“Tra le nuvole”: storia semiseria di un tagliatore di teste

Quante volte, guardando un film in cui i protagonisti svolgono mestieri che ci sono familiari, abbiamo esclamato: “Ma è tutto finto, le cose non vanno affatto così…”? E quante altre i personaggi delle nostre pellicole preferite hanno stuzzicato la nostra immaginazione, facendoci pensare: “Potessi fare anche io quel mestiere, la mia vita sarebbe diversa…”?

Riprendiamo il nostro viaggio all’interno del mondo del lavoro e delle varie sfaccettature del cambiamento che caratterizzano le nostre capacità di adattamento ai contesti più vari, iniziando un nuovo percorso che ci porterà ad analizzare alcuni tra i film più amati o odiati dal pubblico, per domandarci quanto le professioni svolte dai vari protagonisti siano raccontate in modo verosimile e quali siano, invece, le eventuali licenze poetiche che registi e sceneggiatori si sono concessi, a seconda dei luoghi di ambientazione e di produzione delle storie.

La pellicola che esamineremo oggi è “Tra le nuvole”, un film prodotto negli Stati Uniti nel 2009, diretto da Jason Reitman e che ha per protagonista un sorprendente George Clooney che veste i panni di un cinico manager di professione “tagliatore di teste aziendale”. Il film ha ottenuto un buon riscontro sia da parte della critica, sia da parte del pubblico delle sale, ed è stato premiato, tra le altre, dalla candidatura a ben sei Premi Oscar 2010, come Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Attore Protagonista e non e Miglior Sceneggiatura non originale.

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La storia racconta la vita di Ryan Bingham, interpretato proprio da George Clooney, esperto dirigente d’azienda che gira il Mondo, ingaggiato dalle compagnie più disparate, per occuparsi di sistemare gli esuberi aziendali, gestendo i periodi di crisi licenziando il personale in eccesso. Bingham è un uomo apparentemente impassibile, che è considerato un guru nel suo mestiere e lo svolge metodicamente, senza mai lasciarsi prendere dalle emozioni. Vive perennemente in viaggio, collezionando carte fedeltà e miglia aeree, e non ha affetti ai quali appoggiarsi, convinto di non averne affatto bisogno. È proprio questo infatti, che lo fa sentire realizzato nel suo mestiere: non avere legami e non sentirsi mai a casa in nessun luogo, abituato com’è a passare da una camera d’albergo all’altra. Le certezze del signor Bingham saranno pericolosamente incrinate da due fatti fondamentali che accadono nella storia: l’incontro con una donna che sembra condurre una vita molto simile alla sua, con cui avrà una storia d’amore e, ancor di più, un inaspettato cambiamento proprio all’interno della sua stessa azienda, che lo metterà profondamente in discussione. Natalie, infatti, una giovane neoassunta, ha ideato un sistema per effettuare i licenziamenti anche a distanza per via telematica, grazie allo schermo di un computer, il che taglierebbe i costi dei viaggi dei vari impiegati, eliminando, però, la componente che più fa sentire Ryan libero di esprimere se stesso nel proprio mestiere. Convinto che, anche per mandare a casa qualcuno, sia necessario incontrarlo di persona, non nascondendosi dietro a un monitor, Ryan inizierà un aspro confronto con la giovane collega, destinato ad avvicinare due realtà generazionali apparentemente inconciliabili, ma che, di fatto hanno bisogno l’una dell’altra per crescere.

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Oltre al risvolto narrativo piuttosto interessante e sceneggiato con delicatezza e trasporto, godibile grazie all’ottima interpretazione degli attori protagonisti, ciò che ci interessa analizzare è proprio la figura aziendale del cosiddetto tagliatore di teste.

Chi è realmente un tagliatore di teste? E quanto la storia narrata nel film corrisponde alla realtà dei fatti oggi come nel 2009 ad inizio di questa interminabile crisi economica?

Iniziamo col constatare, innanzitutto, che, ad eccezione di alcune similitudini con quanto accade nel film, la realtà delle aziende italiane è molto diversificata, nonostante la globalizzazione abbia uniformato molto i ritmi e le dinamiche di lavoro in tutto il mondo, soprattutto nei contesti delle multinazionali. Spesso, anche in Italia, per gestire situazioni di cambiamento aziendale che portano a una consistente riduzione del personale, ci si serve di esperti esterni, proprio come il protagonista del film, soprattutto in grandi aziende e quando il numero di posti da tagliare è così elevato, da essere considerata l’extrema ratio. Le reazioni degli interessati di fronte alla perdita del proprio lavoro sono le più disparate e imprevedibili, sia per quanto riguarda il singolo, sia per quel che concerne i gruppi di lavoro, l’azienda nel suo insieme e non meno ogni suo indotto. Tuttavia bisogna osservare che, rispetto al periodo in cui il film fu girato, proprio all’inizio della crisi economica che ci sta attanagliando ormai da quasi un decennio, la precarietà ha generato in molti microclimi lavorativi un curioso e forse inaspettato risvolto della medaglia. È senza dubbio vero che, al giorno d’oggi, se abbiamo un lavoro, vogliamo tenercelo stretto, ma, nello stesso tempo l’insicurezza dilagante e la continua pretesa di elasticità stanno cambiando la cultura delle nuove generazioni rispetto alla stabilità del posto di lavoro. Per farla breve: è normale perdere il lavoro, tanto quanto normale è chiudere rapporti di lavoro, se si è in grado di condurre correttamente la trattativa. Ecco, dunque, che questa capacità di congedare chi non è più funzionale all’azienda è sempre più richiesta anche all’interno dell’azienda, a prescindere dalla grandezza e dalla complessità dei contesti e tende, probabilmente, ad essere gestita sempre più internamente, senza ricorrere alla figura di consulenti esterni e di Società esperte. Insomma, sembra quasi che non ci sia più bisogno del supereroe George Clooney di turno per gestire situazioni che oggi viviamo più come regola e sempre meno come eccezione.

