Siamo Noi anche quando… non siamo Noi!

A chi di noi non è mai capitato di riferirsi a qualcuno dicendo “fuori dal lavoro è completamente un’altra persona” o viceversa? Cosa c’è di diverso tra il nostro essere in un contesto organizzativo e il nostro essere nella vita privata? Fingiamo, forse? Direi di no e, a supporto di questa tesi, propongo il nostro sentirci noi in entrambe le situazioni. Di diverso c’è il ruolo che in quel momento giochiamo.

Mi riferisco al Modello di Ruolo della Personalità con il quale Bernd Schmid ha vinto il Premio Eric Berne per il suo adattamento del concetto di ruolo e di stati dell’Io in Analisi Transazionale.  L’Analisi Transazionale è una teoria globale della personalità elaborata negli Anni ’50 da Eric Berne, dal quale, appunto, prende il nome il premio, che concepisce la struttura mentale organizzata in tre sottosistemi integrati (Genitore, Adulto e Bambino) la cui interazione, nel qui e ora, genera lo “Stato dell’Io”. Schmid, con il suo adattamento di questi concetti al contesto organizzativo, elabora il modello di ruolo della personalità descrivendo una persona come l’insieme dei ruoli che interpreta sulle scene dei suoi tre mondi: privato, organizzativo e professionale. In questo modello l’unicità e l’umanità delle persone si esprimono nel modo in cui esse interpretano i loro ruoli. La personalità diventa anche una questione di contesto e contenuto in cui i ruoli connettono le persone con le trame e le scene dei loro mondi.

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La distinzione tra il mondo organizzativo e quello professionale è particolarmente utile per una migliore comprensione e una più autonoma definizione di se stessi all’interno delle organizzazioni. Molte questioni sono poste da una stessa persona in modi diversi a seconda che tali questioni provengano da un ruolo organizzativo (es. rappresentante dei diritti delle donne), da un ruolo professionale (es. assistente sociale), o da un ruolo privato (es. futura mamma).

Possiamo definire un ruolo come un sistema coerente di atteggiamenti, sensazioni, comportamenti, visioni della realtà e di relazioni sociali. Ciò tiene conto del fatto che ogni ruolo è legato e si riferisce a una certa sfera di realtà e alle relative cornici di riferimento. Dal punto di vista della persona, ogni ruolo implica delle idee sul tipo di relazioni che possono derivarne e che sono suggerite dal ruolo stesso.

In molte delle organizzazioni in cui lavoriamo ci ritroviamo ad affrontare la sfida di ruoli diversi che ci chiedono di combinare tra loro i differenti sistemi di riferimento. Abituarsi alla rete di ruoli e riferimenti è di per sé un compito impegnativo nel quale dobbiamo anche confrontarci con i potenziali conflitti che possono scaturirne. Diventa quindi essenziale risparmiare sulle risorse disponibili, comprese le nostre risorse in termini di tempo ed energia. La figura a seguire può aiutarci a comprendere meglio: i cerchi simboleggiano la necessità di integrare ruoli e mondi.

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La professionalità ha molto a che fare con l’abilità di attivare e disattivare a piacere alcuni ruoli e anche con la strutturazione di situazioni funzionali a premere i tasti giusti al fine di attivare relazioni di ruolo complementari nelle altre persone coinvolte.

Avere competenza di ruolo significa avere il controllo sul sistema coerente di attitudini, sensazioni, comportamenti, visioni della realtà e le relazioni sociali che sono legate al ruolo. Molti problemi della personalità hanno a che fare con il fatto che la necessità di acquisire una competenza di ruolo non sia riconosciuta o presa seriamente, o che si adottino misure inadeguate lungo il percorso per acquisirla. Pensiamo all’inclusione cronica in un ruolo di elementi di altri ruoli senza che la persona ne sia consapevole. In queste circostanze, l’individuo considera l’inclusione di elementi estranei al ruolo come appropriati ad esso. Per esempio, durante le negoziazioni dello stipendio, qualcuno nel ruolo di agente della trattativa potrebbe sentire il diffondersi di un sentimento di indignazione. Sentimento che deriva dalla sua costernazione davanti alla riduzione dello stipendio previsto per se stesso come individuo. Questo sentimento può facilmente essere confuso con un sentimento appropriato al ruolo di negoziatore al fine di valutare i vari problemi e interessi in campo e, se necessario, metterli in contrasto con gli interessi, contrapposti, della controparte negoziale. In un altro esempio, qualcuno potrebbe attivare, in una discussione privata, comportamenti che sarebbero più appropriati al trattamento psicoterapeutico dei pazienti senza identificare tali sensazioni come estranee al ruolo nella relazione privata e su questo il mio compagno potrebbe raccontarla lunga!

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Proviamo ora ad applicare il modello di ruolo nelle relazioni prendendo in analisi la comunicazione. Per comunicazione in questo caso intendo il processo co-creativo di invenzione della realtà. Non si tratta unicamente di uno scambio di messaggi, ma anche della definizione dei ruoli dai quali comunichiamo e dei contesti a cui ci riferiamo.  Buona parte di ciò avviene in modo così automatico da sfuggire alla nostra attenzione. Le conseguenti relazioni e il contesto in cui sono descritte sono l’oggetto di osservazione dal punto di vista della relazione. Qui possiamo distinguere se i partecipanti al processo comunicativo mettono in scena la realtà abituale oppure se ne creano una nuova. Utilizzando il modello di ruolo, escludiamo l’ipotesi che gli individui, in quanto tali, ne abbiano il controllo. Quando osserviamo le persone nei loro ruoli, emergono le forze sociali e di sistema, le quali hanno una capacità di influenza sui ruoli ben più grande di quanto i protagonisti del ruolo stesso ne abbiano consapevolezza.

Per comprendere meglio proviamo ad immaginare una discussione sulla strategia tra il Responsabile Risorse Umane e il suo team, con l’ordine del giorno di decidere quali siano le priorità. All’inizio la discussione riguarda il livello dei ruoli nell’organizzazione, durante la quale, secondo la cultura dell’azienda, le persone possono proporre suggerimenti, anche se devono lasciare al capo la decisione finale. Dopo un po’ di tempo, senza che i partecipanti se ne accorgano, la discussione, avviata secondo il ruolo organizzativo ed entrata poi sui contenuti del ruolo professionale potrebbe nascondere la percezione privata (ruolo privato) di sentirsi dominato, privato della parità dei diritti o non riconosciuto nel suo valore. Ristabilire una comunicazione solida tra i ruoli organizzativi potrebbe risolvere il problema.

