto di altri studiosi, ha iniziato la sua attività offrendo principalmente attività di alta formazione manageriale sui processi decisionali a grandi aziende italiane. Oggi possiamo dire che il bilancio di questa avventura è senza dubbio positivo. Nemmeno noi pensavamo di potere mettere insieme una squadra di tale livello e ottenere apprezzamenti così generosi del nostro lavoro da parte dei nostri clienti.

 

Crescere, semplificare, velocizzare: tre concetti fondamentali per il benessere e lo sviluppo aziendale. Cosa ha significato per voi applicare un approccio sistemico all’interno dell’azienda?

 

“Pangea Formazione” si confronta da sempre pragmaticamente con il significato di questi concetti e, di fatto, favorisce l’applicazione di un approccio sistemico al suo interno.

Crescere è fondamentale sia per noi, sia per i nostri partner, aziende e realtà che, dopo aver usufruito della nostra formazione, ci hanno chiesto, ad esempio, di sviluppare algoritmi e relativi software a sostegno delle loro attività sulla base delle teorie e delle considerazioni fatte in aula nei nostri seminari. Ciò ci ha permesso di crescere anche nel numero della nostra squadra, tanto che, attualmente, abbiamo una ventina di dipendenti tutti assunti a tempo indeterminato e abbiano numerose collaborazioni esterne e convenzioni scientifiche con studiosi e professori e anche con alcune Università, come Roma Tre e la Federico II di Napoli.

Semplificare, per noi, riguarda attualmente soprattutto investire nelle attività commerciali e consiste nell’ideare proposte il più immediate e concrete possibile, tanto da portare il cliente a sottoscriverle con convinzione e fiducia. In questo senso è fondamentale capire le esigenze di ogni singolo cliente e semplificare di conseguenza la nostra offerta, personalizzandola il più possibile. Siamo fieri di avere tra i nostri clienti e partner anche grandi aziende o realtà come Telecom Italia, Poste Italiane, PosteMobile, MBDA (partecipata Leonardo/Finmeccanica), E&Y, H24, INFN, ma anche la Marina Militare (tramite MBDA). Queste realtà ci hanno consentito di far conoscere e quindi applicare sempre più le nostre competenze e tecniche nella creazione di modelli predittivi affidabili a sostegno di decisioni in settori di riferimento quali l’antifrode, la manutenzione predittiva di asset tecnologici e l’utilizzo di dati pubblici o provenienti dai Social Media – come Facebook, Twitter e Google – per sostenere attività di marketing.

Velocizzare, per “Pangea Formazione”, significa cogliere le esigenze del cliente cercando di soddisfarne le necessità il più rapidamente possibile, rendendo, così, più snelli e sempre aggiornati tutti i nostri processi interni a favore di una comunicazione chiara e immediata.

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Che suggerimento darebbe a chi volesse seguire le vostre orme, anche in un momento di transizione così complesso per le realtà aziendali?

 

Al giorno d’oggi e sempre di più il vero valore di un’azienda è dato dalle persone che ci lavorano, soprattutto se si tratta di realtà nelle quali non si creano semplicemente prodotti pronti all’uso, ma si forniscono consulenze e servizi che devono essere il più possibile personalizzati in base alle esigenze dei clienti. La selezione del personale è importantissima, noi ci proponiamo di assumere sempre persone più brave e più competenti di noi, che possano dare un vero valore aggiunto al nostro progetto. Spesso siamo riusciti a catturare alcuni cosiddetti cervelli in fuga (l’80% circa dei nostri collaboratori ha un PhD e spesso almeno un Post Doc), convincendoli a tornare nel nostro Paese, grazie alla nostra offerta e di ciò siamo orgogliosi.

Anche il clima aziendale è decisivo. Bisogna poter tutti lavorare per obiettivi realistici e concordati, sentendosi liberi di raggiungerli senza contare i minuti passati fisicamente in ufficio, cartellino alla mano, ma seguendo anche flussi creativi che agevolino i dipendenti nel confronto e nella libertà di espressione, ad esempio lavorando da casa quando possibile, oltre che recandosi direttamente dal cliente quando necessario.

 

Ci racconti un episodio che le è rimasto particolarmente impresso e che le ha fatto comprendere che “Pangea Formazione” sta percorrendo la strada giusta.