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Un secondo aspetto interessante, all’intero del film, dal punto di vista delle dinamiche aziendali, è il rapporto tra il cosiddetto senior, interpretato da Clooney, il manager esperto, abituato a eseguire il proprio lavoro sistematicamente, e la figura junior, la giovane neoassunta Natalie, convinta che gli interessi di produzione aziendale debbano essere considerati al di sopra di ogni altra esigenza, accantonando il più possibile ogni risvolto personale. Quando Natalie propone al Direttore dell’azienda di lavorare avvalendosi del Web, tagliando i costi delle trasferte, lui ne è entusiasta. Ma sarà la stessa Natalie, affiancata da Bingham durante il trainer, a rendersi conto che il tagliatore di teste è sì uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo, come si dice, e per questo, spesso, è necessario essere presenti anche fisicamente laddove si sta operando, senza potersi nascondere dietro una tastiera. Anche questo aspetto, nella realtà di tutti i giorni, è cambiato nel corso degli anni e sta continuando a mutare. Così come siamo sempre più avvezzi alla facilità con cui oggi si può perdere un posto di lavoro, allo stesso modo le modalità con cui si viene licenziati stanno evolvendo. La deontologia può essere diversa a seconda delle aziende, ma la tecnologia è sempre più prepotentemente presente nelle nostre vite, tanto private, quanto lavorative. Quindi, tra e-mail e web conference, potrebbe non stupire il fatto di poter essere licenziati via Web, proprio come si può essere lasciati dal fidanzato via SMS, come accade alla povera Natalie nel film…

A far riflettere, quindi, è l’aspetto emotivo che oggi come nel 2009, interessa le dinamiche di relazione tra il cosiddetto tagliatore di teste e il lavoratore. Il personaggio interpretato da Clooney è convinto che essere privo di affetti lo renda immune dalle emozioni degli altri, tanto che la sua capacità di far andare via contenti i poveri malcapitati presenti nella sua lista nera, quasi come se perdere un posto di lavoro fosse un’opportunità di rinascita e non una sconfitta, gli permette di proporsi come life coach e di fare conferenze in tutti gli Stati Uniti, tra un viaggio e l’altro. Il suo cavallo di battaglia è il discorso dello zaino. Bingham chiede a tutto il pubblico di immaginare di avere uno zaino sulle spalle e di metterci dentro tutte le persone più o meno importanti che fanno parte della loro vita quotidiana provando a pensare a quanto peserebbe e a quanto tutto sarebbe più facile senza trascinarsi dietro il peso delle relazioni e di quelli che lui definisce compromessi. Bingham è circondato ogni giorno da decine di persone, ma in realtà è solo ed è proprio questo che ne umanizza la percezione che lo spettatore ha di lui. Nonostante il suo cinismo e il suo mestiere antipatico, chi guarda il film si affeziona a lui. Ma è facile intravedere le debolezze di qualcuno dall’altro lato di uno schermo. Come fare nella realtà? Come fare quando l’altro è collega? Il fatalismo e la rassegnazione della lunga crisi che ci accompagna ormai da anni possono venirci in aiuto e davvero darci la capacita di vivere il nostro ruolo, sia esso quello del tagliatore, sia esso quello del lavoratore? Sono solo un ammortizzatore passeggero, un antidoto alla sofferenza o un nuovo modello sociale? Siamo squali, come dice Clooney nelle sue conferenze, destinati a vivere alla giornata in un mare pieno di pericoli? O, più semplicemente, esseri umani in grado di scegliere cosa mettere nel proprio zaino?

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E noi, nuove generazioni, come stiamo imparando a scegliere?

Alessandra Rinaldi

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“Adriano Olivetti. La forza di un sogno”

Luca Zingaretti si è calato nei panni dell’ingegnere Adriano Olivetti ripercorrendo alcune tappe fondamentali della sua vita raccontate nella Fiction “Adriano Olivetti. La forza di un sogno”,  prodotta da Rai Fiction e Casanova Multimedia e andata in onda su Rai Uno il 28 e 29 ottobre 2013, con un cast d’eccezione, composto, oltre che dall’attore romano, da Stefania Rocca, Massimo Poggio, Francesca Cavallin e da Francesco Pannofino.

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La regia della miniserie è di Michele Soavi, nipote di Olivetti. Questo aspetto è significativo, perché ha conferito al racconto un valore aggiunto: l’affetto per il protagonista che traspare attraverso le varie vicende che si susseguono. Tale elemento, però ha anche portato verso l’estremizzazione del comportamento del personaggio rendendolo quasi idilliaco. Persino di fronte all’allontanamento della moglie Paola, che gli confessa di voler andare a vivere con Carlo Levi di cui si era innamorata, Adriano reagisce forse troppo pacatamente.