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Nei ruoli organizzativi possono esserci problemi di relazione che influenzano le discussioni professionali da dietro le quinte. Per chiarire queste situazioni è importante portare in primo piano il background relazionale del ruolo organizzativo e focalizzare l’attenzione su questo. Se si risolve su un piano organizzativo, le persone possono tornare a un comportamento competente e a delle buone relazioni tra loro, perché l’organizzazione è diventata più funzionale e quindi più salutare. Affrontare il problema sul livello delle relazioni private può rilassare la situazione senza realmente risolvere il problema organizzativo oppure può addirittura aumentare la tensione perché il problema è affrontato su un livello in cui nessuna soluzione può essere trovata. L’escalation può portare a diverse reazioni nevrotiche. Per chiarire il concetto di background organizzativo immaginiamo due lavoratori di un dipartimento che credono di avere un problema nel lavorare insieme come professionisti, supponiamo come trainer della comunicazione e responsabile della formazione. Immaginiamo che affrontano il problema partendo dalle opinioni e dalle abitudini delle rispettive professioni e dalla relazione tra queste professioni, trascurando il fatto che le difficoltà nella relazione siano dovute più alla struttura dell’organizzazione e ad aree di responsabilità incompatibili e sovrapposte, piuttosto che alle diverse professioni. Sarebbe un’ulteriore prova a conferma di questa prospettiva se anche i trainer dei software informatici degli uffici vicini avessero problemi di relazione simili con il loro responsabile della formazione.

Riprendo il titolo dato a questo articolo, in maniera un po’ provocatoria: Siamo Noi anche quando… non siamo Noi! per concludere dicendo che quello che differenzia il nostro modo di comportarci e sentirci dipende dal Ruolo che in quel momento detiene il nostro potere esecutivo e che quindi controlla quel determinato sistema coerente di atteggiamenti, sensazioni, comportamenti, visioni della realtà e di relazioni sociali che a quel Ruolo appartengono.

Rosaria Gargano

 

“La Società Circolare” di Aldo Bonomi, Federico Della Puppa e Roberto Masiero

È stata inventata milioni di anni prima di Cristo e, ancora oggi, la ruota non è solo uno strumento indispensabile per i trasporti e l’economia, ma anche un simbolo di progresso e di evoluzione della società sempre più circolare.

Cosa si intende, dunque, per società circolare e sharing economy e a che punto è il nostro Paese in merito? Ce lo spiegano Roberto Masiero, Professore Ordinario di Storie dell’Architettura presso lo Iuav di Venezia, Aldo Bonomi, Sociologo fondatore del Consorzio A. A. S, TER., e Federico Della Puppa, Economista esperto in pianificazione strategica e marketing territoriale, nel loro ultimo saggio scritto in concerto, “La Società Circolare”, Derive Approdi Edizioni.

In questa pubblicazione dal taglio originale e innovativo gli autori delineano, anche attraverso un interessante apparato di slides e mappe concettuali esplicative, il cambiamento che la nostra società sta vivendo in questi anni a livello globale, passando da una cosiddetta economia lineare, a un’economia circolare a tutto tondo. La sharing economy 2.0, basata sul riutilizzo e sulla condivisione, infatti, oggi riguarda non solo beni materiali, come rifiuti, energia e materie prime, ma anche beni immateriali, come valori e competenze, entrando così nel mercato del lavoro e nella nostra politica, secondo il significato etimologico del termine. Accanto a ciò, stiamo assistendo al fenomeno della continua espansione dell’universo digitale, fatto di App e Social Network, che spesso invade lo spazio prima occupato esclusivamente dalle professionalità del secondo e terzo settore.

Per fare in modo che questi sconvolgimenti sociali non fagocitino le nuove generazioni in un mondo esclusivamente virtuale, trasformando il circolo virtuoso della ruota della fortuna nell’incessante girare della ruota del criceto, occorreranno empatia, consapevolezza e apertura verso una nuova cultura che si sta espandendo a macchia d’olio nella vita anche lavorativa di ciascuno di noi.

Partendo dall’analisi dell’individuo inserito nell’attuale società digitale, gli autori approfondiscono anche il contesto che lo circonda, a partire dalla cosiddetta smart city, fino alla smart land, in un vero e proprio sistema di cerchi concentrici che si allargano a perdita d’occhio. All’interno della smart city l’amministrazione procede alla gestione degli spazi e dei servizi con i cittadini stessi, razionalizzando, dunque, tutte le risorse, compreso il lavoro, per le esigenze della società. Nel testo gli autori accompagnano il lettore in un viaggio nella comprensione profonda dei meccanismi che caratterizzano la società circolare, evidenziando tutte le differenze col Capitalismo del secolo scorso anche attraverso esempi concreti su scala globale.

Una guida completa non solo per il cittadino e il lavoratore, ma anche per l’uomo del nuovo millennio verso la consapevolezza che l’integrazione tra reale e virtuale oggi passa attraverso la condivisione di risorse, cultura e ricchezza.     

Alessandra Rinaldi

“Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari

 

Primavera del 1979, precisamente 23 marzo, Centro Sociale di Arezzo.

Gianni Rodari incontra alcuni alunni di quinta elementare e prima media per parlare con loro, vivere a pieno la loro fantasia stimolandola attraverso il dialogo e dare vita a quello che sarebbe stato un capitolo del futuro libro Esercizi di fantasia.

Poco dopo, però, il famoso scrittore  morì e il suo divertente lavoro si credeva perduto.

Grazie alla Editori Riuniti invece, prima nel 1981 e poi nel marzo 2006 è stato pubblicato, con la prefazione di Tullio De Mauro e a cura di Filippo Nibbi, il libro Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari.

Questo volume non è un classico libro, ma la memoria trascritta su carta di alcuni eventi che si dimostrano profondamente attuali.

Subito dopo la prefazione di Tullio De Mauro, è Filippo Nibbi che ci spiega il perché di questo libro, raccontando il lascito dell’insegnamento di Rodari. Troviamo poi i veri e propri  Esercizi di fantasia, che riportano i dialoghi divertenti e divertiti avvenuti durante l’incontro del 23 marzo al Centro Sociale di Arezzo. Seguono infine la materializzazione di quanto imparato dagli insegnati in quell’occasione con una esperienza condotta dall’insegnante Giuliana Signorini e la trascrizione di due conferenze tenute dallo stesso Rodari nel febbraio 1979 e nel gennaio 1980.