 

Gli episodi che mi vengono subito in mente sono due. Il primo riguarda la nostra collaborazione con MBDA e quindi, tramite loro, la Marina Militare che abbiamo avuto modo di interfacciare in merito a un importante problema di manutenzione predittiva e preventiva di alcuni loro asset tecnologici. Quando si ha a che fare con grandi navi militari (si pensi a una portaerei) è importante che l’imbarcazione parta attrezzata con le giuste scorte ‘di magazzino’, riuscendo a prevedere ogni esigenza o guasto, pianificando il più possibile le reazioni a differenti eventualità. Siamo contenti di aver contribuito alla realizzazione di un modello predittivo che ha permesso di affrontare queste esigenze con successo. Il secondo episodio riguarda la scelta di tutti i nostri dipendenti che, anche di fronte alla possibilità di cambiare ambiente di lavoro, hanno deciso di rimanere in “Pangea Formazione” e di proseguire il percorso iniziato insieme, continuando a dare fiducia e sostegno al nostro progetto, cosa che ci rende felici.

Un’altra esperienza che mi fa piacere ricordare riguarda la stesura del libro “Pangea Formazione – L’algoritmo di un’azienda”, Che Storia Edizioni, da parte dell’autrice Elisa Casseri, che abbiamo favorito e promosso con grande entusiasmo. Alcuni scrittori oggi, soprattutto nel mondo anglosassone, si prestano a raccontare al pubblico di lettori progetti e realtà aziendali che sembrano aver poco a che vedere con l’arte e l’estro creativo necessari per fare della buona letteratura, ma che, in realtà, rappresentano delle vere e proprie storie di vita vissuta che meritano di essere raccontate col linguaggio giusto, proprio come dei romanzi di avventura. Elisa Casseri che, oltre a essere un’autrice di talento, è laureata in Ingegneria e quindi comprende anche gli aspetti tecnici e matematici del nostro mestiere, ha fatto un ottimo lavoro, raccontando la storia delle origini di “Pangea Formazione” con lo stesso slancio che avremmo avuto noi fondatori. Abbiamo creduto molto fin da subito in questo libro che è diventato anche un modo originale di fare marketing in maniera intelligente e alternativa, unendo l’arte alla nostra professione.

 

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Team Pangea Formazione

A cosa state lavorando attualmente? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

 

Al momento stiamo consolidando e aggiornando il nostro studio e la nostra ricerca di tutte le metodologie più avanzate della scienza di frontiera per quanto riguarda la preparazione di algoritmi legati alla progettazione e allo sviluppo di modelli predittivi. Lo studio e la formazione continua anche da parte nostra sono fondamentali per permetterci di crescere in modo continuo e costante, come azienda e, quindi, come team di persone che lavorano in modo coeso.

Un progetto nuovo e importante, come accennavo, è quello che riguarda l’elaborazione dei dati Social che ci sta impegnando molto, con ottimi risultati, interpretando tutti i dati disponibili in modo corretto e riflettendo sulle giuste correlazioni per creare davvero conoscenza.

Oltre a ciò stiamo cercando di rafforzare il nostro settore commerciale per renderlo in grado di presentare le nostre competenze ai tanti potenziali partner e clienti in modo efficace e permettendoci di essere sempre più concorrenziali sul mercato.

Al momento siamo molto soddisfatti del nostro percorso di crescita costante dal 2009 a oggi, a parte la momentanea interruzione di alcuni progetti legati alla ristrutturazione di Telecom Italia, un nostro importante cliente, che speriamo però di riprendere con successo nel 2017.

www.pangeaformazione.it

Alessandra Rinaldi

L’integrità dei dati, la salute pubblica e l’approccio sistemico

“Senza dati, tu sei solo un’altra persona con un’opinione,” diceva William Edwards Deming, ingegnere, saggista, docente e consulente di gestione aziendale e manager statunitense. A Deming fu ampiamente riconosciuto il merito per gli studi sul miglioramento della produzione negli Stati Uniti d’America durante la Seconda Guerra Mondiale, anche se egli è, forse, più noto per il suo lavoro in Giappone (Ciclo di Deming).

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Il mondo della produzione manifatturiera è caratterizzato dalla necessità di garantire la stabilità dei processi produttivi in modo da assicurare la qualità attesa dei prodotti. Questo concetto è valido per tutti i domini produttivi quali i sistemi meccanici, elettronici, alimentari e chimici. Il cliente e consumatore del prodotto si aspetta che quest’ultimo sia sempre conforme a quelle che sono le sue caratteristiche specificate: un’automobile deve avere le prestazioni dichiarate dal costruttore; un cibo deve possedere le caratteristiche organolettiche specifiche, nutrire e non essere nocivo; uno smartphone deve avere tutte le funzionalità previste nella guida dell’utilizzatore e non si deve rompere e così via.

Garantire che tutti i prodotti conservino nel tempo tutte le caratteristiche previste è un compito molto complesso, ma essenziale, soprattutto pensando a quei prodotti che hanno un rapporto diretto con la nostra salute.

Quando, ad esempio, assumiamo un farmaco, siamo, in generale, attenti a verificare la data di scadenza e a leggere l’appropriatezza del medicinale per la cura della nostra patologia e anche alle sue possibili reazioni avverse, consultando il foglietto illustrativo. Diamo per scontato che il farmaco sia ben prodotto, ovvero che, ad esempio, contenga tutte e solo le sostanze necessarie e che non sia contaminato.