Risulta chiaro, in ogni caso, l’intento di voler trasmettere al pubblico l’ottimismo dell’imprenditore, convinto di poter trovare sempre una soluzione per raggiungere i suoi obiettivi mai strettamente legati ai suoi interessi personali.

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Nella miniserie vengono enfatizzati gli ideali olivettiani, come nel caso del progetto “La natura entra in fabbrica” che Adriano sviluppa mentre suo padre è ancora in vita e che riprenderà in seguito durante la costruzione della fabbrica di Pozzuoli. Tale progetto ha lo scopo di aprire delle vetrate nelle pareti dell’edificio per far entrare la luce e creare contatto fra i lavoratori e la natura, in modo tale che la bellezza, aspetto fondamentale per l’imprenditore, faccia quotidianamente parte delle loro vite anche durante le ore di lavoro. Un elemento a cui è stato dato meno spazio nella fiction, invece, è la presenza dei numerosi intellettuali che presero parte, seppure in modo collaterale, al percorso olivettiano del dopoguerra.

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La fiction disegna un vero e proprio percorso che nasce dalla fedele riproduzione delle affermazioni di Camillo Olivetti, che distoglie il figlio dal licenziare i lavoratori ritenendolo responsabile delle loro vite, fino al progetto conclusivo di Adriano legato all’immagine di un albero: il tronco, costituito dalla fabbrica, diffonde cultura, bellezza e valori spirituali verso i rami, rappresentati dalle Comunità olivettiane sorte in tutto il nord Italia.

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“Adriano Olivetti. La forza di un sogno” mette in scena il cuore dell’utopia di Olivetti legata alla volontà di rendere la fabbrica un modello, uno stile di vita da cui parta la riforma dell’intera società italiana. Questo aspetto centrale viene avvolto da elementi legati al contesto della fiction, come il rapporto con il capitano italo – statunitense che aggiunge un pizzico di atmosfera poliziesca o la morte del protagonista avvolta da un velo di mistero e suggestione.

Cecilia Musulin

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“Il mondo che nasce” di Adriano Olivetti

Adriano Olivetti è stato uno dei cardini della storia italiana del secondo dopoguerra. Il suo eclettismo lo ha avvicinato all’urbanistica, alla psicologia, alla sociologia e alla cultura nelle sue diverse forme. La sua “fabbrica di mattoni rossi”, che nasce come microcosmo, diventa parte di un progetto più ampio, la Comunità, e in seguito di una visione profetica che arriva a coinvolgere il concetto universale di civiltà. Tale visione emerge da una lettura d’insieme di alcuni scritti dell’imprenditore di Ivrea raccolti nel volume Il mondo che nasce”, Edizioni di Comunità, a cura di Alberto Saibene.

La base costitutiva della civiltà, secondo Olivetti, è formata dalle quattro forze essenziali dello spirito: Verità, Giustizia, Bellezza e Amore. L’assenza anche di uno solo di questi quattro elementi determina la mancata esistenza della civiltà. Questa concezione olivettiana, epurata dalla componente religiosa legata alla volontà di affermazione della civiltà cristiana e contestualizzata nella realtà attuale, potrebbe, e forse dovrebbe, essere considerata come un insieme di valori a cui fare riferimento.
Olivetti scrive:

“Nessuno rinuncerebbe alla nuova civiltà, a quest’epoca del cemento armato, dei motori, degli antibiotici, della radio e della televisione. Nessuno tornerebbe indietro, non dico di secoli, ma nemmeno di cinquant’anni. Mancava la luce elettrica, le malattie infettive mietevano le giovani vite […] insomma la condizione umana era estremamente più dura di oggi. E il mondo va verso giorni più radiosi e più felici, ma a una sola condizione: che le immense forze materiali messe oggi a disposizione dell’uomo siano rivolte a finalità, a mete spirituali. Altrimenti la potenza degli atomi, anziché costruire la nuova civiltà, potrebbe con i suoi missili radiocomandati e le sue bombe all’idrogeno distruggerla per sempre.”

L’imprenditore aveva capito che la società si stava dirigendo verso la supremazia della logica meccanica e verso la progressiva distruzione dei valori umani, perciò aveva cercato di ricostruire le basi della civiltà partendo dalla sua fabbrica che avrebbe funzionato da modello per la creazione della Comunità, secondo un progetto illustrato puntualmente all’interno di questo libro.

Nel pensiero olivettiano la Comunità oppone la cultura, il rispetto e la giustizia alla logica del profitto.

Leggendo questo libro e pensando al mondo di oggi, ognuno di noi può comprendere quanto suonino profetiche le parole di Olivetti. In una società in cui le aziende faticano a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica, che rende troppo rapidamente obsoleta ogni innovazione, dove la competizione spinge all’esasperazione, l’uomo sembra aver dimenticato gli “impulsi spirituali” di cui parla l’imprenditore di Ivrea.

La civiltà deve essere ricostruita e la logica del massimo profitto dovrebbe essere quantomeno affiancata dal buon senso che riconduca verso una società “a misura d’uomo”.

Il punto di vista olivettiano, sviluppato nel secondo dopoguerra, può essere ancora applicato alla situazione attuale. Questo significa che l’evoluzione letta dall’imprenditore è progredita ma il baratro non è stato ancora raggiunto, dunque:

“La civiltà occidentale si trova oggi, nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva.”