Il lettore che si affianca a questo volume si immerge in un brillante salto indietro nel tempo e, scorrendo le pagine, vive l’incontro, riuscendo a comprendere e a seguire la nascita e la elaborazione che sorge e si sviluppa nelle parole che rimbalzano tra Rodari e i bambini allora presenti.

In quella che fu una costruzione collettiva si alterna la creazione poetica e dinamica con l’ispirazione, la scoperta, la decisione e la scelta che i ragazzi pongono in essere con lo stesso Rodari, liberi di librarsi nei meandri della fantasia.

Attraverso giochi linguistici, le parole scritte su foglietti di carta diventano velocemente, con l’aiuto dei bambini stessi, filastrocche o storielle assurde e surreali, ma vere, come solo un bambino può essere.

Ciò che fece Gianni Rodari altro non fu che lavorare con i ragazzi, come ogni animatore-educatore dovrebbe (saper) fare, cedendo ai bambini il centro della scena, preoccupandosi di assecondarli e guidarli in questi esercizi di fantasia.

Tutto quanto riportato in questo libro è una traduzione magistrale di momenti ed immagini dinamiche e materiali, che hanno reso quel momento di condivisione un momento di vita e non un semplice evento scolastico.

Il  modus operandi di Rodari, secondo la maestra Graziani presente all’incontro, era un ottimo strumento per sviluppare le capacità logiche dei bambini, per creare il gruppo, facendo socializzare gli alunni, rendendoli una unità stabile e non una semplice attività volta alla creazione di storie.

Questo strumento di interazione tra e con i ragazzi, poteva essere facilmente riadattato al modo di fare scuola ed effettivamente, come lo stesso Nibbi racconta nelle pagine successive, quello che gli insegnanti impararono durante quell’incontro, divenne un progetto didattico.

Nibbi scrive infatti che, una volta tornati a scuola e raccolte le impressioni degli alunni rimasti molto entusiasti dalla capacità di Rodari di travalicare lo stereotipo e gli schemi del classico insegnante, quella modalità operativa fu tradotta in un progetto didattico di scuola media, prevedendo una esperienza sistematica, articolata e specifica.

Questa intuizione divenne allora lo strumento di un fare scuola in modo diverso, nuovo e coinvolgente che riuscì ad abbattere le difficoltà dei singoli alunni, diventando un motivo di inclusione di tutti e di collaborazione tra le varie materie.

Si passò dai semplici giochi letterali alla creazione di un vero e proprio sistema che riusciva a compenetrare la logica e l’intuizione, l’apprendimento e l’espressione, la partecipazione materiale e quella fantastica, animando ed aumentando la crescita culturale dei ragazzi.

In tutto questo processo, l’immaginazione aveva stimolato l’educazione, riuscendo a rendere parte attiva anche gli alunni svogliati e i ragazzi con particolari difficoltà.

Insomma, Gianni Rodari aveva giocato con i ragazzi e suggerito ai docenti presenti un modo nuovo di insegnare. Gli stessi docenti si fecero partecipanti di quel “gioco” e riportarono nelle loro aule quello che avevano appreso.

A dir la verità l’incontro avrebbe dovuto avere un seguito, molto atteso tanto dagli alunni quanto dai professori, che però non ci fu a causa della morte dello scrittore.

Quando i ragazzi che avevano vissuto quell’esperienza, furono invitati dalla maestra Giuliana a mettere per iscritto la loro memoria sull’autore scomparso, ne uscirono delle frasi bellissime.

Frasi che, anche se scritte da ragazzi ormai in seconda media, rappresentavano pienamente quello che Rodari aveva in testa: i bambini al centro di tutto, l’importante uso della fantasia, la bellezza e l’importanza dell’essere felici.

“Rodari da ogni parola sapeva ricavare una vera e simpatica storia… con lui i ragazzi erano come degli autori”.

“Fu una grandissima conoscenza per noi, quella mattina, perchè lui ci insegnò ad esprimerci con tanta fantasia”.

“Diceva che la scuola è meglio farla ridendo che piangendo”.

Nonostante tutto quanto scritto sia avvenuto negli anni ottanta che sembrano così lontani da noi, leggendo questo libro ci si accorge, paradossalmente, di quanto sia attuale ciò che disse Gianni Rodari nella conferenza tenutasi a Bari nel gennaio 1980, riportata nel volume al capitolo: “Quello che i bambini insegnano ai grandi”.

I bambini secondo Gianni Rodari hanno la capacità di mettere in movimento la loro realtà, la loro esperienza e le loro idee giocando con la fantasia, perché il bambino è un giocatore ed è abituato a fare tutto attraverso il gioco.

Il bambino è una personalità completa ed aperta in tutte le direzioni prima che la sua socializzazione e la sua educazione lo adattino alla società in cui cresce, puntando solo sulle qualità che servono  a questo adattamento, rendendo disagiato quello che invece non accetta che il mondo lo voglia solo per una sua parte e non per tutto quello che può essere.

L’espressione della personalità è un corollario basilare per essere dei bambini felici e degli adulti migliori, evitando di diventare infelici quando siamo costretti ad impegnare solo una parte di noi stessi, dovendo “nascondere” il nostro io completo di fronte ad una società che non ci accetterebbe nella nostra completezza.

È questo senza dubbio l’insegnamento più bello lasciato da Gianni Rodari, anche e soprattutto grazie a questo libro, che ci permette di aprire un nuovo filone dedicato al mondo della scuola, insegnandoci come l’approccio sistemico non sia una cosa adatta e adattabile solo al mondo aziendale, ma anche al mondo dell’educazione.

Francesca Tesoro

“Le fabbriche di bene” di Adriano Olivetti

Nel contesto imprenditoriale attuale la complessa e polivalente figura di Adriano Olivetti, con le sue azioni civili, politiche e culturali, è oggetto di riscoperta.

I testi raccolti ne “Le fabbriche di bene”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità sono eterogenei e complementari. Il primo, del 1951, è una sintesi del progetto di Comunità, l’illustrazione dell’idea olivettiana di convivenza civile; il secondo è un discorso rivolto ai lavoratori della sua fabbrica in seguito alla Liberazione del 1945 e rappresenta l’occasione per riprendere le fila di un progetto che la Guerra aveva sospeso ma non interrotto.