La garanzia del processo produttivo dei farmaci (Good Manifacturing Practice, GMP) è un compito essenziale per la tutela della salute pubblica: un medicinale non adeguatamente prodotto può risultare molto dannoso e, in alcuni casi, letale.

I controlli qualitativi sulla produzione sono, quindi, essenziali e affidati a un’organizzazione complessa che è presente sia nelle aziende farmaceutiche, sia nelle istituzioni pubbliche (Agenzie Regolatorie del Farmaco), che hanno il compito di sorvegliare e assicurare il rispetto delle regole. La sorveglianza è basata su un complesso sistema di misurazioni dei dati come la purezza delle sostanze, i dosaggi, le temperature, le pressioni, tutti legati alla produzione. Questo sistema garantisce la scoperta di eventuali anomalie e le conseguenti azioni preventive e correttive, inclusi, naturalmente, il blocco di lotti di produzione prima dell’invio alle farmacie o il ritiro di confezioni dagli scaffali.

Tutta la sorveglianza si basa sull’acquisizione di dati di produzione e sulla loro valutazione. Tornando quindi a quanto sosteneva Deming, le decisioni sono basate su dati e non su opinioni. Tutto sembra quindi logico e sotto controllo.

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William Edwards Deming, 1900-1993

Ma cosa accade se i dati non sono veritieri? Semplice, tutto il sistema di sorveglianza viene messo fuori uso, con evidenti rischi gravissimi per la salute pubblica. Purtroppo questo rischio può accadere ed è per questo motivo che negli ultimi anni sia le Agenzie Regolatorie. sia le stesse Aziende Farmaceutiche stanno attuando processi analitici e politiche ispettive per garantire che i dati associati ai controlli di produzione siano affidabili (Integrità dei dati – Data Integrity).

Le minacce alla integrità dei dati e, quindi, alla salute pubblica hanno cause molteplici, concomitanti e anche, talvolta, inaspettate: etiche, culturali, organizzative, economiche, scientifiche e tecnologiche.

La minaccia va, quindi, affrontata con un approccio generale che sia in grado di indirizzare in modo consistente tutte le cause mediante un intervento coordinato e sistemico.

Alessandro Di Fazio

 

 

Censis: come cambia la Comunicazione, tra Smartphone, Social Network e mondo del lavoro

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È di pochi giorni fa la presentazione in Senato del tredicesimo rapporto Censis sulla Comunicazione che evidenzia la crescita dell’utenza Internet nel nostro Paese, sempre più avvezzo all’uso di Social Network e Smartphone, che ha determinato una rivoluzione nelle abitudini di uomini e donne di tutte le età. Anche se televisioni e radio continuano a essere i media protagonisti, raggiungendo quasi la totalità della popolazione, negli ultimi dieci anni gli utenti Internet sono passati da meno della metà degli Italiani, a quasi i tre quarti, nonostante resti grande il divario tra le generazioni, che vede arrancare gli over 65, rispetto agli under 30, padroni indiscussi di queste nuove tecnologie e protagonisti di un vero e proprio picco nei consumi di questi servizi, soprattutto di telefonia. Tra i Social Network, il più popolare e utilizzato è Facebook che vede attiva la metà della popolazione italiana ed è seguito da YouTube. Whatsapp ha avuto un vero e proprio boom di utenti, raggiungendo oltre il 60% della popolazione e, tra le donne, da sempre più propense alla lettura rispetto agli uomini, le preferenze si spostano dal cartaceo, al digitale, con un significativo aumento dei consumi.

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Anche il mondo del lavoro, negli ultimi anni, ha mutato profondamente il suo approccio nei confronti dei Social Media, diventati, ormai, un canale di comunicazione irrinunciabile. Dalle piccole, alle grandi aziende private, passando per la Pubblica Amministrazione, sempre più imprenditori stanno lasciando da parte i classici siti web, statici e poco frequentati, e stanno dando spazio a Blog e Social Network, come Facebook e Twitter, che consentono aggiornamenti immediati e in tempo reale, in grado di valorizzare al meglio ogni singola attività, rendendo partecipi sia i consumatori, sia i dipendenti. A questo cambiamento sempre più evidente, sia affianca la necessità di nuove figure aziendali in grado di gestire le conseguenti strategie di marketing che risultano ottimizzate dall’utilizzo di questi nuovi canali di comunicazione. La gratuità e il target potenzialmente illimitato di utenti raggiungibili dai vari Social Media non prescinde, infatti, dalla necessità di attuare progetti ben precisi circa il loro utilizzo che vedono nella determinazione di obiettivi specifichi a breve e lungo termine, nella sinergia e nell’approccio sistemico tra i vari ruoli e settori aziendali la vera discriminante per ottenere buoni risultati.