Cecilia Musulin

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“Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati

coaching-coverSe siete in cerca di un vero e proprio Coach Tascabile che vi aiuti a prendere tutte le decisioni quotidiane, dal mondo del lavoro, alla vita privata, attraverso una serie di semplici strategie, utili per ogni occasione, esiste un mini manuale, grande poco più di un palmo, che fa davvero al caso vostro. Si tratta di “Il Coaching per te” di Lorenzo Paoli, Andrea Falleri ed Enrico Illuminati, edito da A. Vallardi per la collana Collins gem.

Questo piccolo, ma curato volume offre tutti gli spunti indispensabili per diventare Coach di voi stessi e ottenere il successo che meritate, attraverso lo studio di semplici tecniche applicabili alla vita di tutti i giorni, che riescono a farvi comprendere meglio quali sono i vostri obiettivi più profondi e i vostri limiti più intimi, permettendovi di superarli pian piano.

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Il Coaching è un rapporto di collaborazione tra un Coach, definito anche come facilitatore del cambiamento, e un soggetto pronto e predisposto che vuole raggiungere orizzonti sempre più lontani, tanto nella vita, quanto nel lavoro. È dal rapporto tra questi due attori che si mette in scena uno spettacolo unico per ciascuno di noi, sul palcoscenico dell’esistenza, come forse avrebbe detto Shakespeare. I valori alla base del Coaching sono la consapevolezza di noi stessi e il senso di responsabilità verso il nostro percorso, fatto di tanti piccoli gesti quotidiani, tutti ugualmente indispensabili come le tessere di un mosaico.

Questo libro può essere un ottimo compagno di viaggio, un vero e proprio Coach di carta e inchiostro che, attraverso una profonda ma immediata analisi di noi stessi, può essere al nostro fianco per aiutarci a vivere ogni giornata nel modo più soddisfacente possibile.

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Grazie a una serie di esercizi pratici, mirati a velocizzare in modo sistematico, ma senza impoverirlo, ogni nostro processo decisionale, questo volume offre schemi, mappe concettuali e tabelle valide per ogni necessità, in particolar modo nei contesti lavorativi, in cui la propensione al cambiamento è ciò che ci mantiene lucidi e attivi.

Dopo averci permesso di comprendere la nostra personale definizione di successo, gli autori ci aiutano a comprendere tutte le fasi di un cambiamento desiderato che si può riassumere come una vera e propria escursione al di fuori della nostra cosiddetta zona di comfort, alla conquista di nuovi spazi sempre più consoni al nostro talento. Proprio come un misuratore di soddisfazione, a partire dal modello GROW, sviluppato da John Whitmore, questo manuale ci illustra le basi del Coaching 2.0. GROW è un acronimo che sintetizza alcuni concetti fondamentali di questa disciplina:

  • G per Goal – Obiettivo. Decidere cosa desideriamo raggiungere.
  • R per Reality – Realtà. Analizzare il contesto che ci circonda in modo razionale.
  • O per Options – Opzioni. Capire le possibilità che abbiamo.
  • W per Will – Azione. Mettere in pratica la migliore strategia possibile.

Un vademecum da tenere nello zaino per imparare a considerare i problemi come risultati indesiderati che è possibile cambiare con impegno, sacrificio e consapevolezza dei nostri mezzi.

Alessandra Rinaldi

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“L’Italia di Adriano Olivetti” di Alberto Saibene

olivetti-saibene-coverQuella che Adriano Olivetti cerca di costruire negli anni Cinquanta, dopo il dramma della Seconda guerra mondiale, è un’Italia nuova, un’Italia che guarda a un futuro migliore.

Il percorso dell’imprenditore di Ivrea è lungo e non privo di difficoltà, la sua vita intensa ed emozionante. Alberto Saibene, storico della cultura e curatore delle antologie di scritti di Olivetti, la racconta ne “L’Italia di Adriano Olivetti”, Edizioni di Comunità.

L’intento dell’autore non è quello di scrivere la biografia di Adriano o raccontare la storia della sua fabbrica, ma ricostruire l’esperienza olivettiana con un ritmo senza ordine, attraverso un testo pieno di dettagli, vicende, ritratti e numerosi personaggi che si alternano formano una cornice ricca ed eterogenea.

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Il libro di Saibene è diviso in capitoli tematici che approfondiscono singoli aspetti della vita dell’imprenditore di Ivrea, come quello dedicato a Fortini e Pampaloni, allontanati dalle divergenze politiche e personali ma uniti dalla collaborazione con Adriano.

In particolare Pampaloni comincia il suo percorso come responsabile della biblioteca di fabbrica. In seguito la sua carriera si evolve rapidamente e il suo legame con Olivetti si rafforza profondamente, tanto che Saibene ricorda come la sigla “Spa” della società venisse ironicamente declinata in “Se Pampaloni Acconsente”.

Lo sfondo politico e culturale dell’Italia olivettiana costituisce un’ambientazione vivace in cui le vicende e i personaggi si susseguono creando un intreccio ampio e articolato.