Ciò che distingue Olivetti nel contesto dell’imprenditoria italiana è il fatto di non essere solo un imprenditore. Il suo pensiero, da cui scaturiscono le altre componenti della sua figura, prende avvio dalla fabbrica intesa come un sistema costituito dalla compenetrazione di giustizia, progresso e tolleranza. Nel libro viene illustrato il cuore di tale sistema che grazie alle sue caratteristiche diventa una “Comunità” ambasciatrice di quell’alto equilibrio umano che Olivetti considera come obiettivo del suo progetto.

Il libro mette in luce altri importanti aspetti della concezione olivettiana come quello relativo alla meritocrazia, tema spinoso ed estremamente attuale. Per l’imprenditore di Ivrea la trasmissione della ricchezza costituisce un’ingiustizia sociale evidente, mentre “la sottomissione di uomini ad altri uomini in virtù del privilegio di nascita costituisce […] un ostacolo gravissimo al progredire dell’industria”. Il criterio fondante per assicurare alla fabbrica comunitaria la massima efficienza è la formazione e valorizzazione di dirigenti dotati di qualità umane, tecniche e culturali superiori. Ogni soluzione che non dia autorità e responsabilità a uomini di altissima preparazione, secondo Olivetti, è da considerarsi ingannevole.

L’occhio con cui l’imprenditore di Ivrea osserva la fabbrica è capace di catturare tutti gli elementi che caratterizzano tale struttura: il suo aspetto esteriore, il rapporto con la natura circostante, le persone che la popolano.

Dal libro traspare tutto lo sforzo che Olivetti compie affinché l’evoluzione e l’espansione della sua fabbrica non la renda simile alle grandi città moderne nate da una trasformazione che ha compromesso l’“armonia di vita” attraverso il caos creato dal loro “inestricabile groviglio”.

L’imprenditore è consapevole che l’idea della grande fabbrica porti con sé la distruzione dei contatti umani e la considerazione di ogni uomo come un numero.

La preoccupazione di Olivetti, perfettamente espressa dal testo, è fare in modo che tutto ciò che ha costruito mantenga il suo lato umano senza dimenticare mai l’approccio di suo padre Camillo che, nel discutere o esaminare il regime di vita o il regime di fabbrica, considerava ciascun lavoratore pari a lui comportandosi come “un uomo di fronte a un uomo”.

Cecilia Musulin

“L’alfabeto del leader” di Paolo Iacci

Paolo Iacci, autore di numerosi volumi di management e sviluppo delle risorse umane, professore dell’Università Statale di Milano, grazie alla casa editrice Guerini Next, ci regala un fantastico volume dal titolo “L’alfabeto del leader”.

Questo sorprendente libro, con una struttura piacevolmente schematica, mette nero su bianco concetti che diventano l’abbecedario di chi è o potrebbe ritrovarsi a capo di aziende e personale, qualsiasi siano le dimensioni dell’una e dell’altro.

Il lettore, quasi disarmato dalla semplicità di ciò che legge, si ritrova a comprendere concetti prettamente manageriali che non avrebbe mai osato capire, soprattutto se chi legge non è un manager né tantomeno è avvezzo alle linee politico-organizzative del fare impresa.

Decisamente uno scrittore fuori dal comune Paolo Iacci che, con singolare bravura, sfrutta le lettere dell’alfabeto come ossatura del volume rendendole i titoli di ogni capitolo, secondo il normale ordine conosciuto dai bambini fin dalla prima elementare.

Così, partendo dalla A ed arrivando alla Z, vengono enucleati attraverso favole,  storielle semiserie, leggende, massime e stralci di opere scritte in epoche diverse da autori diversissimi tra loro, quei concetti manageriali che dovrebbero essere conosciuti da tutte le classi dirigenti.

Iacci, usando questi stratagemmi, riesce a delineare in modo inesorabile la realtà aziendale, organizzativa e sociale di chi dovrebbe dirigerle.

Come scrive Gianfranco Rebora nella prefazione, l’autore “sa essere pungente, mordente, incisivo, ma riesce a svolgere questo ruolo con la leggerezza dell’ironia evitando la trappola del moralismo”.

In questo libro è il Manager al centro di tutto e diviene un condensato di concetti ad esso collegati.

“M come Merketing”

Si crede generalmente che il marketing sia una cosa strettamente moderna, legata al nuovo modo di fare impresa, ma in realtà non è così.

Uno dei primi casi di marketing, ci racconta Iacci, è stato quello della diffusione della patata originaria dell’America che quando fu importata dai Conquistadores in Europa non era per niente ben vista, per tutta una serie di motivazioni che io stessa ho scoperto leggendo il libro.

Ebbene,  ci vollero quasi duecento anni, ma da quando nel 1767 fu organizzata una grandiosa cena regale alla reggia di Versailles tutta a base di patate, alla presenza di nobili e illustri ospiti internazionali che nel frattempo erano stati istruiti per adornare se stessi e le proprie casate con i fiori di patata, questo tubero bitorzoluto fu sdoganato al punto tale che i raccolti furono depredati dalle folle. Il gioco era fatto.

“A come AAA (Classe Dirigente Cercasi)”

La sferzante ironia di Achille Campanile delle sue «Tragedie in due battute», uno stralcio del Libro dell’Inquietudine di Pessoa e il ritratto di Telemaco fatto da Recalcati, diventano gli strumenti per descrivere il sentimento delle imprese italiane. Al di là di ogni metafora, le nostre imprese sono alla ricerca di una classe dirigente capace, coraggiosa e progettuale che abbia l’autorevolezza di padri (i manager)  disposti ad assumersi la responsabilità del futuro dei propri figli (l’azienda).

“N come Navi (scuola)”

Questo è il capitolo che mi è piaciuto di più e mi permetto – l’autore non me ne voglia- di riportare per intero la storia che lo apre, anche se apparentemente sembra distaccato dal titolo.

Lo sciacallo, ritenuto un animale squallido perchè si nutre di carcasse altrui, ha fatto scuola sulla pelle del leopardo.

Il sillogismo tra questa storiella presa dal trattato di Artha Shastra sull’arte di governare e le navi scuola, è perfetto.

Iacci riconosce che uno dei problemi della società aziendale italiana è proprio la mancanza di queste così dette navi scuola che insegnino ai più giovani cosa significa e come deve essere un manager. Una volta, scrive l’autore nel proseguo del capitolo, l’azienda forgiava il proprio manager con uno stile talmente riconoscibile e inconfondibile che guardando la persona si capiva subito chi lo aveva cresciuto professionalmente. Oggi, la mancanza di questa volontà, diventa una debolezza tanto del pensiero manageriale italiano che del sistema produttivo ed economico, perdendo così la capacità di sedimentare il pensiero strategico e funzionale che – una volta – portava al successo le imprese italiane.