Alessandra Rinaldi

Sistema Generale: Metodo e Progetto

Tutto ciò che si può ben dire si può fare, anche se non è sempre giusto fare qualcosa solo perché si può dire.

 

L’espressione corretta di un’idea è condizione necessaria alla definizione di un progetto, sia esso di miglioramento o di crescita. A tutto ciò deve accompagnarsi una riflessione profonda e sincera sugli obiettivi che si vogliono raggiungere e su cosa ci spinge a perseguirli.

Questo tramuta l’analisi delle circostanze in azioni e le azioni in situazioni di lavoro e di benessere nelle aziende, nei gruppi e nelle comunità sociali.

Siamo convinti, infatti, che un approccio sistemico nella ricerca di nuovi scenari manageriali, organizzativi e operativi conduca le persone e le realtà lavorative verso esiti sempre più consistenti e sostenibili, a reciproca soddisfazione e a risultati di successo.

Il nostro modello è una proposta che opera in tal senso.

Un modo pragmatico per rappresentare la volontà di raggiungere un risultato desiderabile e sostenibile è quello del progetto per il quale, per prima cosa, ci si interroga e si studiano i significati, passando da un’idea di massima a una definizione concreta e raggiungibile.

Poiché tra il dire ed il fare non vi è altro che… il fare, il progetto è l’ottenimento del risultato attraverso l’impegno. Il risultato, una volta ottenuto, influenza ed è influenzato dalla realtà iniziando un ciclo vitale che ci sforziamo di rendere virtuoso.

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Analizzando il progetto, partiamo dall’ascolto della situazione, sviluppiamo idee, studiamo proposte, strutturiamo progetti e supportiamo prodotti.

Condividiamo il nostro pensiero con persone e aziende che fanno del loro lavoro uno strumento di soddisfazione e sviluppo professionale e personale.

Proponiamo la condivisione di esperienze, ipotesi di lavoro, riflessioni e analisi di quanto incontriamo nei nostri contesti di riferimento.

Semplificare, velocizzare, sviluppare e realizzare sono i valori che condividiamo e proponiamo a sostegno delle relazioni tra uomini e luoghi di lavoro:

  • Semplificare per facilitare i processi di cambiamento e supportare apprendimenti innovativi e evolutivi,
  • Velocizzare quando il tempo diventa l’elemento chiave per la sicurezza, il successo e la sostenibilità futura,
  • Sviluppare modelli e situazioni dove il confronto, la diversità e lo scambio di idee siano garanzia di progresso e consapevolezza, di fronte a situazioni di scelta, decisione e responsabilità,
  • Realizzare “prodotti” della giusta dimensione per sentirsene parte e porre le basi dello sviluppo futuro nella costruzione di un nuovo modo di osservare, capire e gestire le situazioni e sé stessi.

Proponiamo un approccio sistemico ai processi di cambiamento aziendale e di sviluppo delle competenze necessarie alla corretta gestione delle situazioni sia dei singoli individui sia dei gruppi:

  • Accompagniamo le persone nella ricerca di un modo nuovo di pensare ed operare, vivendo i luoghi di lavoro come momenti di incontro e di crescita individuale e di gruppo, alla ricerca di nuove conoscenze e capacità, per vedere con occhi diversi ciò che si fa, si pensa e si può sviluppare.
  • Crediamo in una realtà dove gli elementi sono legati e correlati tra loro verso un percorso di crescita e di miglioramento continuo.
  • Siamo un gruppo di professionisti dedicati allo sviluppo delle persone e delle realtà nelle quali operano.

Questo procedimento richiede di possedere, oltre alla passione, una capacità realizzativa e quindi ingegneristica. Ma questa deve essere accompagnata da una riflessione ed una valutazione attenta sui significati e sui cambiamenti anche sistemici che un’iniziativa di business o, più in generale, sociale induce nella realtà. Ingegneria e gestione del cambiamento sono quindi i due focus del nostro modo di contribuire al benessere dei nostri clienti. In altre parole, un approccio generale per migliorare il sistema.

Gli ambiti di intervento sono due:

Change Management:

  • Vision, Mission e valori aziendali
  • Contestualizzazione strategica e modello di leadership
  • Gestione del personale, formazione e sviluppo
  • Coaching
  • Processi di comunicazione
  • Clima aziendale e coinvolgimento

Business processes engineering:

  • Lettura sistema organizzativo
  • Valutazione dei processi agiti
  • Allineamento strategico
  • Sistema di Governance con indicatori bilanciati di performance
  • Attuazione dei processi
  • Gestione del feedback

Alessandro Di Fazio

Maria Tringali