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Particolarmente interessante è il capitolo intitolato “Ernst Bernhard e Adriano Olivetti: una traccia”. Il contatto fra i due sembra sia nato grazie al contributo di un’altra importante figura del panorama culturale italiano: Roberto, per gli amici Bobi, Bazlen. Nato a Trieste nel 1902 è stato uno dei primi scopritori di Svevo e amico, fra gli altri, di Eugenio Montale. Grazie a questo legame anche Olivetti viene coinvolto nel vortice della psicoanalisi che ruota attorno all’ambiente letterario del Novecento.

Cesare Musatti fu per un breve periodo psicanalista dell’imprenditore di Ivrea, prima che quest’ultimo scegliesse di proseguire le sue sedute a Roma con Ernst Bernhard, “ottima e cara persona più affine […] alla mentalità di Adriano”.

Dai ricordi di Musatti emerge un aspetto che cattura l’attenzione del lettore: “Adriano aveva il terrore di suo padre e delle scenate che gli faceva in presenza degli operai quando trovava qualcosa fuori posto […]. C’era dunque, questa frattura nella vita di Adriano Olivetti. Un grande affetto per il padre ma una grande soggezione nei suoi confronti: perché Camillo era un uomo molto più energico di lui”.

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Le parole di Musatti sottolineano quanto Camillo apparisse autorevole agli occhi di Adriano e fanno emergere il dubbio che talvolta la sua autorevolezza sfociasse in autorità.

Il libro di Saibene porta a scoprire piccoli dettagli, talvolta del tutto inaspettati e inediti, della vita dell’imprenditore di Ivrea. L’effetto è quello di aumentare la curiosità del lettore che cercherà di ricostruire nella sua mente un’Italia attraversata da fervori politici e culturali che hanno portato con sé, seppure silenziosamente, un frammento dell’utopia olivettiana.

Cecilia Musulin

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“La PNL in 5 minuti” di Carolyn Boyes

pnl-coverEssere più felici, sereni e di successo? Si può, tutta questione di allenamento. E bastano solo cinque minuti al giorno! Questo è ciò che promette l’ultima perla della collana Collins gem, A. Vallardi Editore, intitolata “La PNL in 5 minuti”, un libricino scritto dalla coach Carolyn Boyes, da tenere comodamente nel palmo della mano e riporre in borsetta per portalo sempre con noi. Si tratta di un piccolo manuale pratico dal grande potenziale, che ci insegna come comunicare meglio attraverso la Programmazione Neuro-Linguistica.

Che ci crediate o no, questa tecnica, ormai collaudata, è molto utilizzata nel anche mondo del lavoro, oltre che nella vita di tutti i giorni, soprattutto tra coloro che si occupano di risorse umane, formazione e selezione del personale, per comprendere meglio il cosiddetto capitale umano che hanno a loro disposizione. Ecco, dunque, che, anche per chi è seduto dall’altra parte del tavolo, è, senza dubbio, opportuno conoscere i criteri base di questa metodologia oggi quotidianamente applicata anche in azienda.

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La Programmazione Neuro-Linguistica è l’approccio sistemico applicato alla mente. Attraverso la conoscenza di persone che eccellono e lo studio scrupoloso delle loro storie di successo, infatti, la PNL realizza dei modelli di comportamento utili a chiunque per conseguire gli stessi risultati.

Questo manuale, oltre all’approfondimento teorico di queste tecniche di base, attraverso schemi e mappe concettuali, offre anche una serie di esercizi pratici, strategie e tecniche che, grazie all’esercizio quotidiano, ci aiutano a modificare i nostri comportamenti al fine di migliorare le nostre relazioni.

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Allenarci al pensiero positivo ci permette anche di codificare meglio gli atteggiamenti di chi ci circonda, interpretandone i significati senza pregiudizi e, quindi, adattandoci più facilmente ai contesti difficili per valorizzare il nostro ruolo in qualsiasi luogo e in qualunque situazione ci troviamo.

Il primo passo da fare, in ogni caso, per controllare le nostre emozioni è conoscerle e comprenderle, imparando a decifrare come funziona la nostra mente, soprattutto per quanto riguarda la gestione del ricordo e la generalizzazione dei concetti al fine di non distorcerne il significato. L’obiettivo è sempre quello della serenità, quindi è fondamentale protendere verso pensieri positivi in qualsiasi ambito. Se ciò che ci circonda emana vibrazioni negative, ad esempio, soprattutto in un gruppo di lavoro, sarà più facile ammortizzarne gli effetti se ci poniamo con disponibilità nei confronti di chi ci circonda. Avendo fiducia nelle nostre possibilità, sarà possibile anche innescare una sorta di effetto domino verso il raggiungimento degli obiettivi anche nei confronti degli altri membri del team, il tutto attenuando tensioni e competitività.

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Dopo aver imparato ad utilizzare le tecniche di PNL su noi stessi, sarà automatico rivolgere questo stesso strumento verso gli altri per comprenderli meglio, abbattendo il muro dei preconcetti. È dalla commistione di cambiamenti interni ed esterni che nascono le storie di successo, senza dimenticare mai che il primo passaggio di un processo di comunicazione è un ascolto attivo verso chi ha qualcosa da dire.

Alessandra Rinaldi

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“Ai lavoratori” di Adriano Olivetti

 

La semplicità e la determinazione con cui Adriano Olivetti comunica con operai e impiegati della sua società sono pienamente espresse dal testo “Ai lavoratori”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità in cui sono racchiusi due discorsi: quello di Ivrea del 1954 e quello di Pozzuoli del 1955 tenuto per l’inaugurazione del nuovo stabilimento.