“A come AAA (Classe Dirigente Cercasi)”


Lo scrivano Bartleby di Herman Melville, ad un certo punto della sua vita professionale nello studio del notaio dove esercitava, ad ogni richiesta che gli veniva fatta, inizia a rispondere categoricamente, in modo assoluto e con ferma gentilezza «Preferire di no». Praticamente come dare un rifiuto assoluto e definitivo senza ulteriore possibilità di cambiare la cosa.

Bene, questa è in estrema sintesi l’aria che talvolta si ritrova nelle imprese italiane dove, tralasciando anche la crisi che può aver dato il colpo di grazia, c’è un profondo estraniamento umano tra i vari settori che compongono l’impresa stessa. Allora, se non c’è un riconoscimento profondo tra il lavoratore e la ”istituzione azienda” – e viceversa -, come si può pensare che ognuno possa considerarsi come unico e insostituibile per il successo di tutti?

“G come Governance”

Iacci parla di quattro leggi: la Legge di Murphy,  la Legge di Parkinson,  il Principio di Peter e le Leggi di Cipolla.

Non ho certo l’intenzione di svelarvi quale di queste leggi sia di chi, ma vi lascio con il dubbio di verificare personalmente come queste stesse leggi abbiano precisi e quotidiani riscontri in ogni organizzazione, nonostante siano considerati idioti passatempi quando invece hanno una sorprendente valenza e applicazione pratica. Soprattutto nelle aziende.

“E come Eudemonia”

Ammetto di essermi sentita un po’ ignorante leggendo questo libro, perché io, che ho frequentato il liceo classico, non avevo idea di cosa fosse l’Eudemonia.

Vi tolgo dall’imbarazzo e vi dico subito che, con questo termine, nella antica filosofia greca veniva indicata la condizione della ricerca della felicità quale fondamento dell’etica  e fine ultimo dell’esperienza umana.

Sapevate anche che questo concetto è espresso in maniera indiretta e in modo perfetto nella fiaba di Italo Calvino intitolata «La camicia dell’uomo contento»? Leggetela, è all’inizio di questo capitolo.

Filosofia greca e fiaba di calvino per dire cosa? Che gli imprenditori di oggi, arrivati ad un certo punto si fermano, vivendo di rendita e credendo di aver raggiunto il massimo. É l’inizio del declino e della perdita. Dovremmo essere tutti un po’ più “Eudomoniomici”.

“R come Retribuzioni”

Anche qui ho scoperto una storia che ignoravo, scritta da Jorge Luis Borges, tratta da L’Aleph, che parla di un re babilonese che chiamò alla sua corte i migliori maghi e architetti per costruire un labirinto talmente complesso che avrebbe convinto gli uomini prudenti a non sfidarlo. Allora un re degli arabi, dopo averlo provato si sentì talmente offeso e confuso da implorare l’intervento divino per salvarsi, dopo di che saccheggiò il regno di Babilonia e fece prigioniero il ‘collega reale’ per poi abbandonarlo nel proprio deserto.

Poco più avanti Iacci scrive che la storia di questi labirinti rappresenta una morale presente ed applicabile a moltissimi ambiti della nostra vita, individuale e sociale.

Così viene costruito e magistralmente spiegato il sillogismo di tutto ciò che ruota intorno alle retribuzioni, ai pericoli della stabilità dei conti aziendali, alle alluvioni normative in materia e a quei pochi punti fermi ancora presenti, nella speranza che le nuove impostazioni retributive  possano, si spera, ridare credibilità al ceto manageriale.

Ecco, sfruttando le sole parole che compongono la parola Manager, vi ho dimostrato la bravura di Paolo Iacci nel riuscire a veicolare, con il suo approccio interpretativo, i comportamenti diffusi nella quotidianità delle realtà aziendali, criticandoli e suggerendo, per ognuno di essi, una visione differente, trasformandoli in insegnamenti pratici di grande attualità.

In fondo Paolo Iacci, usa l’alfabeto e delle favolesche – più o meno – similitudini per arrivare ad un risultato preciso: spiegare quando e perché le imprese non funzionano.

Senza dimenticare, ovviamente, di dare qua e là suggerimenti semi seri che se correttamente interpretati, diventano una soluzione per il manager.

Ecco dunque, il Compendio semiserio per manager colti.

Francesca Tesoro

“Adriano Olivetti. La biografia” di Valerio Ochetto

“Si può essere imprenditore e rivoluzionario?”

A distanza di 57 anni dalla scomparsa di Adriano Olivetti, avvenuta il 27 febbraio del 1960, questa domanda risuona ancora estremamente attuale.

Adriano stesso ha cercato una risposta impegnandosi per tutta la vita ad agire sulla società attraverso la sua fabbrica e la sua figura di “uomo”, prima ancora che di capitalista.

È proprio sul lato umano di Olivetti che si concentra il libro “Adriano Olivetti. La biografia” Valerio Ochetto, Edizioni di Comunità.

Il racconto dell’autore comincia con la descrizione dell’ambiente familiare in cui il padre Camillo, memore delle costrizioni del collegio, cerca di prolungare il più possibile il contatto dei figli con la natura. In casa le regole sono molte ma piuttosto aperte per i tempi.

L’esperienza da cui prende avvio la filosofia olivettiana è il viaggio in America: in Adriano nasce la convinzione che il segreto dell’industria americana non stia negli uomini “ma nella struttura della organizzazione e nel rigore dei metodi”.

L’intento di Ochetto sembra essere quello di ricostruire la figura di Adriano Olivetti attraverso i suoi molteplici interessi ed esperienze che lo hanno portato ad essere un uomo impegnato in diversi ambiti, come quello urbanistico e quello letterario.

Gli ambiziosi progetti hanno avvicinato Adriano a molti personaggi noti che con le loro parole ne raccontano le abitudini e ne descrivono le caratteristiche.

Ochetto ricorda come Alberto Carocci lo definisca “l’uomo più originale che io abbia conosciuto e che poteva apparire il più banale” o come Geno Pampaloni chiami “dirigismo estetico” il ruolo che Olivetti sente come un dovere, una vocazione legata alla figura del manager che, partendo dalla fabbrica, deve investire e migliorare l’intera società.

Ciò che colpisce di questo libro è la profondità con cui l’autore racconta la vita di Adriano Olivetti, quasi come fosse vista attraverso gli occhi di un familiare, svelandone non solo i punti di forza ma anche le debolezze.

Olivetti è un uomo che “non ha né la passione né la qualità del finanziere”.

Olivetti è colui che vede la sua fabbrica come un organismo vivente, animato dalle continue trasformazioni e dal contributo degli intellettuali assunti in fabbrica con l’intento di creare il rapporto intellettuale – industria compatibile con la duplice natura di Adriano: capitalista e riformatore sociale.

“Adriano Olivetti. La biografia” è un libro che permette di arrivare al cuore della vita dell’imprenditore di Ivrea, il lettore viene coinvolto nel vortice degli interessi e delle aspettative di questo personaggio che appare più come un intellettuale engagé che come uomo d’affari.

Non a caso il libro è pubblicato dalla casa editrice fondata dallo stesso Adriano.

Cecilia Musulin

 

 

 

“Lavoro” di Stefano Massini

Lavoro: nel terzo millennio come suona questa parola?

Si può parlare di lavoro in molti modi e il libro di Stefano Massini, edito dalla Il Mulino, intitolato “Lavoro” esplora i meandri di questo concetto da una prospettiva del tutto inedita.

Leggendo questo testo, sembra decisamente di essere seduti in una platea teatrale, di fronte un palco, sul quale Massini con maestria e semplicità racconta le varie sfaccettature di questa parola diventata nel tempo un vero e proprio concetto.

Stefano Massini, consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano, ha analizzato nei vari capitoli di questo il libro il significato intrinseco e profondo di questa parola, mantenendo uno stile simpatico, nonostante scriva di una cosa al quanto difficile.

Usando figure storiche conosciute dai più, siano esse realmente esistite e nate dalla penna di indiscutibili scrittori, rappresenta agli occhi di tutti un sentiero tanto impervio quanto suggestivo.

Citando personaggi che vanno da Cicerone a Prometeo, da Karl Max a Sant’Agostino, da Robin Hood al Dr. Jekyll e Mr Hyde, l’autore delinea l’idea e il senso del lavoro associandolo ogni volta ad un particolare aggettivo qualificativo.

“Una parola scura”.

Si delinea la considerazione che nel tempo il lavoro è stato oscurato da una patina opaca, riportando il pensiero umano dal disincanto all’aspetto critico e polemico, andando a coincidere in senso figurativo con una ferita scoperta e dolorante.

“Una parola complessa”.

Lavoro è un sostantivo che identifica tanto una azione che il suo prodotto o quel luogo in cui le azioni vengono svolte per arrivare a produrre un determinato elemento, più o meno aleatorio, con fatica e costi non solo economici ma anche fisici e mentali.

“Una parola vitale”.

Lavoro quindi sono” è un postulato molto concreto e fisiologico che identifica come ognuno di noi lavori per la necessità di procurarsi un sostentamento e pochi lo fanno per esclusivo piacere. Si esplicita così una delle tante corruzioni della parola lavoro, che perde il suo essere un naturale bisogno per diventare addirittura un valore di eccezione e, in certi casi, di eccellenza.

“Una parola ingombrante”.

Il lavoro, nel tempo, ha perso il suo essere strumento per sopravvivere ed è diventato quasi l’identificativo di uno status simbol, venendo percepito come un dovere con l’esclusiva funzione di maturare un reddito, svuotato del suo valore più intrinseco a livello relazionale.

“Una parola tecnica”.

E’ innegabile che la tecnologia sia diventato un elemento portante della nostra società da terzo millennio. A livello concettuale e fattivo la tecnologia ha assunto un ruolo (apparentemente) imprescindibile, radicale e irreversibile, per cui sembra quasi che senza più tecnologia non esista lavoro o tipologia di esso normalmente esercitabile. In modo del tutto speculare, l’inquietante presenza della tecnologia sempre più qualificata disarciona l’essere umano cosciente e pensante dalla funzione lavorativa, con la deificazione della macchina a scapito della manodopera umana.

“Una parola straniera”.

Nella nostra era di contaminazione lanciata al galoppo, ci si imbatte sempre più spesso in declinazioni di provenienza anglosassone di tutto ciò che è e riguarda il lavoro. Il rischio concreto di perderne i veri e tradizionali significati, con tutto quello che storicamente comportano, allenta il più profondo legame tra mestieri e territorio, snaturando gli uni e gli altri: work, job, flexibility on job, job on call, voucher work, job sharing, work in progress, task forces, think thank e così via.

“Una parola scordata”.

Si, perchè un tempo il mestiere era un crisma difficilmente scalfibile, un momento essenziale per essere e sentirsi uomini e donne liberi. Oggi il lavoro viene percepito come un obbligo, quasi un peso, un qualcosa di limitativo, sinonimo di sforzo, ingiustizia sociale e mal digerita sottomissione. Quando c’è.

In effetti, per quanto anacronistico possa sembrare, in una Repubblica fondata sul lavoro si assiste alla contrapposizione tra il lavoro e i diritti del lavoratore spesso considerati accessori, se non inutili in certi malaugurati casi. Un lavoro agognato per il quale, sfido a dire diversamente, si troverà sempre quello più disperato e disposto a scendere al compromesso peggiore, a scapito di sé stesso e della retribuzione, pur di lavorare.

Nella fitta giungla del lavoro, dei lavoratori, del senso di oppressione di chi lo ha e la disperazione di chi lo perde o la ricerca spasmodica per averne uno, appare chiaro come la sintassi del lavoro abbia perso la sua grammatica umana.

Perdendo lei è come se si fosse perso tutto quel senso di speranza nel futuro, accrescimento personale, familiare e professionale, nonché la voglia di migliorare se stessi ed ambire sempre più in alto, per essere delle persone migliori.

Massini conclude il suo libro con l’inquietante paradigma che tutti noi abbiamo almeno sentito una

volta per televisione, dove le persone di Taranto dicevano dell’Ilva “Uccide, certo, ma ci dà da vivere”.

Un frammento contraddittorio e disperato dell’idea del lavoro, che prima aveva un senso, rappresentava qualcosa di veramente importante e custodiva un vago sentore di origini preziose, ma che oggi è più vicino ad un ricordo lontano e sbiadito.