Olivetti parla di comune partecipazione alla vita di fabbrica, di finalità morali del lavoro, di impresa che crede nell’umanità del lavoratore. Il suo discorso non ha lo scopo di fargli indossare i panni dell’imprenditore amico degli impiegati ma piuttosto di presentarlo come un dirigente cosciente delle sue responsabilità e deciso a farvi fronte.

Parallelamente all’impegno di creare occupazione per cercare di avvicinare le condizioni lavorative del Sud a quelle del Nord, Olivetti persegue altri obiettivi i cui principi emergono dalle pagine su cui sono trascritti i suoi discorsi. L’architettura della fabbrica di Pozzuoli era studiata, pur rispettando le necessità tecniche produttive, come se fosse un edificio di alto pregio residenziale con i suoi reparti inondati dalla luce, impreziositi dalla vista del mare e dal contorno di fontane e spazi verdi. Tutto ciò non escludeva la presenza di mense, biblioteche, colonie, servizi sociali identici a quelli di Ivrea per qualità ed estensione.

Un aspetto interessante messo in luce da questo libro è l’abilità con cui Olivetti adatta agli interlocutori le modalità di approccio e i temi trattati. Infatti l’imprenditore è consapevole che i lavoratori di Pozzuoli possano essere intimoriti dal progresso industriale, che ha interessato quasi esclusivamente il Nord della penisola italiana e risulta per loro sconosciuto, e dunque concentra il suo discorso sulle qualità degli uomini del Sud ancora legati alla terra e custodi “di una riserva di intenso calore umano”.

Olivetti è attento a sottolineare come, al meglio delle sue possibilità, abbia fatto in modo che nella fabbrica sorta a Pozzuoli i lavoratori percepiscano il rispetto per la natura e la bellezza e trovino qualcosa che possa colpire, seppure quasi inavvertitamente, il loro animo.

Ciò che resta impresso dopo la lettura di questi testi, grazie ai quali si ha la sensazione di sentire fluire le parole direttamente dalla voce di Olivetti, è che la principale preoccupazione dell’imprenditore sia quella di non perdere mai l’attenzione e il rispetto per la vita e la dignità dei lavoratori. Il fine ultimo del suo operato è costruire una fabbrica che sia non solo “a misura d’uomo” ma che sia percepita essa stessa come un essere vivente animato da molteplici impulsi.

La realizzazione del progetto olivettiano implica molti sforzi ma, ancora una volta, resta il ricordo e la guida del padre Camillo con le sue precise indicazioni: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione di nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.

Cecilia Musulin

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“La Società Circolare” di Aldo Bonomi, Federico Della Puppa e Roberto Masiero

È stata inventata milioni di anni prima di Cristo e, ancora oggi, la ruota non è solo uno strumento indispensabile per i trasporti e l’economia, ma anche un simbolo di progresso e di evoluzione della società sempre più circolare.

Cosa si intende, dunque, per società circolare e sharing economy e a che punto è il nostro Paese in merito? Ce lo spiegano Roberto Masiero, Professore Ordinario di Storie dell’Architettura presso lo Iuav di Venezia, Aldo Bonomi, Sociologo fondatore del Consorzio A. A. S, TER., e Federico Della Puppa, Economista esperto in pianificazione strategica e marketing territoriale, nel loro ultimo saggio scritto in concerto, “La Società Circolare”, Derive Approdi Edizioni.

In questa pubblicazione dal taglio originale e innovativo gli autori delineano, anche attraverso un interessante apparato di slides e mappe concettuali esplicative, il cambiamento che la nostra società sta vivendo in questi anni a livello globale, passando da una cosiddetta economia lineare, a un’economia circolare a tutto tondo. La sharing economy 2.0, basata sul riutilizzo e sulla condivisione, infatti, oggi riguarda non solo beni materiali, come rifiuti, energia e materie prime, ma anche beni immateriali, come valori e competenze, entrando così nel mercato del lavoro e nella nostra politica, secondo il significato etimologico del termine. Accanto a ciò, stiamo assistendo al fenomeno della continua espansione dell’universo digitale, fatto di App e Social Network, che spesso invade lo spazio prima occupato esclusivamente dalle professionalità del secondo e terzo settore.

Per fare in modo che questi sconvolgimenti sociali non fagocitino le nuove generazioni in un mondo esclusivamente virtuale, trasformando il circolo virtuoso della ruota della fortuna nell’incessante girare della ruota del criceto, occorreranno empatia, consapevolezza e apertura verso una nuova cultura che si sta espandendo a macchia d’olio nella vita anche lavorativa di ciascuno di noi.

Partendo dall’analisi dell’individuo inserito nell’attuale società digitale, gli autori approfondiscono anche il contesto che lo circonda, a partire dalla cosiddetta smart city, fino alla smart land, in un vero e proprio sistema di cerchi concentrici che si allargano a perdita d’occhio. All’interno della smart city l’amministrazione procede alla gestione degli spazi e dei servizi con i cittadini stessi, razionalizzando, dunque, tutte le risorse, compreso il lavoro, per le esigenze della società. Nel testo gli autori accompagnano il lettore in un viaggio nella comprensione profonda dei meccanismi che caratterizzano la società circolare, evidenziando tutte le differenze col Capitalismo del secolo scorso anche attraverso esempi concreti su scala globale.