Francesca Tesoro

“Welfare aziendale in un gioco in cui nessuno perde e tutti guadagnano” a cura di Bruno Di Cola, Nicola Ferrigni e Mauro Pacetti

«Più denaro in busta paga o servizi all’individuo e alle famiglie?». Dare una risposta a questa domanda è l’obiettivo che Bruno di Cola, Nicola Ferrigni e Mauro Pacetti si pongono nel testo intitolato “Welfare aziendale in un gioco in cui nessuno perde e tutti guadagnano”, Gangemi, in cui viene illustrata e approfondita la ricerca condotta dalla Uilcom nel 2013.

Il campione intervistato è considerevolmente ampio ed eterogeneo, operante in molteplici e diversi settori e i risultati sono presentati in modo meticoloso e funzionale: la classificazione avviene in base al sesso, alla classe d’età e all’area geografica di provenienza degli intervistati.

L’analisi dei dati risulta fluida grazie alla divisione in capitoli tematici e brevi paragrafi che mantengono viva l’attenzione del lettore, differenziando di volta in volta gli argomenti commentati, mentre la lettura è accompagnata dalle immagini, dai grafici e dai titoli coloratissimi che offrono brevi ma piacevoli pause.

L’indagine della Uilcom rivela uno scenario in cui le aziende si muovono a fatica nel quadro delle politiche di welfare aziendale, mostrando difficoltà a integrare il cosiddetto welfare di primo livello, quello pubblico.

Le performance peggiori coinvolgono gli aspetti legati al telelavoro e ai turni agevolati: oltre la metà del campione, infatti, dichiara l’assenza di tali facilitazioni all’interno dell’azienda.

Di Cola, Ferrigni e Pacetti scelgono di dedicare al punto di vista femminile un intero capitolo che, coerentemente con lo spirito eclettico e colorato del testo, si intitola: “chi dice donna dice… welfare?”. L’ironia del titolo contribuisce ad ammorbidire un argomento piuttosto spigoloso, infatti la disparità di genere che le donne vivono ancora all’interno dei luoghi di lavoro, soprattutto per ciò che riguarda i percorsi di carriera, è una realtà ancora difficile da contrastare. Il 60,1% della componente femminile intervistata ritiene che la donna sia costretta a rinunciare o a rimandare la maternità per il lavoro. Il lavoro delle donne, considerato accessorio fino ad alcuni decenni fa, è oggi indispensabile per garantire un reddito sufficiente al nucleo familiare, oltre che per ottenere l’indipendenza economica, ma spesso accade che le lavoratrici madri siano ritenute inaffidabili a causa delle assenze legate alla cura della famiglia e dunque escluse da percorsi formativi e di carriera.

I curatori del testo sottolineano come un buon sistema di welfare aziendale fornirebbe un determinante contributo alla riduzione delle disparità di genere, offrendo alle lavoratrici un’azione concreta ponendo le basi per una reale condizione di pari opportunità, oltre che per un concreto sostegno alle cure familiari.

Nel volume è presentato il fenomeno nei suoi tratti generali, vengono approfonditi i singoli aspetti attraverso i vari capitoli tematici, si spiega come il sistema di welfare possa diventare un elemento strategico per la conciliazione e, allo stesso tempo, lo strumento più efficace per aumentare l’occupazione femminile e migliorare la qualità del lavoro di donne e uomini.

In conclusione, il libro di Di Cola, Ferrigni e Pacetti è da considerarsi uno strumento utilissimo per informarsi sul mondo del welfare aziendale.

Cecilia Musulin

“Così è… probabilmente” di Giulio D’Agostini e Dino Esposito

Il saggio, l’ingenuo e la signorina Bayes è il sottotitolo di questo libro, dallo stile leggero e diretto, nonostante tratti temi non proprio di facile comprensione, almeno per me!

Il libro “Così è… probabilmente” di Giulio D’Agostini e Dino Esposito edito da Il mio libro appare molto simile a una sceneggiatura che lascia correre l’immaginazione, fermando la mente del lettore su concetti di straordinaria importanza scientifica spiegati e ragionati in maniera impeccabile.

Provare, anzi, leggere per credere.

Il volume inizia con una breve descrizione che contestualizza tutti i dialoghi seguenti nell’ufficio di Alberto, dirigente di azienda, con Giorgio e Laura, suoi giovani collaboratori, che, sull’orlo di una crisi di nervi, cercano una soluzione ad un problema aziendale legato alla sicurezza.

L’interazione dei personaggi e i loro ragionamenti sulla probabilità, disegnano un divertente quadretto, disquisendo aspetti importanti legati al decision making.

Attraverso voli pindarici che vanno dalla trasmissione dei virus, al sorteggio delle palline, passando per il poker, il gioco delle scatole ed esperimenti empirici, chiudono il cerchio con il famoso Teorema di Bayes.

Quello che emerge da questo libro non è quanto possa essere giusto o sbagliato il valore della probabilità, ma l’importanza del valore conferito ad una determinata cosa e quanto si creda in essa, quale che sia la motivazione per cui si è giunti a tale convinzione, perché per assegnare un valore di probabilità ci si deve comportare secondo modelli morali, consistenti e coerenti.

Sembra una astrazione ed invece è un dato di fatto che tutti i giudizi di plausibilità, probabilità o, ancora, di vero somiglianza sono alla base delle azioni umane.

Ecco allora che prende corpo l’idea che le decisioni si costruiscono e non si prendono e che il teorema di Bayes diventi, in un certo senso, la trasposizione numerica del dato empirico che “spinge” una persona verso una ipotesi o un’altra.

Inconsciamente siamo abituati ad usare e valutare l’utilità di modelli che servono per orientarci e organizzarci.

Attraverso l’esperienza cerchiamo di connettere il passato al futuro, interrogando i dati con gli strumenti che abbiamo a disposizione per trovare le soluzioni più congeniali, così gli accadimenti del passato diventano filtro per i possibili modelli futuri. Alcuni vengono valutati inidonei per proseguire nel loro intenti, altri hanno bisogno di modifiche, altri ancora vengono investiti del significato di verità.

In fondo, il giudizio delle decisioni non riguarda tanto il risultato, ma l’uso appropriato che si fa delle informazioni in nostro possesso, in base alle competenze che si posseggono. E sapete perché? Perché le probabilità fisiche assumono il significato di quanto noi crediamo in qualcosa solo se siamo sicuri del loro valore. Sembra un cane che si morde la coda, vero?

Sappiate che ci sono dei valori di probabilità sui quali ognuno è libero di pensarla come vuole. Poi, ci sono altre probabilità che sono logicamente connesse alle altre.

Il teorema di Bayes diventa allora una delle connessioni che impone in modo coerente la teoria delle probabilità.

In effetti questo teorema, oltre ad essere matematicamente semplice, una volta che viene assimilato, corrisponde alle regole del buon senso e ha la capacità di insegnare a persone razionali e non dogmatiche a mutare il loro grado di convinzione alla luce dei nuovi dati.

Allora, quando bisogna prendere delle decisioni diventa importante fare un’analisi accurata di quante e quali probabilità ci siano di commettere errori e prevedere la conseguenza di essi. Soprattutto a livello aziendale, dove essere miopi e guardare solo al “domani o dopodomani” dell’azienda per massimizzare gli utili, senza pensare a situazioni strutturate nel tempo, può diventare probabilmente un problema.

La ragione della centralità del ragionamento probabilistico è che le decisioni non dipendono soltanto dagli eventi ipotizzati e dalla loro utilità in senso lato, ma traggono origine in modo cruciale da quanto crediamo che le diverse ipotesi possano verificarsi.

Di conseguenza se calcolassi male le probabilità, le mie decisioni potrebbero essere sbagliate.

Per fortuna, in quanto esseri umani dotati di coscienza pensante, nel prendere decisioni seguiamo risvolti morali e valori etici che vanno oltre semplicistici calcoli matematici e i comportamenti non etici che abbiamo oggi, ci seguiranno nel futuro.

Anche la migliore persona del mondo, davanti ad una decisione particolarmente difficile usa e sceglie il principio di precauzione ed è altrettanto giusto che quando in ballo ci siano decisioni importanti, si rifletta bene.

In campo aziendale (e questo Alberto, seduto alla sua scrivania con un occhio al cellulare e uno alla lavagna usata per schematizzare i ragionamenti, lo spiega benissimo) massimizzare l’utilità attesa va bene, ma le cose si complicano quando nel “gioco” ci sono altri “giocatori” con le loro priorità e probabilità. In questo caso bisogna considerare anche quello che loro, avversari o concorrenti, hanno nelle loro menti affinché non vada tutto perduto.

Alberto Giorgio e Laura sono riusciti a convincermi che quello di cui loro parlano, è molto vicino all’approccio sistemico che secondo me dovrebbe essere usato in tutto quello che facciamo perché più è complessiva la nostra visione di una determinata cosa, più ci crediamo, più è possibile che quella cosa accada proprio come l’abbiamo programmata. È una questione di probabilità.

Dite di no? Io credo di sì, perché “Così è… probabilmente”.

Francesca Tesoro

“Il welfare in azienda. Imprese smart e benessere dei lavoratori” di Luca Pesenti

Negli ultimi anni si sta addensando un crescente consenso circa l’idea che l’impresa possa funzionare in modo più efficiente se riesce a “leggere” i bisogni che emergono intorno e dentro il suo perimetro. Tale sillogismo parte dalla considerazione che il lavoratore diviene il punto di congiunzione più rilevante tra l’azienda e il mondo esterno, ovvero il primo stakeholder di cui ogni impresa dovrebbe prendersi cura. Questo è il principale concetto espresso da Luca Pesenti nel suo libro “Il welfare in azienda, imprese smart e benessere dei lavoratori”, Vita e Pensiero.

L’autore, attraverso un’interessante sintesi di dati relativi alla situazione italiana e alla sua comparazione con quella di altri paesi europei, mostra come nel nostro Paese non si sia verificato il processo di innovazione e ricalibratura delle politiche capace di adeguarle alle nuove esigenze.

Il sistema di welfare italiano si conferma inadeguato a fronteggiare i nuovi rischi legati all’indebolimento del modello di benessere sociale e alla crisi della crescita economica.

Perciò, mentre aumentano i bisogni, il sistema economico crea sempre meno ricchezza e, di conseguenza, sempre meno risorse spendibili dal sistema welfare per far fronte ai nuovi bisogni.

Nel definire puntualmente tutte le caratteristiche del contesto in cui il nuovo welfare aziendale si sviluppa, Pesenti cita alcuni autori che si concentrano su tematiche e concetti innovativi creando i presupposti per dirottare il welfare aziendale verso nuove e inaspettate direzioni. È il caso, ad esempio, del tema dell’Industry 4.0 su cui si orientano Annalisa Magone e Tatiana Mazali raccontando le interrelazioni fra uomo e macchina, tipiche dell’ambiente cyber-fisico e capaci di aumentare il grado di innovazione e diminuire i costi di produzione.

Il libro di Pesenti è caratterizzato da uno stile ampio e discorsivo in cui i frequenti tecnicismi inducono il lettore a soffermarsi con attenzione sugli argomenti che si susseguono e, allo stesso tempo, conferiscono al testo un taglio piuttosto specialistico. Questo aspetto è sapientemente bilanciato dall’autore attraverso un capitolo dedicato alle fasi necessarie per la realizzazione di un piano di welfare.

Spesso i libri offrono spunti teorici che richiedono ulteriori approfondimenti operativi.

Il testo di Pesenti invece si presenta come uno strumento di orientamento, quasi una guida, che spiega in modo schematico ma esaustivo tutti i passaggi da realizzare e le variabili a essi collegate.

Una costante del libro è il riferimento all’importanza dell’analisi dei bisogni, all’ascolto della popolazione aziendale come prerequisito fondamentale per l’elaborazione di un buon piano di welfare.

Si tratta di un tema molto sentito perché nelle future imprese smart, caratterizzate da ampie basi tecnologiche che richiedono la massima specializzazione delle professioni, le condizioni complessive di benessere del lavoratore diventeranno sempre più rilevanti per le sorti dell’impresa stessa. In quest’ottica Pesenti sostiene che un presupposto importante per l’efficace realizzazione di questa nuova tipologia aziendale sia la capacità di costruire piattaforme definite smart welfare. Si tratterrebbe di un welfare intelligente disegnato a partire dai reali bisogni della popolazione aziendale, personalizzato e non standardizzato.

La prospettiva di un vero e proprio menu di servizi fra cui i lavoratori possano scegliere quelli più adatti alle loro esigenze, appare molto allettante ma ancora piuttosto utopistica, considerando che le ricerche mostrano una scarsa attenzione per la lettura dei bisogni, effettuata solo dal 23,8% delle aziende che offrono uno o più servizi di welfare ai propri dipendenti.

Il libro di Pesenti costituisce una base, un solido punto di partenza per innescare il processo che potrebbe trasformare l’utopia in realtà.

Cecilia Musulin