Una guida completa non solo per il cittadino e il lavoratore, ma anche per l’uomo del nuovo millennio verso la consapevolezza che l’integrazione tra reale e virtuale oggi passa attraverso la condivisione di risorse, cultura e ricchezza.     

Alessandra Rinaldi

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“Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari

 

Primavera del 1979, precisamente 23 marzo, Centro Sociale di Arezzo.

Gianni Rodari incontra alcuni alunni di quinta elementare e prima media per parlare con loro, vivere a pieno la loro fantasia stimolandola attraverso il dialogo e dare vita a quello che sarebbe stato un capitolo del futuro libro Esercizi di fantasia.

Poco dopo, però, il famoso scrittore  morì e il suo divertente lavoro si credeva perduto.

Grazie alla Editori Riuniti invece, prima nel 1981 e poi nel marzo 2006 è stato pubblicato, con la prefazione di Tullio De Mauro e a cura di Filippo Nibbi, il libro Esercizi di Fantasia” di Gianni Rodari.

Questo volume non è un classico libro, ma la memoria trascritta su carta di alcuni eventi che si dimostrano profondamente attuali.

Subito dopo la prefazione di Tullio De Mauro, è Filippo Nibbi che ci spiega il perché di questo libro, raccontando il lascito dell’insegnamento di Rodari. Troviamo poi i veri e propri  Esercizi di fantasia, che riportano i dialoghi divertenti e divertiti avvenuti durante l’incontro del 23 marzo al Centro Sociale di Arezzo. Seguono infine la materializzazione di quanto imparato dagli insegnati in quell’occasione con una esperienza condotta dall’insegnante Giuliana Signorini e la trascrizione di due conferenze tenute dallo stesso Rodari nel febbraio 1979 e nel gennaio 1980.

Il lettore che si affianca a questo volume si immerge in un brillante salto indietro nel tempo e, scorrendo le pagine, vive l’incontro, riuscendo a comprendere e a seguire la nascita e la elaborazione che sorge e si sviluppa nelle parole che rimbalzano tra Rodari e i bambini allora presenti.

In quella che fu una costruzione collettiva si alterna la creazione poetica e dinamica con l’ispirazione, la scoperta, la decisione e la scelta che i ragazzi pongono in essere con lo stesso Rodari, liberi di librarsi nei meandri della fantasia.

Attraverso giochi linguistici, le parole scritte su foglietti di carta diventano velocemente, con l’aiuto dei bambini stessi, filastrocche o storielle assurde e surreali, ma vere, come solo un bambino può essere.

Ciò che fece Gianni Rodari altro non fu che lavorare con i ragazzi, come ogni animatore-educatore dovrebbe (saper) fare, cedendo ai bambini il centro della scena, preoccupandosi di assecondarli e guidarli in questi esercizi di fantasia.

Tutto quanto riportato in questo libro è una traduzione magistrale di momenti ed immagini dinamiche e materiali, che hanno reso quel momento di condivisione un momento di vita e non un semplice evento scolastico.

Il  modus operandi di Rodari, secondo la maestra Graziani presente all’incontro, era un ottimo strumento per sviluppare le capacità logiche dei bambini, per creare il gruppo, facendo socializzare gli alunni, rendendoli una unità stabile e non una semplice attività volta alla creazione di storie.

Questo strumento di interazione tra e con i ragazzi, poteva essere facilmente riadattato al modo di fare scuola ed effettivamente, come lo stesso Nibbi racconta nelle pagine successive, quello che gli insegnanti impararono durante quell’incontro, divenne un progetto didattico.

Nibbi scrive infatti che, una volta tornati a scuola e raccolte le impressioni degli alunni rimasti molto entusiasti dalla capacità di Rodari di travalicare lo stereotipo e gli schemi del classico insegnante, quella modalità operativa fu tradotta in un progetto didattico di scuola media, prevedendo una esperienza sistematica, articolata e specifica.

Questa intuizione divenne allora lo strumento di un fare scuola in modo diverso, nuovo e coinvolgente che riuscì ad abbattere le difficoltà dei singoli alunni, diventando un motivo di inclusione di tutti e di collaborazione tra le varie materie.

Si passò dai semplici giochi letterali alla creazione di un vero e proprio sistema che riusciva a compenetrare la logica e l’intuizione, l’apprendimento e l’espressione, la partecipazione materiale e quella fantastica, animando ed aumentando la crescita culturale dei ragazzi.

In tutto questo processo, l’immaginazione aveva stimolato l’educazione, riuscendo a rendere parte attiva anche gli alunni svogliati e i ragazzi con particolari difficoltà.

Insomma, Gianni Rodari aveva giocato con i ragazzi e suggerito ai docenti presenti un modo nuovo di insegnare. Gli stessi docenti si fecero partecipanti di quel “gioco” e riportarono nelle loro aule quello che avevano appreso.

A dir la verità l’incontro avrebbe dovuto avere un seguito, molto atteso tanto dagli alunni quanto dai professori, che però non ci fu a causa della morte dello scrittore.

Quando i ragazzi che avevano vissuto quell’esperienza, furono invitati dalla maestra Giuliana a mettere per iscritto la loro memoria sull’autore scomparso, ne uscirono delle frasi bellissime.

Frasi che, anche se scritte da ragazzi ormai in seconda media, rappresentavano pienamente quello che Rodari aveva in testa: i bambini al centro di tutto, l’importante uso della fantasia, la bellezza e l’importanza dell’essere felici.

“Rodari da ogni parola sapeva ricavare una vera e simpatica storia… con lui i ragazzi erano come degli autori”.

“Fu una grandissima conoscenza per noi, quella mattina, perchè lui ci insegnò ad esprimerci con tanta fantasia”.

“Diceva che la scuola è meglio farla ridendo che piangendo”.

Nonostante tutto quanto scritto sia avvenuto negli anni ottanta che sembrano così lontani da noi, leggendo questo libro ci si accorge, paradossalmente, di quanto sia attuale ciò che disse Gianni Rodari nella conferenza tenutasi a Bari nel gennaio 1980, riportata nel volume al capitolo: “Quello che i bambini insegnano ai grandi”.

I bambini secondo Gianni Rodari hanno la capacità di mettere in movimento la loro realtà, la loro esperienza e le loro idee giocando con la fantasia, perché il bambino è un giocatore ed è abituato a fare tutto attraverso il gioco.

Il bambino è una personalità completa ed aperta in tutte le direzioni prima che la sua socializzazione e la sua educazione lo adattino alla società in cui cresce, puntando solo sulle qualità che servono  a questo adattamento, rendendo disagiato quello che invece non accetta che il mondo lo voglia solo per una sua parte e non per tutto quello che può essere.

L’espressione della personalità è un corollario basilare per essere dei bambini felici e degli adulti migliori, evitando di diventare infelici quando siamo costretti ad impegnare solo una parte di noi stessi, dovendo “nascondere” il nostro io completo di fronte ad una società che non ci accetterebbe nella nostra completezza.

È questo senza dubbio l’insegnamento più bello lasciato da Gianni Rodari, anche e soprattutto grazie a questo libro, che ci permette di aprire un nuovo filone dedicato al mondo della scuola, insegnandoci come l’approccio sistemico non sia una cosa adatta e adattabile solo al mondo aziendale, ma anche al mondo dell’educazione.

Francesca Tesoro

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“Le fabbriche di bene” di Adriano Olivetti

Nel contesto imprenditoriale attuale la complessa e polivalente figura di Adriano Olivetti, con le sue azioni civili, politiche e culturali, è oggetto di riscoperta.

I testi raccolti ne “Le fabbriche di bene”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità sono eterogenei e complementari. Il primo, del 1951, è una sintesi del progetto di Comunità, l’illustrazione dell’idea olivettiana di convivenza civile; il secondo è un discorso rivolto ai lavoratori della sua fabbrica in seguito alla Liberazione del 1945 e rappresenta l’occasione per riprendere le fila di un progetto che la Guerra aveva sospeso ma non interrotto.

Ciò che distingue Olivetti nel contesto dell’imprenditoria italiana è il fatto di non essere solo un imprenditore. Il suo pensiero, da cui scaturiscono le altre componenti della sua figura, prende avvio dalla fabbrica intesa come un sistema costituito dalla compenetrazione di giustizia, progresso e tolleranza. Nel libro viene illustrato il cuore di tale sistema che grazie alle sue caratteristiche diventa una “Comunità” ambasciatrice di quell’alto equilibrio umano che Olivetti considera come obiettivo del suo progetto.

Il libro mette in luce altri importanti aspetti della concezione olivettiana come quello relativo alla meritocrazia, tema spinoso ed estremamente attuale. Per l’imprenditore di Ivrea la trasmissione della ricchezza costituisce un’ingiustizia sociale evidente, mentre “la sottomissione di uomini ad altri uomini in virtù del privilegio di nascita costituisce […] un ostacolo gravissimo al progredire dell’industria”. Il criterio fondante per assicurare alla fabbrica comunitaria la massima efficienza è la formazione e valorizzazione di dirigenti dotati di qualità umane, tecniche e culturali superiori. Ogni soluzione che non dia autorità e responsabilità a uomini di altissima preparazione, secondo Olivetti, è da considerarsi ingannevole.

L’occhio con cui l’imprenditore di Ivrea osserva la fabbrica è capace di catturare tutti gli elementi che caratterizzano tale struttura: il suo aspetto esteriore, il rapporto con la natura circostante, le persone che la popolano.

Dal libro traspare tutto lo sforzo che Olivetti compie affinché l’evoluzione e l’espansione della sua fabbrica non la renda simile alle grandi città moderne nate da una trasformazione che ha compromesso l’“armonia di vita” attraverso il caos creato dal loro “inestricabile groviglio”.

L’imprenditore è consapevole che l’idea della grande fabbrica porti con sé la distruzione dei contatti umani e la considerazione di ogni uomo come un numero.

La preoccupazione di Olivetti, perfettamente espressa dal testo, è fare in modo che tutto ciò che ha costruito mantenga il suo lato umano senza dimenticare mai l’approccio di suo padre Camillo che, nel discutere o esaminare il regime di vita o il regime di fabbrica, considerava ciascun lavoratore pari a lui comportandosi come “un uomo di fronte a un uomo”.

Cecilia Musulin

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